Quarta di copertina (cioè il dietro) del libro.

In una riviera di ponente che s’avverte sullo sfondo (ma la scena si sposta anche nelle improbabili Firenze e Venezia…) si raccolgono, s’incontrano, dialogano, si svelano, personaggi dell’arte, della letteratura, del cinema, della musica, del gossip mondano ma anche dei fu – metti e della fantasia. Seduti al tavolino di un bar o convocati nel salotto della padrona di casa – provocatorio anfitrione di sconcertanti rendez vous – discutono di sé e dell’esistere, litigano, si confessano, agiscono, in un frenetico mosaico di imprevedibili  relazioni nel quale le parole (e i giochi di parole) determinano un continuo divertissement. La lettura è a più spettri, così come lo è il linguaggio che spazia dal funky al rock. E, volendo, è a più spettri anche la struttura narrativa, che può essere interpretata come una serie di racconti a sé stanti, ma pure come il succedersi di scene e di personaggi (evidentemente residenti in mondi paralleli perché appartenenti a epoche diverse) chiamati a popolare una sorta di unico romanzo stralunato e dalla labile trama. Anche se la trama c’è: nel colto ricercare accostamenti e tic, nelle citazioni che diventano alibi per dialoghi e situazioni solo apparentemente senza capo né coda, nell’ironica autoanalisi – e nello svelarsi al di là dell’agiografia – alla quale si sottopongono i protagonisti. Un libro da leggere e da gustare riga dopo riga; una sorta di “irrealismo magico” che fa venire in mente le “cose strane: coincidenze, premonizioni, divinazioni, spiriti che mi circondano e di tanto in tanto qualche fantasma distratto” delle quali scriveva – in tutt’altra situazione, in tutt’altra narrazione – Isabel Allende. Perché chi la conosce anche di corsa, intuisce che Geneviève Alberti quei fantasmi e quelle coincidenze si propone di viverli davvero e non solo nelle irresistibili pagine che ci regala.

 

 

 

Festival Cultura Mediterranea 
Imperia – Città del Libro
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Per il giorno della Liberazione, 25 Aprile, esce

Colazioni surrealiste, di Genevieve Alberti, red@azione, Genova 

 

 

Grazie a cosimo ariani per quello che hai scritto. 

 

Quando entri nella sua stanza la trovi nella penombra. Dorme.  Fuori la giornata è uggiosa. La nebbia è bassa e avvolge tutto con la sua umida inconsistenza. Dalla finestra si intravede un pezzo di collina. Tratti di grigi e verdi. La televisione è ad alto volume e annulla qualsiasi altro rumore ormai parla da sola, la abbassi. Ora guardi lei, prima di svegliarla. Fai tre respiri profondi. Sai che tratta tutti male. Da sempre.  Ma ad un certo punto ti tocca, devi svegliarla.  Non ne hai voglia. Esce subito quel ghigno sghembo che le deforma la bocca. Spalanca quegli occhi neri , le pupille dilatate fanno ancora più paura di quando ero piccola. La tocchi. E’ rigida. Le ossa, infragilite dal mancato assorbimento di acido folico e vitamina B, sono coperte da una pelle cascante, rugosa, martoriata da chiazze violacee. Lividi. La mappa della devastazione. Le sue vene sono ormai imprendibili. Porta il catetere e ha il pannolone. Il cervello è punteggiato di ischemie. La sua mente è un cielo notturno trapuntato di stelle. Da questi barlumi luminescenti emerge lei. Il suo carattere, le sue menzogne. La diagnosi è etilismo cronico. Ogni giorno, per anni, anni vivi vicino a una bomba a orologeria e ti chiedi: come si fa a camminare bendati, sull’orlo di un precipizio e cavarsela sempre? La sua diagnosi, etilismo cronico.

E’ un malattia “inguaribile, progressiva, mortale” come ha stabilito l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1956.

L’alcolista è dipendente , immaturo insicuro, narcisista, egocentrico, che tende a sottrarsi ad ogni tipo di responsabilità. Quando le cose si fanno difficili si nasconde dentro una bottiglia che lo munisce di quel paio di occhiali colo rosa che fanno sparire nella notte i problemi e le ansietà, le frustrazioni e i risentimenti della giornata.(…). Gli alcolisti sono forse le persone più sole del mondo. Bere smodatamente isola una persona al punto che la s unica compagnia rimane la bottiglia. Gli alcolisti sono accusati, trattati come bambini, derisi dai loro amici e familiari. Sono tollerati, evitati e ignorati da tutti gli altri. Sono interrogati e osservati, da psichiatri e da medici. Niente ha effetto su tutto questo. L’alcolista trova conforto solo nella bottiglia, un rifugio per la sua solitudine e il coraggio di vendicarsi di tutti quelli che egli crede siano i suoi nemici. Alla fine rimane solo, sconfitto, ed impaurito davanti a se stesso.”

Resta mezza dentiera, gli occhi gialli, la pancia gonfia, la rabbia, gli ultimi capricci, le ultime bugie.

E’ dura essere figli di un’alcolista. Ma prima o poi tutto finisce.

cra·ven  (kr                                                                            v      n) adj. Characterized   by abject fear; cowardly. n.A coward.


[Middle English cravant, perhaps from   Old French crevant, present   participle of crever, to burst,   from Latin crep      re, to break.] cra      ven·ly adv.  cra      ven·ness n.

The American Heritage® Dictionary of

Cazzarola anche oggi mi son fatta le mie belle sei ore, sei, di stireria. Si canticchia, si parla tra noi sorelline.  Sempre sul pezzo. Vapore e sudore.

L’astinenza è meno forte in certi momenti. I pensieri di cemento.

In certi momenti, soprattutto la notte quando tutto sembra fermo, comincio a fantasticare su come sarà quando uscirò di qui. Sempre ammesso che riesca ad uscire. E sento in lontananza il “canto delle sirene”. Richiamo alla catastrofe. Resisto.

Qui ti insegnano a proteggerti da questo.

Con le sorelline parlo di tutto e ne ascolto latrati del cuore. C’è la Manu che ha 29 anni  e ne dimostra 109. Ha cominciato a farsi a 13. La roba la portava il fratellone. La madre si fidava e i due organizzavano i loro bei traffici. Grande spirito imprenditoriale. Problem solving. Marketing. Lui la procurava, lei la smerciava perché aveva un’aria da santarellina.

Finché un giorno non porta a casa roba tagliata veramente male. E il fratellone ci lascia le penne. La Manu non ne parla mai. E’ una ferita aperta. Solo una volta ha detto che un giorno spera di guardare sua madre e suo padre di nuovo negli occhi.

La Fede ha tutto il corpo tatuato, non c’è millimetro che non abbia un segno. E’ sempre stata un po’ autodistruttiva. Da adolescente si feriva. Piccoli tagli con una lametta che lasciavano sgorgare stradine rosse sulla sua pelle bianca. Dice che lo faceva apposta. Forse per attirare l’attenzione, forse per sentirsi viva, alzarsi le endorfine. Il piacere che provoca un sottile dolore. Non è passata dalla Maria alla roba pesante. Queste sono tutte cazzate. Comunque la Fede non s’è fatta mancare niente. Ha provato di tutto. Fuori ha un bambino affidato ai servizi sociali.

 

Infatti Mex, come chiamiamo il dottore per via della sua aria un po’ messicana, ci ha parlato dell’effetto Craven, come viene chiamato dai suoi colleghi colti delle Università Americane. Ci ha anche detto che è una delle fasi, poi sparisce.

L’ importante esserne coscienti. Analizzare. Razionalizzare. Metabolizzare. Che due coglioni.

Ma dice anche Mex che poi ti viene in automatico. Sarà.

Insomma alla fine di tutto hai la percezione di essere comunque un soggetto a rischio dipendenze e quindi conoscendoti o eviti, o impari a muoverti e a limitare non solo danni a cose e persone, ma soprattutto danni a te stesso, almeno fisici. E mentali.

E’ una brutta bestia. Con le sorelline non ne parliamo mai.

Il libro Domani smetto ha finito le pagine.

Ci vuole tempo, dice sempre Mex. È un grande Mex. Fa questo lavoro da 15 anni. Si è fatto anche lui i suoi begli annetti in vico della vena. Gli ho chiesto quanti anni ha, è difficile dargli un’età, perché ha il volto scavato da rughe che hanno la loro profondità, e una chioma di capelli grigi che a volte si sparpaglia in giro sulle spalle, altre volte è raccolta in una coda. Si veste come un freakkettone senza rimedio né speranza. Ha delle belle dita lunghe. Mi piace molto. La sera dopo il sudore e il vapore per non pensare a quello che mi farei eccetera eccetera mi faccio delle fantasie su di lui. Che male c’è?

Me ne guardo bene dal farmene accorgere. In fondo si tratta di pensieri innocenti. Le sorelline non ne sanno un cazzo. Gli giro alla larga, sto sempre sulle mie. Infatti ieri mi guardava in mensa. Cosa pensa di me non me lo devo chiedere mai.

Il craven è una cosa che è sempre costante. Avviene e ci devi sapere fare i conti. Qua ti sono vicini. Devi avere fiducia nel gruppo. Ti fanno il lavaggio del cervello ma quando sei fuori cominciano i veri  casini.

Io fuori non ci voglio andare.

 

Colonna sonora: Fearless                            Pink Floyd

 

E così ti arriva, quando meno te lo aspetti. Mentre ti risistemi il reggiseno, distrattamente, avverti che qualcosa non va. È spuntato e prima non c’era.

O mentre ti fai la barba senti qualcosa sui polpastrelli che prima non c’era.

È il cancro. Ma non può capitare a te. Alla collega, alla vecchia zia. Ma non a te.

E comincia la trafila.

 

Domani si parte per il pianeta cancro. Si va a vedere Signora Morte da

vicino.

 

Ho preparato la valigia un po’ a caso. Non so cosa mi servirà, ma ho

sempre tempo per organizzarmi nei prossimi giorni.

Sono partita presto e ho guidato piano, lungo un’autostrada semi deserta.

Una guida concentrata, ho cercato di azzerare qualsiasi pensiero. Non so

cosa mi aspetta.

Al mio arrivo ho trovato Mario, mi ha dato le chiavi e mi ha fatto vedere la casa. C’è una vista stupenda. La finestra del soggiorno si apre sul golfo e oggi entra un’aria calda, azzurra, primaverile.

Mi ha spiegato il funzionamento del boiler, la chiusura delle persiane.  Lo

ascoltavo distrattamente. L’appartamento è molto piccolo, direi essenziale. Un ingresso con angolo cottura, bagno, e camera da letto. Del resto non

credo che passerò qui molto tempo. E’ stato molto gentile. Mi ha chiesto

come andava ma ancora non lo so. Non sono in grado di farmi un’idea.

Sembrava imbarazzato. Cincischiava con le chiavi e si guardava i piedi.

Ci sono ancora oggetti dei precedenti affittuari. Il disegno di un bambino,

un seggiolone, e nel cassetto della cucina ci sono quei tipici cucchiaini da

pappa.

 

Ho disfatto la borsa. Tutte le mie cose occupano un cassetto.

Ho steso una lista mentale di quello che mi serve.

Carta igienica, dentifricio, lenzuola… Non sono mai brava a fare le valigie. Mi preoccupo più di portarmi libri da leggere che di vestiti.

Mi sono concessa solo romanzi per riempire le ore di attesa tra un trattamento e un altro. Nessun saggio. L’ultimo di Peter Cameron, l’ultimo di Bruno Morchio, e l’ultimo di Paul Auster. Qualche giallo che anestetizza

i pensieri.

Mi sono seduta in veranda e ho acceso una sigaretta. Dovrei smettere ma

ho paura di ingrassare. Ho pensato al tragitto da fare domani mattina. Ho

preso da un anno a questa parte la sana abitudine di cominciare ogni

giornata con mezzora di camminata. Tonifica. Schiarisce i pensieri.

Un giorno smetterò di fumare anch’io.

 

 

Primo giorno

 

Il reparto dove fanno la radioterapia è a meno uno. Inizia la discesa agli

inferi.

Il cancro e seduto davanti a me. Indossa una tuta nera, sformata.

È completamente calvo e sul cranio di intravedono profonde cicatrici. Forseè stato operato. È gonfio. Ha lo sguardo spento e si muove con immensa

lentezza. Qui è conosciuto perché il personale si rivolge a lui con il

nome di battesimo. Accanto a lui c’è  una signora, probabilmente la sorella. S’intuiscono familiarità e vaghe somiglianze. Anche lei indossa una tuta

nera. Sfoglia distrattamente una rivista.

Il reparto è bianco. Bianco il pavimento, bianche le pareti a cui sono appesi brutti quadri di pesci e la locandina di uno spettacolo teatrale: “Dove va la vita?” Bella domanda. Il ricavato sarà devoluto alla ricerca sul cancro.

Per oggi abbiamo finito.

 

Secondo giorno.

 

Ho dormito male. Mi sono svegliata molte volte per fare pipì.

Sono spaventata, anche se cerco di non darlo a vedere.

Questo ospedale è immenso. 12 chilometri di vialetti, contro vialetti. Si

estende su tre ettari di territorio. 4500 dipendenti. Fu fondato nel 1422. È

una citta nella città. Volendo ci si può perdere in questo labirinto della

sanità. All’interno c’è un’edicola molto fornita. Niente tabaccaio però nella cittadella sanitaria.

 

Due ragazze giovani sono sedute dietro di me. Prima che prendessero posto ho fatto in tempo a vedere la loro testa completamente calva. Una delle

due riceve e invia messaggi. L’altra chiacchera con qualcuno che non vedo, dice che Daniele è il mago del prelievo, lo chiamano Mani di velluto.

Sono seduta in sala d’aspetto e tutti sembrano avere una grande

dimestichezza. Chi è malato vuole condividere. Sembra che si conoscano

tra loro. Mi viene in  mente quando ero incinta e andavo alle visite di

controllo, se incontravo una futura mamma ci si scambiavano informazioni sul nascituro e la sua posizione, il parto. Qui e lo stesso ma non si parla di

feti o embrioni. Ti senti chiedere “lei dove ce l’ha?”, oppure “sta aspettando la chemio?” come se fosse la cosa più normale del mondo. E qui, in questo girone, la è.

 

Terzo giorno

Il cancro è fatto di attese. Passi leggeri, sale d’aspetto, riviste consunte.

 

 

Quarto giorno

Aghi di pioggia bucherellano l’aria fredda. Voglia di caldo, di spiaggia.

Un signore con la testa avvolta in una benda mi avvicina alla macchinetta

del caffè e mi racconta che domani lo  dimettono e che dell’ospedale non ne può più. La fronte è solcata da una cicatrice rosa. Una deviazione tra le

rughe. In una mano regge un sacchetto di plastica, come quelli delle flebo, che si collega all’orecchio per mezzo di una cannuccia di plastica. Dentro

fluisce un liquido giallastro.

Prendiamo il caffè e usciamo nell’aria gelida di questo maggio anomalo. Si accende una sigaretta e vedo che ha l’indice e il medio ingialliti dalla

nicotina. Mi osserva mentre mi giro una sigaretta con la macchinetta. Vuole assaggiare una delle mie sigarette e gliela porgo. Dopo una boccata mi

guarda soddisfatto e dice: “buona.  Non l’avrei mai detto”. “Spendevo

troppo”, ribatto. Gli faccio gli auguri per la dimissione di domani e mi

avvio verso gli ascensori. Altra attesa. Altra sala.

C’è una porta verde e vicino una giraffa di legno da cui spenzolano degli animaletti di peluche e un palloncino quasi sgonfio. Che cosa c’è dietro quella porta? Dopo un po’arriva un’inserviente che spinge un carrello colmo di

prodotti per la pulizia. Indossa una divisa a righe rosa. Apre la porta e

intravedo dei giochi, una struttura in legno con dei contenitori colorati pieni di giocattoli. La stessa che avevo comprato all’Ikea per la cameretta dei

miei figli. Una vita fa.

Tempi vuoti. Attese. Terapie. Di solito chi aspetta di fare terapia non legge. Regge sacchetti da cui spuntano lastre e documenti medici. Chi

accompagna invece inganna il tempo con libri e giornali.

Mi manca tutto. Anche la gatta, il suo appollaiarsi sulla mia pancia durante il pisolino pomeridiano.

 

Quinto giorno

L’acqua del golfo ha striature smeraldo. In cielo galleggiano continenti di

nuvole bianche che oscurano il sole.

Ormai mi sveglio prestissimo. Dormo poco. Sogno spesso la morte. Non mi era mai successo prima, soprattutto con questa frequenza. Sogno la nonna che muore in un incidente d’auto. Ma la nonna è morta 25 anni fa. Cancro

allo stomaco. Si è consumata fino a diventare un soffio.

 

Mentre ero immersa nella lettura di un polpettone storico di Ken Follett si è aperta la porta verde e non sono riuscita ad impedirmi di guardare. Ne è

uscito un bambino che avrà avuto sì e no 8 anni, difficile dirlo. Aveva la

testa coperta dal cappuccio di una felpa. S’intravedeva la testolina senza

capelli. La mamma gli stava canticchiando una canzone. Sono spariti tutti e due dietro il paravento che separa la sala d’attesa da quella della

radioterapia. Ho cercato di sprofondare di nuovo nelle pagine di Ken

Follett ma non riuscivo a deglutire. Qualcosa mi si è incastrato in gola. Mia nonna lo chiamava magone.

 

Due giorni senza ospedale. A casa. Breve incursione nella normalità. Vado in un discount di prodotti per il corpo a comprare quello che mi manca e una signora sui 55 anni si rivolge alla commessa e chiede informazioni su un anticellulitico a base di alghe. È in promozione e vuole farne incetta. Si

lamenta dei chili di troppo, non sulle gambe che sono snelle ma intorno ai

fianchi. È lì che si accumulano gli inestetismi. Si rivolge a me e mi dice di aver provato tutte le diete e che non riesce a rinunciare al vino. Solo due

bicchieri, la sera come aperitivo. La guardo senza vederla. Le sue parole

sembrano giungere da un posto lontanissimo, mi sembrano prive di senso. Galleggiano senza entrarmi nell’orecchio. Restano sospese come mosconi

in una stanza chiusa.

Mi guarda e mi chiede come faccio io. Io?

 

Sesto giorno

Del cancro vuoi sapere tutto. Cure, terapie, effetti collaterali, farmaci,

medici, statistiche. Vorresti sapere quanto resta.

Con Internet le informazioni sono a portata di un click. Una ricerca recente dice che la flebo allunga la vita di 4 mesi. E non sai se è una buona notizia.

Oggi il traffico è paralizzato dall’arrivo in città del Presidente della

Repubblica. È qui per partecipare ai funerali di Stato degli 8 lavoratori

morti sul porto. Morire sul lavoro è inconcepibile. In sala d’aspetto

stamattina regna un silenzio irreale. Solo due militi della Croce  Rossa si

lamentano in genovese stretto, cantilenando e mugugnando.

Sono qui da un po’. Il macchinario fa i capricci. Arriva una ragazzina su

una sedia a rotelle. È completamente calva, una mascherina le nasconde

mezza faccia. La spinge sua madre. La guardo e ha due occhiaie profonde e nere come due laghi di notte. Ha l’accento meridionale. Madre e figlia

parlottano complici. La piccola parla di Violetta, la stessa serie televisiva

argentina che guarda mia figlia sul canale 613 di sky. Avranno la stessa età. La madre apre la porta verde e spinge dentro la figlia.

L’infermiera che di solito è qui si rivolge direttamente a lei e le chiede:

“Allora Chiara, mi hai perdonato?” La ragazzina sorride e risponde:” ma sì non sei la prima che mi scambia per un maschio!”.

La madre spinge la carrozzella oltre la porta verde. Da dentro si sente

canticchiare. Vado alla macchinetta del caffè. Qualcosa mi punge fin

dentro il naso, deglutisco.

 

Settimo giorno

 

Avrei bisogno di un tappetino per il bagno, un’insalatiera, un paio di

ciabatte, il phon. Ma questo senso di provvisorietà mi conferma che qui

non resterò molto e che presto tornerò a casa, tra le mie cose.

 

 

Ci sono molti modi per coprirsi il capo. C’è chi usa delle bandane colorate, o delle calottine. Sono le ragazze più giovani che rifiutano la parrucca. Le

parrucche sono quasi tutte brutte, brutto il taglio, innaturale il colore. Si

capisce subito che è tutto finto. A indossarla sono soprattutto donne più

anziane, già abituate a vedersi in testa colori di capelli del tutto

improbabili. Continuano a toccarla, danno impercettibili aggiustatine.

Gli uomini ricorrono per lo più a cappelli. Chi ha già superato la chemio

mostra con orgoglio i propri segnali di ricrescita. Tante Sinead O’Connor

che si aggirano per il reparto.

La temperatura si è alzata di colpo. Dopo giorni di pioggia sembra una

tregua. La primavera stenta a decollare.

C’è una coppia di anziani che viene qui da anni. La moglie è affetta da un

cancro congenito. È una veterana del reparto e mi racconta che prima era

meglio. Prima che accorpassero i due reparti. Intanto la farmacia era

all’interno e questo faceva risparmiare un sacco di tempo. Lei si è rivolta al

Tribunale dei diritti del malato perché voleva farla venire due giorni

consecutivi. Ha anche scritto al Secolo decimonono. Il marito porta al collo una piccola croce di legno e quando la moglie viene chiamata per la

chemio, lui sistema alcune cose nei sacchetti e poi attacca bottone. Mi

racconta di una madre che aveva un figlio di due anni pieno di cancri, viene convinta a partecipare a un viaggio della speranza, così prende il figlioletto e va a Medjugorje. Qui incontra una specie di santona a cui ogni primo  del mese appare la Madonna. La santona prende in braccio il bambino. Quando tornano in Italia il piccolo è completamente ristabilito. Nessuna traccia di

tumore. Anche i medici non sanno dare una spiegazione. Mi chiede se sono credente. Non so. Poi mi racconta di una certa Natuzza che parlava coi

morti. Io ho solo voglia di leggere, fumare una sigaretta.

L’unica cosa positiva delle attese è la lettura. C’è sul mio comodino una pila di libri che ho già divorato. Per lo più gialli scandinavi, scorrono veloci e non ti fanno pensare.

 

Non conto più i giorni. Sono tutti uguali, scanditi da una routine che è

diventata familiare mio malgrado. Niente sembra fare più effetto. Ci si

abitua a tutto. Si metabolizza tutto. Una normalità nuova prende il posto di quella vecchia. Non ci sono più le stesse persone dei primi tempi. Ora ce ne sono altre, con lo stesso senso di smarrimento negli occhi. Ma non ci fai

più caso. Entri, la sbarra si alza, cerchi posteggio, scendi a meno uno, il macchinario funziona, oppure no e l’attesa si fa più lunga. E poi aspetti, leggi,

Caffè, sigaretta con i camici bianchi. E poi di nuovo auto, sbarra, fino al

giorno successivo che sarà identico. Fino alla fine della cura, senza sapere

se sarà servita, oppure no. Senza mai sapere più niente della signora bionda che si sognava la pastasciutta anche la notte, o del signore che ha lavorato una vita sul porto e accompagna qui la moglie tutti  i giorni. Sterili squarci

vuoti. Ore che sgocciolano via.

Non ho voglia di cucinarmi niente. Vado avanti a bresaola, scatolette di

tonno. Consumo i pasti velocemente. Come se avessi chissà quale impegno da rispettare. Non esiste più la fretta. Solo attese. Infinite, lunghe.

Tempi morti, che sembrano dilatarsi all’infinito.

 

Quando sono arrivata il roseto era punteggiato da tante piccole gemme, ora sono esplose tutte e rami si piegano sotto il peso dei fiori.

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