Felice Cascione è stato un partigiano e medico comunista che morì dopo un conflitto a fuoco con i fascisti il 27 gennaio del 1944, per questo fu insignito della medaglia d’oro al valor militare alla memoria. A lui si deve inoltre il testo della canzone Fischia il vento, uno dei più importanti inni del movimento partigiano, la cui musica è quella della canzone russa Katiusha. A questa figura molto legata al territorio fu dedicata la via centrale, il salotto buono, di Porto Maurizio. In seguito è stata ribattezzata Via Marrakech, e poi via Istanbul.

La via è tagliata in due da una galleria e da via Martiri della Libertà che collega Porto Maurizio alcune frazioni dell’entroterra. La separazione, con gli anni, è diventata non solo fisica, territoriale, ma anche culturale, creando nel quartiere una vera e propria spaccatura. Agli inizi degli anni ‘90 la parte bassa di via Cascione è diventata meta di immigrati magrebini che si sono “impossessati” della zona. Questo fenomeno ha portato una sorta di impoverimento generale che ha avuto come conseguenza lampante la progressiva e inesorabile serrata di negozi “storici”, appartenenti a famiglie portorine da generazioni, come ad esempio la pasticceria Giudice, il negozio di alimentari Volponi, Lepre strumenti musicali, e ad un abbassamento dei prezzi di vendita degli esercizi commerciali. I media locali si sono più volte occupati di questo mutamento, raccogliendo l’allarme dei cittadini imperiesi, preoccupati di questo sempre più massiccio insediamento. Verso la metà degli anni’90 all’immigrazione maghrebina si è aggiunta una seconda ondata questa volta proveniente dalla Turchia.

Se è vero che alcuni negozi “storici” hanno chiuso i battenti è altrettanto vero che altri hanno aperto proprio sfruttando il ribasso dei prezzi di locazione, come raccontano la Signora Cinzia Di Grazia della Bottega equo solidale e la signora che da poco ha aperto la libreria che hanno potuto scegliere di spostare il proprio negozio proprio per il calo dei prezzi. La via si immette su piazza Mameli dove c’è la scuola elementare “Mameli” in cui è concentrato il più alto numero di figli di immigrati. Da via Cascione si diramano altre vie in cui sono presenti sia negozi gestiti da italiani, , sia negozi gestiti da stranieri.

Dopo questa prima mappatura comincio ad entrare nei negozi e a porre domande sul quartiere e su eventuali problemi di convivenza. Il primo esercizio che ho scelto è una panetteria, un tempo gestita da italiani e oggi invece rilevata da un ragazzo turco. Una volta dentro mi rendo subito conto che in vendita non c’è solo pane, ma molti generi con etichette in turco, dalle bibite ai prodotti in scatola. “Sono l’unico forno che fa pane turco, è molto richiesto.” Mi accoglie benissimo senza alcun tipo di diffidenza. “Il mio è un piccolo negozio perché qui accanto c’è il Conad. Faccio il pane, ma anche pizza (e me ne offre un pezzo), molti se lo fanno in casa, non mi conviene tenere molte cose perché il supermercato mi fa concorrenza”.

Proseguendo entro in un ufficio specializzato in pratiche per immigrati. Anche in questo caso sono accolta da un ragazzo giovane proveniente dalla Turchia. Si chiama Iacopo, ha italianizzato il suo nome e manda avanti lo “Studio Eller” :

  • Perché secondo te in questa zona c’è una così alta concentrazione di stranieri?

  • Non abitano qui, ma qui trovano i loro negozi

  • Tu che tipo di pratiche fai per i tuoi connazionali?

  • Di tutti i tipi: dall’abbonamento al telefonino, al contratto di sky, l’assistenza sanitaria, permessi di soggiorno. Di me si fidano.

  • Ma se devi fare una pratica per la pensione, o il conteggio della busta paga li mandi ai sindacato o fai da intermediario?

  • Faccio tutto io. Loro si rivolgono a me e poi io penso a tutto.

  • Dal tuo osservatorio privilegiato quale progetto hanno gli immigrati, è un trasferimento provvisorio, definitivo?

  • Quelli che vengono qua sono quelli che non si trovano bene e provano in Germania, Italia, Francia, quindi fanno un progetto a lunga scadenza. Io vengo dalla Turchia, sono arrivato all’età di 5 anni, facevo l’asilo, e voglio restare qua. Al mio paese non conosco più nessuno a parte i parenti. Mio padre vorrebbe tornare ma io no. I turchi, i vecchi vogliono ritornare. I giovani che sono cresciuti qua invece vogliono restare.

  • Che legame rimane col paese di origine?

  • Nessuno si stacca, tranne gli albanesi, loro dimenticano l’Albania. I turchi sono legati, vogliono far studiare i figli, farli arrivare ad un livello più alto. Io aiuto molti studenti, abbiamo un’associazione culturale che serve a dare una mano a insegnare l’italiano in turco. C’è nella legge per essere ammessi in Italia un test di italiano, se non lo superi non puoi venire.

  • Ma allora perché le donne spesso non parlano la lingua?

  • Le donne giovani lo parlano bene, ma da anziano la situazione è più difficile. La maggior parte delle persone che sono venute qui provengono da paesini dove facevano i pastori e non hanno studiato. Se non studi è più difficile imparare una lingua straniera.

  • Tu come ti senti, turco o italiano?

  • Mi sento turco ma con un carattere italiano.

Sala da The

La seconda tappa obbligata per capire la presenza della comunità turca in via Cascione è il Circolo. Per entrare, su consiglio del professor Pitto, mi faccio accompagnare da un mio amico, Giovanni Vassallo che oltre ad una grande passione per l’antropologia ha anche una laurea in materia e può aiutarmi a rompere il ghiaccio.

La prima cosa che colpisce di questo ritrovo è la totale assenza di presenze femminili. Il locale è ampio, con una ventina di tavoli a cui sono seduti uomini di tutte le età che giocano a carte sorseggiando te. Sul fondo gracchia, inascoltata, una tv sintonizzata su un canale turco. Ci avviciniamo al bancone chiedendo del titolare. Dobbiamo attendere un po’, nel frattempo ci viene offerto un tè rosso. Qui non vengono serviti alcolici. Dopo circa venti minuti arriva il proprietario del locale che si siede accanto a noi e cominciamo l’intervista. Si chiama Hakan, ha 49 anni e vive a Imperia dal 1998.

  • Che tipo di locale è questo?

  • È un bar, frequentato da turchi. Non si servono alcolici. Tutti i tipi di bevande, anche qualcosa da mangiare, no il kebab. Ho aperto un anno fa e sono ancora poco fornito. Qui si gioca a carte, si scambiano informazioni, chi cerca casa, un lavoro.

  • Che tipo di orario fai?

  • Dalle 7 del mattino, ma la clientela arriva più tardi, intorno alle 10, le 11 del mattino.

  • E a che ora chiudi?

  • Dipende, dopo le 22, le 23. La gente viene qui dopo il lavoro. Passano il qui il tempo quando non lavorano. Vengono per ritrovarsi con gli altri connazionali, perché ci diamo una mano. Ci scambiamo informazioni, vengono qui anche per farsi aiutare, poi perché pagano poco. Stanno tanto tempo qui ma prendono solo un tè.

  • Vedo che giocano ai tavoli con le carte ma anche con delle tessere di legni, tipo Domino. Che gioco è?

  • È un gioco con delle piastrelle una specie di Scala 40 ma con queste piastrelle.

  • Qui c’è poco lavoro. Stanno andando via. Prima c’erano 1500 turchi, ora stanno andando via tutti ora ce ne sono 700. Vanno tutti in Francia. Fanno i frontalieri.

  • In che settori lavorano?

  • Nell’edilizia. Sono artigiani. Abitano fuori, nei paesi vicini. Veniamo tutti dagli stessi paesi, Tokat, Yogat, Sivas.

  • Tu quando sei arrivato?

  • Nel 1998, ho lavorato come edile. Prima sono venuto solo io, poi ho chiamato la mia famiglia.

  • Avete un’associazione di riferimento?

  • Sì certo, raccogliamo anche denaro, se qualcuno muore qua raccogliamo i soldi per mandare la salma in Turchia così i genitori vedono che è veramente morto. Ma aiutiamo anche per i matrimoni.

  • Perché secondo te i turchi si fermano in via Cascione?

  • Ci sono i negozi, si sono abituati a venire qua. Se hai bisogno vieni qui.

  • Senti ho notato che non c’è neanche una donna.

  • Perché da noi non è come qua, da noi non vedrai mai una donna in un bar o una donna con un uomo. È così. Le donne stanno a casa, hanno i bambini.

  • Ma tra loro dove si incontrano?

  1. Nelle case.

Vorrei capire a questo punto cosa pensano i commercianti imperiesi di questa parte della città e così vado alla panetteria italiana. Spiego alla signora le ragioni delle mie domande e lei dice che non niente in contrario all’apertura di negozi da parte di stranieri ma che non sarà mai possibile una vera integrazione a causa della chiusura di queste persone:

  • Stanno lì a ciondolare tutto il giorno, solo uomini, non fanno niente di male, se ne stanno lì e basta, non parlano con noi. Vivono come vivevamo noi una volta nei nostri paesini. Sono sempre sul marciapiedi. Una volta vivevano qua adesso si sono spostati nell’entroterra ma vengono qui a cercare i loro connazionali. Hanno tutti dei macchinoni, ma come faranno mantenerli…

  • Vengono a comprare il pane nel suo negozio? O visto che è vicini alla scuola magari a comprare la merenda?

  • Gli italiani sì, i turchi no. Da me non vengono perché non si fidano, mangiano solo pane che sia stato toccato da mano musulmana.

  • Cosa intende per “mano musulmana?”

  • Noi nel pane mettiamo lo strutto e loro non lo mangiano, non faccio tutto il pane con lo strutto ma non si fidano.

  • Secondo lei c’è differenza tra la comunità marocchina e quella turca nel rapporto con i locali?

  • Eccome! I marocchini sono più aperti, i turchi no. Comunque è l’Islam che fa la differenza

  • Con l’arrivo degli immigrati secondo lei è calata la clientela italiana?

  • Sì. Questa è una piccola città, i clienti italiani non vengono più sono diffidenti, tutto è cambiato nel giro di 5-6 anni.

Accanto alla panetteria c’è una “kebabberia” Kebab “Pascià” gestita da un ragazzo turco. Entro e dopo avergli spiegato che sto facendo una ricerca per l’università accetta di parlare con me, sembra lusingato. Vende bevande non alcoliche tra cui gamlica una specie di sprite turca, e dolci tipici turchi e kebab.

  • Da quanto tempo hai questo negozio?

  • Da più di 10 anni, io appartengo ad una delle prime famiglie che sono venute a Imperia. Mio fratello è geometra al catasto, se studi poi ti integri.

  • Abiti in questa zona?

  • No, a Caramagna

  • Come mai secondo te via Cascione è meta della comunità turca?

  • Per abitudine penso, sono venuti prima da soli gli uomini e poi dopo essersi sistemati hanno chiamato la famiglia, non hanno comprato casa in Turchia.

  • Qui accanto c’è un circolo turco, tu lo frequenti?

  • No io non vado mai, i miei amici sono tutti italiani, ho fatto qui tutte le scuole dalle elementari alle superiori.

  • Com’è cambiato il quartiere secondo te dopo l’arrivo degli immigrati

  • Il quartiere è cambiato molto, rispetto a 10-15 anni, quando sono arrivato io, molti negozi di italiani hanno chiuso, ma altri ne sono stati aperti. Si sta creando un tessuto urbano diverso, c’è la macelleria, il Kebab, gli alimentari dove c’è il pane, al supermercato si trovano prodotti turchi perché c’è richiesta. Dovrebbero fare più cose però per l’integrazione. Qui ci sono troppi stranieri, io non parlo con gli stranieri, gli italiani dovrebbero parlare coi turchi, invece non ci parlano, dovrebbero fare dei progetti a scuola per i ragazzi.

  • Le donne sembrano essere chiuse, parlano poco italiano

  • Sono tutte casalinghe, hanno 3-4 figli, stanno a casa, il marito è l’unico che lavora, non è che sono chiuse ma hanno molto da fare.

  • E l’italiano? Se non imparano la lingua del posto in cui vivono saranno tagliate fuori sempre

  • Vanno alla Boine che organizza corsi di italiano per stranieri, lì vanno.

  • E come vivono il quartiere? Dove portano i bambini?

  • Io non seguo queste cose

Questo ragazzo mostra segni di incoerenza, prima sostiene che la comunità turca non è chiusa, poi che sono gli italiani che dovrebbero parlare coi turchi ma lui per primo dice di frequentare solo italiani. Quando il discorso si sposta sulle donne si chiude a riccio. L’atteggiamento è cambiato. Alla fine della conversazione mi dice che non vuole apparire nella mia ricerca, né lui né il negozio e di cancellare tutto, cosa che gli assicuro. Me ne vado con la sensazione che siano state le domande sulle donne a fargli fare retro marcia Inoltre ha insistito parecchio sulle sue frequentazioni italiane dimostrando di essere un misto di orgoglio e rinnegamento.

Circolo Arci Handala

A pochi passi da questo bar c’è il circolo ARCI “Handala”, inaugurato da pochi mesi. L’idea di aprire questo spazio è del dottor Kahled Rawash, medico di origine palestinese, ha lo studio in via Cascione e molti dei suoi pazienti sono immigrati. Ma è anche medico del carcere di Imperia. È in Italia da oltre vent’anni. I fondatori del circolo Handala sono 3 palestinesi, 3 tunisini, e 2 marocchini. Il circolo organizza cene marocchine, tunisine, palestinesi ma anche italiane. Vengono presentate rassegne di film, mostre fotografiche. Ma ci sono anche iniziative più specificamente politiche, di sostegno e sensibilizzazione sulla causa palestinese. Vengono organizzate raccolte fondi per la “Freedom Flottilla” e dibattiti, incontri. L’intenzione però è anche quella di organizzare corsi di recupero per bambini stranieri, serate di confronto tra donne, concerti e tutto quanto possa favorire una maggior conoscenza e integrazione.

  • Come ma secondo te proprio in via Cascione si è concentrata una percentuale così alta di immigrati?

  • Ma non c’era un disegno preciso. Le cose si sono trascinate via via, qui sono cresciute le opportunità per gli immigrati e poi una cosa ne ha prodotta un’altra, negli anni.

  • Ci sono negozi, circoli ci sono secondo te reti informali che non si vedono legate al lavoro?

  • Sì, ma sempre dentro un circuito, una bacheca per gli annunci in un negozio, è una rete dentro una rete.

  • E lavoro?

  • Sì tra di loro, non c’è un vero e proprio caporalato organizzato, in altre zone sì, non in via Cascione, il centro del caporalato è Oneglia, e i caporali sono italiani non turchi o maghrebini. C’è sempre uno che raccoglie la manovalanza che di solito è straniero e poi uno che contratta il prezzo.

  • Come sono stati i flussi migratori?

  • Su selezione. L’immigrazione è preordinata. Per capirli devi sapere da dove arrivano. Per esempio tunisini e turchi vengono da due zone. I tunisini sono a bassa scolarità e vengono dal sud della Tunisia, i turchi da zone fortemente religiose, le famiglie sono molto chiuse, in altre zone magari sono più laici. Quelli di qui provengono tutti da una zona ad ovest di Ankara dove sono religiosi e conservatori. Fanno feste tra di loro, lavorano tra loro, e sono tutti parenti tra di loro. Hanno portato le loro donne, c’è infatti anche una netta separazione tra uomini e donne, ma non tutti i turchi sono così.

  • Si sposano qua o in Turchia?

  • I matrimoni possono anche svolgersi qua ma alcuni sono combinati. Se non trovano da sposarsi qui vanno al loro paese e trovano là. Nella cultura turca islamica è la madre che combina tutto.

  • C’è integrazione per esempio tra la comunità turca e quella maghrebina?

  • È un’integrazione di convenienza. Non ci sono conflitti ma non c’è neanche una costruzione di progetti comuni. Per esempio qui nel circolo Handala ci sono solo 3 turchi. I marocchini e tunisini sono tutti conservatori e qui non vengono perché si consumano alcolici. Il vino non è esposto come vedi, ma sanno che c’è. Noi siamo laici e per questo c’è un forte boicottaggio nei nostri confronti. La prima cosa che chiedono è se c’è vino e appena lo vedono se ne vanno, magari alla pizzeria accanto. Sono tutti dei conservatori.

  • Roberto Hamza Piccardo 1 è venuto all’inaugurazione?

  • Sì ma poi però non incoraggia.

  • Perché avete scelto proprio via Cascione per aprire il circolo Arci?

  • Per la forte presenza di immigrati.

  • Chi sono stati i primi a venire?

  • I marocchini. Poi gli albanesi i tunisini e per ultimi i turchi. Molti turchi stanno ritornando in patria perché la situazione economica sta migliorando. La stessa situazione si riproduce in carcere, c’è specializzazione del reato a seconda della nazionalità, per esempio gli albanesi sono dentro per sfruttamento della prostituzione, i tunisini per droga, gli algerini per violenza fisica, i rumeni per le rapine e i turchi per i permessi di soggiorno.

  • Via Cascione dagli imperiesi è stata ribattezzata via Marrakech prima e via Istanbul dopo.

  • Sì però vengono anche loro qui perché nei negozi si risparmia, vengono a comprare i vestiti dai cinesi.

  • E la scuola elementare qui accanto?

  • Ci sono tantissimi figli di immigrati, è l’unica scuola a tempo pieno di Porto Maurizio, però molti tunisini e marocchini pur di dare un’educazione più religiosa ai figli li mandano dalle suore, inoltre le madri lavorano tutto il giorno e dalle suore l0orario è più ampio.

  • esistono famiglie in cui, a causa della crisi, lavora solo la moglie?

  • Sì esistono tragiche dinamiche familiari. In questo ultimo anno sta succedendo molto. Le donne lavorano in nero come colf o badanti e gli uomini sono disoccupati, le donne devono lavorare di più e danno maggior disponibilità di orario. Il dottor Kahled Rawash ha un osservatorio privilegiato per poter capire quali sono le dinamiche e si è rivelato un informatore attendibile e disponibile.

Kahled mi consiglia inoltre di andare da Said, il primo ragazzo marocchino ad aver aperto un negozio da queste parti. Entro in macelleria e mi sento subito a casa perché dietro il banco, insieme a Said, c’è un altro Said che conosco bene perché lavora alla Fillea-Cgil. è gioviale, simpatico. Una persona che ti mette subito a tuo agio e infatti appena entrata mi offre subito un delizioso the alla menta.

  • Ciao Said, anzi Salam Malecom

  • Malecom Salam

  • Senti Said quando hai aperto il negozio?

  • Prima ho aperto un Phone Center e Bazar Agadir, sono stato il primo, poi con l’avvento dei telefonini ho dovuto cambiare genere.

  • Ma sono arrivati prima i turchi o i marocchini??

  • (Said ride di gusto!!) ma che dici? Prima i marocchini, ai primi anni 90, 92,93 e si chiamava via Marrakech, poi dopo 5 6 anni sono arrivati i turchi!

  • C’è una moschea?

  • Non c’è un regolamento che autorizzi l’apertura di una Moschea, apri come centro culturale.

  • Ma è la stessa per turchi e arabi?

  • No. i turchi hanno un loro centro in via Carducci bassa, vicino alla vetreria, noi a Oneglia, vicino agli ex vigili del fuoco.

  • Ma senti spiegami questa storia del pane che dev’essere maneggiato solo da mano musulmana

  • Ma che mano musulmana e mano musulmana, chi te l’ha detto?? Non ci deve essere strutto, poi chi lo maneggia è lo stesso! Possiamo comprarlo dovunque. Ma i turchi comunque non hanno questi problemi. I turchi son peggio dei calabresi, ma questo non lo scrivere!

  • Perché via Cascione secondo te? Ma Imperia era un centro di passaggio verso la Francia, se venivano respinti si stabilivano qua.

  • Tu sei stato il primo negozio di alimentari a Imperia

  • Esatto. La prima macelleria Halal

  • Halal vuol dire corretto?

  • Corretta la macellazione dell’animale.

 

Scuola elementare

Fulcro del quartiere è la scuola. L’unica a tempo pieno di Porto Maurizio. Parlo con la vice direttrice per chiedere l’autorizzazione ad intervistare i bambini di una quinta in cui il numero di bambini stranieri supera quello degli italiani. Non è stato possibile parlare con la direttrice che più volte contattata non ha mai richiamato. Al contrario la vice direttrice si è dimostrata più disponibile e dopo aver chiesto garanzie sull’anonimato degli alunni mi ha dato l’autorizzazione ad entrare in classe. Contatto quindi la signora Teresa Bogliorio, insegnante in quinta di matematica e religione, o meglio religioni che si dimostra molto disponibile e collaborativa. La sua è una classe molto particolare in quanto su un totale di 24 alunni, 14 sono figli di immigrati tutti di diverse nazionalità. Mi racconta che trovandosi in prima elementare, 5 anni fa, con bambini di diverse religione e qualche ateo ha ritenuto opportuno fare un discorso più ampio sulle religioni, che portasse i bambini a conoscere anche esperienze diverse, mirando alla conoscenza reciproca e all’integrazione e non alla separazione. Quando ha iniziato la prima elementare la maggior parte dei suoi alunni non parlava italiano ed è stato molto difficile comunicare sia con i ragazzi che con le famiglie. La scuola non ha fornito nessun tipo di supporto, né ha integrato con una formazione ad hoc per gli insegnanti. “L’impatto è stato molto duro – dice la maestra – soprattutto perché arrivavano tutti per la prima volta, pochi erano andati all’asilo, Singe è stata fondamentale per le traduzioni, non sapeva ancora scrivere ma sapeva parlare e faceva lei le comunicazioni alle famiglie. I problemi più grossi sono stati con la comunità turca. Molto meno con gli arabi, perché i bambini già parlavano un po’ di italiano. Dorian la prima settimana scalciava perché voleva andare via ma ha imparato subito a parlare italiano perché gli albanesi fanno presto . Molto dipende dalla struttura grammaticale della lingua di origine. Oltre alla lingua un altro problema è stato quello del cibo. In mensa c’era il prosciutto bisognava stare attenti ma i bambini sono tanti. I turchi mangiano diverso da noi, adesso qualcuno comincia ad assaggiare e a provare qualcosa di italiano, qualcuno in quarta ha assaggiato i piselli e gli veniva da vomitare. È stata dura. Aggiungi che in questa classe, come se non bastasse, ci sono anche tre handicappati. Ci siamo un po’ arrangiati, per esempio il bidello parla spagnolo e così abbiamo potuto comunicare con il bambino peruviano.

  • Avete avuto aiuti esterni?

  • Aiuti esterni pari a zero, 3 ore di sostegno su 40. 4 ore di compresenza non le hanno ancora tolte del tutto, così possiamo fare dei gruppi di livello cioè recupero e approfondimento a seconda delle esigenze degli alunni.

  • Ma i mediatori culturali?

  • Ci sono solo da pochi anni, qui abbiamo bambini di lingua turca, araba, albanese, filippina e spagnola. Viene il mediatore culturale a fa un po’ di recupero di italiano. Ma soprattutto per parlare ci genitori.

  • Ma il progetto del libro?

  • Tutto sulla carta, molto bello, poi però senza finanziamenti non si va da nessuna parte.

I bambini sono seduti nel banco e comincio a far loro delle domande. All’inizio sono un po’ intimiditi e allora cerco di rompere il ghiaccio con l’aiuto della maestra Teresa che li conosce e li sprona.

Jasmine: sono venuta in Italia all’età di 4 anni, sono turca. Ho tanti amici sia turchi che italiani e arabi. Quando sono arrivata i miei amici turchi mi prendevano in giro, perché non sapevo scrivere, leggere e parlare italiano. All’inizio non parlavo e la maestra Paola mi faceva il linguaggio dei segni, anche la maestra Teresa mi aiutava. Non sapevo parlare ora sì. Parlo con tutti, mi sento parte dei gruppi e anche se di religione diversa siamo tutti amici. Abito da queste parti, in via Mazzini, dopo la scuola vado in piazza Roma se c’è mio padre se invece c’è mia madre vado a casa perché lei deve cucinare.

Andrea: vengo dall’Albania, abito in via Cascione e sono nato qui. Ho fatto un anno di materna prima di cominciare le elementari e quindi parlavo già italiano. In casa si parla italiano ma io parlo anche un po’ di albanese. Dopo la scuola faccio atletica ciclismo, se non ho allenamenti vado in Piazza Roma a giocare coi miei amici, turchi albanesi, italiani.

Lutfullah: sono turco, quando sono entrato qui la prima volta piangevo, dopo qualche giorno mio papà mi ha dato una sveglia e quando suonava era or di andare a casa, questo mi tranquillizzava molto. Per tutta la prima sono stato zitto, poi ho iniziato a parlare coi amici, cercavo di inserirmi, certi li conoscevo dalla materna. Non sono mai stato preso in giro fuorché sul pulmino da un ragazzo di quinta, italiano. Più passava il tempo più riuscivo a parlare e a fari degli amici. Stavo sempre nello stesso banco s mi cambiavano piangevo. Sul pulmino sono diventato amico di Simone. In casa parliamo turco. Giuoco ai giardini e aiuto mia madre, quando cucina faccio giocare mia sorella più piccola e quando lavora faccio ilo baby sitter. La mia religione è musulmana. Prima non studiavo perché perché avevo più difficoltà ma in quinta ho giurato che avrei fatto meglio e ci sono riuscito.

Simge: sono nata qua ma i miei vengono dalla Turchia, il primo giorno di scuola cercavo di inserirmi ma mi prendevano in giro, ora non più. A casa si parla “mischiato”, ho scritto una lettera a mia madre ho iniziato in italiano e ho finito in turco. Penso un po’ in turco e un po’ in italiano.

Miumir: sono arrivato dal Perù a gennaio di quest’anno, me la cavo bene. all’inizio mi prendevano in giro, non mi lasciavano giocare con il game boy. Adesso va meglio, gioco nell’Imperia, sono un difensore. Abito in via Cascione. Il Perù non mi manca. È un paese noioso, fa troppo caldo e ci sono molti ladri che vanno in giro con la pistola e ti minacciano col coltello. Mio cugino è stato accoltellato. Ci sono le bande. Qui le bande non ci sono, si sta tranquilli. Abitavo a Lima che è una grande città. qui vivo con mio papà mia mamma e mia nonna, la mia cuginetta e mio zio. Appena arrivato non parlavo, ho cominciato con Dorian e Mohamed. Da grane voglio fare il calciatore.

Azequl: Io vengo dal Bangladesh, sono qui da sei anni con mio papà, mia mamma, la mia sorellina e mio zio. Non mi ricordo di aver avuto delle difficoltà. So anche un po’ di inglese, in prima passavo dal bengalese all’inglese e dopo all’italiano. Per me l’italiano è una lingua vuota che non ha significato. L’analisi logica non ha alcun senso.

Giorgia: sono italiana. Abito al Parasio. Quando sono arrivata ero spaventata perché c’era tutta gente nuova. Ma poi ho conosciuto gli altri ed è passata. Tutti che parlavano una lingua diversa. La prima persona con cui ho fatto amicizia è stata Fatima che parlava benissimo italiano.

Janine: Io vengo dalle Filippine, sono andata ai campionati regionali di inglese. In casa si parla italiano e filippino, che deriva un po’ dallo spagnolo. Sono qui da 4 anni, sono nata qui, poi sono andata nelle Filippine da mia nonna mentre mia madre era in Italia, poi mi ha riportato qui. Mi mancava tantissimo ma ogni estate veniva a trovarmi. Ora siamo tutti insieme.

Asma: Io sono tunisina, son o arrivata in Italia nel 2006. Prima abitavo a Pieve di Teco, avevo 5 anni, non sono andata alla materna. Parlo bene l0italiano, in casa si parla arabo, io parlo anche francese. Mia mamma sta aspettando il quinto figlio e le do una mano in casa.

Mohamed: Ho fatto un po’ Italia Tunisia, Tunisia Italia, ora sto definitivamente in Italia. Non mi ricordo l’inizio delle elementari. A casa parliamo solo arabo.

Satì: Sono turca. L’anno scorso ero a Pietrabruna, per me venire qui è stato uno shock. Quando sono arrivata mi hanno accolta tutti bene. in Turchia facevo terza ma qui ho dovuto ricominciare dalla seconda. In quarta ho imparato di più, mi diverto, ho molti più amici rispetto a Pietrabruna, dove mi prendevano in giro, tutti sia i turchi che gli italiani. In casa parlo italiano con mio fratello e turco coi mie genitori, mia madre non parla italiano per la spesa si fa aiutare da me o da mio papà.

Fatima: Marocco. Ho fatto sei mesi di scuola materna, ho parlato italiano da subito, mio padre ha studiato italiano. Sono qui da sei anni, so anche un po’ di francese. Mia mamma parla italiano. Andiamo in Marocco tutte le estati. E di inverno ci parliamo col computer che serve a stare tutti più vicini, chi ce l’ha.

Dorian: albanese. Sono arrivato che avevo tre anni poi sono tornato in Albania perché è morta la nonna e dopo 3 anni sono ritornato in Italia.

Marta: mia mamma è tedesca, mio papà italiano. Parlo italiano con papà, e un po’ di tedesco con mia mamma. Sono nata qui, cresciuta qui, mia mamma mi parla in tedesco io le rispondo in italiano.

Ai bambini era stato chiesto di scrivere i propri pensieri sulla religione perché la maestra Teresa ha parlato spesso di tutte le religioni, non si è limitata a quella cattolica. Di volta in volta quando è stato possibile ha invitato sia esponenti di religione musulmana che di religione cattolica affinché, attraverso la conoscenza reciproca e delle tradizioni di appartenenza , ci fosse più consapevolezza, meno paura e fosse costruttivo il confronto. I ragazzi si sono dimostrati molto interessati. A questo tipo di incontri aperti hanno sempre partecipato anche bambini di famiglie tradizionalmente laiche, che avevano all’inizio optato per l’esonero dalla materia. Tutti hanno trovato interessante gli incontri con Don Paolo e con la signora Abdallah. “Ho imparato come si dice Dio in altre le lingue”, ha scritto Dorian, di padre cristiano e madre musulmana. Giorgia che dice di non credere in niente dice che è stata tutta una scoperta, “una cosa completamente nuova, un modo per conoscere meglio le persone”. Giorgia Rachel di origini scozzesi italiane e africane (madre scozzese, padre africano) scrive di essersi sentita arricchita e che molte religioni hanno molti punti in comune e aggiunge che ora alle medie vorrà approfondire anche le altre religioni, e che nella sua classe “ci sono musulmani, cristiano e atei ma siamo sempre andati tutti d’accordo perché siamo figli dello stesso Dio.” Josemin che è turca scrive che le ore di religione fatte in classe le sono servite da stimolo per parlarne in famiglia. “Nessuno ha litigato, nessuno ha detto che la sua religione è la più giusta.” Il dato comune che emerge in tutti gli scritti dei bambini è che hanno trovato molto utile questo confronto tra religioni, per capirsi reciprocamente. A molti è servito da stimolo per parlarne con le famiglie. Allego alla ricerca gli scritti che i bambini hanno prodotto per l’occasione.

Circolo Ditib

Grazie a Medine, una mia amica turca che studia Giurisprudenza al Polo di Imperia, riesco ad entrare nel Circolo Ditib di via Carducci, un’associazione cultural-religiosa dove si incontrano le donne della comunità turca. Le ho spiegato le ragioni della mia ricerca e lei mi ha invitato a partecipare ad uno dei loro incontri un sabato pomeriggio. Il circolo è sempre aperto. Ci sono giornate per gli uomini e giornate per le donne. Appena entro mi tolgo le scarpe, sono accolta molto bene. Ci sono donne di tutte le età e bambini. Il pavimento è ricoperto di tappeti , appoggiato alla parete di fondo c’è un grande tavolo dove vengono esposti oggetti e abbigliamento che sono in vendita. Il ricavato, mi spiega Medine, servirà a costruire un centro culturale più grande. “Ma non scrivere Moschea perché della costruzione di una mosche non ne vogliono sentir parlare” mi suggerisce una ragazza. Il centro culturale che ora è una Onlus ha l’appoggio del governo turco, ospiterà non solo il centro culturale e la Moschea ma anche la casa per l’Imam che, scelto dal governo, viene inviato qui con la sua famiglia. L’affitto della sua casa è pagata dallo Stato. Il governo turco inoltre attraverso l’ambasciata e il consolato ha dato un contributo economico per l’acquisto del terreno su cui sorgerà la Moschea. L’associazione Ditib non c’è solo a Imperia ma in tutta Europa. In questa associazione le donne si ritrovano, si aiutano, leggono il Corano in arabo. Non si ritengono una comunità chiusa, attribuiscono agli italiani la responsabilità di vedersi così. Medine mi spiega che vengono tutte dalla stessa zona della Tirchia, soprattutto da tre paesi. Tokat, Yogat, Siuas, dalla campagna. Kubra, una ragazza di 17 anni mi dice che frequenta l’istituto per il commercio, e che poi andrà all’università. Mantiene i contatti con la Turchia attraverso i parenti e guardando la tv turca, e leggendo i giornali turchi, dice che il suo paese le manca. Ha buoni rapporti con le ragazze italiane ma dipende sempre dalle persone. Chiedo a Medine se ci sono matrimoni misti tra italiani e turche e lei mi dice che non è mai successo. “Sono venuta qui a 9 anni, ho fatto fino alla terza elementare in Turchia, non studiavo, sono diventata brava a scuola qua in Italia. Qua della comunità turca ci conosciamo tutti perché veniamo tutti dagli stessi paesi. C’è rigore, c’è controllo. Una ragazza per uscire deve avere un motivo. Non dipende dalla religione ma dalla famiglia”.

Mi avvicino al bancone per vedere cosa c’è in vendita e mi offro di comprare un Hijiab per sostenere l’associazione. Chiedo alle ragazze di aiutarmi a metterlo. Mi spiegano che si mette in modo diverso rispetto alle donne arabe. Non si chiama Hijiab ma Turban o in modo più generico “basortusu”, copricapo. Le donne arabe lasciano scoperta la gola, e raccolgono i capelli, in Turchia invece il Turban è doppio e copre sia la testa che la gola. Dopo una rapida scelta per trovare Il Turban che meglio si adatti al mio abbigliamento e qualche commento da una parte di una signora che critica le giovani perché non sanno abbinare i colori, mi lascio “velare” dalle mani esperte di Medine. Ha optato per due Turban, uno dalle tonalità sul rosso e un altro dalle tonalità violacee. Affinché non scivoli mi coprono la testa con una specie di cuffietta rossa, il tutto è tenuto insieme con degli spilli. Il primo Turban nasconde i capelli e il secondo copre il collo e arriva alle spalle. Sono pronta per la foto. Raduno tutte le ragazze sul fondo della sala e ci mettiamo in posa. Sembrano molto divertite dal mio nuovo abbigliamento alla turca. A me sembra di morire di caldo e provo quasi un senso di soffocamento, ma dopo un po’ mi adatto. Non mi sento più diversa. Tutte le donne sono coperte, non le bambine, tranne una che ha 9 anni e porta il velo. Chiedo come mai. E Medine mi risponde che se non glielo metti presto poi non se lo mettono più. Ci sediamo per terra e chiedo oltre a questa associazione se ci sono altri posti dove le donne si vedono e se le loro attività sono legate solo alla religione. “Ci vediamo a volte in casa di altre donne, sempre tra noi ma a volte andiamo da una signora che legge i fondi del caffè. Ma non è una pratica che la religione accetti. Il futuro non si deve conoscere”. Chiedo a Medine se la signora leggendo i fondi “ci azzecca” e lei maliziosamente mi risponde di sì. Guarda con occhi complici una sua coetanea e ammette che le era stato detto che avrebbe incontrato un amore il cui nome iniziava per “elle” e così è stato. Alcune ragazze escono perché vanno a prendere da mangiare. A breve arriverà la moglie dell’Imam e leggeranno il Corano, poi si potrà mangiare qualcosa. Dopo circa venti minuti arriva una signora, a dire il vero sembra molto giovaneb e non parla una parola di italiano. Inisieme a lei c’è un bambino di 18 mesi, è suo figlio. Su una grande tovaglia di carta posta per terra vengono messi contenitori di cibo. Mi spiegano che il pane è fatto in casa, molti si fanno il pane in casa. La moglie dell’Imam comincia a leggere il Corano. È una lettura molto ispirata, quasi cantata. Le altre ascoltano in silenzio, molto interessate. Alla fine del canto chiedo la traduzione di quanto abbiamo appena ascoltato. La moglie dell’Imam, avvalendosi di Medine come traduttrice, mi mostra la pagina del Corano con testo turco a fronte e mi dice di aver letto un passo che parla di commercio, e del valore dell’onestà nel commercio. Poi mi spiega che il Corano è un libro che parla di tutto, dà indicazioni su tutto, non è solo un libro spirituale. Di solito dopo aver letto un passo del Corano ne discutono tra di loro, domenica scorsa l’argomento era il matrimonio. Finita la discussione ci accomodiamo per mangiare. Oggi c’è il BULGAR PILAV, chiedo la ricetta a una ragazza che non parla italiano e ancora una volta Medine traduce per me. Si deve far bollire il pollo con acqua e sale per ricavarne un brodo, poi a parte, si soffriggono le verdure e si aggiunge un bicchiere di BURGHUL, con due bicchieri di brodo di pollo. Chiedo cos’è il BURGHUL e mi dicono che è una specie di riso. Deve riposare per circa venti minuti e poi si può servire con l’aggiunta della carne di pollo precedentemente bollita. Mentre mangiamo chiacchieriamo, la moglie dell’Imam mi chiede se sono religiosa. Le dico di no che simpatizzo per i buddisti ma che non posso definirmi una persona religiosa perché da piccola i miei genitori non mi hanno trasmesso questi valori. Sembra perplessa e incuriosita. È il momento per me di andare. Tutte le ragazze mi dicono che posso andare quando voglio. Allora dico che voglio uscire per strada con il velo e vedere come reagisce mio marito quando mi vede. divertite da questa idea decidono di accompagnarmi fuori. Così esco quasi completamente “turchizzata”, mio marito mi aspetta fuori, appoggiato alla Panda. Io passo, circondata dalle ragazze e incredibile a dirsi … mio marito non mi riconosce. Le ragazze sono molto rallegrate da questa reazione. Ci salutiamo con grandi abbracci e promesse di rivederci.

 

 Un italiano che si è convertito alla religione islamica, diventando Imam e presidente nazionale dell’UCCOI