“Patografie” è il tuo secondo libro. Nel 2007, sempre con Ennepilibri, uscì “Trentanove parole”. Che cosa è cambiato da allora?

 

Sto decisamente meglio, in tutti i sensi. “Trentanove parole” è stato un libro più spontaneo, molto emotivo ed intimista. Un cosiddetto “sguardo dentro”. “Patografie” è aver finalmente guardato agli altri, alle loro abitudini, ai loro vizi, paure e manie e scoprire che sono anche dentro di me. E’ proprio il caso di dire che non era necessario andare troppo lontano.

In questo “osservare gli altri” di “Patografie” ti soffermi a lungo sulla questione del precariato. Un tema quanto mai attuale. Per quale motivo?

 Vivo la condizione di precaria/disoccupata sulla mia pelle e purtroppo non sono nemmeno l’unica. La piaga del precariato tocca un numero di persone sempre crescente, dalla mia generazione in poi. Laureati o meno, sembra che su di noi non voglia scommettere nessuno. Uno stato che non investe sulle sue risorse potenzialmente più produttive non è uno stato che mi sento di appoggiare. Una generazione senza lavoro stabile non può decollare, è senza prospettive e le sacche di lavoro precario hanno delle forti ricadute sull’intero sistema produttivo.

 Un racconto che colpisce particolarmente di “Patografie” è “Psikiatria”. Ne vuoi parlare?

 E’ uno di quelli che preferisco. E che è stato un po’ ispiratore di tutto il libro, a partire dal titolo. La totale assenza di punteggiatura che lo caratterizza è la totale espressione del “pensiero senza gabbia”. E’ il frutto di un’esperienza lavorativa in una cooperativa di pazienti psichiatrici, mesi di ascolto di dialoghi sconnessi, di esistenze interrotte ma dove, nonostante la prigione degli psicofarmaci, il pensiero rimane genuino. Quello della psichiatria è un tema che mi tocca davvero molto. A trent’anni dalla legge Basaglia permangono ancora idee e atteggiamenti assolutamente distorti come se quella legge non fosse ancora pienamente digerita. Tutto si basa sul pregiudizio psichiatrico. Ma il confine tra follia e normalità è davvero molto labile…

In questo libro c’è un racconto intitolato Comunismo, pensi che sia un argomento di attualità?

Beh non sono certo io che posso parlare dei massimi sistemi, infatti ho dato voce a una ragazza ucraina che ho conosciuto e a lei ho fatto dire pregi e difetti del comunismo, i muri sono crollati ma ancora mi devono dimostrare l’efficacia del capitalismo.

Non c’è due senza tre. Quali sono i tuoi progetti futuri?

 Una menopausa serena, laurearmi al D.A.M.S., un libro-indagine sulle dipendenze e un progetto imponente chiamato TeatroAzione di cui non aggiungo altro. Direi che per ora, come carne al fuoco, siamo messi piuttosto bene.

 

 C: comunismo (m.s.) una società in cui ognuno produce per quello che può e riceve per quanto ha bisogno.

Dizionario: Tutti danno la stessa definizione.

 La mia amica Alina non vuol mai dire la sua età perché è sulla soglia degli anta e ha paura ad entrare perché sa che non se ne esce più. Secondo me sbaglia primo perché è un tocco di gnocca che non finisce mai, ha tutto il repertorio a posto: occhi verdi, capelli biondi lunghi fino al culo (perfetto) nasino francese, eccetera. E poi perché ogni età ha i suoi pro e i suoi contro. Le sue mani non si fermano mai. La guardo mentre prepara il salame dolllce. Ha un modo di pronunciare la elle che sembra la lingua le faccia le capriole in bocca. Ride quando glielo faccio notare e il suo viso irradia serenità.

  • Alllora guarda bene e poi tu fai. Metti 400 grammi di biscotti dentro frulllatore, quando hai finito fai crema e metti a scallldare uovo, ora metti 100 grammi di burro.
  • E belin un etto di burro. 30 secondi sulla lingua tutta la vita sui fianchi
  • Devi mettere burro per amalllgamare, guarda 1 bicchiere di lllatte 1 bicchiere di zucchero, 3 cucchiai cacao, ma puoi mettere anche uvetta, o noci tritate
  • Alina, di che città sei te?
  • Kiev
  • In Russia?
  • Ma no. Io vengo da Ucraina. Non è stessa cosa. Per voi è stessa cosa.
  • Tu te lo ricordi l’89? Avevi circa vent’anni. Perciò ti ricordi prima e dopo.
  • Certo.
  • Com’era il comunismo?
  • No. Noi avevamo socialllismo non comunismo. Per voi è stessa cosa.
  • Già. Due cose diverse.
  • Meglio prima o adesso?
  • Ma prima!!! Ti davano casa gratis, lllavoro. A me davano sollldi bus perché lllavoro era lllontano. Se studi e vai bene ti davano stipendio. A me davano stipendio.
  • E che studi hai fatto?
  • Tipo geometra.
  • Ah. Poi?
  • Poi fatto università. Ingegneria ma a me non piaceva.
  • Ma al tuo paese son tutti ingegneri?
  • Ma non è vero.
  • Ma la Stefanenko?
  • Chi Stefanenko?
  • Lascia perdere. Va in forno?
  • Ma no. In forno cambia gusto. Puoi mettere anche caffè. Poi mischi tutto, crema e biscotti. Guarda ora fai salllame.
  • Senti, ma in Ucraina però non c’era libertà.
  • Ma non è vero. Io ero lllibera, andavo dove volllevo. Lllibertà di cosa?
  • Ma tipo di opinione.
  • Ma che importa dire se Berlusconi è bene o male. Cosa cambia che non puoi decidere niente? Cosa mi importa di polllitica?
  • Non avevate niente?
  • Ma cosa? Vestiti? Ci arrangiavamo. Avevamo meno consumismo ora c’è tutto ma non si può comprare niente. Se si stava bene io non venivo mica qua.
  • Studiavate religione a scuola?
  • Sìì. Ma da adulllti. Studiavamo ateismo, storia di rellligioni.
  • Da quanto tempo sei in Italia?
  • 17 anni.
  • Stai bene?
  • Guarda ora arrotollli tutto e metti frigo. Stasera è pronto.
  • Ma il comunismo?
  • Finito. Ecco il salllame.

La mia amica Alina continua a gesticolarmi davanti con le sue mani efficienti. Mani abituate a basse temperature. Anche meno venti qualche volta. Di certi argomenti non ne vuol più parlare. Sa anche fare il sugo di noci e il pesto alla genovese, con basilico di Kiev.

Ingredienti ricetta salame dolllce alla Alina: ingredienti per quante persone hanno bisogno:

400 grammi di biscotti

100 grammi burro

100 grammi di noci tritate oppure uvetta…

Crema: 1 uovo

1 bicchiere di lllatte

1 bicchiere di zucchero

3 cucchiaini di cacao

Ricetta per una società migliore?

Colonna sonora: Qualcuno era comunista G. Gaber

Notte aguzza. Vista mozza. Età che avanza. Lenti e catenelle. Computer e studio. Scala al buio. Non c’è troppa corrente nei centri sociali. Non so utenze. Bollette. Contratti. Parole, patti. Fatti. Patti Pravo. Su repeat, da settimane. La cambio io la vita che non ce la fa a cambiare me. Bevi qualcosa, vuoi far l’amore con meeeeeeee. Grazie patti. Change music. English pop. English pub. Otello va a New York. Decaffeinato lungo lungo. Tazza grande. Fredda. Non mi va di bruciarmi la bocca. Grazie. Hai fatto un’ordinazione che io e il mio collega eravamo deliziati. Rispetto per i lavoratori.

Amélie. Mon ami. Non raccoglie foto. Parole. Ha occhi di vetro. Cristallina. Pelle bianchissima. Università. Precariato. Una cicca al crocevia. E via. Deux fois au jourd’hui.

Salammalecom. Malecomsalam. Naga def? Mang ifi. Mangni firè. Tè lunghissimi. Parole incomprensibili. Suoni rimbalzanti. Wolof. Come tamburi. Notu du? Tubab. Donna bianca.

Madison street. Hi,Carrie how are u? My son. I’m proud to be her mother.

Now london, sir Lawrence. La regina ci aspetta con la violetta. La monarkia. Nati con la camicia. Non di forza.

Otello. Pranzo nuziale con gamba di gesso. Vestita di bianco. Batti il tempo con marco nel cuore. Un altro mondo possibile, e Genova non scolora nella memoria come l’acqua tra vicoli stretti. Come i silenzi di parole non dette. Taglia copia incolla. Ma perché fai sempre il taglia, mi dice Sara. Perché si taglia. COL TEMPO SI TAGLIA.

Il tempo cancella le ferite. Faccia di mocassino. Pescatore. Muratore. Agricoltore. Il tempo scava. Corrode. Indurisce. Porta via. La memoria. Sbadati ansimiamo nella nebbia. Occhiali per vedere da vicino e da lontano. Per vedere il cinema. Per fare il cinema. Per fare azione. Mestru-AZIONE. Sindrome. Sangue. Cambia la luna. Cambia la stagione. Ancora azzurro qui. Niente si sfilaccia bel grigio.

Pavimento di kubrick. Scacchiera. Passione del regista. Arancia meccanica, appartamento dell’intellettuale impegnato. Casa con pezzi. Vado a memoria. Scorre nella memoria frame del geniale regista. Il cinema. Il mio imprinting. Io e il babbo da soli al cinema dante. Mi scappa la pipì. Vado e ritorno in un altro posto. E la regina cattiva ma bella dov’è? Al suo posto c’è una vecchia terrificante. Chiedo a apà se ha sbagliato cinema. Lui insiste, è sempre Biancaneve, la regina è diventata una strega mentre eravamo a pisciare. Linguaggio schietto, il vekkio. Da uomo a uomo. Io avevo 5 anni. Biancaneve mi è rimasta lì. Walt disney, 1939. ha un anno più di mia madre. Marylin era del 26, come papà, fidel castro la regina di Inghilterra. Circolano i nomi.

Un altro porto è possibile? Mah. Non dipende certo da noi. Ma possiamo fare qualcosa. Essere un no-front a un for front. Insomma insieme perché un altro è possibile. Questo s’è detto saggiamente.

Anche Francesca in macchina con le sue bambine. Sfrecciante cartone animato. Ciaooooooo. Beep beep sms supposta? Dove? Su scrivania cameramia. Gefunden. Il matrimonio è una danza che si impara solo col tempo. Avevi ragione Marcela. Domani tagliando psikiatrico. Makkia. L’adoro dottoressa ho un trasporto verso di LEI CHE TRAVALICA TUTTE LE TEORIE della psicanalisi passata presente e futura. L’amo incondizionatamente. Perché lei mi ama, mi cura. È bastata un’occhiata. La sua faccia aperta. Mi fido di te. Su repeat quando guido la makkina del popolo per venire da Lei, in piena sindrome, a fine mese, il periodo peggiore. Diventerei gay se fosse l’unica possibilità di averLa.

A demain. Morgen. Nite. Buenas noche. e Gute Nacht.

 

  Definizione: (s.m.) 1 (Vc dotta, lat. Precariu(m) ottenuto con preghiere, che si concede per grazia, da prex, genit. Precis, “ Preghiera” Temporaneo, incerto, provvisorio, : domicilio – Malsicuro, instabile: situazione economica precaria, salute precaria, cagionevole. CONTR. Stabile. 2 detto di un lavoratore, spec. Dipendente di amministrazioni pubbliche, assunto con contratto a termine e quindi privo di garanzie per il futuro: personale — ; lavoratori prcari.

Il Nuovo Zingarelli N. Zingarelli Ed. Zanichelli

Dunque alla macchinetta del caffè c’era già un certo fermento stamattina. Si aggira per la fabbrica lo spettro della cassa integrazione. Prima delle ferie. Un colpo gobbo. La prossima settimana c’è assemblea. Speriamo bene. M’infilo i tappi, le cuffie, i guanti e con passo rassegnato mi avvicino al fondo linea. Porca troia. Il Tronca (Tronchetti Piero) non c’è. Mi doveva riportare un Dvd. Sarà ancora in infortunio. La settimana scorsa si è rialzato troppo velocemente e si è preso una lastra sulla schiena. L’ho visto diventare prima rosso e poi è sbiancato che sembrava un lenzuolo. Per quanta attenzione ci metti prima o poi ti fai male. Penso io, toccandomi gli inesistenti zebedei. Inesistenti non ne sarei troppo sicura.

Al posto del Tronca c’è la Marisa. Ha sempre il rossetto, la Marisa, ci tiene al suo decoro. A fine turno abbiamo la faccia coperta di una polvere nera, sottile ma a lei brillano ancora le labbra. Questa polvere nera si infila dappertutto. Anche nelle mutande te la ritrovi. Chissà che lavoro fa nei polmoni. Meno male che io sono precaria. Tre settimane ancora e sarò fuori da qui. La Marisa la sa lunga su tutto. Suo cognato lavora di sopra, è un colletto. Si chiamano ancora così. Mi comunica della cassa e mi urla:”I cinesi hanno aumentato il prezzo della banda stagnata del 3%e quindi ci mettono in cassa”

Chiii?” le chiedo. Non ho ancora imparato a comunicare in reparto con i gesti. I veterani si capiscono con un’occhiata. Con pochi gesti riescono a dirsi qualsiasi cosa. Il pollice e il mignolo allargati con le altre dita chiuse sta a significare da fondo linea al macchinista che devi andare al gabinetto. Non so le donne che gesto facciano: forse si accucciano.

I CINESIIII” mi grida di nuovo la Marisa. “Hanno aumentato la banda stagnata del 3% e quindi noi andiamo in cassa”

Da morto. Penso io. Cosa centrano i cinesi con le rate del mio mutuo? Io non capisco niente di economia e si vede dal mio conto in banca. Per me i numeri sono concetti astratti. Per quanto riguarda il capitale, a parte il mio capitale cognitivo, non possiedo davvero una mazza. Però se mettono in cassa i dipendenti vuol dire che, salvati quelli delle cooperative, i primi a partire siamo noi interinali. Addio rinnovo del contratto e i secondi che saltano sono quelli col contratto a tempo. E le cooperative non assumeranno fino al 2020. qua non ci sono due contratti uguali.

Madonna fanno una strage, se vogliono. Per colpa dei cinesi. Non si può comprare la banda stagnata da qualche stagnaro locale per evitare il disastro??

I sindacati cosa dicono?”chiedo alla Marisona, lei capisce alla prima, legge le labbra.

E cosa vuoi che dicano i sindacati? Vengono qua che hanno già deciso tutto”.

E certo, penso, fanno degli accordi prima. Per i dipendenti. Gli altri si attaccano, come le figurine. È diventata una guerra tra poveri. Mi sembra di essere tornate alle prime lotte dei lavoratori. Siamo alle società operaie di mutuo soccorso. Job sharing. Tutti nomi americani che fa figo. Copiamo sempre le cazzate. Non è che ti possono dire: Le facciamo un contratto-sfruttamento. Job sharing. Share vuol dire porzione, parte. Parte del vostro lavoro. Ti dividi lo stesso posto di lavoro con un altro alla fame come te. Basta che alla fine il lavoro sia finito. Non è ancora legge. Per un po’ siamo salvi, forse.

Anche i contratti a progetto sono una bella vaccata. Niente malattia, maternità, ferie, permessi, tredicesima, liquidazione. La madre di tutte le vaccate. Hanno reso legale il precariato. Volevano la flessibilità. Eccola lì. Siamo tutti consulenti. L’anno scorso ho fatto per sei mesi la segretaria in una cooperativa. Anche il centralino facevo. Avevo un contratto come consulente marketing. “Signorina è martedì oggi?”

A parte il fatto che ho all’attivo già due mariti e due figli, e signorina sarà sua sorella, te la qui la mia consulenza. “Sì, ragioniere, oggi è martedì, domani mercoledì. Sì, ragioniere, vado a comprarle le sigarette. Subito ragioniere”.

Sono consulente marketing.

 Siamo a metà mattina. Il tempo in fabbrica si muove come melassa. Mi dicono che devo dimenticare l’orologio. Lasciarlo nell’armadietto tanto il tempo è regolato dal numero di baie e coperchi che si svuotano. La produzione è l’unica cosa che conti qua dentro. Sono fissati. E il capitale. Das Kapital. Tutta roba di cui a me non frega una mazza. Io sono nata povera e povera morirò. Per questo sono comunista. Se la fabbrica fosse mia, fossi nata figlia di un industriale invece che di un povero cristo, che si alzava alle 5 del mattino, sarei comunista? Certo che sì. Sarei un’intellettuale di sinistra. Di cachemire. Mi vestirei tutta di Giorgio Armani, andrei in una beauty farm a leggere Marx. Andrei con Pucci e Bacci a contestare qualche festival.

Bene fra due ore si mangia. 20 minuti per mangiare, lavarsi i denti, fumare e rimettersi tutta la bardatura e resistere un altro paio d’orette ai lavoro forzati. Fno a domani mattina alle 5,55.

La Marisa mi fa: “Sei iscritta al sindacato?2

E no. “Le faccio io, scrollando il boccione. “cosa me ne faccio? Ogni 2 mesi cambio lavoro, contratto, categoria. Quante tessere devo prendere? Faccio un mosaico bizantino”

Sei forte te“ mi fa la Marisona che lavora qui da…?

Il mese prossimo sono 27 anni di fabbrica”

27 anni attaccata a questa macchina.

Non è cambiato molto”

Ecco. In questi casi sono contenta di essere precaria. Io dopo un po’ dello stesso luogo di lavoro mi rompo le balle, come di tutto. Mi scade il contratto e olè, via verso nuove avventure. In questo modo mi faccio un sacco di amici.ho sempre cene di lavoro di lavori vecchi. Mi invitano a battesimi e matrimoni, addii ai nubilati. In fondo siamo tutti precari. Penso tra me e me, guatdando per l’ennesima volta l’orologio.

La baia è quasi vuota. Ho la schiena che non la sento più. Sento solo il dolore fisico. Mi prudono le orecchie dentro, per via dei tappi.

Ma come hai fatto a resistere tanti anni?”

EHH ma con gli anni ti abitui a tutto.” Mi risponde la Marisa col suo sorriso scarlatto. Spero si rompa la macchina o che la linea si fermi per cambiare il formato. Così tra riparazione e messa in onda se ne partono 20minuti di cazzeggio in giro per il reparto con la ramazza. Mi sgranchisco un po’ le ossa. Il primo giorno mi hanno detto che se ci sono pause forzate non devi farti vedere lì seduto a contemplare le lattine che vagano. Devi ripulire la macchina, controllare che non ci siano macchie d’olio. Altrimenti arriva Herr Sturmstruppen, baffetti, grembiule bianco, stivaletti e frustino. E ti fa una bella cazziata avanti a tutti. Quello che ci vuole a metà turno per tirarsi su.

O ti mandano a pulire il fiume.

C’è di bello che a cambiar tanti posti non hai più soggezione di nessuno. In ogni posto di lavoro c’è un frustrato che se la prende coi sottoposti. Tanto sai che i rapporti son tutti a tempo.

L’anno scorso ho avuto più rapporti di lavoro che rapporti sessuali.

Non si può avere tutto nella vita.

Il futuro lo vedo nero perché a differenza di cento anni fa mancano la consapevolezza e la solidarietà. Guarda se uno di questi assunti a tempo indeterminato alza un dito per dire: facciamo uno sciopero per far assumere i precari. I colletti non hanno mai scioperato per le maestranze. Ancora si odiano. Il padrone dovrebbero odiare. Non è lui che rinuncia al suo safari in Kenya o a 3 o 4 piste di… sci, per assumere noi. Penzoliamo in fondo alla catena del lavoro. Se vai al collocamento, o come cazzo si chiama adesso, ti spari. Leggi le offerte che mettono e devi tenerti la pancia o impiccarti a una trave.

11,55. suona la sirena dei primoturnisti. Si mangia. Cannelloni spinaci e ricotta, congelati e scongelati nel microonde aziendale. Cassa integrazione per dessert.

Vivo in un mondo di merda, ora lo so. M,a sono ancora vivo e non ho più paura. Come diceva Joker alla fine di full metall jacket.

 COLONNA SONORA: l’Internazionale Officine Schwarz

 Definizione: (s.m.) 1 Stato che assume un corpo quando tutte le forze applicate danno risultante e momento nulli. Stabile, instabile, indifferente, secondo che il corpo, spostata di poco ritorna nella posizione primaria, o se ne allontana di più, o rimane fermo in qualche posizione; 2 lo stare e il mantenersi del corpo umano, in posizione eretta, perdere l’ – non reggersi in piedi e cadere. 3 fig. convivenza o conciliazione di forze, elementi, o atteggiamenti contrastanti : l’ – politico tra le grandi potenze. Il circo, sport per sign.

Questa notte dormivo il sonno del giusto e qualcosa mi ha svegliata. Qualcosa che è entrata in camera da letto. Non si tratta di mosche e zanzare. Piuttosto qualcosa di indefinito. Sospeso tra il qualcosa e il qualcuno. Ho aperto gli occhi e ho avvertito subito un brivido di freddo. La prima cosa che mi è venuta in mente è Eva Kleine Keller. È tornata! E infatti appena mi è apparsa, con la sua consistenza di garza sterile, ho lanciato un grido di gioia. Lei ha portato la mano alla mia bocca e ha sussurrato: “Ssshhhh. Fuori sul terrazzo”

Siamo uscite, io dalla finestra, lei attraverso il muro e ci siamo abbracciate forte. Per quanto non sia facile abbracciare un fantasma.

Una luna ammaccata spandeva sulle nostre teste i suoi bagliori rossastri.

Vieni, voglio farti conoscere un mio carissimo amico”

Chi è? Chi è? “ faccio io ansiosa.

All’improvviso si materializza un uomo sui 38. quasi 39. Alto, snello. Indossa pantaloni neri e una giacca di quello che potrebbe essere stato un velluto a coste. Molto british. Bertinottianamente british. Si muove con eleganza ma senza affettazione. Ha un che di raffinato ma anche maschio. Insomma a buon intenditrice poche parole: se fosse vivo me lo farei.

Io sono Gino”

Gino. Ma che nome del cazzo. Penso, ma non lo dico. Altro che britsh. British de noantri. Ha dei bei capelli però. Non toglie gli occhi di dosso da Eva.

Da dove vieni?”

Ma, di preciso non saprei. Ero attore per cui giravo sempre. Sai tournée… prima ho fatto 1000 mestieri..”

Sì, ho visto cose che voi umani, una pippa. Penso ma non lo dico.

Eva è su di tono. Se la ridacchia agitando l’immancabile scialle. Mi osserva. Vuole la mia opinione, è lampante. Io speravo venisse da sola. Non stiamo mai insieme. Io sempre via sulla Makkina del Popolo. Lei però è un fantasma, potrebbe apparire più spesso. E stasera si presenta con questo Gino e io so già come va a finire. Eva mi ha detto che hai fantasmi piace raccontarsi dalla fine, il momento della loro morte è sempre subito come una grande ingiustizia.

Sento che devo fare gli onori di casa.

Allora, Gino, che piacere averti qua, stasera. E dimmi un po’, come sei morto?”

Sono stato ucciso”

O poverino. Lo penso e lo dico.

Ero tornato in teatro, dopo ore di prove estenuanti. Avevo dimenticato il copione e c’era una scena che dovevo rifare. Ho cercato la cartellina in camerino, sul palcoscenico. Ma non c’era traccia. Stavo per scendere in platea quando ho sentito un rumore. Mi sono volato di scatto ed è esploso un colpo. Dopo pochi secondi mi sembrava che mi bruciasse la pancia. Ero stato colpito. I soccorsi sono arrivati tardi. A quell’ora in teatro non c’è nessuno. Non ho fatto in tempo a vedere chi mi ha ammazzato. Mi sono risvegliato che ero già di qui. Non so perché sono stato ucciso. Andavo d’accordo con tutti”

Eva conosce questa storia a memoria. Ma le piace sempre ascoltarla e alla fine mi dice: “Raccapricciante, no?” e poi se la ridacchia.

Gino invece ha l’aria seria.

Da quel giorno sono un’anima in pena. Non sapere perché sono stato ucciso. Chi poteva volermi così male da farmi fuori? C’è da andare fuori di testa. Poi un giorno ho incontrato lei “ Si volta verso Eva, l’avvolge con un braccio.

Sono commossa. “Ti manca il mestiere d’attore?”

Gino alza gli occhi al cielo e annuisce. “oh sì! Non sai l’equilibrio che mi ha dato! Da sfigato precario mi trasformavo in Re, in buffone. Scendere dentro se stessi per fare saccheggio di emozioni e poi regalarle ai personaggi, farli rivivere. Interpretarli. Questo mi è stato tolto. Ma c’è lei, adesso. Vaghiamo di teatro in teatro. Critichiamo a facciamo dispetti. Nessuno ci vede. Interveniamo solo quando qualche cane uccide il teatro.”

Eva è in brodo di giuggiole. Vedo in futuro il suo equilibrio saltare. Sempre quando si innamora salta tutto il cosmo. Bisogna tenersi pronti ad ogni eventualità.

Eva continua a gigioneggiare. Ridacchia.

Veramente l’ho visto prima io. Era appollaiato sullo schienale di una poltrona in prima fila e aveva l’aria un po’ triste da cocker chiuso in macchina. Mi sono avvicinata e abbiamo cominciato a chiacchierare di teatro e musica. Sai noi viennesi…”

Interrompo questo bel quadretto con una domanda: “Avevi dei figli?”

No. Non ancora ma adoravo i bambini. Sai ho cominciato come mimo, ho fatto il clown alle feste di compleanno, alle feste dei santi patroni. Ho seguito un circo, due anni in giro per l’Europa.”

Dai!! Il clown!! E che con che nome ti presentavi?”

KLOWNFANFARONE”

Carino, Fanfarone deriva dall’arabo è colui il quale le spara grosse. Ma… figli?”

Aspettavo la donna giusta con cui farli. E l’avevo trovata.”

Eva mi fulmina con lo sguardo. Gelosetta.

Avevo una storia complicata con una donna di Bilbao. Una mora che gestiva un ristorante, Paella su prenotazione”

Beh di semplice non c’è mai niente” dico io che sono laureata in Complicazioni comparate e vanto numerosi master in sfiga sentimentale avanzata.

Mi hanno sparato prima che potessimo sposarci.”

Eva gli si avvicina materna. Sono seduti sul divano azzurro. Proprio sotto il Manet. Si abbracciano.

Con lei ho trovato un senso alla morte. È disarmante. Contagiosa. Non sta ferma mai, eppure con lei trovo pace. Equilibrio”

Eva allunga il collo tutta bella tronfia.

Con lei ho ritrovato un equilibrio”

Equilibrio. È una parola grossa. In quanto a equilibrio ho bisogno di lezioni private da uno bravo. Magari laureato in psichiatria.

Per trovare l’equilibrio- interviene Eva che sembra un pisello nel suo baccello- bisogna eliminare tante cose. Cose che non servono, ostacolano il cammino. E appena ti arriva qualche conferma muovi i primi passi. Cambiando tu, qualcosa cambia anche intorno a te. E sei in asse.”

Sono esterrefatta. Eva così saggia e serena. Com’è che io non riesco a trovare un equilibrio mio? Del resto parlo con i fantasmi. Non ho tutte le rotelle a posto. Eva e Gino si alzano. Ci uniamo in un abbraccio collettivo e spariscono nel muro felici e contenti.

Prima di andare a dormire lancio un’ultima occhiata alla luna. “Ecco questo volevo farti vedere”, mi hai detto una sera, appoggiati ad uno dei muretti dove ci siamo tenuti stretti.

Non ho mai visto una luna così. Sarà il quarto giusto?

  P: paradiso: (s.m.) 1 secondo la religione cristiana, stato di beatitudine eterna riservata alle anime dei giusti dopo la morte. 2 avere dei santi in – avere amicizie influenti. 3 l’oltretomba dei buoni veramente inteso a seconda delle diverse religioni.

GARZANTI DIZIONARIO ITALIANO.

 Sono appena scesa da un aeroplano bianco in un aeroporto tutto bianco. Mi guardo intorno per capire dove andare. Ai lati ci sono due lunghe file di persone, tutte vestite di bianco che aspettano. Cosa? Non si sa. Non ci sono indicazioni né cartelli. L’istinto mi dice di procedere. Andare avanti. Esco dall’aeroporto e mi avvio lungo un viale. L’aria è fresca e piacevole. Anch’io sono vestita di bianco, indosso una specie di tunica leggera. Mi siedo a riposare anche se non sono stanca ma più per cercare con lo sguardo qualcosa di istintivamente familiare. In lontananza intravedo un piccolo gruppo di persone che avanza verso di me ma senza fretta. La particolarità che sembra accomunare tutti gli individui qui è la totale assenza di fretta. Ecco che dal gruppetto si stacca una persona mi viene incontro facendo grandi cenni con le mani. Non posso crederci! E’ lui!! Appena lo riconosco gli corro incontro eccitata e gioiosa come una bambina. Non riesco in preda all’entusiasmo a non gridargli: PAPAAAA’!!!! E’ LUI!!Il mio Vekkio. Ha i soliti pantaloncini corti di jeans del sabato quando dipingeva. Ma bianchi. E l’inconfondibile cappello da pirla, comprato in un autogrill. Ma bianco. E la giacca da operaio Enel che aveva ciulato a un suo amico e che portava il sabato quando dipingeva. Ma bianco. Anche lui mi corre incontro: CUCCIOLOOOONEEE!! Ci abbracciamo fortissimo perché son più di vent’anni che non ci vediamo. Ci diciamo le solite cazzate, ci diamo strizzatine, e manate e gnec gnec come ai vecchi tempi.

- Quanto mi sei mancato Papà.

- Anche tu ma ti aspettavo molto più tardi

- Ma Papà non importa quanto si vive ma COME si vive. Ho da raccontarti un sacco di cose.

Ci avviamo lungo un viale di alberi, ma bianchi.

- Hanno inventato dei telefoni senza filo che te li puoi portare dovunque e la gente non fa che telefonarsi continuamente e a dirsi delle belinate.

- Già me l’ha detto l’Avvocato, quando è salito che quello passato era il secolo dei trasporti e questo è quello della comunicazione. Altre figate tecnologiche?

- Uh madonna le videocamerine digitali ti farebbero sballare. Finita l’era del montaggio a mano con la moviola il taglia e scotcha ora sbatti tutto nel computer e vedi, salvi senza perdere neanche un frame, monti come vuoi, metti l’audio che vuoi, o colonne sonore. Titoli. Una vera figata. E poi facile.

- Sei capace anche te?

- Non esageriamo.

- Dimmi un po’… chi è il segretario del PCI adesso?

- Ecco bravo. È meglio che ci sediamo da qualche parte

- Perché?

- E ora te lo dico. Guarda là c’è una panchina che fa il caso nostro. È bianca.

- Qui è tutto bianco.

Ci sediamo all’ombra di un frassino, ma bianco e ora so che dovrò dargli parecchie botte una dietro l’altra.

- Allora il Partito Comunista Italiano, quello fondato nel ’21 a Livorno non esiste più.

Il Vekkio sbianca di botto. Io continuo con le mazzate.

- È crollato il muro di Berlino. Unica Germania, 1989. C’è un’unica moneta, si chiama euro vale in Francia, Germania, Danimarca, Italia… In tutti i paesi. Non ci sono più frontiere del cazzo. Si va di qua e di là. Il crollo del muro ha fatto crollare tutti i regimi come un effetto domino geopolitico.

- IL PCI?

- È diventato PDS. Poi DS. Ora PD.

- P.D. ???

- Partito democratico.

- ?????

Il Vekkio è sempre più pallido. Ora è tutto bianco anche lui.

- L’URSS?

- Non c’è più. Libere elezioni e capitalismo.

- La Cina?

- È un casino

- Come sempre. Cuba?

Lo vedo mentre si tocca i coglioni.

- Al posto di Fidel c’è suo fratello e lui è ancora vivo. Un po’ rincoglionito.

- Come sempre. E i cubani?

- Poveri ma belli.

- Senti un po’ ma chi è il Presidente del Consiglio?

- Allora il Presidente della Repubblica è Giorgio Napolitano.

- Ah bene, bene. Non è stato ancora spazzato via tutto.

- No.

- E il Presidente del Consiglio?

- Ecco appunto, te lo ricordi quello dell’edilizia, Milano 2… Amico di Craxi che marmellava con le televisioni?? Senti è meglio che le notizie le dia un po’ per volta. Siamo al punto che a volte rimpiangiamo i democristiani.

- Cambiamo argomento. Il tuo tedesco?

-Fa sempre cagare, perché?

- E perché vorrei che mi traducessi un po’ delle domande a un mio amico…

- Sì ma mica come quando eravamo in Germania in ferie che mi facevi parlare con tutti di politica, economia. E poi voglio conoscere qualcuno anche io.

- Tipo?

- Eh tipo Kubrick, Billy Wilder, Janis Joplin.

- Billy e io siamo grandi amici, mi racconta sempre aneddoti su Marylin Monroe, che conosco bene. È una donna complicata ma piena di umorismo.

- Va bene, dai allora chi è ‘sto tuo amico tedesco con cui vuoi parlare? Ma te lo ripeto: argomenti facili che il mio tedesco fa cagare. Chi è?

- Karl Marx

- E minchia papà!!

Noi migranti e italiani, uomini e donne appartenenti ai coordinamenti, collettivi e reti di Bari, Bologna, Brescia, Mantova e basso mantovano, Milano, Padova, Roma, Torino sosteniamo le lotte dei lavoratori e delle lavoratrici migranti che in Francia preparano allo sciopero dei migranti del prossimo primo marzo. Dopo la storica esperienza statunitense della “giornata senza immigrati” del primo maggio 2006, la centralità del lavoro migrante si afferma prepotentemente in Europa.
Tutti noi sappiamo che oggi, mentre la crisi produce povertà e precarietà e fa dei migranti una forza lavoro da usare o espellere, e mentre allo stesso tempo i dati indicano nei migranti una componente fondamentale dell’economia del nostro paese, uno sciopero del lavoro migrante, sostenuto dai lavoratori e dalle lavoratrici italiani, rappresenterebbe la risposta politica più adeguata contro la precarizzazione e contro il razzismo. Pensiamo che lo sciopero dei migranti debba essere costruito insieme ai lavoratori francesi perché la situazione del lavoro migrante è simile in tutta Europa. Occorre gridare forte la nostra opposizione alle forme di mobilità sempre più costrette a cui l’Unione europea vorrebbe costringerci attraverso agenzie di reclutamento, faccendieri di ogni specie, imprese di appalto che muovono a loro piacimento pacchetti di lavoratori tra le frontiere. Si vorrebbero migrazioni ordinate e migranti ordinati sulla base delle variabili esigenze produttive.
Alcuni di noi all’interno dell’esperienza del Tavolo Migranti hanno già contribuito a organizzare sostenere lo sciopero del lavoro migrante che il 15 maggio 2002 ha coinvolto l’intero distretto industriale di Vicenza, e che ha segnato uno dei momenti più alti della lotta dei migranti in Italia e in Europa. In questi anni, abbiamo sostenuto la proposta politica dello sciopero del lavoro migrante contro il razzismo e la legge Bossi-Fini all’interno dei percorsi che hanno portato alla grande MayDay del 1° maggio 2008, alla manifestazione nazionale di Milano “Da che parte stare” del 23 giugno 2009 e a quella di Roma dello scorso 17 ottobre.
Sappiamo perciò quanto è difficile e quanto è importante uno sciopero dei migranti e delle migranti. Sappiamo quanta speranza produce e quanti lo dichiarano preventivamente impossibile, pericoloso o persino dannoso. Sappiamo che questo vuol dire tentare percorsi nuovi, in grado di superare diffidenze, divisioni tra migranti e italiani, così come sterili contrapposizioni tra schieramenti. Sappiamo che non basta dichiararlo, ma che bisogna organizzarlo. Consapevoli di tutte queste difficoltà, ma con tutta l’ostinazione che la situazione presente ci impone, noi sosteniamo da oggi una campagna politica per l’organizzazione anche in Italia dello sciopero delle migranti e dei migranti. Per combattere la legge Bossi-Fini, il “Pacchetto Sicurezza”, il razzismo istituzionale che dal Ministero degli interni si diffonde nelle grandi città e nei più piccoli comuni di provincia, le denunce, gli appelli e la solidarietà non sono più sufficienti. Bisogna avere il coraggio di considerare i migranti protagonisti delle loro vite e non solo del loro lavoro. È il momento di osare lo sciopero del lavoro migrante!
Coordinamento per lo sciopero del lavoro migrante in Italia
per adesioni : coordinamentosciopero@gmail.com

Primomarzo2010

Il sito dell’iniziativa francese

da www.ilmegafonoquotidiano.it (9/1/10)

Le cronache da Rosarno

Circa 300 migranti vengono trasferiti al Cpt di Crotone. Il Prefetto: la situazione è drammatica
IN 300 TRASFERITI DA ROSARNO A CPT CROTONE
Sono poco più di trecento gli immigrati trasferiti a Crotone da Rosarno. Per tutta la notte sono stati fatti salire sugli autobus che li ha portati al centro di prima accoglienza di Isola Capo Rizzuto. Al loro passaggio i cittadini italiani, che a loro volta stanno manifestando per chiedere l’allontanamento degli extracomunitari, applaudivano. Per il resto, la notte è trascorsa senza altri incidenti. Si è presentato alla polizia un uomo con ferite ed è stato curato all’ospedale di Polistena ma non è in condizioni gravi. Probabilmente è stato percosso ieri pomeriggio, quando è esplosa la furia dei cittadini italiani. Intanto i residenti hanno tolto autonomamente il blocco sulla strada statale 18.
COMMISSARIO PREFETTIZIO ROSARNO, 48 ORE DRAMMATICHE
«Queste 48 ore sono state drammatiche, sono successi fatto gravissimi che ci lasciano molto preoccupati. Le pagine di oggi hanno fatto un brutto effetto a tutti e molti anche qui si rendono conto che è necessario uno sforzo collettivo per uscire da questa situazione». Lo dice ai microfoni di CNRmedia il Commissario Prefettizio di Rosarno Domenico Bagnato, raggiunto telefonicamente poco prima di iniziare una riunione con i cittadini. «A Rosarno restano molti cittadini stranieri che vivono normalmente sul territorio e che resteranno qui, – precisa Bagnato – sono andati via solo quelli alloggiati nella ex cartiera. Ora gli abitanti chiedono che anche l’ex oleificio sia del tutto sgomberato. Lì c’è ancora un consistente gruppo di stranieri, controllato a vista dalle forze di polizia» ha concluso Bagnato.
La giornata dell’8 gennaio:
MARONI, CLANDESTINI TROPPO TOLLERATI
La rivolta degli extracomunitari a Rosarno (Reggio Calabria) è «una situazione difficile, così come in altre realtà», determinata dal fatto che «in tutti questi anni è stata tollerata, senza fare nulla di efficace, una immigrazione clandestina che da un lato ha alimentato la criminalità e dall’altro ha generato situazioni di forte degrado come quella di Rosarno». Lo ha detto il ministro dell’interno, Roberto Maroni, nel corso della trasmissione Mattino 5. «A Rosarno – ha spiegato Maroni – stiamo intervenendo con i mezzi e i tempi necessari. Inoltre, abbiamo per ora posto fine agli sbarchi di clandestini a Lampedusa e a poco a poco riporteremo alla normalità le situazioni.
2 MILA IMMIGRATI CONCENTRATI DAVANTI AL COMUNE
Circa duemila immigrati, secondo la stima della Polizia di Stato, sono concentrati davanti all’ingresso del Comune di Rosarno. L’ iniziativa si collega alla protesta in atto da ieri dopo che due immigrati sono stati feriti con alcuni colpi di fucile ad aria compressa. Gli immigrati stanno scandendo slogan di protesta e hanno chiesto che una loro delegazione incontri il commissario prefettizio del Comune, Francesco Bagnato.
UOMO SPARA COLPI DI FUCILE IN ARIA PER DISPERDERE FOLLA
Un uomo ha sparato due colpi di fucile in aria per disperdere il gruppo di immigrati in rivolta a Rosarno. È salito sul tetto ed esploso le due cartucce attirando, tuttavia, le ire dei manifestanti. Secondo quanto appreso, la moglie e la figlia che guardavano la protesta dal balcone sarebbero state prese di mira dagli immigrati che hanno lanciato alcuni sassi verso di loro. Dopo l’esplosione dei colpi di fucile alcuni immigrati sono entrati nell’abitazione ma solo per protestare ad alta voce, senza ulteriori conseguenze. La situazione continua a essere molto tesa. Sul posto ci sono le forze di polizia che controllano l’evolversi delle cose, mentre nel frattempo arrivano altri immigrati dalla Piana di Gioia Tauro. Sono oltre duemila le persone concentratesi nelle strade di Rosarno
CONTATTO TRA MANIFESTANTI E RESIDENTI
Si è verificato un contatto tra gli immigrati che stanno protestando a Rosarno e i cittadini del Comune della Piana, ma senza conseguenze sebbene la tensione sia forte. Sono molti i giovani che stanno seguendo in strada la rivolta degli immigrati. Un cittadino italiano è stato fermato dalle forze di polizia dopo aver avuto una discussione con un immigrato che sta partecipando alla manifestazione. A questo punto gli amici e i cittadini rosarnesi hanno iniziato a protestare contro le forze dell’ordine, poi il giovane è stato rilasciato e la situazione è rientrata. L’apprensione in città è tanta, i negozi sono chiusi per paura che la protesta possa degenerare in violenza dopo la guerriglia di ieri.
IMMIGRATI LANCIANO PIETRE CONTRO TROUPE TG2
C’è stato un lancio di pietre, risoltosi comunque senza feriti, da parte di un gruppo di immigrati a Rosarno contro una troupe del Tg2, della quale faceva parte l’inviato Francesco Vitale. L’episodio è accaduto mentre gli immigrati, dopo avere sospeso la protesta davanti il Comune di Rosarno, stavano facendo rientro nel centro di ricovero in cui sono ospitati. Alla vista delle telecamere, gli immigrati hanno lanciato pietre contro la troupe. Francesco Vitale è stato anche colpito da un sasso, ad una spalla, ma non ha riportato lesioni.
COMMISSARIO PREFETTIZIO A IMMIGRATI, VI PROTEGGEREMO
«Vi invito alla calma e vi assicuro che avrete adeguata protezione». È quanto ha detto il commissario prefettizio del Comune di Rosarno, Francesco Bagnato, alla delegazione di immigrati che ha attuato stamattina la protesta davanti al Comune. «Vi garantiremo – ha aggiunto Bagnato – presidi di sorveglianza davanti ai centri di ricovero. Cercheremo, inoltre, di migliorare le condizioni igieniche in cui vivete, dandovi nuovi container per dormire e bagni chimici. Cercheremo, in sostanza, di darvi una condizione più umana, ma voi dovete tornare alla calma».
ABITANTI FANNO BLOCCO STRADALE, VIA GLI IMMIGRATI
Un gruppo di abitanti di Rosarno sta attuando un blocco stradale lungo il tratto della Statale 18 che attraversa il centro abitato. «Basta con gli immigrati – ha detto uno dei manifestanti – perchè siamo stanchi di questa situazione. Devono andarsene via». I promotori della protesta hanno chiesto di incontrare il commissario prefettizio del Comune, Francesco Bagnato, e in attesa dell’incontro mantengono il blocco stradale che sta provocando notevoli disagi alla circolazione. Sulla strada sono stati collocati cassonetti dei rifiuti e altri oggetti che impediscono il passaggio. Presenti anche le forze dell’ordine nel tentativo di indurre gli abitanti a sospendere la protesta
ABITANTI OCCUPANO COMUNE, NON VOGLIAMO IMMIGRATI
Alcune decine di abitanti di Rosarno stanno occupando il Municipio per protestare contro la presenza degli immigrati e chiedere che vengano mandati via. I promotori della protesta, mentre altre persone stanno proseguendo il blocco stradale lungo la Statale 18, hanno chiesto di incontrare il commissario prefettizio al quale, secondo quanto hanno riferito, vogliono chiedere di attivarsi immediatamente per fare allontanare gli immigrati che vivono in paese dopo gli incidenti accaduti ieri. «Non siamo più disponibili – ha detto uno degli abitanti – a tollerare questa situazione».
CARITAS, MIGRANTI SFRUTTATI DA ‘NDRINE
«Questi sono migranti sfruttati, anche dalle ‘ndrine locali. Sono persone esasperate. Il problema è serio e lo denunciamo da tempo». Lo ha detto don Ennio Stamile, responsabile della Caritas diocesana in Calabria, commentando la delicata situazione a Rosarno. Sottolineando che nulla giustifica il ricorso alla violenza e che gli atti violenti «vanno stigmatizzati», don Ennio ricorda che «non dare la giusta mercede agli operai grida vendetta al cospetto di Dio. È il catechismo che ce lo insegna». La questione ruota intorno al lavoro nero e al lavoro sottopagato: questi lavoratori – continua mediamente don Ennio – guadagnano 25 euro al giorno; devono inviare i soldi ai loro paesi per mantenere le famiglie (100 mila euro nell’ultimo anno) e devono anche vivere qui, «per loro resta ben poco; sono lavoratori che non riescono a tirare avanti e la crisi ha aggravato la loro condizione, esasperandola». Abusi e sfruttamento riguardano, spesso, anche le abitazioni dove vivono gli immigrati: anche per questo «ci chiedono aiuto». Don Emilio segnala che a volte, «ma sono circoscritti», ci sono stati episodi xenofobi: «I centri ascolto della Caritas lavorano per l’integrazione, noi collaboriamo con le istituzioni quando ce lo chiedono».
COMMISSARIO ROSARNO: DOBBIAMO MEDIARE
«Abbiamo cercato di dare sicurezza e tranquillità agli extracomunitari, assicurando loro che ci sarà una presenza più forte delle forze dell’ordine sul territorio. E abbiamo rassicurato i cittadini di Rosarno che non si può andare oltre la violenza che c’è stata ieri sera». Lo ha detto il commissario prefettizio di Rosarno, Domenico Bagnato, commentando la rivolta degli immigrati cui adesso sta seguendo una contromanifestazione dei cittadini rosarnesi. «È indubbio -ha aggiunto- che bisogna svolgere un’attività di mediazione tra le due comunità per evitare che possa accadere ancora qualche episodio di violenza, che potrebbe innescare una spirale peggiore di quella innescata ieri sera». Il prefetto Bagnato teme che l’ordine pubblico possa essere compromesso dopo le ultime vicende che hanno causato danneggiamenti di auto e case, e invita i cittadini a «tornare a essere solidali, terminato questo periodo di tensione, come hanno sempre dimostrato di essere in passato».
PREFETTO RIUNISCE IN PAESE COMITATO ORDINE PUBBLICO
È iniziata intorno alle 15 a Rosarno la riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica convocata dal prefetto, Luigi Varratta, per esaminare la situazione nel paese a causa delle proteste degli abitanti dopo gli atti di vandalismo compiuti dagli immigrati. «Ho deciso di riunire il Comitato – ha detto Varratta ai giornalisti – alla luce di quello che è accaduto ieri e stamattina e dello stato di tensione che si registra nel paese. Valuteremo la situazione sotto l’aspetto dell’ordine e della sicurezza pubblica adottando le decisioni più opportune. C’è la necessità di valutare le esigenze che vengono espresse sia dagli immigrati che dagli abitanti del paese, trovando la soluzione.
DENUNCIATO UOMO CHE HA SPARATO CON FUCILE
È stato denunciato in stato di libertà l’uomo di Rosarno che stamattina ha sparato in aria alcuni colpi di fucile a scopo intimidatorio in coincidenza col passaggio davanti alla sua abitazione di un gruppo di immigrati che stava raggiungendo il centro del paese. L’uomo è stato denunciato per il reato di spari in luogo pubblico. L’arma con cui ha sparato è risultata legalmente detenuta.
PREFETTO, NON SGOMBEREREMO NESSUNO CON LA FORZA
Non ci sarà, almeno nelle prossime ore, uno sgombero forzato degli immigrati che abitano le strutture fatiscenti alla periferia di Rosarno e che stanotte hanno dato vita ad una rivolta che ha messo a ferro e fuoco la città. Lo ha detto il prefetto di Reggio Calabria, Luigi Varratta, al termine del comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza, convocato d’urgenza dopo i fatti della notte. «Con la forza non sgombereremo nessuno – ha assicurato il prefetto – le persone saranno sottoposte a controlli e poi saranno adottati i provvedimenti previsti dalla legge». Il prefetto ha annunciato che questa decisione sarà comunicata ai cittadini, che chiedevano invece l’allontanamento degli immigrati, e ha ribadito la necessità che la popolazione resti tranquilla. «Facciano lavorare la task-force costituita su input del ministro Maroni – ha detto – e una soluzione si troverà. Mi affido al buonsenso dei cittadini e al loro senso di responsabilità». Il prefetto, inoltre, ha garantito che i controlli non riguarderanno solo gli extracomunitari ma anche i datori di lavoro che sfruttano gli immigrati.
ANCORA SPARI, GAMBIZZATI DUE MIGRANTI
È ancora caccia all’africano a Rosarno in Calabria. Due migranti in serata sono stati gambizzati da ignoti. I due feriti sono stati trasportati in ospedale.
ALMENO CINQUE IMMIGRATI FERITI IN INVESTIMENTI
Almeno cinque immigrati sono rimasti feriti in modo non grave, dopo essere stati investiti da auto guidate da cittadini italiani a Rosarno. Lo si apprende da fonti investigative, secondo cui gli investimenti sarebbero avvenuti in prossimità dei posti di blocco attuati dagli abitanti del posto. In un caso i responsabili dell’investimento sono stati fermati dai carabinieri.
ALTRI DUE EXTRACOMUNITARI FERITI A SPRANGATE
Altri due extracomunitari sono stati feriti pomeriggio dai cittadini italiani che stanno protestando a Rosarno contro la comunità straniera sul territorio. Sono stati colpiti con spranghe e bastoni sulla Ss 18, che collega Rosarno a Gioia Tauro. Entrambi sono stati trasportati all’ospedale di Polistena, secondo quanto si apprende uno di essi sarebbe grave. Sale quindi a quattro il bilancio dei feriti di oggi. Intanto secondo fonti investigative l’arma usata per ferire i due immigrati a Laureana di Borrello potrebbe essere un’arma ad aria compressa, come quella utilizzata ieri. Sul territorio si stanno inoltre allestendo tende da campo attrezzate per il primo intervento (postazione medica avanzata) nel caso si dovessero rendere necessari in seguito a scontri futuri.
MANGANELLI INVIA CONTINGENTE DI POLIZIA
Il capo della Polizia, prefetto Antonio Manganelli, ha disposto l’invio a Rosarno, in Calabria, di un contingente di forze di Polizia. La decisione è stata presa, d’intesa con il ministro dell’Interno Roberto Maroni, per assicurare un miglior controllo della situazione e dell’ordine pubblico, dopo gli scontri scoppiati ieri ad opera di gruppi di extracomunitari, seguiti al ferimento di due immigrati per i colpi d’arma da fuoco, sparati da un’auto con a bordo alcuni ragazzi del luogo.
NAPOLITANO,FERMARE SENZA INDUGIO OGNI VIOLENZA
Occorre «fermare senza indugio ogni violenza». Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano interviene così mentre a Rosarno non si attenua la tensione nello scontro tra immigrati e cittadini. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano – informa una nota dell’ufficio stampa del Quirinale – ha acquisito informazioni sui gravi episodi di Rosarno e segue con attenzione l’evolversi della situazione. Anche allo scopo di discutere e affrontare i problemi che interessano la cittadinanza è indispensabile fermare senza indugio ogni violenza.

da www.ilmegafonoquotidiano.it (9/1/10)

 

Te ne stai appoggiato al bancone di un bar e osservi. Chi entra. Chi esce. Cosa si scola. Oppure te ne stai appartato in un angolo a farti i cazzi tuoi. Cerchi di scomparire dietro un separé. Vuoi una sola compagnia. Il tuo alcol. L’alcol va bene per tutto. Ogni stato d’animo, ogni paura. Tranquillo basta un po’ d’alcol. Se ti tremano un po’ le mani, hai un po’ d’ansia, bastano due golate di qualsiasi cosa che tutto miracolosamente ti passa. Cerchi un bar ma dev’essere il bar giusto. Ci si deve poter sedere con calma. Il barman dev’essere veloce e soprattutto non deve giudicare. In Germania i camerieri sono fantastici. Appena si accorgono che hai finito la tua birra arrivano a portarti via il “vuoto”, e ti chiedono subito se ne vuoi un’altra. Te lo chiedono col sorriso. Non ti senti giudicato. Prima o poi lo sai che smetterai, ti rendi conto che l’alcol sta prendendo il sopravvento. Solo che non sai bene quando. Pensi che in fondo, beh cosa vuoi che faccia una birretta. Smetto quando voglio. Ci sono pressioni sul lavoro, in casa, da tutte le parti. Si aspettano sempre qualcosa da te e tu non sai se sei in grado. Scivoli tra pieghe di insicurezze. Annaspi. Hai paura. Hai sempre paura di sbagliare. Dimenticare la borsa con le pratiche in treno. Paura di aver sbagliato un conteggio. Hai sempre paura del giudizio degli altri. E’ come un circolo vizioso. L’alcol non risolve ma attenua. Allontana. Sfuma. Certo poi è peggio. È un periodo che è sempre peggio. Sempre peggio. Comincio alle dieci del mattino con la prima Ceres. Tiro fino a pranzo. Non mangio quasi un cazzo ma vado al bar per farmi: aperitivo, Ceres caffè e ammazza caffè. In mezz’ora. Mi serve per resistere. La sera quando chiudo bottega, prima di salire sul treno, ho preso un giro di aperitivi con gente che lavora nei dintorni, bancari, commesse, receptionist d’albergo. Stiamo lì fino a quando Lorenzo non ci sbatte fuori esausto. È in assoluto il miglior Barman della città. E non esagero come al solito. Lui fa l’apertura, viene qui alle sei e mezzo e ci sta fino alle ore 20. Il che vuol dire colazioni a tutti i pendolari vomitati dai regionali. Caffè: corto lungo macchiato caldo freddo tiepido non troppo lungo non troppo corto.. Fino alle 10. Dopo attaccano i lavoratori degli uffici,gli studenti con gli aperitivi, poi il pranzo. Insomma arriva alla chiusura che è distrutto, posso immaginare. Gli ultimi clienti siamo noi. C’è un tipo che prende il regionale per Nervi che conosce tutti i tipi di cocktail e ce li sta facendo provare in ordine alfabetico. E su ognuno ci racconta la storia. Maria la sanguinaria. Il Conte Negroni che si scolava i fondi alla fine dei party. Questo è un bel modo di bere. Con gli altri. Aumenta la socialità, la giovialità. Ce ne usciamo da lì e barcollando ci avviamo ai binari in questa vita di merda che è quella del pendolare. L’alcol serve a sdrammatizzarla. A renderla un po’ più leggera. Certo bere da soli è un’altra cosa. È la cosa migliore che ci sia. Arrivi a casa. Chiudi tutto fuori. E lei ti aspetta frizzante nel frigo ricoperta di goccioline. Ti spogli, cerchi le ciabatte. Posi tutto. E inizia la magia. Non voglio sentire telegiornali, disastri, governi che oscillano. Non voglio vedere film, quiz. E storie strappalacrime. Il silenzio. Il cavatappi che gira e buca il sughero. Il rumore che fa quando le tiri il collo. E quando lo vedi cantare mentre scivola nel bicchiere. Subito entra nel naso. Fa storcere i peli. Ecco ora giù nella gola. E tanto perché non si senta la testa. La testa non deve sentire niente. Né dolore, né paura, nostalgia. niente. Un silenzio fatto di vuoto. Bollicine. Carta e penna. Giovane è la notte. La mattina dopo vedi lo scempio delle farneticazioni che hai scritto sotto l’effetto dell’alcol. È l’altra faccia della medaglia. Hai nausea. Mal di testa. Mal di stomaco. Ti viene da vomitare. La testa è in una morsa. Ti sforzi di vomitare ma viene fuori solo del liquidastro. Ti fai schifo. Fai schifo. La pancia parte dalle tette. Hai sempre occhiaie. E soprattutto sei gonfio come un pallone. Non ce la fai ad alzarti. Le gambe pesano. Devo smettere. Devo smettere. Devo smettere. Devo smettere.

Due tre giorni fai la brava. Ma poi arriva il mercoledì. Nel mezzo della settimana. Tutto sembra bloccato. Ti senti leggermente sgonfio. Cosa vuoi che mi faccia una piccola mangiando? E poi la piccola mentre stai facendo l’ordinazione diventa una Ceres. E il piatto misto diventa una focaccina. Segue il caffè e naturalmente l’ammazzacaffè: Courvoisier, tanto per ricordare i bei tempi andati. E olè. Siamo sula cresta dell’onda. Stasera ci facciamo io e i miei amici qualche aperitivo che comincia con la emme. Manhattan. Poi domani è un altro giorno si vedrà. Esci dal bar e ti senti il padrone del mondo. Spaccheresti tutto. tutti travolgi con la tua furia. Allegria. Tristezza. Rabbia. I coloro si accendono. I contorni sfuocano dopo un po’.

Devo smettere devo smettere devo smettere.

Gli amici sono andati. Si vergognano ad invitarti alle cene. O almeno ne sei convinta. Di fatto nessuno ti invita più. Sul lavoro ti senti in colpa lo sai che non hai l’attenzione al massimo in certi momenti. Si vede da come compili i moduli. Una calligrafia a tratti sconclusionata.

Per questo ti serve un bar. Un angolo tranquillo dove non pensare che va tutto male.

Cerchi un anfratto. Una sicurezza. Una birra media. Due birre medie. E scaricare.

 La vicina di casa urla e strepita e piange. Non si sopporta più. Palazzi con le pareti di carta velina. Grida. Urla. Inveisce contro la madre. Volano parole grosse, ma soprattutto sembra che la madre non abbia il benché minimo controllo sulla figlia adolescente. Nel frigo c’è un cartone di Ceres. Quasi quasi vado di là e la offro a quelle due prima che si strappino i capelli.

Beveteci sopra. E passerà tutto.

È l’ora di cena. Sono sola nel mio appartamento. Sola con le vicine che urlano pazze d’ormoni e di rabbia. A volte la solitudine mi pesa come un macigno. È in questi momenti che l’alcol mi aiuta. È il mio migliore amico. E in questi momenti sono contenta di abitare sopra tre supermercati. Posso diversificare gli acquisti passando davanti a tre cassiere diverse senza sentirmi giudicata. Mi sembra sempre che chi mi vende il mio bere in qualche modo mi giudichi male. ho anche imparato a diversificare i bar. Non bevo mai Negroni nel bar dove faccio colazione di solito, ad eccezione di Lorenzo. In uno pranzo, in un altro bevo birra, in un altro superalcolici. Ci vuole un certo metodo. Ma bisogna anche fregarsene. Se nessuno bevesse ci sarebbero molti disoccupati. E poi si beve dai tempi dei Greci. Bacco…

Penso che sia arrivato il momento di stappare quella boccia di bianco che mi è rimasta nel frigo. Nettare degli Dei. Domani smetto. Domani smetto. Domani smetto.

Ecco. Cavatappi. Sughero. E liquido frizzante dalle narici alla testa. Domani smetto.

 Il sole apre varchi sottili di luce, disegnando un’idea di azzurro sui risvolti delle nuvole d’acciaio.

È la fine di ottobre e ancora cerco un senso a questa voragine che la tua morte ha aperto. Cerco impercettibili spiragli di normalità nella mia quotidiana fatica. Sono grata di queste piccole pagine che Angeles Mistreta mi regala lungo il viaggio. Tra le sue righe ritrovo il senso di un dolore provato.

Lo sferragliante e regolare andare del treno mi culla verso casa. Quale casa?

Non c’è più la casa.

La mia bambina schizza linee con le dita sulla superficie umida del finestrino. E guarda fuori il paesaggio mutare. Riempie l’aria ordinata con le sue domande. Il freddo dell’autunno si insinua tra i minuscoli buchi della lana. È un altro ottobre.

Tracce di te dovunque io vedo. Ma solo io le so discernere dal mucchio arruffato.

Io vedo il tuo sguardo sfuggente di poeta. Io vedo l’orlo della tua giacca. Io vedo le tue scarpe troppo lunghe. Le mani che gesticolano, da professore.

Corre, corre il treno. Macina i chilometri in questa sera d’ottobre in cui cade la stagione. Incagliata sotto un cielo che non sa, ti vedo ancora.

La mia bambina ride, si trastulla coi suoi quaderni pieni di colori, quadretti. Nell’astuccio le matite colorate aspettano pazienti di liberare gradazioni e sfumature.

Il dondolio dei vagoni mi culla e mi trasporta nel tempo lontano in cui mi nutrivo di noi. Tutto era noi. Noi era quando aspettavo la tua telefonata. Noi era il cinese all’angolo che camminava in fretta, fumando a testa bassa. Noi era il giornale che sfogliavo a distanza da te. Noi era la tua macchina che mi faceva sobbalzare. Noi erano i volumi sugli scaffali delle librerie.

Noi sarebbero le righe di questo libro insperato come la gratitudine. Noi era stare appoggiati al muretto a scorgere sugli altri la distrazione.. Noi era i gomiti appoggiati sulla tovaglia rosa di un ristorante. Noi era l’ultimo decaffeinato in autogrill. Noi era il mio cappotto di cammello. Noi era una macchia sulla cravatta.

Noi non era più quando tornavi dalla devota moglie.

Noi è scivolato giù una notte all’improvviso. Ho cercato di anestetizzarmi. Buttare tutto giù come una medicina troppo amara. Ingoiare il magone tutto d’un fiato. Ma il dolore è subdolo. Si insinua con i suoi spilli sottili, come il freddo nei buchi di questo maglione.

Il mio agire nel quotidiano è il frutto collaudato e sapiente di anni di esperienza. Si attiva nella memoria l’azione automatica. Non sento. Non vedo. Parlo con le altre mamme. Compro merendine. Riempio il carrello, stipo nel frigo, lavo, stendo, stiro. Un automa. La mia bambina esce da scuola e sulla faccia vedo tracce di avverbi, brandelli di tabelline e torno contenta con la sua mano nella mia. Balzi sulla piazzetta.

Corre ancora questo treno verso un buio che ho dentro. E la voragine si allarga ogni giorno.

Non sento. Non vedo.

Corre il treno verso casa. Quale casa??

 

IL PAGELLONE

di Marco Romagna

(Maegna)

 

Una delle cose che sempre mi ha esaltato del cinema, tanto da spingermi a studiarlo, viverlo ed amarlo, è che ognuno lo vede come vuole. Eccomi quindi a rendermi conto che c’è chi nota particolarmente il punto di vista tecnico, chi quello concettuale, chi si lascia semplicemente cullare dalle immagini e dai dialoghi. Ed eccomi quindi a litigare dentro di me, costantemente, con la critica cinematografica, con la quale è mediamente abbastanza difficile che mi trovi d’accordo. Provo un odio viscerale verso Gianni Canova, e mi prendo la responsabilità di ciò che dico, che riesce ad avere, in quanto critico famoso e quotato, un intero canale cinema di Sky che trasmette, salvo rari casi e comunque hollywoodiani, una quantità di porcherie e commercialate presentate peraltro come pura lezione di cinema e cinefilia (primo esempio che mi viene in mente è “Amore a prima svista”, in onda il 10.12.2009 alle 10.10), senza che mai un solo giapponese, autori di una fra le migliori cinematografie in circolazione (potrei citare un Kim-Ki Duk, o un Shinya Tsukamoto, o ancora un Takeshi Kitano piuttosto che un Nagisa Oshima) abbia mai avuto una sua opera sul canale, a parole, cinefilo di Sky. Mi dichiaro fin da subito esterofilo, amante, mediamente, del corpus di celluloide serbo, croato, rumeno, britannico, tedesco, francese, canadese ed asiatico (Giappone e Hong Kong in testa), ho un rapporto di amore ed odio con Hollywood, che riesce a tirare fuori il meglio ed il peggio anche all’interno dello stesso film, sto scoprendo il cinema australiano con lieta sorpresa e maltollero invece, con tristezza infinita, il brutto cinema italiano che si fa di questi tempi. Con ovvie eccezioni: Paolo Sorrentino è un genio assoluto, Matteo Garrone è l’ultimo grande neorealista (la definizione è di Quentin Tarantino, non propriamente l’ultimo degli stronzi), lo stesso Emanuele Crialese è un altro giovane molto bravo, ed è da tenere d’occhio, a giudicare dall’ottima opera prima (“La doppia ora”, presentata a Venezia 66), Giuseppe Capotondi. Per il resto è difficile beccare una pellicola davvero buona uscita da Cinecittà negli ultimi anni, i grandi vecchi sono o morti o rincoglioniti, i sempre sopravvalutati (leggi Giuseppe Tornatore) stanno dimostrando di aver azzeccato due o tre film e per il resto di essere dei mediocri cineasti, uno dei regista tecnicamente più dotati, Gabriele Muccino, è migrato negli Stati Uniti dove dimostra di continuare a non avere mai avuto un’idea, ma di essere solo ed esclusivamente bravo a mettere la macchina da presa, e comunque non quanto il già citato Sorrentino.

Questo enorme cappello va come premessa al fatto che ciò che, se avete avuto la pazienza di arrivare fino a questo punto, cosa della quale non sono assolutamente sicuro, vi accingete a leggere, sarà con ogni probabilità in netto contrasto con ciò che avete già letto in merito da parte della critica vera, e che trattandosi di opinioni strettamente personali di un cinefilo, non di un addetto ai lavori, non dovete accettare la mia idea, ma considerarla al massimo uno spunto.

C’è una seconda premessa, obbligatoria ma stavolta breve, da fare: il Torino Film Festival, come ogni festival cinematografico, si articola in vari giorni, in questo caso nove (otto effettivi, visto che il primo prevede poche proiezioni pre-inaugurali), e su varie sale, in questo caso undici. E’ impossibile riuscire a vedere, fra film in concorso, fuori concorso, cortometraggi, ducumentari, eventi speciali e retrospettive, tutto. Ma incastrando bene gli orari, e mettendosi nell’ordine di idee che dalle 8 del mattino alle 2 di notte si deve stare al cinema, si riesce a fare una selezione molto ampia con pochi rimpianti.

Personalmente, rimanendo fra i 5 e i 6 ingressi in sala al giorno (i corti sono accorpati in gruppi di 4 o 5 consecutivi), non mi avessero spaccato due finestrini della macchina avrei perso meno tempo, sono riuscito a vedere 51 film (il che in 8 giorni è una media di tutto rispetto). Però è anche vero che questo pagellone è il mio pagellone, è ciò che sono riuscito a vedere personalmente. Ognuno ha il suo.

Premetto altresì che ai Festival pretendo un certo tipo di qualità, quindi non stupitevi se troverete i miei voti mediamente bassi, probabilmente vedendo gli stessi film in TV li avrei giudicati con un metro di giudizio un po’ più bonario.

Partiamo da quelli in concorso, in rigoroso ordine alfabetico:

ADAS / TRANSMISSION di Roland Vranik (Ungheria, 2009, 35mm, 95′) voto 5

Drammone psico-catastrofico dove la catastrofe non si vede. Questo lungometraggio parte dalla, non spiegata, premessa che tutti gli schermi si siano spenti (sai che tragedia!). Non c’è la televisione, non ci sono i computer, la “vita normale” è stata strappata ai cittadini di questo quantomeno strambo villaggio. In questo scenario, già stupido e insensato di per sé (della serie: perché fare un film su questa cagata?), si innestano le vicende di tre fratelli, non ce n’è uno normale, e delle rispettive famiglie. Uno dei tre uccide accidentalmente la moglie durante una lite e rimane solo con le due insopportabili bambine (che poi spariscono nel nulla e riappaiono improvvisamente), un altro non riesce a dormire da settimane ed è una sorta di zombie che compie atti inconsulti, fra cui murare il suo meraviglioso giardino vista mare, il terzo conosce una tizia in piscina e inizia con lei una storia d’amore che troverà il capolinea appena lei scoprirà che ha aiutato il primo fratello a seppellire il cadavere della moglie. Qualcun altro, personaggi praticamente non caratterizzati, medita sullo spegnimento degli schermi congetturando teorie strampalate su una sorta di ipnosi di massa, strada che viene introdotta e poi abbandonata una decina di pagine di sceneggiatura dopo.

Dal punto di vista prettamente tecnico non è male, ha una discreta regia, con buoni movimenti di macchina e buon gusto nella scelta delle inquadrature, una buona fotografia, sia sull’esterno giorno sia sul dark notturno. Si tratta di una pellicola non molto parlata, con qualche spunto interessante sui rapporti umani fra i personaggi, caratterizzati, devo dire, abbastanza bene. Ma non basta per rendere una cagata, quale è, un prodotto gradevole.

LA BOCCA DEL LUPO di Pietro Marcello (Italia, 2009, DigiBeta, 67′) voto 5/6

Ecco che qui diventerò impopolare. Questo film ha vinto il 27TFF ed io gli dò una, seppur non grave, insufficienza. Insufficienza non dettata dal film in sé, che anzi è una docufiction molto interessante e ben fatta, con un’ottima sceneggiatura, ma dalla regia che in alcune parti proprio non mi è piaciuta: innanzi tutto mi infastidisce, al cinema, il formato 4/3, e questo già fa perdere punti, inoltre, sebbene siano molto suggestive alcune vedute e siano stupende le immagini d’archivio, ho maltollerato, come primo esempio che mi viene in mente, un’intervista importante, brillante e divertente di circa sei o sette minuti resa con un pessimo piano a due in campo fisso.

La vicenda, vera, è quella di Enzo, calabrese venuto a vivere a Genova da bambino e dedito da sempre, a sua detta, a piccole attività criminali, dal contrabbando di sigarette già da bambino in poi. Arrestato, in carcere conosce Mary, transessuale e compagna di una vita. E’ molto interessante vedere il contrasto fra l’uomo, rude e molto mascolino, e il fatto che da più di trent’anni sia ‘marito’ di una trans. Il film, ripeto ancora una volta di carattere assolutamente documentaristico, si apre con il ritorno a Genova di Enzo, dopo un altro soggiorno in carcere. L’audio di qeusta parte sono le vere musicassette che Mary ed Enzo si sono mandati durante i soggiorni in carcere, sono audiolettere d’amore, di una tenerezza molto toccante. Qui subentra la parte di fiction, con quest’uomo tormentato che si aggira per la città, Sottoripa, Piazza Banchi, il porto con i suoi container, i caruggi, la Lanterna. Il tutto intervallato da splendide immagini d’archivio, dai tuffatori a Nervi negli anni ‘30 ai filmini, amatoriali e non, che ritraggono la vecchia Genova, nello splendido bianco e nero ingiallito dagli anni e sgranato delle super8. Enzo a un certo punto si vedrà in un bar, dove racconterà agli altri avventori di essere stato più volte in carcere e perché. Fine della fiction, ricomincia a spron battuto il documentario. Si passa a casa di Enzo, con la sua Mary, e solo a questo punto si capisce che si tratta di un trans. C’è la già citata lunga intervista, quasi monologata da Mary, mentre Enzo, seduto vicino, gioca col cane ed interviene di tanto in tanto, per puntualizzare qualcosa.

L’insufficienza che ho dato, lo ammetto, è per lo più perché questo lavoro mi ha fatto incazzare per i suoi piccoli e grandi difettucci. Si tratta di un documentario molto interessante, che consiglio, però ritengo che con questa storia, con questo materiale di archivio e con questi personaggi si sarebbe potuto fare di più. Anche perché nelle vedute della città Pietro Marcello ha dimostrato di saper tenere una macchina in mano. In altre parti invece ha preferito fare il compitino, come uno studente dams interessato maggiormente ad altri aspetti del corso di laurea all’esame di cinema documentario. E questa cosa, che fatta da uno studente va benissimo, è a mio avviso intollerabile da parte di un filmmaker, uno che ha avuto la sconsiderata botta di culo di farcela. Ed è quindi scandaloso, a mio avviso, che abbiano tributato la vittoria e 25mila euro ad uno che sarebbe anche bravetto ma ha preferito trascurare buona parte dell’aspetto tecnico.

CRACKIE di Sherry White (Canada, 2009, 35mm, 94′) voto 6

Mitsy”, cito il programma ufficiale, “è un’adolescente abbandonata dalla madre alcoolizzata che vive con la nonna burbera e soffocante. Il suo sogno è di diventare parrucchiera, la sua vita affettiva si limita alla relazione con un fannullone e all’adorazione ossessiva di un cane. Il ritorno a casa della madre farà esplodere le tensioni”. Innanzi tutto, per far meglio capire la stabilità della famiglia, occorre precisare che sia la madre sia la nonna sono puttane, e che Mitsy, questa sfigata cosmica, viene chiusa nella sua stanza dalla nonna quando questa vecchia tettonissima e truccatissima, anche abbastanza ridicola in realtà, si fa bombare da chiunque le capiti a tiro purché le dia qualche dollaro. E’ un lungometraggio che, lo ammetto, a tratti mi ha un po’ annoiato. Ma sono anche conscio del fatto che questo mio lieve annoiarmi sia dato dal fatto che questo film tratti problematiche tipicamente ed esclusivamente femminili, donna la regista, donna la sceneggiatrice, donne tutte le interpreti, tranne un personaggio secondario e un cane. E nonostante tutto ho trovato dei punti e degli spunti davvero interessanti. Partendo dalla tecnica, si tratta di un’opera prima e la regia è davvero ben fatta, infarcita di buoni pianisequenza quando diventa necessario rallentare il ritmo e con un buon montaggio, mai forsennato ma abbastanza dinamico, quando vuole prepararsi ad un climax di emozioni ed avvenimenti. Inoltre un altro punto di vantaggio ‘visivo’ è dato dalle location canadesi, veramente splendide dal punto di vista naturale. Dal punto di vista della sceneggiatura è trattato molto bene il passaggio psicologico che avviene nella mente della diciassettenne, il rapporto di amore-odio con i cari che tutti noi abbiamo vissuto. Sto parlando soprattutto del rapporto con la nonna, che passa più volte da peggiore nemica ad unica persona della quale Mitsy si possa fidare, unica persona che le voglia veramente bene, che la capisca e che la aiuti. Il rapporto delle due con il cane è uno stratagemma che in questo senso funziona molto bene.

GET LOW di Aaron Shneider (USA, 2009, accreditato come HD (proiettato però da 35mm), 101′) voto 7

Felix Bush per quarant’anni ha vissuto come un eremita nelle foreste del Tennessee, vestiti laceri, lunga barba bianca, caratteraccio. Un giorno, fucile in mano, si presenta in paese, pieno di dollari, per organizzare il suo funerale. Vuole infatti essere presente al suo funeral party, al quale invita chiunque sappia una storia su di lui. Giganteggiano Robert Duvall, che interpreta Bush, e Bill Murray, che interpreta il titolare della ditta di pompe funebri, rendendo questa commedia molto divertente. Tutta la vicenda si sposta poi sulla ricerca di qualcuno che sappia il segreto di Bush, quello che, a breve diventerà chiaro, lui stesso vuole che esca ma non ha il coraggio di raccontare personalmente. Fino alla grande rivelazione, che fornirà lui stesso con un monologo che dovrebbe a pieno diritto entrare immediatamente nella storia del cinema (che attore Robert Duvall!). E qui l’unico grande difetto del film: è una commedia davvero spassosa, molto ben recitata, con una regia bellissima e molto arzigogolata (altro esordiente da tenere d’occhio), ma la grande rivelazione intorno alla quale gira tutto il film è una cazzata, un buco di sceneggiatura. Che gli ha fatto perdere un punto, perché se avesse anche detto qualcosa di davvero profondo, e ce n’erano le premesse, sarebbe stata una pellicola da 8, 8 e mezzo.

GUY AND MADELINE ON A PARK BENCH di Damien Chazelle (USA, 2009, HD, 82′) voto 5

Guy e Madeline sono fidanzati da tre mesi. Trombettista jazz lui, disoccupata alla ricerca spasmodica di un lavoro lei. Guy conosce in metropolitana Elena e la storia con Madeline pare giunta al capolinea, e a questo punto toccherà a Madeline tentare di rimettere un po’ in ordine la propria vita. Un film soporifero, girato in un brutto bianco e nero sgranatissimo (amo il bianco e nero più del colore tendenzialmente, ma qui ha solo reso ancora più soffocante un film già di per sé noioso). In alcune parti sembra quasi documentaristico, con la macchina a mano sempre lontana dall’azione, in altre sembra un musical, monco però di reali canzoni, ha solo qualche apertura musicale (neanche eccezionale a dirla tutta). Ho avuto serie difficoltà a stare sveglio.

LA NANA / THE MAID di Sebastian Silva (Cile, 2008, HD, 94′) voto 6/7

Raquel è cameriera da oltre vent’anni di quella che considera un po’ la sua famiglia. Ormai scorbutica, prende molto male l’idea che, complici i suoi ripetuti mal di testa, le si voglia affiancare un’altra cameriera, più giovane, perché su di lei gravi meno lavoro. Dopo averne fatte scappare due, tratterà malissimo anche la terza, Lucy, la quale però le dimostrerà un’umanità ed un affetto che faranno cambiare radicalmente Raquel e le faranno capire che è possibile avere un’amica ed una famiglia vera, le faranno capire che la vita è altrove. Bel film, ben girato, interessante e ben fatta la caratterizzazione del personaggio di Raquel, che deve risultare, e ci riesce in pieno, prima insopportabile e poi eccezionale, intenerendo il pubblico, con un cambio radicale di punto di vista, reso magistralmente. Questo cambio di punto di vista è dato da una scena chiave, girata nel bagno, dove, attraverso ciò che dice e fa Lucy, Raquel non risulta più una stronza da prendere e appendere al muro, ma una persona che ha bisogno di aiuto, ha bisogno di affetto, una persona quasi esageratamente umana.

NORD di Rune Denstad Langlo (Norvegia, 2009, 35mm, 78′) voto 8,5

Uscirà anche in Italia, distribuito dalla Sacher di Nanni Moretti. E’, per il mio gusto, un capolavoro. Uno dei più bei finali che io abbia mai visto al cinema (interessante come questo finale meraviglioso sia stato sottolineato anche dal direttore del Festival Gianni Amelio, col quale mi sono stupito di essere d’accordo), una regia strepitosa, con lunghe panoramiche polari e claustrofobici primi piani, una fotografia da applausi (anche se più che altro il direttore della fotografia ha ben regolato il diaframma, trattandosi buona parte di esterni giorno fra controsole e neve che riflette la luce).

Protagonista è Jomar, ex sciatore professionista costretto, a causa di una fastidiosissima ambliopia (leggi momenti di cecità temporanea) dovuta al riflesso della neve, a ritirarsi come guardia di un impianto sciistico. Un giorno si presenta alla sua porta il suo ex migliore amico, che nel frattempo gli ha fottuto la donna, il quale gli rivela, fra un pugno e l’altro, che il figlio della donna è in realtà di Jomar. Jomar dà inavvertitamente fuoco alla casupola della stazione sciistica e decide, con una botte da cinque litri di superalcoolico come unica provvista, di partire in motoslitta verso nord, alla ricerca del figlio. Da qui parte un bellissimo road movie, che non esiterei a ribattezzare snow movie, un po’ in motoslitta, un po’ sugli sci, poetico, frizzante, un po’ commedia un po’ drammatico, in un continuo chiasmo quasi tragicomico. Stupenda la caratterizzazione sia di Jomar sia dei vari personaggi che incontra in questo lungo viaggio attraverso suggestivi paesaggi artici, interessantissimo vedere come la troupe sia riuscita a girare pur essendo a febbraio e marzo, i mesi più freddi, circa 500 chilometri a nord del Circolo Polare Artico. Per quando uscirà, si dice verso marzo, consiglio caldamente a tutti la visione di questo film.

LE ROI DE L’EVASION di Alain Guiraudie (Francia, 2009, 35mm, 97′) voto 6,5

Armand è sovrappeso, gay e annoiato dalla vita da single. Salva dallo stupro, praticamente comprandone la virtù in una scena deliziosamente spassosa, una ragazza sedicenne, Curly, e a breve si scoprirà innamorato, ricambiato, di lei. Su questo amore impossibile ecco installarsi la stramba famiglia di lei, un gruppo di poliziotti non molto credibili e una radice dai poteri incredibilmente afrodisiaci. Da qui si snoda una commedia senza particolari pretese, e quindi proprio per questa mancanza di pretese godibile. E’ un film che non lascia nulla, non fa riflettere, ma che permette di staccare la spina per un’ora e mezza senza scadere nella estrema stupidità che allo stato attuale del cinema sembra, tristemente, l’unica alternativa alla filosofia. E’ una cazzata, e come tale viene dichiarata, ma carina. E con un finale inaspettato ed ilare.

SANTINA di Gioberto Pignatelli (Italia, 2009, DigiBeta, 78′) voto 2

Aiuto! Una porcata indecente. Lo sperimentalismo al cinema mi è sempre piaciuto, ma non deve essere fine a se stesso, e soprattutto non deve essere brutto e insensato. Continui cambi di formato, che danno l’idea di essere semplici errori, totale mancanza di senso e gran capacità di inculcare fastidio estremo in chi sta guardando lo schermo. Sostiene di partire da una parte de ‘La Storia’ di Elsa Morante, ma penso sia inutile specificare, dopo la mia premessa, che non c’entra un cazzo. O quantomeno non si capisce in che modo c’entri. Ma andiamo nello specifico. Inquadratura iniziale: un pezzo di muro male illuminato quasi fuori fuoco, come audio i primi 3 o 4 secondi di ‘Nancy’ di Fabrizio de Andrè in loop (“Un po’ di tempo fa…un po’ di tempo fa…un po’ di tempo fa…un po’ di tempo fa…un po’ di tempo fa”), al che il mio fisico ha già iniziato ad alternare conati di vomito e bestemmie represse. L’inquadratura passa su un letto dove c’è una inguardabile donnina di un metro e 20 per 270 chili circa (la prostituta uccisa nel libro), supina e nuda. Stacco e viene ripetuta la stessa inquadratura ma la prostituta è piena di sangue (nero, fatto malissimo). Poi, dal nulla, un primo piano di un tizio (chi è?) che fuma guardando in macchina. Stacco. Un altro tizio (chi è anche questo?) corre fra papaveri e spighe di grano in un campo. Altro primo piano. Dopo un po’ ho capito che, per giustificare la presenza di un personaggio, il regista lo fa fumare in modo che un minimo movimento lo abbia. Dopo altre parti altrettanto orride che fortunatamente ho rimosso, un altro tizio corre inseguito da un cane fatto (malissimo) a cartone animato. Però fuori sincrono, ovvero il tipo corre, fermo immagine, il cane si muove, il cane si ferma e si sblocca il fermo immagine. Un po’ di volte. Al che, sentitomi preso per il culo, sono uscito dalla sala una ventina di minuti prima e sono andato a scolarmi un paio di negroni come aperitivo.

TORSO di Yutaka Yamazaki (Giappone, 2009, 35mm, 104′) voto 7,5

Mi chiedo spesso come sia vissuta la sessualità in Giappone. A giudicare dai film non riesco a capire se i costumi siano estremamente liberi o estremamente bacchettoni. Questo film narra la storia di due sorelle, una delle quali particolarmente repressa. Vistasi strappare il ragazzo proprio dalla sorella minore, è diventata un’erotomane di livello importante, e sostanzialmente ha una relazione con un manichino gonfiabile, un torso appunto. Questo manichino non ha né testa, né gambe, né braccia, ma ha in compenso, continuando a gonfiarlo, una minchia veramente enorme. Dalla storia d’amore con questo manichino si passa alle vicende interpersonali fra le due sorelle, in un rapporto di amore fraterno e di odio fra rivali in amore. Ero scettico ma mi è piaciuto davvero. Mi è piaciuto per il suo saper scavare in profondità senza particolare invadenza, mi è piaciuto per la scelta di montare molto poco, preferendo il pianosequenza, mi è piaciuta l’idea di girare tutto a mano (con un operatore della madonna, stabilissimo), non fisso come una inquadratura cavallettata, non fluido come una steady, rendendo quindi le immagini più personali, più documentaristiche, più vere e vive.

VAN DIEMEN’S LAND di Jonathan auf der Heide (Australia, 2009, 35mm, 104′) voto 8,5

Altro film al quale, per motivi differenti da quelli di Nord, avrei personalmente tributato la vittoria. Narra la vera storia di Alexander Pierce, evaso nel 1822 con sette compagni da una colonia penale britannica (dove i prigionieri non è che fossero trattati un granché, si può immaginare). Van Diemen’s Land è l’antico nome dell’attuale Tasmania, terra d’origine dell’esordiente regista e luogo dove è realmente ambientata ed è stata girata la vicenda. Fra inglesi e irlandesi, compagni di fuga, si inizia con diffidenza, perché poi la situazione precipiti ulteriormente con una marcia serrata ma lunghissima e pesantissima, sotto pioggia e neve, attraverso fiumi in piena, fango e animali, in una foresta selvaggia ed inesplorata. Inevitabile che a breve finiscano le provviste, e intuibile che prima o poi la sopravvivenza debba sfociare nel cannibalismo. Uccidere per non essere ucciso, mangiare uomini perché altri uomini non mangino te. Il tutto scandito da una bella regia, con un’immagine molto curata (anche qui complici le eccezionali location), una fotografia perfetta ed una precisa scelta stilistica che prevede, in tutto, enorme lentezza. Ci sono scene quasi ripetute da un giorno all’altro, il film tutto ha struttura quasi modulare. Questa lentezza non è noiosa, ma necessaria. Riesce a far immedesimare il pubblico nella vicenda, riesce a renderlo partecipe, riesce a far capire le problematiche di una marcia del genere. Se non fosse lento e riflessivo, questo non sarebbe possibile. E il regista, a questo proposito, è stato bravo a non cadere nella noia, inserendo dialoghi che facciano capire la psicologia dei personaggi a poco a poco, mantenendo quindi vivo l’interesse, e qualche scena che, nel pieno della tragedia, sdrammatizza e fa ridere, come un “Fuckin’ Christ” urlato come liberazione da uno dei fuggiaschi che, dopo giorni e giorni, riesce a cagare. Davvero bello, anche se temo sarà molto difficile vederlo in Italia.

YOU WON’T MISS ME di Ry Russo-Young (USA, 2009, HD, 81′) voto 4/5

Film che non dice nulla, anzi brutto. Shelley esce da un ospedale psichiatrico e la sua vita si snoda fra sesso occasionale, amici buona parte falsi, litigate tremende e provini come attrice, che puntualmente vanno male a parte la volta che il regista la vorrebbe ma lei, inspiegabilmente, gli dà del coglione montato e se ne va. Il tutto scandido da qualche colloquio con lo psichiatra. Tecnicamente senza infamia e senza lode, ma il lato tecnico dignitoso viene smontato da una sceneggiatura davvero pessima.

ZHA LAI NU ER / JALAINUR di Zhao Ye (Cina, 2008, HD, 92′) voto 4

Il 4 che ho generosamente tributato è per la tecnica. Ecco, questo film mi ha dato fastidio. Una regia e una fotografia di una bellezza sconvolgente, non c’era una sola inquadratura che non fosse solo perfetta, ma anche geniale, oltre il massimo raggiungibile. Continui cambi di fuoco, suggestive carrellate in giro per la Mongolia, un uso davvero molto sapiente dell’ombreggiatura sui volti, silouhettes al tramonto, colori splendidi con il polarizzatore quasi sempre montato ad aumentare i contrasti. Tutto questo per raccontare una delle vicende più noiose e meno interessanti possibili. Un vecchio ferroviere va in pensione, e un giovane lo segue quasi a guisa di scorta fin dalla figlia. Solo al ricongiungimento del vecchio con la figlia il giovane tornerà indietro (il vecchio, non volendolo, non gli ha rivolto la parola tutto il viaggio, nel momento in cui si decide e lo invita ad andare con lui il giovane sparisce) e dimostrerà di essere totalmente pazzo, giocando a basket a torso nudo in mezzo alla neve con sconosciuti impellicciati. Fine. Bello, no?

Non visti

BASECO ROYAL BOYS di Ralston Jover (Filippine, 2009, Betacam, 93′)

CHI L’HA VISTO di Claudia Rorarius (Germania, 2009, 35mm, 88′)

MEDALIA DE ONOARE di Calin Netzer (Romania, 2009, 35mm, 105′)

FESTA MOBILE (Fuori concorso)

TETRO di Francis Ford Coppola (USA, Argentina, Spagna, Italia, 2009, 35mm, 127′) voto 8,5

Finalmente Francis Ford Coppola torna a buoni, anzi ottimi, livelli. Dimenticatevi però il Padrino e Apocalypse Now, quelli sono altre cose. Con questo Tetro, girato con la Red e trasferito poi in pellicola, con la particolarità di avere il presente in 2,35:1 in bianco e nero e i flaskback in un più ristretto 1,88:1, ma a colori, quest’ultimo film di Coppola è un melò molto ben riuscito. Unico difetto che riesco a trovare è un calo di sceneggiatura negli ultimi 20 minuti, ma dopo 2 ore il pubblico si è immedesimato nei personaggi, molto ben costruiti, e continua a trovare interesse fino al colpo di scena finale, al quale si arriva gradualmente, senza passaggi particolarmente bruschi. Coppola ha detto, nella presentazione, presumo fosse la prima europea, di aver avuto come molla nella scrittura del lungometraggio l’associazione di idee fra una farfalla, attirata dalla luce che la condurrà, probabilmente, alla morte, e un uomo quasi in trance, sconvolto, che viene allo stesso modo attratto dai fari delle auto che sfrecciano.
La vicenda narra la tormentatissima storia di due fratelli, i fratelli Tetrocini (da cui il titolo originale ‘Tetro’, stuprato nella versione italiana ‘Segreti di famiglia’), valenti scrittori e figli di un grande e famoso direttore d’orchestra, che si ritrovano dopo anni di fuga del maggiore in Argentina. Da questa premessa parte un drammone che funziona, e molto bene, sul ritrovarsi, sul vincere le ritrosie, sul ricominciare una vita che si è voluta abbandonare. Va da sé che gradualmente si troveranno, sempre in crescendo, le piccole e grandi rivelazioni, che faranno scoprire la psicologia dei personaggi al pubblico in una lenta ma molto profonda ed interessante caratterizzazione. Ed ecco che Tetro, il grande, si scoprirà con serie turbe mentali, ecco che la sua divina moglie si scoprirà la sue ex psicologa, ecco che le turbe mentali verranno a poco a poco esplicitate e giustificate. Oltre non vado, lo consiglio caldamente però.
L’uscita italiana dovrebbe essere, a quanto vociferato, verso marzo, spero che il doppiaggio non lo rovini troppo.

THE BLIND di Nathan Silver (USA, 2009, HD, 98′) voto 3/4

Brutto. Le vicende del rapporto in crisi fra un architetto frustrato ed una casalinga sfigata, Marcus e Kate, con un vicino di casa a cui lasciano le chiavi per sicurezza e che, molto malato, diventerà l’unico conforto per Kate nei momenti peggiori. Diviso in tre capitoli, fantasiosamente intitolati ‘Marcus’, ‘Kate’ e ‘Marcus and Kate’ (già della serie mavavangulo), è un drammone dove non succede niente. Leggo poi, dopo averlo visto, il prospetto del programma e vedo che questo film viene esaltato per i rimandi hitchcockiani. Rimandi hitchcockiani??? Semmai antonioniani post ictus, direi piuttosto. Sostanzialmente la vita va avanti fra lei che si annoia e lui e che riesce a farsi commissionare una chiesa, salvo poi portare un modellino totalmente diverso dai disegni iniziali e a farsi quindi, giustamente, mandare a spigolare dai committenti. In mezzo si mollano e riprendono un paio di volte. Insomma, un porno sarebbe stato nettamente più interessante e godibile.

LA COSA GIUSTA di Marco Campogiani (Italia, 2009, 35mm, 100′) voto 7

Nonostante il mio essere tendenzialmente refrattario ai film italiani, devo dire che questo lavoro, per quanto senza particolari pretese, non è male. Due poliziotti di carattere molto differente (Paolo Briguglia ed Ennio Fantastichini) devono sorvegliare un arabo sospettato di terrorismo. Col tempo i rapporti fra di loro, inizialmente tesi, diventeranno molto buoni, e il sospettato si rivelerà invece una persona molto brava e umana, vittima di un errore giudiziario ma ingiustamente espulso. Girato fra Torino e la Tunisia, a cavallo fra commedia e noir, con qualche lieve richiamo hitchcockiano, qui si, la vicenda si snoda in maniera abbastanza lineare, senza particolari fronzoli, sfornando a costi di produzione e tempo nelle riprese molto ridotti, si vede, un prodotto comunque ben più che sufficiente.

FANTASTIC MR. FOX di Wes Anderson (USA, 2009, 35mm, 87′) voto 9

Capolavoro dell’acclamato regista de ‘I Tenebaum’ e de ‘Il treno per il Darjeeling’. Un gioiellino di animazione stop-motion, forse a tratti un pochino scattoso, ma chi se ne frega. Si tratta di un cartone animato non per bambini, con un’ironia sottilissima, divertentissimo, cattivo, e anche qualche riferimento sessuale (sui trascorsi poco limpidi della signora Fox). Tratto da un’opera minore di Roald Dahl, ‘Fantastic Mr. Fox’ narra le vicende di, appunto, Mr. Fox, furbissima volpe con un passato da ladra di polli professionista magistralmente doppiata da George Clooney, della sua famiglia e dei suoi amici (doppiati anche questi da un cast strepitoso, da Meryl Streep a Bill Murray, da Willem Dafoe a Owen Wilson, solo per citare i più famosi), in lotta contro tre proprietari terrieri e allevatori cattivissimi e pericolosissimi. Per quanto sia un cartone, la mano di Wes Anderson si ritrova in ogni inquadratura e movimento, il suo stile personale ed inconfondibile è stato perfettamente trasportato su un tavolo da passo uno. Questa era la prima europea, uscirà in Italia a metà del 2009. E lo andrò sicuramente a rivedere, è nettamente il film che più mi è piaciuto a questo Festival, un capolavoro assoluto.

KINATAI di Brilliante Mendoza (Filippine, 2009, 35mm, 110′) voto 4

Ma perchè non sono andato a mangiarmi un kebab? Film bruttissimo di un regista che già da tempo considero un cane, espressione massima del cinema filippino che, personalmente, non sono mai riuscito a soffrire. La trama, confusissima e quasi incomprensibile, parte dal matrimonio di due giovani, poveri ma felici. Poi, dal nulla, salta al novello sposo che viene trascinato dagli amici in una macchina che percorre le strade più buie di Manila, caricando donne e pestandole a morte. Il tutto senza un neanche vagamente definito filo logico e con una cura dell’immagine pari a quella del filmino delle vacanze dei miei. Girato interamente a mano, ma stavolta da un operatore affetto da una grave forma di morbo di Parkinson, riesce a far provare una netta sensazione di mal di mare, il che nelle comode poltrone di un cinema è impresa davvero difficile e raggiunta con successo. Inoltre, per dare un’ulteriore idea di quanto sia quasi improvvisato, c’è una scena, iniziale, esterno giorno con decine di comparse. Si desume però chiaramente che le comparse fossero inconsapevoli, visto che continuano a guardare in macchina, risultando peraltro parecchio moleste. Come abbia fatto questa porcata a prendere la migliore regia a Cannes non è dato saperlo, visto che è proprio a partire dalla regia che è iniziato il mio disgusto verso questa rumenta di lungometraggio.

MADE IN HUNGARIA (Ungheria, 2009, 35mm, 109′) voto 5,5

Musical rock’n'roll senza pretese particolari, e per quanto mi riguarda senza infamia e senza lode. Il mezzo punto sotto la sufficienza è dato, lo ammetto, per un mio particolare e fazioso fastidio quando mi capita di assistere a qualcosa di troppo anticomunista.

Un simpatico ragazzo torna in Ungheria, ad un punto non meglio precisato degli anni ‘60, dopo quattro anni negli Stati Uniti, espulso per le idee comuniste del padre. Abituato agli standard di vita e alla musica americana, importerà nella sua terra natia la passione per la musica moderna. Ovviamente provocando il caos nelle rigide e severe regole poste dai funzionari addetti alla cultura giovanile. E’ una commedia musicale frizzante, godibile, carina, con il difetto storico di dipingere le autorità comuniste come una schiera di bamboccioni mezzi deficienti fermi ai cinquant’anni prima. Sicuramente non saranno stati filoamericani, ma dipingerli totalmente stupidi mi pare esagerato dall’altra parte: sembrano, con paragone disneyano, Manetta quando non capisce un belino delle strategie già di per sé elementari di Basettoni.

NEW DENMARK di Rafael Ouellet (Canada, 2009, HD, ‘73) voto 5

La sedicenne Carla passa l’estate lavorando nell’albergo di famiglia ed affiggendo manifesti della sorella maggiore, misteriosamente scomparsa da un mese. Nella ricerca l’aiuteranno un’amica ed un avventore dell’hotel semisconosciuto, che vaga ascoltando e registrando rumori della natura. Ad un certo punto Carla ricorda il nome New Denmark, luogo mitizzato dalla sorella, e parte con un’amica. Nonostante il ritrovamento del cadavere della sorella, Carla non si vorrà arrendere e vivrà nella speranza di poterla un giorno riabbracciare.

Film interessante perché girato con budget ridottissimo e mezzi scarsissimi, molto poco parlato e tanto riflessivo, il che lo rende però un po’ pesante e a tratti noioso. Non è brutto, ma non mi ha detto nulla di che.

NOWHERE BOY di Sam Taylor Wood (UK, 2009, 35mm, 96′) voto 7

Da un libro di Julia Baird, sorellastra di John Lennon, un film sugli anni della difficile gioventù lennoniana. La vita con la molto rigida zia Mimi, interpretata da una come sempre superba Kristine Scott Thomas, l’apparizione della madre Julia, che gli fa scoprire il rock’n'roll e i film con Elvis, alimentando la sua passione musicale, le esperienze adolescenziali, la prima chitarra, la formazione della prima band, l’incontro con Paul McCartney e George Harrison. La morte di Julia, sottolineata dall’urlo di John (quello vero) in “Mother”, unica canzone ‘famosa’ di Lennon utilizzata nel film, peraltro nel momento migliore possibile, di maggiore pathos, con ottima scelta da parte della regista, farà da preambolo alla formazione dei Beatles. E’ un bel film, non perfettamente fedele alla vita di John (o, quantomeno, a quella che ho sempre saputo), ma molto simile. Pecca nel non aver scelto, in fase di casting, attori che assomiglino almeno vagamente a John, Paul e George, perchè usare un Lennon bello e che prende una gran quantità di patata diventa un falso storico. Senza frustrazioni non sarebbe diventato ciò che è diventato, non sarebbe diventato davvero grande. Per il resto, nulla da dire, buona regia, buone, per non dire ottime, interpretazioni, buon contributo tecnico. Un film sicuramente consigliabile.

LE REFUGE di Francois Ozon (Francia, 2009, 35mm, 90′) voto 7

Un buon Ozon, ben lontano, purtoppo, da quello di “Otto donne e un mistero”, ma comunque un buon Ozon. Un po’ troppo drammatico-catastrofico, a voler proprio rompere le balle. Il film è nato dalla volontà di Ozon di lavorare con un’attrice incinta, opportunità che gli si è presentata un annetto fa. Ecco quindi la scrittura in fretta e furia del soggetto e della sceneggiatura e, in poco tempo, le riprese. Una coppia di eroinomani va in overdose per una partita tagliata male, lui, Louise, muore, lei, Muosse, si salva miracolosamente e in ospedale le comunicano la sua gravidanza. Mentre la famiglia di lui vorrebbe costringerla ad abortire, lei decide di tenere il bambino, come ultimo importantissimo legame con il grande amore. Mousse si rifugia in una casa al mare di proprietà di un vecchio zio, dove viene raggiunta da Paul, fratello omosessuale di Louise. Inizialmente la presenza di Paul infastidisce Mousse, poi il rapporto fra di loro diventa di intensa amicizia, ci sono varie rivelazioni da una parte e dall’altra e una gran costruzione registica: un perfetto finale prevedibile, al che il film inaspettatamente non finisce (e qui c’è la genialità di Ozon) e dopo dieci minuti mostra il finale vero, stavolta davvero a sorpresa.

NEIL YOUNG TRUNK SHOW di Jonathan Demme (USA, 2009, HD, 83′) voto 6

A cavallo fra documentario e concert movie, una delle tappe dell’ultimo tour di Neil Young, che incredibilmente è molto meno brutto adesso di quando era giovane. Il rocker dimostra di avere una grinta ancora invidiabile ed una gran presenza sul palco. Demme, amico da sempre di Young, ha filmato l’esibizione con una decina di videocamere e ha montato, molto bene, il materiale che aveva. Oltre ad una dozzina di canzoni, qualche minuto di dietro le quinte e un pezzetto di intervista, più che altro uno sfogo di un grande vecchio.

RIP! A REMIX MANIFESTO di Brett Gaylor (USA, 2009, DigiBeta, 80′) voto 8

Divertente documentario che mette in discussione il concetto stesso di diritto d’autore, smontandolo, e presentando i mille paradossi. Partendo dalla quasi persecuzione giudiziaria verso il deejay Girl Talk, reo di aver remixato senza pagare i diritti d’autore, il Napsteriano della prima ora Brett Gaylor scava nel passato, raccontando e provando come la Disney abbia spinto, con corruzione di vari uomini politici, affinché i diritti fossero assicurati per 70 anni dopo la morte. Peccato che questa vicenda si sia verificata appena morto Walt, il quale nei suoi film aveva ripetutamente plagiato Metropolis e decine di film e quadri. Porta come esempio la donna canadese condannata a pagare una multa da DUE MILIONI di dollari perché in possesso di SEI, e sottolineo SEI, mp3 sul pc. E molto altro. Già passato in TV su Cult, ha un finale geniale, irriverente e tutto da vedere e sentire.

RAPPORTO CONFIDENZIALE

NICHOLAS WINDING REFN

PUSHER di Nicholas Winding Refn (Danimarca, 1996, 35mm, 105′) voto 7,5

Film d’esordio del danese Refn, ultraviolento e giovane regista al quale è stata dedicata una sezione. Frank, piccolo spacciatore inseguito dalla polizia, butta nel fiume una partita di eroina presa a credito da Milo. Riesce a scampare all’arresto, ma deve assolutamente procurarsi in qualunque modo il denaro che deve al ‘grossista’, mentre i problemi per Frank si moltiplicano e la pazienza di Milo continua a scemare. Girato buona parte in notturna, in una Copenaghen particolarmente fredda ed inospitale, è un film che funziona molto bene, crea tensione e la fa scemare nei momenti giusti, avvolge con le sue immagini, un po’ a mano, un po’ a spalla, molto sgranate e anche queste claustrofobiche, angoscianti.

FEAR X di Nicholas Winding Refn (USA, 2003, 35mm, 88′) voto 7

Esordio americano per il danese, in questo suo terzo film che lo porterà alla rovina economica. Ma Refn, da bravissimo regista quale è, è riuscito a tornare in Danimarca, girare a costo bassissimo Pusher II e Pusher III, e tornare sulla cresta dell’onda (con tanto di Valhalla Rising presentato a Venezia 66). Protagonista di questo cupo dramma è un bravissimo e come sempre stranito e straniante John Turturro, il quale interpreta una guardia giurata che perde la moglie per via di un proiettile vagante e, vista l’incapacità della polizia, vuole scoprire da solo cosa sia realmente successo. Non vuole vendetta, vuole un motivo. Qualcosa di lynchiano a far da sfondo, con inquadrature ripetute, enormi spazi vuoti, la neve sempre nei momenti peggiori, lunghe parti (anche 20 minuti) senza dialoghi, con la musica a trasmettere un qualcosa di inquietante che dalle immagini non trasparirebbe, se non associate a quel sonoro. Insomma, non riesco a capire come abbia fatto questo film a far fallire un bravo regista. Ovvio, non si tratta di un lavoro di David Lynch, ma comunque sia si tratta di una gran bella pellicola.

ONDE

DOUBLE TAKE di Johan Grimonprez (Belgio, Germania, Olanda, 2009, 35mm, 80‘) voto 6,5

Viene dimostrato, in questo docufiction, quanto Alfre Hitchcock non sia mai passato di moda. Partendo da suoi frammenti, interviste, scene dei suoi film più noti, si costruisce un discorso generale su quanto fosse importante, durante la guerra fredda, che vi fosse un’industria del terrore, poi spostata nella supremazia americana nel mezzo televisivo (“Alfred Hitchcock presenta”). In mezzo a questo, il tema di Hitchcock e il suo doppio, storia raccontata direttamente dal re del brivido, e la volontà di uccidere questo suo double take.

INDEPENDENCIA di Raya Martin (Filippine, Francia, Germania, 2009, 35mm, 77′) voto 3

Detto altrimenti “Come fare un film di 77 minuti in modo che sembrino 77 ore”. Innanzi tutto ricordo il mio già citato odio verso la cinematografia filippina (ho già insultato Brilliante Mendoza), a cui si può aggiungere questa ulteriore vaccata.

Storia: nel pieno della guerra di indipendenza filippina, una vecchia e un ragazzo trovano la salvezza in una casupola abbandonata nella foresta, dove sperano che gli inglesi non arriveranno mai. Il ragazzo cresce, si fa uomo, trova una ragazza, la porta a casa. Stacco. La vecchia madre muore. Stacco. Effetto pellicola strappata e successivo Cinegiornale dove si vedono gli orrori dei soldati sui civili. Effetto pellicola strappata. Stacco. I due superstiti hanno un figlio. Stacco. Il figlio è cresciuto. Vivono barcamenandosi nella foresta, ogni tanto piove, ogni tanto fa freddo. Stacco. Arrivano i soldati inglesi e, finalmente, ammazzano tutti (l’unica scena d’azione, da notare, non si vede, ma è audio su schermo nero).

Fine. Questa vaccata di storia nemica dell’interesse e di una noia mortale già di suo, è narrata attraverso scandalosi pianisequenza di 6 o 7 minuti rigorosamente in campo lungo fisso in bianco e nero.

CERRO DE LA CRUZ di Costantino Escandòn (Messico, 2009, 35mm, 12′) voto 2

Apertura: soldati nudi che passeggiano vicino a un forte, uno si fa una doccia, gli altri cazzeggiano bellamente. Stacco. I corpi senza vita dei soldati accatastati uno sull’altro. Stacco. Un soldato arrampicato un su albero che guarda il paesaggio trasognato con una carrellata che gira intorno alla pianta. Fine. Me lo spiegate?

CONTRE-JOUR di Christoph Girardet e Matthias Muller (Germania, 2008, 35mm, 11′) voto 1

Questo non è solo brutto, dà proprio fastidio vederlo. Penso che chiunque abbia presente l’abbacinamento dopo un flash. Mettetelo nel buio completo di una sala cinematografica, da 35mm che è in assoluto la proiezione più luminosa e contrastata. Immaginate 11 lunghissimi minuti così: immagini stroboscopiche, nero-bianco-nero-bianco-nero-bianco-nero-bianco. Nei centesimi di secondo di bianco scorrono dei volti, nei centesimi di secondo di nero il cervello chiede pietà. Tempo 30 secondi e tutti i presenti in sala stavano guardando di lato o erano sprofondati nella lettura, luce col cellulare alla mano, dei programmi, pur di non sboccare di fronte a cotanto scempio. Come buttare nel cesso della pellicola, e poi dicono che fanno male i videogiochi.

DIAL M FOR MOTHER di Eli Cortinhas (Spagna/Germania, 2008, Betacam, 11′) voto 4

Montaggio strambo, in split screen, di scene tratte dai tre film di Cassavates con protagonista Gena Rowlands. Come a creare un dialogo fra le varie protagoniste, unito inoltre a stralci tratti da vere telefonate della regista con sua madre. Boh?

JOHN WAYNE HATED HORSES di Andrew Betzer (USA, 2009, 35mm, 10′) voto 4,5

Un padre in casa, un figlio che, in un cimitero di carri armati guarda il paesaggio della guerra. Il padre entra nella camera del figlio e trova i soldatini che, invece che in posizioni di combattimento, sono stati disposti dal figlio in modo da segarsi e incularsi l’un altro. Il padre si incazza e smonta tutti i soldatini, il figlio torna a casa, si lava, va in camera e vede lo scempio. Fine. Presumo sia una sega mentale sulla difficoltà di crescere normalmente in zone martoriate dalla guerra, ma francamente non ho colto nulla se non una vena, celata manco troppo bene, di fastidiosa omofobia.

REBECA di Gonzalo Rodriguez (Germania, 2009, DigiBeta, 24′) voto 4

Il regista usa sua nonna, morta investita a Lima da un pirata della strada nel ‘93, come aggancio per fare una filippica antifuturista, sul fatto che ormai sia impossibile non correre, sul fatto che ormai sia impossibile accendere la TV senza che ci sia sullo schermo qualcuno che minaccia qualcun altro con una pistola, sul fatto che si debba prendere tempo e pensare, ricordare. Noioso, senza senso, brutto.

SHOOTING LOCATIONS di Thomas Kutscker (Germania, 2009, BetaCam, 8′) voto 3/4

Da una premessa sperimentale geniale, l’utilizzo di immagini neutre con, come audio, scene di guerra reperite da youtube (su tutte la registrazione accidentale sulla segreteria dei genitori di un soldato statunitense di una battaglia in Afghanistan), il regista riesce a distruggere tutto scegliendo di utilizzare immagini in campo fisso, e questo ci sta, ma con un fastidioso fuori fuoco. Immaginate l’inquadratura, a cinque o sei centimetri da terra, di una casa di campagna: la composizione prevede un piccolo gradino mattonato, il prato lunghissimo perché preso dal basso, con gran profondità di campo, un albero e, in fondo, la facciata della casa. Il fuoco dell’inquadratura passa incessantemente fra il gradino e l’inizio dell’erba del prato. Questo con quattro location diverse e quattro fonti sonore diverse.

ITALIANA.DOC

THE CAMBODIAN ROOM di Tommaso Lusena e Giuseppe Schillaci (Ita/Fra, 2009, DigiBeta, 55′) voto 6

Più che discreto documentario su un uomo distrutto: Antoine D’Agata, fotografo di prostituzione e di droga. Le sue modelle sono le sue amanti, come la spacciatrice-bagascia con cui vive in Cambogia, costantemente sotto crack in attesa di beccare il momento in cui scattare. La sua fotografia è molto nervosa, quasi sempre mossa, nudi dall’alto, sui letti. In un altrettanto nervoso bianco e nero quasi senza toni intermedi.

CORDE di Marcello Sannino (Italia, 2009, DigiBeta, 60′) voto 7,5

Bel documentario sul pugile napoletano Ciro Pariso, seguito per tre anni dal regista. Dal racconto dell’infanzia difficile agli incontri, fino al recente matrimonio, la nascita del primogenito, la vittoria del titolo italiano e il passaggio al professionismo. Ritratto molto tenero di un bravo guaglione. Interessante il titolo, che si rifà al ring.

INTO THE BLUE di Emiliano Dante (Italia, 2009, DigiBeta, 75′) voto 7,5

Il blu a cui si fa riferimento nel titolo è quello delle tende della tendopoli dell’Aquila. Emiliano Dante, regista, sceneggiatore, interprete e montatore, è uno dei, purtroppo, tanti che hanno perso tutto, la casa in cima, con il terremoto. E’ un gran bel documentario sulla vita all’interno della tendopoli, realizzato dall’interno. Emerge il caldo, il freddo, la sofferenza, ma anche l’amore e la maturità che un’esperienza del genere prova in chi la vive. Dai volontari della protezione civile che non vogliono andarsene alle piccole e grandi, ma soprattutto vere, storie di amicizia, carità e collaborazione che nascono in situazioni del genere. Lasciando sempre uno spiraglio aperto allo spirito, alla simpatia e all’ottimismo.

Geniale l’ultima schermata dei titoli di coda, dove viene ironicamente ringraziato Bertolaso “per aver lasciato tutti nelle tende il tempo necessatio per completare non solo le riprese, ma anche la postproduzione”.

IL VANGELO SECONDO MARIA di Pietro Pasquetti (Italia, 2009, DigiBeta, 50′) voto 7

Interessante non fiction su una famiglia rom diventata sedentaria, i Levak, stanziatisi vicino a Venezia. La loro battaglia per avere un villaggio, la loro battaglia per avere una chiesa evangelista, la loro battaglia per avere un qualcosa di totalizzante, per fare parte di qualcosa di importante. Insomma, le loro battaglie brillantemente portate a termine.

ITALIANA.CORTI

SCORDATI di Progetto Funes (Italia, 2009, DigiBeta, 28′) voto 6

Cortometraggio molto frammentato, come la mente del suo protagonista. I ricordi tornano uno per volta, come piccoli pezzi di un puzzle chiamato vita. Solo alla fine si scoprirà come il protagonista ha perso la memoria. Registicamente valido, molto montato, con il protagonista che guarda molto spesso in macchina con occhi interrogativi, con continui scavalcamenti di campo, dà l’idea al pubblico di pressare l’attore, ci si sente colpevoli per la sua mancanza di memoria e per tutti i problemi che comporta, a partire dalla quasi follia nel prendere e ritagliare tutto ciò che può, per strane associazioni di idee, far riemergere alla mente qualcosa del passato.

TOMMASINA di Margherita Spampinato (Italia, 2009, DV, 19′) voto 7,5

Ritratto molto tenero della nonna della regista, affetta dal morbo di Alzheimer. Una cara vecchietta che fa discorsi da bambini, viene portata a giocare, sprizza affetto da ogni poro. Si fa voler bene da chi non la conosce.

L’ULTIMA ISOLA di Margherita Cascio (Svizzera/Italia, 2009, Betacam, 25′) voto 5/6

Un uomo che dopo anni ad Alicudi è andato a vivere in Svizzera decide di tornare, migrante al contrario, nel paradiso delle Eolie. Documentario sul viaggio di quest’uomo con figlioletto, con una lunga intervista che denota l’amore per la terra.

399 B.C. di Nicola Campiotti (Italia, 2009, DigiBeta, 10′) voto 9

Corto a dir poco meraviglioso. Sulle immagini di un’assonnata New York voci fuori campo, cronisti di telegiornale, parlano di un processo che sta dividendo la città. E’ giusto condannare a morte un uomo solo perché esprime idee non condivisibili? Si passa poi, sempre con immagini abbastanza neutre, l’alba, l’interno di un taxi (senza che si veda il taxista), il traffico newyorkese, a sentire opinioni discordanti, la pollivendola secondo la quale non ha fatto nulla di male, il postino secondo il quale deve morire perché blasfemo. Le immagini passano su un’aula di tribunale, si vedono i giudici ma non i loro volti: colpevole e condannato a morte. Schermo nero e il rumore di una bottiglia stappata e di un liquido versato in un bicchiere. Giorno dopo e vengono inquadrati gli strilloni, in giro per New York, con le prime pagine che narrano l’avvenuta morte di Socrate, con tanto di foto della statua da cui deriva l’iconografia tipica del (presumibilmente mai esistito) filosofo. Capolavoro.

UN GIORNO IDEALE di Alberto Mascia (Italia, 2008, 35mm, 16′) voto 7

Buon corto. In una pensione va a lavorare, per l’estate, un giovane cugino dei titolari, proveniente da Roma. Si dice sia un po’ strano, e lo dimostra disponendo i pezzi delle patate, dopo averle tagliate, con un ordine maniacale sul tavolo. Ospite della pensione è una famiglia con un bambino, che inizia un giorno ad inseguire il ragazzo, armato di fucile, nel bosco. Segue un dialogo nel quale il ragazzo rivela al bambino di voler cacciare un animale nuovo, mai visto, per potergli dare il suo nome, e che sparerà due colpi in aria dopo averlo catturato, per avvisare il bambino del successo. Soddisfatto, il bambino torna verso la pensione, dalla quale deve ripartire con i genitori. Si sente il primo sparo, in aria. Il secondo, quello progettato davvero, il ragazzo se lo sparerà in bocca.

NEIGHBORHOOD di Christian Guerreschi e Fiorella Pierini (Italia, 2009, Betacam, 5′) voto 4

Un cartone di una bruttezza invereconda, dove i personaggi anziché parlare emettono fumetti solidi dalle bocche. Sarà magari utile per far imparare qualche bambino particolarmente tardo a leggere, ma proiettarlo ad un festival del cinema mi pare un po’ eccessivo.

FIGLI E AMANTI

LA NUIT AMERICAINE (EFFETTO NOTTE) di Francois Truffaut (Francia, 1973, 35mm, 115′) voto 10

Come non dare il massimo dei voti al film sul cinema per antonomasia? Capolavoro di Truffaut, mi rifiuto di raccontarne la trama e lo stile presumendo sia stato visto da tutti, ed io stesso lo avevo già amato più volte. Ma in lingua originale, su schermo enorme e con la qualità di un 35mm perfettamente restaurato rende enormemente di più, e quello che già era un capolavoro nella pessima visione domestica si erge quasi a divino. Presentato da Gianni Zanasi.

THE TRIAL (IL PROCESSO) di Orson Welles (Fra/Ita/Ger, 1962, 35mm, 118′) voto 9/10

Altro capolavoro assoluto. Oltre alla già esaltata qualità del 35mm, in questo caso nell’ancora più affascinante bianco e nero, in una copia non eccezionale, ma comunque più che dignitosa (mancava qualche fotogramma qua e là, ma davvero poca roba), qui devo anche fare una precisazione sulla versione originale. Il film, tratto molto liberamente da Kafka, conta sette personaggi maschili, il protagonista è Anthony Perkins, volto principale anche di ‘Psyco’, l’avvocato è lo stesso Welles, c’è fra gli altri il nostro Arnoldo Foà. Questi sette personaggi maschili, cosa che avendolo sempre visto in italiano non sapevo, hanno la particolarità di essere stati doppiati tutti, per un enorme problema economico in fase di postproduzione, da Orson Welles, che riesce a modulare la voce in maniera completamente differente passando da uno all’altro. Questa, signore e signori, è opera di un Genio, di quello che penso sia stato, oltre ad uno dei più grandi registi, il più grande attore di tutti i tempi. Introdotto da Davide Ferrario.

ROMA di Federico Fellini (Italia, 1972, 35mm, 127′) voto 9

Film molto divertente, in pieno stile felliniano. Prima metà stratosferica, perde un po’ di verve nella seconda parte, rimanendo comunque su ottimi livelli. Perfetto spaccato della società italiana e romana soprattutto, di un’attualità quasi inquietante. Altro film già visto che ho voluto godermi in sala, con enorme soddisfazione. Ad introdurre la pellicola Paolo Sorrentino, senza discussioni il migliore regista italiano in circolazione, e fra i migliori cinque al mondo in attività.

NAGISA OSHIMA

KOKUJIN KOKKA TANJO di Nagisa Oshima (Giappone, 1966, Betacam, 25′) voto 5

Documentario sulla popolazione del Lesotho e del Bangladesh nei primissimi anni di indipendenza. Buona lezione di storia, ma noiosetto.

DENKI MOTOKUTO / LIFE OF MAO di Nagisa Oshima (Giappone, 1976, Betacam, 66′) voto 4/5

Vita di Mao fatta da Oshima come documentario televisivo. Anche qui, come per l’impronunciabile film precedente, si tratta di una lezione di storia fatta benissimo, con tutti i riferimenti temporali, costituita da slide di immagini e rarissimi filmati d’archivio ben montati. Però di una noia davvero importante.

VM18 AI NO KORIDA/IN THE REALM OF SENSES di Nagisa Oshima(Giapp., 1976, 35mm, 104′) voto 9

Il titolo italiano è “Ecco l’impero dei sensi”, il film erotico sul quale, sentendosi molto meno in colpa che davanti un porno, gli intellettuali di sinistra hanno segato per decenni. La vicenda è quella, ispirata a fatti realmente accaduti nel 1936, di due amanti che vorranno spingere la loro libidine sempre oltre, fino alle estreme conseguenze. La donna viene ritrovata che vaga per i campi con un pene e i relativi testicoli, mozzati, infilati in un luogo facilmente intuibile. Il flashback del suo racconto è il film. Questi due giovani che si vedono, si innamorano, diventano malati di sesso, non fanno altro. In mezzo, qualche scena cult, come quella nella quale i due pasteggiano insaporendo il cibo coi di lei umori vaginali, fino all’apoteosi dell’uovo sodo che dovrà essere covato. Scoprono che strozzandosi durante l’amplesso aumenta il piacere sessuale, e decidono di non fermarsi. Si tratta di un film esaltante per i maschietti erotomani come il sottoscritto, perché grazie ai ridottissimi standard giapponesi una volta tanto non ci si sente minorati ma bensì tori.

TOKIO SENSO SENGO HIWA / THE MAN WHO LEFT HIS WILL ON FILM di Nagisa Oshima(Giappone, 1970, 35mm, 94′) Voto 10

Chiudo con un altro, a mio giudizio, capolavoro. Situabile a cavallo fra Nouvelle Vague e surrealismo, si tratta di un lungometraggio dove è l’atto stesso del filmare protagonista. Un gruppo di amici, rossi attivisti politici e cineasti, sta realizzando una serie di documentari sui movimenti popolari. Uno di loro, come atto estremo, si lancia da un palazzo, trovando la morte. Il contenuto della sua 16mm viene sviluppato, e si vede che sono stati filmati una serie di paesaggi apparentemente casuali. Convinti che si tratti del suo testamento, i suoi amici inizieranno a tentare di trovare i luoghi filmati e di dare un senso alle immagini, cercando di scoprire il perché del suo suicidio fino a voler creare una copia identica del suo film. Geniale l’idea di ripetere più volte la stessa identica inquadratura con personaggi diversi, bellissimo il bianco e nero e bellissima la fotografia.

Manifesto della ‘Teoria del paesaggio’, è balzato immediatamente nella classifica dei miei film preferiti, e mi viene quasi da piangere a saperlo inedito, e quindi irreperibile, in Italia. La versione che è stata proiettata era infatti una copia sottotitolata in inglese, con i sottotitoli in italiano proiettati nello schermetto a parte e preparati ad hoc. Si trattava peraltro di una copiaccia, mancante di molti fotogrammi e che si è più volte spezzata durante la proiezione, obbligando ogni volta ad attendere pazientemente che la pellicola fosse giuntata. Il che, da feticista della celluloide quale sono, mi ha esaltato.

Ho finito. Dopo giorni chino sul PC, a richiamare alla memoria quella che è stata un’altra settimana indimenticabile, come ogni volta che vado a Venezia o a Torino (o a Roma, o a Bergamo, ampliamo gli orizzonti!), ho finito!

Il mio personale pagellone, le mie idee, le mie impressioni. Non so se siano tutte imparziali e lucide, è anche possibile che la stanchezza abbia giocato una qualche parte in qualche valutazione particolarmente negativa. E’ possibile che il sesto film dell’ottavo giorno mi sia piaciuto meno di quanto mi sarebbe piaciuto vedendolo un tranquillo pomeriggio a casa. Ma penso di essere stato abbastanza obiettivo e, per quanto non sia il mio lavoro, di aver fatto un buon lavoro.

In vita mia forse non avevo mai scritto tredici cartelle, è un’emozione nuova.

Non so se ho fornito un qualche spunto, non credo neanche che qualcuno abbia avuto la pazienza di essersi ciucciata tutta questa enorme mole di cinefilia, a dire il vero. Se ce l’ha fatta, sappia che ha tutta la mia compassione.

 

Silenzio. Nessun suono violi il silenzio. Nessun suono il silenzio violi. Nessun dorma. Guardami. Oziosamente inerte guardami. Sono un milligrammo di nulla se vuoi. Guardami. No, non così. Con occhi indiscreti osservami. Ecco, così. Lascia che i tuoi occhi scivolino su centimetri di pelle a lungo sognata. Sulla mia pelle lascia che scivolino, sulla mia, non su quella d’altri. Sulla mia e di nessun altro.

 Odore giallo di mimosa stanotte. Dici che questo odore sa di granelli solari di marzo. Rispondo che hai ragione.

 Le pareti bianco panna di questa stanza vibrano di risonanze Cocteau Twins. Lazy calm ci scivola addosso senza toccarci. Panorami di sussurri distendiamo. Orizzonti in chiaro-scuro che saettando si perdono. Siamo noi a deciderne l’ampiezza le tonalità. Miriadi di gradazioni bianco panna. Come le pareti di questa stanza vibrante di risonanze Cocteau Twins. È bello perdersi in questa distorsione. Bello da morire.

Le stelle osserviamo in alto. Sotto di noi tiepide coltri. Tiepide di temperature che ci somigliano. Possiamo plasmarle se vuoi. Possiamo colorarle se vuoi. Stelle impiccate nel nero sovrastante attraverso il soffitto in plexiglas. Tiepide coltri sotto.

Il tuo corpo addormentato sfioro senza proferire parola. Lo sfioro pallido e nudo. Lisce sono le tue spalle. Liscio il tuo essere dormiente in questa notte liquida. La tua schiena improvvisamente s’inarca. Registro questa immagine e premo rewind per rivederla.

Rapid eye movement. Mi chiedo quale forma abbiano i tuoi sogni. Immagino siano simmetrici. Dagli scatti degli occhi sotto le palpebre deduco la forma dei tuoi sogni. Sogni trapezoidali in rapida successione. Come equilibristi ubriachi.

 La finestra un poco apro. Quel tanto che basta. Riesci a sentire il respiro della notte sui nostri corpi? Come neve che fluttuando volteggia riesci a sentirlo? Carezzevole si fa il mio tocco. Riesci a sentirlo?

 Osservo liquidi fluire dalla tua bocca. Dormi. Oziosamente inerte dormi mentre greve è la mia veglia. Un poco mi irrita questa tua non coscienza. Ma solo un poco. Osservo per alcuni istanti il soffitto. Osservo ombre danzare su di esso. Osservo ombre trasparenti sul soffitto in plexiglas mentre dormi.

 Immagino i nostri corpi rassegnato alla facoltà di percepire li immagino. Distesi su atolli ignorati li immagino. Immagino. Altro non mi è possibile fare.

 Nel sonno concepisci parole. La tua voce è grigia ma gradevole. La noia sovrasta. Posso avvertirla a tratti spenta. Da lontano proviene. Da altri cieli proprio in alto. Attraverso specchi giunge come Alice. Da lontano proviene. Nel sonno concepisci parole a tratti spente. Parli una lingua che mi è familiarmente estranea. Grigia è la tua voce ma questo già lo sai.

 Fingo incoscienza mentre ti alzi. Continuo a fingere mentre entri in cucina. Fingo anche mentre accendi la luce del bagno. Nel pensier mi fingo come i poeti. A letto ritorni. La mano delicatamente passi sul mio viso falsamente addormentato. Chiudi gli occhi e sincronizzi il tuo respiro con il mio.

 Proprio in alto le stelle brillano. Proprio in alto. Luccicando risplendono. Ognuna di esse battezzo col tuo nome. Sonno che rigenera attendendo. A memoria ne conosco la posizione. Faccio mie miliardi di stelle attendendo incoscienze rigenerative. Che non sopraggiungono. Mai. Ripeto. Mai.

 Mi sembra di vivere in un film di Kubrick. Ogni secondo è dilatato all’infinito. Ogni minuto è eterno. All’interno di questa placenta esistenziale suoni liquefatti a volte giungono. Credo siano comete che schiantandosi esplodono. Invece sei solo tu che russi.

 La congiunzione percepisco chiara. Sono sospeso tra il giorno e la notte. È bello trovarsi su sponde neutrali. A volte. Sul confine indugio. La pioggia scrosciando cancella ombre trasparenti sul soffitto il plexiglas.

 Lascio che risonanze islandesi invadano la stanza. I suoni non ti turbano. Impassibile dormi. Peccato tu non possa sentire queste sonorità carezzevoli. Questa musica ha la melodia dei vulcani. Tuonando rimbomba. Rotola sulle pareti. Leggiadra ci ricopre. Poesia pagana su di me. Onde concentriche sulla pelle genera. Cori Inuit in dispersione. Davvero. Non sai cosa ti perdi.

 Appoggiando l’orecchio al tuo petto il cuore tuo ascolto. Batte con frequenza regolare. Come una marcia batte. Immagino fanfare nel tuo petto. Immagino giorni di festa e bimbi con palloncini gialli che ridono. Nel tuo petto tutto questo immagino. Cerco di sincronizzare il mio battito cardiaco col tuo. In successione binaria batte. Come un segnale Morse si diffonde il mio battito. Immagino sincronie cardiache. Altro non mi è possibile fare.

 Il sonno sulla mia coscienza bussa con fare gentile bussa aspettando un’incondizionata resa bussa e genera echi che rotolando si perdono gli echi nella mia testa si perdono tra foreste nervose e vasi sanguigni in dissolvenza il mondo ai miei occhi appare.

 Il tuo corpo col mio si fonde da tremuli nastri di sonno avvolti noi siamo avvolti come androgini perfetti e bellissimi come androgini che il sospiro degli dei benedice nel sonno ci benedice l’inconsistente tenebra e mi appare chiaro il concetto

e mi appare chiaro il concetto

secondo il quale la passione degli amanti è per la morte poiché il sonno è la morte della coscienza.

 Con l’alba risorgeremo.

 La mia mano nella tua immergo alle tenebre arreso.

 

colloquio di lavoro

assunzione

tempo determinato

tempo indeterminato

contratto di lavoro

fabbrica

roberta

vanda

vittoria

orario di lavoro

treni

autobus

pendolari sempre incazzati.

stefania

silvia

sabrina

giorgio

clara

nadia 1

nadia 2

nadia 3

silvia 2

sonila

olena

le ore in treno

turni

primo turno

secondo turno

terzo turno

contributi

INAIL

INPS

commercialista. Il loro.

i nuovi lavori

fotocopiatrici diverse

apri la finestra

chiudi la finestra

mi metti a disagio

sei una deficiente non capisci un cazzo

longlifelearning

mobbing

carla

riccardo

romolo

giorgio

angelo 1

Stefano

Riccardo

luciano 1

luciano 2

angelo 2

Sara 2

mariangela

curriculum vitae

laureato

annunci

cercasi apprendista esperto.

 

PRECARIO-PRECARIO PRECARIO-PRECARIO

 

in fabbrica non si può parlare mentre si lavora se ti beccano che parli ti dividono (con una sega elettrica?)

antinfortunistica

visita medica

sicurezza nei posti di lavoro

vietato fumare

cooperativa sociale di tipo a

pulire culi alle 8 del mattino

educatrice

sociale

fare la notte

turno di notte

notte attiva

contratto di collaborazione coordinata e continuativa..

ferie malattia maternità

 

turni

3 euro all’ora

tredicesima

lavoro interinale

contratto a progetto

collaborazione occasionale

indennità di disoccupazione

formazione professionale

licenziamento

fine contratto

mobilità

ammortizzatori sociali

indennità di disoccupazione ordinaria

indennità di disoccupazione a requisito ridotto

ufficio

ufficio di collocamento

ufficio provinciale del lavoro

sostituzione di maternità

contratto a tempo determinato

ufficio di collocamento.

 

PRECARIO PRECARIO

PRECARIO PRECARIO

 

 Buona notte.

 

 

 Psikiatria: (s.f.) branca della medicina che ha per oggetto la diagnosi, la terapia, e la prevenzione delle malattie mentali.

GARZANTI DIZIONARIO ITALIANO

Qua in questo posto only psikiatrik members siamo laceratori laceratrici disadattati sociali autolesionisti eterolesionisti asociali scandalosi depressi schizofrenici catatonici epilettici motori down inerti attaccabrighe agitati agitate franestetici cerebropatici insufficienti mentali isteriche isterici defenestrate matti fuori di testa

oggi è venerdì Semolino mi fa schifo il semolino meglio è la domenica che ci sono le lasagne a volte certi si cagano e si pisciano addosso e non gli puoi stare vicino e non sempre le Guardie li cambiano subito a volte ti tocca sopportare la puzza la televisione va in continuazione anche se nessuno la guarda a parte l’Ivano che sta tutto davanti accucciato che sembra voglia entrarci dentro si fa gridare di tutto dalle Guardie sul divano c’è arrotolata l’Edoarda o dorme o piange qualche volta va ad arruffianarsi le Guardie spera che la portino a casa prima ma se lo scorda lei è anche fortunata perché alle 18 puntuale tutti i giorni tranne il mercoledì va a casa sua oggi il Peppino è più menoso del solito parla solo di treni che differenza c’è tra un rapido e un regionale ma la stazione di notte è chiusa con un cancello ma di notte i treni vanno perché si dice treno in transito? dove vanno i treni di notte e poi tocca sempre tutti e tocca tocca è un invertito per questo io non lo sopporto non voglio che mi tocchi a me piace la figa che sia chiaro Vito si mette sul divano dopo mangiato prima di andare al laboratorio e legge lo stesso libro ad alta voce Si intitola Romeo e Giulietta cosa ci troverà di bello lo sa solo lui è scoppiato un casino perché l’Alberta è scappata è arrivata fino all’autostrada in ciabatte ha rubato una coca in un bar ma l’han ripresa dopo 2 ore l’hanno trovata adesso è in castigo e non le danno più i giornalini per tutta la settimana io qui dentro non ci voglio stare io qui dentro non ci voglio stare io non ci voglio stare le Guardie mi razionano le sigarette ma io ho trovato un modo per fotterli tutti quanti quando mi danno il giornaliero non lo spendo tutto mi sono messo d’accordo con Gino giù al bar lui mi fa uno scontrino di due euro e io ne spendo 1 e mezzo così 50 me li metto via e dopo un po’ di giorni mi compro un pacchetto e non glielo dico e quando voglio fumare dico che vado a riposare e fumo in camera mia metto la musica così non si sente l’odore di fumo tanto le Guardie non entrano mai nelle stanze tranne quando deve venire lo Psikiatra ad ispezionare le camere vedere come teniamo l’armadio i cassetti allora nascondo tutto pacchetto cicche accendino lo stesso vale per la terapia certe volte riesco a tenere le bombe sotto la lingua e poi quando l’infermiera si gira la sputo nel cesso stamattina è scoppiata un’altra bega tra l’Ottavia e la Manuelona per via degli shampi si son prese a botte e gridavano come due pazze è intervenuta la Guardia che ha chiamato anche quelli di sotto ma non è bastato e son finite tutte e due dallo Psikiatra così gli aumentano la dose e le bombe è così se fai casino e non stai alle loro regole ti aumentano le bombe non c’è niente da fare comandano loro comanda la Cupola ti danno di quelle bombe da stenderti secco e così non rompi più i maroni al Fabrizio per molto meno il tabacco la play station io invece sono uno regolare non rispondo male sparecchio apparecchio mi faccio la doccia per questo vado sempre sul furgone

Mi piace andare sul furgone c’è la musica e se schiacci un pulsante fai alzare e abbassare il finestrino ma non me lo fanno fare tante volte solo appena salgo e quando scendo l’altro giorno sono andato con una Guardia nuova perché è di fuori e non sa le vie mi fa fatti il segno della croce che non ho mai guidato un Ducato e non conosco le strade allora l’ho aiutata io le dicevo vai a sinistra a sinistra a sinistra e lei mi fa ma tu lo sai che differenza c’è tra destra e sinistra così mi ha spiegato che la destra di solito è quella con cui scrivi con che mano scrivi ma io non scrivo mai però quando sono sceso avevo imparato ora lo so questa è la destra e questa è la sinistra ho quasi finito la scorta di merendine sono riuscito ad infilarmi in dispensa una volta che non avevano girato la chiave e ho preso mezzo pacco di bustine di zucchero e 9 merendine 4 al cioccolato e 6 alla ciliegia quelle al cioccolato finiscono subito e non le ricomprano dicono che ci fa male troppo cioccolato io vorrei andare via di qui ma fuori una famiglia io non ce l’ho.

Colonna sonora: Far finta di essere sani Giorgio Gaber su repeat, fino a Grosseto

 

Imperia 29 gradi

 Cominciamo con una domanda stupida tanto per rompere il ghiaccio: come fai nell’arco di una trasmissione televisiva a produrre a raffica tante vignette così azzeccate?

 Non lo so. Non ci sono ricette direi l’adrenalina mischiata a quella capacità che è rimasta a pochi in questo paese di incazzarsi. La miscela è quella: adrenalina e indignazione.

 Come hai cominciato con le vignette?

 Nel modo più banale possibile. A scuola, alle elementari, ero considerato uno che non gliene fregava un cazzo e la maestra mi lasciava disegnare, mi aveva sistemato un banco fuori dalla classe. Secondo lei era il livello massimo a cui potevo arrivare.

 Altri vignettisti creano un personaggio come il celebre Bobo di Staino. Tu no, come mai?

 Perché i personaggi non mi sono simpatici in generale, l’Italia è un paese pieno di personaggi, e se lo facessi, di sicuro, dopo un po’ mi starebbe sui coglioni.

 Come è nata la collaborazione con Emercency?

 Ho lavorato 23 anni in un giornale indipendente, l’unico giornale indipendente, il Manifesto, e non mi limitavo solo alle vignette, ero anche inviato di guerra. Ho conosciuto Gino Strada in Afghanistan, tra Talebani e mujaeddin. E’ stato un impatto molto forte. Una realtà dove di umano non c’è molto. Sono stato negli ospedali dove si curano le ferite di guerra e si riallaccia il tessuto sociale e sono stato contagiato e affascinato. Mi è stato chiesto di lavorare e ho accettato.

 Tu sei stato personalmente in Afghanistan, come sei stato accolto? E come è stata quell’esperienza?

 Io sono stato in Afghanistan molte volte, prima dell’11 settembre. La situazione è di un paese che da trent’anni conosce solo guerre: cambia solo l’aggettivo. I mujaeddin battenti per la libertà, poi terroristi. Cambiano le parole ma non gli effetti sugli esseri umani. Sotto le bombe è impossibile fare esperienza di pace. La guerra è sempre uguale e uguali sono i protagonisti: chi vuole la guerra e la determina è dall’altra parte rispetto a chi la subisce, i civili, le vittime.

 Cosa pensi delle missioni pace?

 Non basta un aggettivo, l’aggettivo pace vicino a missione è un’offesa al buon senso.

Come sono viste dalle popolazioni locali le missioni di pace?

 Dalle popolazioni che ce le mandano come una barzelletta e dai locali per quello che sono: militari.

 Cos’è il pacifismo per te?

 Il pacifismo è il rifiuto della guerra nel senso più semplice e definitivo del termine. La guerra è inaccettabile. La nostra Costituzione usa una parola ancora più forte “L’Italia ripudia la guerra”. Alla radice del ripudio ci sono motivi etici ancora prima che politici. Un manifesto tempo fa invitava a leggere la Costituzione nel suo sessantesimo, ma non c’è stato un manifesto che invitasse ad applicarla.

 Arriviamo all’ultima domanda. Satira e censura nel nostro paese, la satira ha ancora un futuro?

 Sì, perché no? Se non diventa prodotto di mercato, e in parte lo è diventata. Non è una gran cosa. La satira è la sana voglia di prendere per il culo il conformismo e il potere su cui il conformismo si basa. La satira c’è dai tempi dei romani, anche se ora è più difficile trovarla.

 Vauro… mi fai una vignettina??

 Si dai ti fo una colombina per la pace!!

 

 

 

 

 

 

 Torino 42 gradi

 

Allora Andrea sei l’astro nascente della letteratura italiana, vorrei partire proprio dalla tua giovane età per chiederti subito come fa un giovane ad emergere con la scrittura e … insomma a farsi notare da editori come Einaudi…

 L’unica possibilità è quella di scrivere tanto, leggere tantissimo, e non darsi mai per soddisfatti. Prima di arrivare a pubblicare con Einaudi io ho scritto nel silenzio per tanti anni, sempre cercando di fare dei passi avanti. I primi due romanzi, poi li ho pubblicati per due piccoli editori: Portofranco (che ora non esiste più) e PeQuod, che esiste e continua a fare un ottimo lavoro. I grandi editori tengono molto in considerazione i più piccoli, e spesso è proprio da lì che vanno a pescare. Questo è anche un po’ un peccato per l’editoria di ricerca, che si vede sottratti autori importanti dopo averli scoperti. In ogni caso questa piccola editoria è fondamentale ed è continuamente a caccia di scrittori. L’Italia è tendenzialmente un paese in cui se si vale, in qualche modo si riesce ad uscire.

 Tu hai dedicato molte energie per osservare da vicino la tua generazione, hai scritto sul precariato, Come vedi il futuro di questa generazione?

 Io credo si debba più che altro ritornare a parlare di futuro. Vedo continuamente ritratti apocalittici, senza più speranza. Credo che ritratti semplificatori di questo genere finiscano per essere delle profezie. Si finisce per adeguarsi alle basse aspettative, e da qui nasce anche tanta della rassegnazione che c’è in giro. Ciò detto, credo sia fondamentale raccontare le contraddizioni, non nascondersi le verità, ma provare a ragionare anche delle vie di uscita. Troppo comodo, avere cittadini disillusi.

 I giovani in Italia si definiscono apolitici: cosa pensi della loro “a-politicità?”

 Penso che appunto si tratti di una profezia. In questi ultimi mesi i giovani hanno dimostrato di credere nella politica. Sono scesi in piazza in massa, hanno riempito le strade, come fiumi per le città. E questo è a tutti gli effetti fare della politica. C’è semplicemente un’idea di politica diversa. C’è l’idea di una politica “della televisione”, che nulla ha a che vedere con le persone, e una politica fatta concretamente, fisicamente. Su questo credo si debba lavorare, per aumentare la consapevolezza.

 Una ragazza che manifestava nei giorni scorsi contro la Riforma Gelmini, ha chiesto ad un giornalista: ma insomma se non mi posso fidare delle istituzioni, delle forze dell’ordine di chi mi posso fidare? Ecco io giro a te la sua domanda. Di chi ci possiamo fidare?

 Credo si debba comunque fare un passo avanti, su questo fronte. Ovvero, è naturale la delusione, è sacrosanta la manifestazione di dissenso, ma non deve portare all’immobilismo, alla resa. Io credo ci si debba fidare ma informandosi, dotandosi di strumenti per fare politica attivamente. L’unico modo per fidarsi della politica è provare a farla, e dunque a cambiarla dall’interno.

 Come vedi l’Onda? Cosa pensi di questo movimento? Vedi delle analogie con il ’68 ?

 Sono due momenti storicamente molto diversi. Oggi manca tutto il conflitto intergenerazionale che c’era a quei tempi. Oggi c’è un malessere più diffuso, ma nello stesso tempo c’è una delusione più forte, e una disgregazione sociale che non è mai stata così radicale. Tutto questo rende più arduo qualsiasi tentativo di fare durare un movimento. Su questo bisogna lavorare, sul fare sì che perduri.

Hai osservato da vicino anche gli studenti medi, la I Pod generation, Pasolini parlava di “condizione giovanile”, vedendoli da vicino che idea ti sei fatto?

È una domanda complessa, e difficile da esaurire in poche righe. Da un lato, però, ho trovato che molti aspetti dell’adolescenza siano rimasti uguali. Oggi si è un po’ trasformata in patologia sociale una fascia anagrafica, diciamo. Aspetti, inquietudini tipiche dell’adolescenza sono diventate sintomi di disagio. È questa ricezione dell’adolescenza, quella che trovo più preoccupante. Ciò detto, è indubbio che ci sia più disagio, ma l’errore è attribuirlo a quella fascia di età. C’è un disagio diffuso, e forse gli adulti sono quelli che lo patiscono di più.

 Parliamo un po’ di te : qual è il libro, o i libri, che hai in questo momento sul tuo comodino?

Vediamo. Io leggo sempre molti libri contemporaneamente. Prima di tutto ho alcune riletture, perché rileggere i libri è fondamentale. Sto rileggendo La linea d’ombra di Conrad, Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij e Il sergente nella neve di Rigoni Stern. Poi sto leggendo: Questo novecento di Vittorio Foa, L’invenzione della tradizione di Hobsbawn, L’ultima partita a carte di Rigoni Stern e il massaggiatore cieco di Catalin Florescu.

Domanda canonica: progetti per il futuro?

C’è un romanzo che mi terrà impegnato per molto tempo. Un progetto lungo, e così complesso che non sarei davvero in grado di dire di più.

 

Porto Maurizio, 40 gradi

 Adorabile come sempre e un po’ clownesco il Professor Sanguineti sfoggia un paio di calze a righe colorate che ben si intonano con il Festival Grock che si sta svolgendo a Imperia in questi giorni. Dal circo equestre al circo della politica il passo sembrerebbe breve. Alla fine della sua relazione mi avvicino timidamente al tavolo e gli ricordo di essere quella ragazza “valevole nella guida” che ha avuto l’onore di accompagnarlo da Genova a Sanremo la primavera scorsa. Lui mi fissa con quegli occhi azzurri come solo certi cieli di ottobre mediterraneo sanno essere e mi dedica tutta la sua attenzione.

 Professore…

 “Mi dica tutto”

 Lei è da qualche giorno il Presidente onorario dell’Associazione Uniti a Sinistra…

 “E’ vero”

 Ci vuol dire com’è andata?

 “Molto semplicemente i primi contatti li ho avuti con Ronzitti, nel senso che lui mi preannunciava l’ipotesi, non solo lui personalmente, ma attraverso tutta una serie di conversazioni con amici della sinistra genovese e non solo genovese, che stavano meditando intorno all’opportunità di creare un’associazione a Genova ma con la consapevolezza che cose analoghe si stavano sviluppando in maniera del tutto autonoma in altre città italiane.

C’è il bisogno di distinguere tra una sinistra che voleva conservare quest’etichetta ma nell’alleanza con il centro scivolava sempre più verso il centro, sino ad un annacquamento assai rischioso; e cercare, senza rompere nessuna delle alleanze faticosamente costituite a sinistra, in opposizione al centro destra, di stabilire una linea di distinzione e anzi svolgere una politica unitaria in 2 direzioni. Da un lato fare sì che movimenti e partiti, per limitarci ai più noti Rifondazione, i Comunisti italiani, gli ecologisti, il cosiddetto correntone all’interno dei Ds, si raccogliessero unitariamente e, sperando che anche da questo potesse nascere una positiva influenza di fronte a molti che erano rimasti, però senza soddisfazione, all’interno dello schieramento di centro sinistra, per raccogliere almeno un cambiamento nel caso in cui saranno tenute le primarie a Genova.

Mi proposero quindi di diventare Presidente onorario in vista delle primarie di Genova. Questa è la situazione attuale. Il primo paso è vedere se si terranno le primarie.”

 Professore, la sinistra è nata storicamente da una scissione, non c’è oggi il rischio di un’ulteriore frammentazione con la nascita di altri gruppi o associazioni?

 “Si, ma il problema si può rovesciare a vicenda, chiedendosi se non sono stati i DS dal famoso convegno, dall’iniziativa di Occhetto abbandonando il nome di Partito Comunista Italiano ad essere scissionista. La scissione, se c’è stata è partita questa volta storicamente , non da uno spostamento a sinistra, come tante altre volte , ma da uno spostamento a destra. Allora il problema è molto vicino a quello che affrontava Gramsci. Non a caso lui che si era staccato a sinistra, rispetto ai compagni socialisti, dovendo dare un nome al giornale scelse l’Unità. Una specie di allegoria. Un buon emblema di come una politica di unità sia necessaria proprio per rinforzare la sinistra. E semmai cercare di rappresentare un polo che nel quadro delle alleanze le renda più rilevanti e solide proprio perché non c’è equivoco nei ruoli e nelle prospettive politiche”

 Preferirei parlare con lui di poesia ma sono in missione e devo attenermi ai rigidi schemi della politica.

 Secondo lei c’è conflitto tra la sinistra radicale e quella di governo?

 “No. Non c’è conflitto. La sinistra è oggi naturalmente al potere nella forma del centro sinistra dunque in un governo che è in una situazione molto difficile come quella che l’attuale finanziaria ha messo in evidenza. Anche perché direi che si continua a partire con il piede sbagliato. Cioè da consultazioni ampie e preventive ma da decisioni prese dall’alto e aspettando poi eventualmente di correggere, dicendo ci siamo dimenticati di… bisognava tener conto di…. Era meglio partire dalle consultazioni dei sindaci prima di sentirsi dire dai sindaci stessi di centro sinistra delle città più importanti, come Torino, Roma, Bologna…che non ci stanno. Io capisco che un sindaco di centro destra dica: non mi piace questa finanziaria e va modificata. Ma che tutti i sindaci di centro sinistra insorgano dicendo che è intollerabile, non va bene, mi pare terribile. Va proprio rovesciato il modo di procedere e utilizzare la responsabilità governativa che si ha sia a livello amministrativo che politico.”

 E infatti vorrei chiudere con un’opinione sull’ultima finanziaria.

 “Ecco. Direi che il giudizio lo stanno pronunciando tutti. Il centro destra come è ovvio, e questo è il meno che ci si potesse aspettare. Ma quello che è grave è che invece sono proprio le persone, i sindaci di sinistra che non sono degli estremist. Le faccio un esempio: Cofferati è una persona ipermoderata come ha dimostrato in 1000 occasioni tanto da essere accusato da molti giovani o sindacalisti, o immigrati o anche altro, di essere un autoritario, di volere l’ordine e la legalità a tutti i costi senza valutare le difficoltà concrete, ebbene è stato uno dei primi ad indignarsi di fronte all’abbandono e alla marginalizzazione dei problemi delle forze amministrative: comuni, province, regioni. Allora vuol dire che per scandalizzare un uomo del genere. Veltroni è un uomo che ha fatto della sua posizione di sindaco un luogo di raccolta, il più possibile aggregativo, facendo concessioni che a mio parere non possono che lasciare perplessi e lui è lì ad indignarsi, in una città che gode di particolari privilegi perché Roma ha uno statuto di capitale che permette anche di allargare molte cose, per dare ad ogni occasione forze distinte e anche opposte. Se si scandalizza lui!! Anche Sassolino non è un uomo da barricate. Se ad un certo punto dice che non è accoglibile perché vanno modificate alcune cose alle radici. Per non parlare di tutti gli incidenti coi farmacisti, i tassisti. Non occorre mica essere dei profeti per immaginare che dopo un po’ scoppia un’ira di dio. E allora è bene affrontare da capo i problemi alla radice” .

 L’intervista è finita. Il Professore si concede un aperitivo prima di ripartire. Prossima tappa Torino. Lo ringrazio con una profezia: Il 2007 sarà un grande anno per il Sagittario perché a fine entrerà Giove che spargerà saggezza e benevolenza e fortuna.

 “Meno male, mi risponde, con tutte le cose che ho da fare

 

 

 

 

 

Sanremo 38 gradi

 Stasera le luci si sono riaccese non a San Siro bensì nel giardino di Villa Nobel a Sanremo. L’ospite d’onore è Roberto Vecchioni, il Professore della canzone italiana. È con noi in veste di poeta per presentare una raccolta di poesie giovanili Di sogni e d’amore, poesie 1960 1964 Frasinelli. Non è più l’incubo, per sua stessa ammissione, degli studenti medi di greco e latino perché ora è passato all’Università di Pavia dove tiene un corso sulle forme di poesia in musica. Entriamo subito nel merito:

 Professore, cosa pensi della riforma dell’Università e in generale di questa Università?

  • Ma io non ho mai amato le riforme perché sono state sbagliate tutte , compresa questa. Su questo sono severo io penso che si debba programmare tantissimo

Una riforma dell’Università. Bisogna anche guardare al futuro, vedere cosa serve alla società. Capire cosa è più importante. Certo non si può indirizzare l’inclinazione di un ragazzo, ma far capire a uno studente se scegli questa facoltà hai poche possibilità, se scegli quella ne hai di più. E poi c’è ancora troppo potere, troppo comando. Troppa irriverenza nei confronti di quelli che sono i veri padroni dell’università, cioè gli studenti. Anche la riforma della scuola non va bene perché non essendoci unità d’Italia, non si riesce ad ottenere un’unità didattica.

 Sì però da parte degli studenti c’è poca contestazione

  • È vero. Se ne fregano. Gli studenti sono di 2, 3 categorie, generalmente quelli che tirano a campare per arrivare alla laurea e quelli che invece ci credono veramente e non contestano. E poi ci sono anche quelli che contestano e fanno bene.

  • Professore e i giovani?

  • Eh! I giovani sono complicati. Non devono essere considerati un target. Pensiamo che siano quelli col telefonino, il sabato sera. La gran parte dei giovani studia la vita e si trova davanti una nuova forma di società di vecchi. Dove non si rischia mai, dove tutti sono xenofobi, si ha paura dell’altro, dello straniero. I giovani sono diversi. Non sono ancora come noi. Ho frequentato circa 5-6000 studenti in 35 anni. Ho assistito ai cambi di generazione. I giovani sono tutti accomunati da un’affettività straordinaria ma che non trova riscontro. Quello che conta sono i fatti perché se vedono che ti sbatti per loro se ne accorgono. La sostanzialità non sono i soldi o un permesso. Non ci sono giovani perfetti o no. Permettiamo loro di commettere i loro errori. Non considerarli dei piccoli uomini perché vivono in una dimensione loro.

  • E le donne?

  • Mi piacciono le donne in generale. Non è che ero un marpione, però. Mi piace la donna come meraviglia. Tutti i frammenti che mettono a posto, i figli, il lavoro, i sentimenti. 360 gradi di dolore e casino. Noi il potere e basta. Il potere è un principio maschile. La donna riscopre l’universo. È un mistero affascinante.

  • L’amore è bello quando fa soffrire perché fa scrivere?

  • Ma non è vero!! Assolutamente questa è una fantasia letteraria. Non è vero sempre. Non c’è solo l’amore per una donna. L’amore è un sentimento che va fuori. Ami tutto. l’amore è un modo di porsi. C’è l’amore straordinario di San Francesco. L’amore non è solo il rapporto di coppia.

  • E la poesia? Qual è la funzione della poesia oggi?

  • La poesia oggi è un progetto per fare e che diventa realtà tutti i giorni. Oggi è nella Merini che meriterebbe il Nobel. Ma è anche dentro Montale per la sua musicalità. Nelle canzoni d’autore, come in quelle di Luigi Tenco che è legato a Sanremo e alla storia del Tenco.

  • Roberto, e le parole…?

  • Le parole sono come montagne che hanno attraversato i secoli. Trascinano la loro storia. Cominciano coi greci, cambiano significato con i romani. Prendi la parola Bravo, oggi ha un significato che nei secoli è diventato l’opposto. Dante metteva “ Guai a voi anime prave…”

  • E anche i Bravi del Manzoni non erano per niente “bravi”. Cos’è per te la nostalgia?

  • Beh certo è una realtà straordinaria. Non è regolata da una questione cronologica. Per me è un sentimento attuale. Tutto è presente. Ed è fortissima. È un vivere attuale. È una presenza e poi è la conformazione di chi da un po’ d’arte: non separano la vita in compartimenti. Ce l’hanno tutta comunque davanti. E quindi anche il futuro è sullo stesso piano..

  • Qual è la tua Tua canzone preferita?

  • Oh. Non c’è. Una mia canzone preferita? No. Non c’è.

  • E quale quella scritta da altri?

  • Vediamo… La leva calcistica del ’68, di De Gregori, qualcosa di Guccini. Ma io sto pensando anche a qualcosa venuto prima come Vecchio Frac di Modugno, anche cose anche venute prima di me.

  • Trenet?

  • Certo, certo, allora anche Brel, e Springsteen, Dylan…

Il Professore ha nostalgia di casa. Di poesia. Di donne. Di giovani. Di lezioni. Di versi. E noi lo lasciamo scivolare fuori dal giardino di Villa Nobel. E lo guardiamo un’ultima volta prima che si incammini sulla strada delle parole.

 

Genova 43 gradi

 Sotto un cielo gonfio di pioggia mi inerpico per i vicoli di una Genova già intasata per la visita del Papa, alla ricerca della Passeggiata Libro-Caffè una bella libreria dove un viaggiatore-velista per caso presenta la sua ultima fatica letteraria Chiudi il gas e vieni via, viaggio di un sedentario, ed. Socialmente. Si tratta di Patrizio Roversi che non ha certo bisogno di presentazioni.

Allora Patrizio, che fine ha fatto Adriatica?

È diventata una Nave-scuola. Ieri eravamo a Monfalcone in provincia di Trieste, attraccheremo in vari porti italiani, anche a La Spezia per portare avanti un progetto in collaborazione con la Fincantieri, L’ENEL e l’IFN i ragazzi salgono a bordo e hanno la possibilità di confrontarsi con fisici, ingegneri partendo da ciò che rappresenta la barca e per studiare la fisica e la produzione energetica.

Studenti di che ordine?

Medie superiori. Abbiamo fatto salire CRUTZEN, Premio Nobel per la chimica che non era nemmeno laureato, gliel’hanno data ad honorem, ma è riuscito a catturare CO2 sotto terra.

Turista, velista… ora scrittore per caso?

Ma io avevo scritto altri libri su argomenti vari, umorismo, teledipendenze o articoli di viaggio. Io mi reputo uno che fa comunicazione al pubblico su cose interessanti e usiamo tutti gli strumenti, Turisti, Velisti, Il Giornale del cibo, mettiamo insieme più mezzi espressivi dai filmati ai libri, dalle piattaforme video ai canali IPTV , la tv via cavo…

IPTV???

Sì sono canali in cui tu ti scegli il tuo palinsesto, puoi interagire.

Il viaggio come metafora di una fuga?

Assolutamente no. Non ho mai pensato di cercare un posto dove stare, le radici per me sono fondamentali. Non penserei mai di tagliarle. Ho incontrato tanti italiani in giro , molti sono felici ma sono tutti tagliati fuori dalle proprie radici. L’ideale sono quelli che fanno 3 mesi qua e 3 mesi all’estero. Non c’è mai sradicamento totale. Certo ho delle riserve sull’Italia, non è il paese migliore del mondo.

Diverso è per chi è costretto ad emigrare, no?

Infatti nessuno dice che è una tragedia per chi è costretto ad emigrare. L’esodo per povertà provoca sofferenze.

Sei del ’54 come la televisione, tu e Susy Blady siete l’esempio che si può fare una televisione intelligente e fare ascolti, cosa pensi della tv di oggi?

E ti ringrazio. Ma non facciamo niente di originale. La tv oggi attraversa una profonda crisi anche per motivi tecnologici. Le nuove tecnologie incalzano così come le nuove forme di comunicazione televisiva. Il dibattito politico è sempre in ritardo, discutono della tv generalista ma ormai il monopolio è sul satellitare. Il cavo che ti fa ricevere la tv a casa. La tv generalista ha molti limiti , deve sedurre, portare ascoltatori non accetta quel ruolo di agenzia didattico pedagogica che in realtà e. Anche la pubblicità fa comunicazione. Assistiamo ad un appiattimento oggettivo dei programmi. La buona tv è quella che acchiappa di più e provoca un collasso giornalistico : titoli gridati perché anche loro devono vendere, acchiappare, ciò provoca una semplificazione che disorienta la gente. La complessità è vanificata, ora tutti i rumeni sono stupratori, tutta la medicina alternativa fa schifo. La gente è bombardata e non ha tempo di capire. Negli Anni ’70 ci si proponeva l’obiettivo di una televisione democratica, non a senso unico, in cui tutti potevano esprimersi. A metà degli anni ’80 abbiamo cercato di portare gente comune in televisione, a farli parlare certo per primo ci aveva pensato Pier Paolo Pasolini ma Raboni, il poeta Raboni invece ci aveva fatto critiche molto severe, programmi con la gente comune non si fa. Noi invece eravamo fieri, ma dopo quello che è successo c’è da dire che aveva ragione lui. Se devono essere portati in televisione per esprimere le proprie pulsioni meglio stare a casa. La tecnologia oggi permette di fare una televisione non solo di flusso ma di poter interagire coi canali IPTV. Ciò mette in crisi la tv generalista. Se sei tu che scegli c’è speranza.

Tu hai avuto una filmografia breve ma intensissima: Volere volare dell’originale Nichetti e La voce della luna del grande Fellini, vuoi raccontarci un po’ di lui?

Ma veramente è più Susy che è stata toccata da quest’esperienza. Era una persona deliziosa. Un altro straordinario, attento è Benigni: persone che riescono a vivere il presente anche con gente non significativa tipo me… beh lui era strepitoso! Ascoltava, voleva sapere tutto, guardava i personaggi e voleva sapere cosa ci stava dietro. Io ho fatto mezza posa ma ha dedicato tempo e attenzione anche a me. Fellini è il creativo per eccellenza, aveva un bel rapporto con tutti, il suo direttore della fotografia… che forse era proprio Delli Colli gli diceva: “ma Federico, non si vede niente!!” e lui rispondeva ma chisse ne frega. Aveva l’amore per il prodotto. Questo amore irragionevole per il prodotto che abbiamo anche noi, anche se poi spendiamo di più di quello che guadagniamo.

Patrizio le tue trasmissioni però provocano in noi che ti guardiamo dal divano un’invidia pazzesca: puoi dire qualcosa a tua discolpa?

Perché i retroscena non si vedono, ma sono massacranti. Ciao Darwin abbiamo girato per 7 mesi in zone mai raggiunte da altre barche in collaborazione con il Museo di storia naturale, l’ università per 12 tappe. Abbiamo avuto problemi economici, produttivi, organizzativi e contenutistici. Facciamo imprese da fuori di testa, e la produzione, il viaggio è tutto a nostre spese. La Rai poi acquista la cassetta.

Già ore e ore di montaggio…

Ore? Mesi!! 100 giorni di lavoro per una puntata di 100 minuti.

C’è un posto dove non sei stato e dove vorresti andare?

Ma tantissimi non c’è un posto specifico. Un posto che mi interesserebbe rivedere è la Cina e la Polinesia perché è una bella civiltà ricca di storia, natura. In Africa vorrei andare, alle Svalbard vorrei portarci mia figlia Zoe a vedere gli orsi bianchi.

Posso farti da mozzo?

Ma no!!! Me lo chiedono in tanti. Adriatica è una grande barca, è complessa, è una barca collettiva. L’equipaggio è professionale, assunto in regola nel rispetto di una normativa complessa, in alcuni momenti è una barca-scuola con Cino Ricci c’è una scuola di vela, faremo due rotte una rossa e una verde, saliranno gli Istituti nautici . ma se sbagli guai, l’albero è alto 33 metri se sbagli la randa..

Cazza la randa?

Tira la scotta che tiene il boma e vai di bolina…

La libreria comincia ad affollarsi, io devo andare che se riesco oggi il papa è in Liguria e faccio due domande pure a lui.

  Bajardo 28 gradi

 Un viaggio durato cinque anni, in Italia e all’estero, ha portato Pino Petruzzelli a vedere da vicino le condizioni di vita di Sinti, Rom, Camminanti e gli ha permesso di di scrivere Non chiamarmi zingaro (Ed. Chiarelettere). Regista, attore fondatore con Paola Piacentini del Teatro Ipotesi, Pino Petruzzelli si occupa di temi legati alla conoscenza di altre culture. Lo abbiamo seguito a Bajardo in occasione del suo ultimo spettacolo  Con il cielo e con le selve tratto di Mario Rigoni Stern per fargli alcune domande sul suo toccante, completo (necessario) saggio.

Allora Pino com’è che ti è venuta l’idea degli “zingari”?

Ma non so avevo appena finito sul Mediterraneo, ho incontrato persone e ho voluto raccontare questa cultura. Insomma culture diverse che si sviluppano a seconda delle condizioni geografiche. Tante loro scelte sono dettate da condizioni oggettive .

È stato complicato districarsi tra Rom, Sinti…per noi sono tutti “zingari”’

Sì, zingaro è un nome dato da noi si pensa che arrivino dall’India per le molte parole sanscrite, ma sono stati in Egitto da cui Gipsy, Giatani, Zigani, Zingari. Più o meno si conosce il tragitto , all’inizio non c’erano problemi, in seguito sono stati sempre più discriminati.

Nel tuo lungo viaggio con loro… insomma hai anche mangiato le cose più strane, come il riccio!!

Sì (ride) sai un’altra cosa da sfatare è che vivano nella sporcizia. Hanno case pulitissime. E’ fuori che è tutto sporco. Sono sistemati in posti brutti ma dentro casa, o meglio nelle baracche, tengono tutto pulito. L’equazione è sempre la stessa: zingaro uguale sporco. E poi mangiano di tutto perché si adattano a qualsiasi situazione, e i loro piatti sono così ricchi perché oggi c’è da mangiare e si mangia tutti quello che c’è. Domani…

Quali sono le condizioni in cui vivono, attualmente, nei campi nomadi?

Ma orribili. Il campo è un ghetto. Non ci sono mezzi termini. È uno zoo. Impedisci loro di viaggiare. Ci sono campi che hanno due bagni per 150 persone. Devono convivere coi topi. Vedi Via dei Pescatori a Genova, che è stato chiuso, fanno schifo. Qualche campo è stato smantellato. In Abruzzo non esistono campi, vivono nelle case.

Pino, perché c’è ancora così tanto pregiudizio nei loro confronti, in fondo è l’unico popolo che non ha mai dichiarato guerra a nessuno?

Perché vengono utili per evitare di assumersi delle responsabilità, vedi l’argomento sicurezza. Nel capitolo su Opera la lettera finale è indicativa: dà l’idea della nostra solitudine , dell’isolamento. Questo è uno dei mali per cui gli “Zingari” vengono bene per stare davanti alla tv, vengono bene nelle campagne elettorale. Nessuno vuole cambiare veramente le cose e loro sono perfetti. La Lega ha imbastito sulla paura degli “Zingari” che poi sono 130-140 mila, addossiamo loro tutte le nostre nefandezze. A Udine durante il consiglio comunale, il consigliere radicale ha dato a loro la colpa della speculazione edilizia. Pensa che all’Università di Verona sono andati a scartabellare tra i documenti e sulle principali procure non si sono trovato bambini “rubati” ma si è verificato il contrario. Circolano un sacco di menzogne. Sì, rubano, è vero. Come se fosse nella loro natura e invece no: chi assume uno zingaro? Potendo scegliere a parità di bravura nessuno sceglie lo zingaro.

Come vedi il loro futuro, è possibile un’integrazione e poi è “giusto”?

Io vedo un’INTER-AZIONE. Due culture che agiscono insieme. È l’unica via percorribile. È stata possibile laddove ci sono stati contatti con i gagé (il nome che gli zingari danno a noi).

Cosa pensi dei recenti provvedimenti sulle impronte digitali?

I campi nomadi rappresentano un’emergenza, nei campi ci sono persone con il passaporto italiano e senza precedenti penali, sono schedati su base etnica.

Non è un bel vedere bambini che chiedono l’elemosina, o neonati attaccati alle mamme mentre chiedono l’elemosina, ti pare?

Nella loro cultura non esiste affidare il proprio figlio a una baby sitter per cui “sul lavoro” se lo portano dietro. Lo dice qualsiasi manuale di puericultura che i bambini stanno meglio con la mamma soprattutto da piccoli.

I Rom hanno avuto il loro olocausto, che chiamano Porrajmos, nei campi di concentramento nazisti ne sono morti 500 mila, erano utilizzati soprattutto per gli esperimenti ma non sono mai stati risarciti. Perché secondo te?

Perché nella loro cultura non esiste fare soldi su un morto. Nessuno ha mai chiesto un risarcimento dopo l’olocausto, per un Rom è terribile, è arricchirsi sulla pelle dei morti… non lo faranno mai.

La strada da fare per una possibile integrazione o INTER-AZIONE è ancora molto lunga e il livello culturale veramente basso. Aveva ragione Einstein: è più facile dividere l’atomo che abbattere un pregiudizio.

  SANREMO, 40 GRADI

 Scendiamo All’ombra del melograno, nella Spagna del 1499. Dimentichiamo le macchine, i cellulari.

 Perché nella Spagna del 1499?

 “Perché era il momento di inizio della nuova identità europea. Dopo l’espulsione di ebrei e musulmani si stava creando una nuova Europa monoculturale.”

 Chi risponde è Tariq Ali l’autore di “Islam Quintet” una raccolta di cinque romanzi storici. È qui a Sanremo, invitato dal Comune per presentare in anteprima il suo romanzo, All’ombra dei melograni (ed Baldini e Castoldi)  ed è disponibile per due domande, così timidamente mi faccio avanti.

 “E’ importante recuperare questa perduta e far sapere che una volta l’Islam era parte dell’Europa. In, Francia, in Spagna, in Sicilia. Il Duomo di Palermo ne porta ancora le tracce, sulla facciata si intravede la scritta della prima pagina del Corano, in Spagna sui testi scolastici durante il franchismo questa parte di storia, che dura 600 anni, occupa un paragrafo”

 Chi è questo signore magnetico, coi capelli a onde grigie non è facile da sintetizzare. È saggista, storico, analista politico. È di origini pakistane. Vive a Londra dove è direttore della rivista “New Left Review”. Laico e comunista. I suoi romanzi fanno pensare a Gabriel Garcia Marquez. In Italia ha pubblicato Lo scontro dei fondamentalismi, (Rizzoli, 2002), è interessante la contrapposizione tra fondamentalismi religiosi e lo “spietato capitalismo occidentale”. Da una parte il terrorismo dall’altra l’impero americano. Afferma con chiarezza che bombardare l’Irak o l’Afghanistan non è per motivi religiosi ma perché c’è il petrolio. “Oil”.

 Perché la religione divide anziché unire?

La religione non ha mai unito. La storia è costellata di scontri. Tra cattolici e protestanti. Entrambi hanno partecipato a grandi atrocità. E lo stesso vale per l’Islam. L’ebraismo no, perché non è mai stato un potere. Quando le religioni diventano universali le lotte di potere tra religioni all’interno diventano inevitabili. Credono in un dio unico. L’ideale era quando si credeva in più dei e quando c’era l’equilibrio femminile delle Dee. La religione monoteista porta una cultura maschilista…”

 Non riesce a finire la frase perché il pubblico è lo attende in sala, e resto lì incantata con il mio taccuino perché da sempre io credo in molti dei. Siamo tutti greci all’origine. È Giove che ci protegge, Venere che ci innamora. E io questo mese ho di nuovo Saturno contro.

Pagina successiva »