10/03/2012
pier paolo èpasolini, una voce fuori dal coro
Posted by Staff under Uncategorized | Tag: affabulazione, cinema, comizi d'amore, drammi borghesi, eschilo, orgia, pasolini, srefano casi, teatro, teatro greco, tragedia |Leave a Comment
10/03/2012
È da poco passato il compleanno di Pier Paolo Pasolini e rileggendolo l’ho riscoperto più attuale che mai.
La prima immagine che associo a PPP è quella del documentarista che gira per l’Italietta degli anni ’60, semi-rurale, quasi del tutto analfabeta e anche un po’ rozza, con un microfono in mano, a fare domande imbarazzanti e scomode sul sesso, l’amore, il matrimonio. È il Pasolini dei Comizi d’amore[1], il ritrattista che si porta dentro il poeta curioso, preparato, sempre pronto a mettersi in discussione. Non so cosa si provi a sentirsi dire continuamente che si fa ribrezzo. “Chi si sente odiato è portato a odiare”[2], riporta Baliani nel suo spettacolo su Moro, Corpo di Stato. Citazione azzeccata, non a caso formulata proprio da Pasolini che nella vita ha subito ogni tipo di emarginazione. A cominciare dal licenziamento come insegnante a Casarsa, alla conseguente espulsione, per indegnità morale, dal Partito Comunista Italiano, fino alla vicenda giudiziaria durata oltre vent’anni. Un paese: due grandi chiese. La Democrazia Cristiana e il Partito Comunista di Togliatti e Longo, allora ancora strettamente legato all’Unione Sovietica, in piena guerra fredda. L’espulsione per indegnità morale era un “reato” gravissimo. Anche la vicenda giudiziaria ha il sapore di una vera e propria persecuzione, un accanimento durato vent’anni.
Pasolini è sempre stato collegato col mondo giovanile, lo ha vissuto, frequentato, descritto, raccontato e filmato, portando con sé la sensibilità del suo essere “diverso”, quando diverso voleva dire essere dichiaratamente omosessuale. Se oggi è più facile scendere in piazza con un boa di struzzo per rivendicare dei diritti, lo dobbiamo anche a lui. Pasolini icona dei gay? Non era “diverso” solo per questo. Non si può dare del poeta una lettura psicanalitica, basata solo sulla sua omosessualità. E’ indubbio però che la sua diversità abbia condizionato e caratterizzato la sua poetica e la sua scrittura. Infatti in tutta la sua opera è evidente il tono autobiografico. L’autore espone temi che lo riguardano: il rapporto con la madre, con il padre, il tema del morto giovinetto, e poi lui, il suo sentire, la sua delicatezza. Una voce diversa, un intellettuale a volte scomodo.
Ho amato molto il Pasolini “predatore di vite”[3], del primo romanzo i Ragazzi di vita[4]. Una presa diretta sulla realtà, realizzata con una scrittura per immagini, in cui fa capolino costantemente lo sguardo del poeta in quella tessitura fitta di metafore. Sembra di vederli questi Ragazzi bighellonare sulle rive dell’Aniene, tirare a campare con mille espedienti. Sembra di sentire riecheggiare le loro voci, l’accento romanesco, schietto. È uno sguardo antropologico su una generazione. Nel ’55 si può già intuire il Pasolini regista di Accattone[5] , Mamma Roma[6] che fa sua la lezione del Neorealismo.[7] Ripercorre qui uno dei suoi temi cari, il morto giovinetto, in omaggio al fratello Guido, ucciso dai partigiani comunisti Jugoslavi con la complicità di quelli italiani.
Pasolini è un intellettuale che si rinnova sempre, allarga lo sguardo, percorre strade parallele, vuole sperimentare nuovi linguaggi, mettersi alla prova, confrontarsi con nuovi stimoli. Nel ’61 Vittorio Gassman gli commissiona la traduzione dell’Orestiade di Eschilo, “lo scrittore che avrei voluto essere”, dichiara a posteriori. Dirà la stessa cosa di Euripide quando si cimenterà con Medea.[8] Lui procede per istinto, non legge traduzioni altrui. E’ la “sua”Orestiade. Eschilo che confina con Pier Paolo Pasolini. Per capirne appieno il valore poetico e letterario bisognerebbe convocare un filologo grecista che mettesse a confronto i versi di Eschilo con quelli di Pasolini. Accontentiamoci della struggente bellezza dei versi, delle parole scelte, rintracciate ne Le Cenere di Gramsci [9], della potenza del messaggio indicato da Eschilo e ricalcato da Pasolini: “Il tono sublime diventa tono civile.” [10] la lingua di Eschilo è strumentale, il significato della Trilogia per Pasolini è politico: “” (…) Il momento più alto della trilogia è sicuramente l’acme delle Eumenidi, quando Athena istituisce la prima assemblea della storia. (…)[11]. Ecco il Pasolini che attualizza il messaggio dei greci. Gli anni sessanta sono quindi gli anni di apertura al teatro. Dal ‘64 al ‘67 l’impegno dei maggiori scrittori del Novecento converge nel teatro. “(…) Natalia Ginzburg (Ti ho sposato per allegria), Dacia Maraini (La famiglia normale) , Elsa Morante (La serata a Colono), Alberto Moravia (Il mondo è quello che è, Dio Kurt), Goffredo Parise (L’assoluto naturale), Antonio Porta (Il tassista clandestino),Roberto Roversi ( Unterdenlinden) Edoardo Sanguineti (Traumdeteung), Gregorio Scalise (La moglie a cavallo), Leonardo Sciascia (L’onorevole), Enzo Siciliano (La tazza) Cesare Zavattini (Fare una poesia alla vigilia della guerra) (…)[12]producono una corposa drammaturgia, un vero stimolo per il teatro italiano. Anche Pasolini vuol dire la sua.
Dagli anni ’60 fino al 1974, un anno prima della morte, Pasolini produce: Orgia, Affabulazione, Porcile, Calderon, Pilade, Bestia da stile. Non sono esercizi di stile, cimenti. La scrittura per la scena si accompagna infatti ad una profonda riflessione sul teatro. Nell’acceso dibattito sul teatro degli anni ’66, ‘67, ‘68 Pasolini fa sentire la sua voce di teorico. Naturalmente è una voce fuori dal coro. Uomo di teatro non è, ma si dimostra ancora una volta attento lettore di ciò che lo circonda. Sono gli anni della contestazione, tutto viene messo in discussione. Un anno dopo il Congresso di Ivrea, scaturito dal dibattito lanciato sulla rivista “Sipario”, da cui eromperanno le neo avanguardie, il teatro scricchiola, sente l’esigenza di ripensare a se stesso. Il teatro ufficiale, imbrigliato negli Stabili, istituzionalizzato dal dopo guerra, mostra le corde. Irrompono Il Living, Grotowski, Eugenio Barba. Pasolini non entra in scena in punta di piedi. Nel ’68 pubblica sulla rivista “Nuovi argomenti”, Il manifesto per un nuovo teatro. Pasolini non sceglie mai le parole a caso, ogni sua parola è meditata, ricercata, dotata di significante: “Manifesto”, dunque come vago richiamo ideologico al Manifesto del Partito Comunista ma soprattutto richiamo ai Manifesti delle avanguardie di inizio secolo. Il Pasolini teorico se la prende col “Teatro della Chiacchiera”, citando il suo amico Moravia, fondatore dei Teatri delle Cantine, ma non risparmia nemmeno il “Teatro del Grido o dell’Urlo”.
Nel Manifesto fissa le sue idee per commi, riepiloga quali saranno i destinatari di questo “nuovo” teatro, si concentra su un teatro di parola quindi sulla lingua e sul tipo di attore più adatto. Riporta il teatro nella sua sede originaria, il RITO. Non ci sono nel Manifesto indicazioni metodologiche, ma spinte ideali a cui il Nuovo teatro deve tendere. “Per salvare il Teatro bisogna distruggere il teatro”proclama [13]. I riferimenti più espliciti sono al teatro ateniese non solo per il suo valore rituale, perché il teatro nasce dal rito e non può prescindere da questo, ma anche per il suo valore civile.
A chi è destinato? “A gruppi avanzati della borghesia”. Pasolini si scaglia polemicamente contro un’ipotetica signora borghese impellicciata invitata a non entrare o a pagare il doppio del prezzo del biglietto, quale residuo del teatro convenzionale borghese e di una ritualità modaiola e blasfema. Centro della sua riflessione è la PAROLA, costante della sua ricerca caratteristica di ogni suo lavoro. Una parola non legata alla perfetta dizione, non frutto di un “un italiano che nessuno parla”. “(…) la lingua del nuovo teatro dovrà essere quella convenzionale borghese (…) evitare ogni purismo di pronuncia. (…)[14]. L’attore quindi non sarà un riproduttore del testo, ma il “veicolo vivente”, il vero significante della parola stessa. Rito, parola significante, gruppi avanzati della borghesia come destinatari, sono i capisaldi della sua riflessione sul teatro. Dal ’64 al ’68 il Pasolini Dramaturg si dedica alla stesura di Orgia, la sua prima tragedia.
Nel ’68 è pronta e decide di metterla in scena, dirigendola lui stesso in uno spazio collegato allo Stabile di Torino, il Deposito d’Arte Presente, un magazzino. La tragedia mantiene l’unità di luogo. Tre personaggi su cui si concentra l’azione. Un uomo, una donna, una ragazza. L’uomo e la donna sono marito e moglie. In occasione della messa in scena però la tragedia viene snellita, limata, riadattata. Il prologo è tagliato e il primo episodio è ridimensionato. Tutto il testo è in poesia. Ardua prova per un attore. Si cimentano Laura Betti e Luigi Mezzanotte. Il riferimento è al teatro greco ma l’ambientazione scelta è quella contemporanea. Il rapporto tra il marito e la moglie è di tipo sado maso. L’asse portante della tragedia è la Diversità che si categorizza. “(…) intesa come terza via rivoluzionaria, tra l’asservimento all’autorità e la morte, da manifestare attraverso lo stravolgimento pubblico di funzione degli oggetti nello spettacolare e rituale suicidio conclusivo. (…).[15] Suicidio della moglie e del marito quindi come momento catartico, di purificazione. In un secondo momento Pasolini, motiva, in un pieghevole destinato al pubblico in sala, i background di questi due suicidi: anomico per la moglie, ricalcando il pensiero di Durkheim “(…) secondo cui i momenti di crisi della società generano “stati di sregolatezza” da cui può avere origine il suicidio anomico (…) l’individuo sente allontanarsi il controllo sociale (…) mentre l’insorgere di nuove passioni avrebbero bisogno di disciplina. (…)[16]. La moglie è alla ricerca continua del piacere ma non essendo in grado di reggere la frustrazione si suicida. Morte quindi come campanello d’allarme da parte della società nei confronti di quegli individui che si si spingono oltre, lasciandosi dominare dalle passioni. Il suicidio dell’uomo è invece calato nella contemporaneità di Pasolini e i riferimenti sono a Panagulis, compagno di Oriana Fallaci, torturato, imprigionato e condannato a morte durante la dittatura dei Colonnelli in Grecia. La vicenda di Panagulis fa il giro del mondo e nel ’68 diventa simbolo della libertà.
Ma c’è in questo suicidio maschile anche un esplicito richiamo di respiro nazionale. La tragedia è infatti dedicata ad Aldo Brabanti, intellettuale italiano “in prigione per anomia” della società italiana”. La tragedia si compone di un prologo e di sei episodi. Il primo si apre con il dialogo tra il marito e la moglie. Lei trema per ciò che sta per subire dal marito, manifesta apertamente i suoi timori, pur essendo consenziente e felice. Una felicità che deriva, ammette la moglie, dall’essere consapevole che il mondo della vittima e quello del carnefice sono separati. Lui ventila l’ipotesi di ucciderla per poi dimenticarla facendo leva sul masochismo di lei. È il perfetto incontro tra il sadico e il masochista. La donna confida di aver subito molestie sessuali dal padre quand’era giovane, non parla però di una violenza: lei lo desiderava. Il marito risponde alzando il tiro e rivela di aver seviziato un ragazzino, povero, indifeso, durante la sua giovinezza.
Nel secondo episodio la situazione si fa più esplicita. Il marito elenca le sue intenzioni, vuole che la moglie sia in suo potere, vuole trasformarla nella “sua bestia”, soggiogarla fisicamente e umiliarla nella sua coscienza. Infine dopo averla penetrata, presa a calci la punirà ancora come “il marito punisce la moglie puttana”. L’uomo si spinge ancora oltre. Minaccia la donna di uccidere i loro figli: il più grande con un coltello, e il più piccolo affogato in una tinozza d’acqua. E aggiunge che dopo averle mostrato i corpi, li getterà nel fiume. Il sadico e il masochista non ne hanno mai abbastanza, la loro è una fame insaziabile, un circolo vizioso di violenza e piacere che si fa sempre più intenso, più teso. Si spingono oltre: dopo l’uccisione dei figli il marito promette che assolderà degli sconosciuti per abusare ancora una volta della moglie, “come una cagna”. Lei si dimostra ancora una volta arrendevole, perfettamente in linea con la sua vocazione masochista: “Puoi fare di me quello che vuoi”.
Il secondo episodio si chiude con il passaggio dalle parole ai fatti. Lui inizia a legarla, come rivelano le scarne note di regia, la colpisce, lei reagisce gridando e lui la colpisce più forte. L’inizio del terzo episodio è più “rilassato”, i due si confidano le proprie nostalgie del passato. La notte è ancora lunga. L’uomo vuol constatare le ferite inflitte al corpo di lei, per trarne un ulteriore piacere, e nel guardare quella geografia di lividi e ferite si compiace del proprio “lavoro”, frutto però della perversa complicità che li unisce. “Con queste ferite decise insieme abbiamo cullato l’idea della morte … per dimenticarla. Io, aggiunge lui, rappresento la mia voglia di morire.” La coppia ora è in perfetta sintonia, ma si rendono conto che i motivi di questa felicità sono da tenere segreti, non possono essere svelati pubblicamente. Lui parla di ipocrisia, senso di colpa, del loro essere piccolo borghesi, e si autocondanna a vivere tutti i giorni “la libertà della vergogna, ma con la vergogna degli schiavi.”Gli ultimi versi rievocano il ricordo di un’altra notte, di un’altra alba. Il risveglio di Romeo e Giulietta. (l’allodola, l’usignolo…). Il Poeta raggiunge le più alte vette shakespeariane.
Non rispettando l’unità di tempo di tradizione aristotelica, il quarto episodio ci proietta più avanti. È primavera ora. I due si prendono cura l’uno dell’altra in maniera attenta, coniugale, l’autore tratteggia tracce di una quotidianità domestica. È sera,i coniugi stanno per coricarsi. Prima di dormire la coppia si confida. Lui si addormenta per primo, e nella veglia lei si accorge che qualcosa di impercettibile le sta accadendo, “dentro l’aria si è mossa l’aria”. I rimorsi cominciano ad annidarsi dentro la sua coscienza, a confrontarsi con la realtà che la circonda, di cui si vuole liberare. La tragedia incombe. La catarsi è necessaria per espiare la colpa. L’aria si fa pesante. Il piano è nitido nella sua mente. Medita il proprio annegamento, come Ofelia, “ma non sarò sola” e svela ciò che intende fare: uccidere i figli. E’ chiarissimo il riferimento alla Medea di Euripide. “Ecco tutto! si dirà è morta per un alito d’aria”. La donna esce di scena.
Nel penultimo episodio la moglie è sostituita da una ragazza. Nel solco della tradizione classica, la scena della morte della moglie e dei figli non viene mostrata ma raccontata, in un secondo tempo, dal marito alla ragazza. I due si scambiano alcuni convenevoli di circostanza, lui racconta di aver vissuto lì, in quella stessa casa, con la propria moglie e i figli. La ragazza si spoglia, senza imbarazzo. E’ una del mestiere. Lui rimane vestito perché solo lei è sporca e glielo dice senza peli sulla lingua. Avanza l’ipotesi di un rapporto sadico, la ragazza rifiuta. Lui la lega, la minaccia, vuole nutrirsi della sua paura. Lei cerca di divincolarsi, l’uomo per spaventarla ulteriormente confessa di aver ucciso sia la moglie che i propri figli. “Dovevo uccidere lei, ma è stato più bello ucciderli tutti”. La ragazza si sente ora in serio pericolo, lo implora di lasciarla andare, titillando inconsapevolmente il suo sadismo. Dopo le minacce lui inizia a colpirla e ad insultarla. Poi tentenna. Vomita. Sviene.
Nell’ultimo episodio l’uomo è solo in scena. Lei è fuggita. L’uomo inizia a chiedersi dove sia finita. “Dov’è andata? Totale solitudine”. Ora si mette a nudo, la nudità come metafora di autenticità e purezza. . Confessa di essere DIVERSO, “schedato dentro la sua DIVERSITA’”Una DIVERSITA’ che investe tutto, accomuna “ai negri, agli ebrei”, preservata dalla Storia, giustificata dall’odio. Inizia la trasformazione. L’uomo si riveste coi vestiti della ragazza. Da nudità, metafora di purezza, a rivestimento, metafora di nuova identità. Indossa gli indumenti di lei uno ad uno, denigrandone la dozzinalità. L’uomo continua a sfogarsi: la religione, il potere, l’ipocrisia. Vuol darsi “una magnifica morte”, come “terza via rivoluzionaria.” L’uomo si impicca. La tragedia è compiuta.
Pasolini si riaggancia al teatro ateniese, al genere della tragedia, come momento più alto di trasformazione dell’individuo e della società. Si rintracciano in Orgia alcuni nodi, individuati dalla Cascetta [17]a proposito delle caratteristiche della tragedia classica. Orgia riguarda non proprio una stirpe ma la trama si svolge all’interno di una famiglia.Non sono eroi, né dèi, quindi la connotazione è quella del dramma borghese. I protagonisti agiscono spinti da una necessità, quella di essere diversi. Portano sulle spalle il peso di una colpa che possono espiare solo attraverso la morte. La coppia si confronta col proprio limite umano, il limite che li soggioga, li rende schiavi della propria perversione, della costante ricerca del piacere. Non si tratta, secondo me, di limite morale inteso come sfruttamento e violenza dell’uomo sull’uomo perché ci sono nei protagonisti consenso e complicità.
La tragedia ha una funzione catartica, predispone ad un pianto collettivo. Ha una doppia valenza nel teatro del V secolo: riequilibrio psicofisico e acquisto intellettuale. Il dolore fa crescere. Il teatro si impone per la sua funzione apotropaica. In Orgia, a mio avviso, questa catarsi avviene solo a metà. C’è espiazione ma non c’è crescita collettiva.
L’allestimento voluto da Paolini consiste in una scenografia scarna, una scatola bianca, claustrofobica, rialzata da terra, un rimando al teatrino dei pupi. Niente è scelto a caso quando si tratta di Pasolini. Il debutto di Orgia, del 27 novembre 1968, è segnato da un vero e proprio linciaggio da parte della critica. Una critica che se la prende con ogni tipo di scelta, rivelando una miopia culturale e intellettuale sconcertante, trattandosi appunto di addetti ai lavori e non di casalinghe di Voghera. Testo difficile, panche scomode, luogo lontano dal centro. Il risultato è un completo fallimento. Anche il tentativo di coinvolgere lo spettatore nel dibattito che segue la rappresentazione si rivela troppo in anticipo sui tempi, non ancora maturi per un intervento diretto da parte del pubblico che dovrebbe essere quasi un’estensione dello spettacolo, una sorta di quarto atto in cui lo spettatore completa il senso del testo.
Il Pasolini Dramaturg si cimenta con la prima regia teatrale. Non è un regista, non ha esperienza. Ecco, secondo me, un altro tratto di quell’emarginazione che lo segna. Lui “diverso” sempre e comunque. E forse un po’ anche la critica, a posteriori, si svaluta, svalutando Pasolini, perché a distanza di oltre 40 anni, il testo di Orgia è e resta un bel testo in cui la bellezza dei versi fa emergere lo stridente contrasto con l’autenticità e la crudeltà del contenuto. Questi sarebbero i destinatari del teatro pasoliniano, “quei gruppi avanzati della borghesia” incapaci di cogliere la profonda complessità del testo.
Una parentesi merita Luca Ronconi che in un’intervista[18]ammette di aver “disatteso” il Pasolini-Personaggio: “che lui stesso mette dentro la sua opera”, e fa una considerazione molto interessante: (…) il teatro (…) è il luogo che lo costringe a fare i conti con la borghesia; (…) nel suo teatro l’elemento del sottoproletariato non figura, non c’è. (…) è un teatro contro la borghesia. (…)”
Il ’68 non è solo l’anno del Manifesto,di Orgia è anche quello della poesia “Il Pci ai giovani”, poesia destinata inizialmente al pubblico più ristretto di “Nuovi argomenti”, pubblicata invece su “L’Espresso.”
Pasolini ha la mano pesante, si scaglia contro la Rivoluzione antiborghese del Movimento, la definisce “una falsa rivoluzione”. “(…) Voi giovani conformisti borghesi, siete solo uno strumento nelle mani della nuova borghesia che si serve di voi per abbattere i miti che le danno fastidio. (…)”[19] Contestualizzare sempre: definire “conformista borghese” una generazione che stava violentemente rompendo con la società che i padri avevano costruito, voleva dire tirarsi dietro le ire di tutto il Movimento. Fu una critica, come si direbbe oggi, da sinistra, Pasolini era del’ 22, apparteneva alla generazione dei padri, ma era l’antiborghese per antonomasia. Vede nei giovani poliziotti, la stessa miseria fisica culturale e intellettuale dei borgatari “figli del popolo”, da lui frequentati e descritti. Pasolini, l’antiborghese per antonomasia, con quei versi si tira dietro l’odio di tutto il movimento studentesco. PPP contrappone gli studenti, figli di papà, ai poliziotti figli del popolo. Il Pci ai giovani viene periodicamente tirata in ballo, anche in occasioni più recenti, come il G8 di Genova. Pasolini strumentalizzato.
Il clima negli anni dal ‘68 a quelli definiti “Anni di piombo” sono molto diversi. Baliani in Corpo di Stato racconta molto bene il clima di quegli anni. Furono anni di manifestazioni e guerriglia. Da una parte lo Stato, dall’altra il Movimento. Alle assemblee non si discuteva più di ideologie e programmi, la fantasia al potere era stata soppiantata dalla meticolosa organizzazione del servizio d’ordine, dell’eventualità di prendere le armi per permettere quel “salto di qualità” che proveniva da più parti. Erano anni in cui bastava portare la barba e l’eschimo e venivi fermato, perquisito, portato in questura. ‘Il ‘69 segna il tragico inizio del terrorismo. Pasolini non si sottrarrà a questo nuovo impulso e con la collaborazione di Gofferdo Fofi e Giovanni Bonfanti, (soggetto e sceneggiatura) nel 1972 girerà Dodici dicembre, produzione di Lotta Continua.
Pasolini resta uno dei più importanti intellettuali del Novecento, difficile inquadrarlo, sempre un po’ scomodo, sempre innovativo, sempre un passo avanti. Geniale, anticonformista ha lasciato la “sua” traccia. È necessario riprenderlo, ristudiarlo e soprattutto tentare di spiegarlo ai “ragazzi”.
Bibliografia:
Pier Paolo Pasolini Tutte le opere, a cura di W. Siti e S. De Laude,Meridiano, Mondadori, Milano, 2001 (cronologia, Orgia, Affabulazione, Bestia da stile)
Ragazzi di vita, P.P.Pasolini, Garzanti, 1955, Milano
Cronologia, a cura di R.G., Garzanti, 1955, Milano
Pier Paolo Pasolini raccontato ai ragazzi, F. Abbate, Baldini e Castoldi Dalai Editore, 2011, Milano
I teatri Pasolini, S. Casi, Milano, Ubulibri, 2005
Corpo di Stato, M. Baliani, Einaudi, Torino, 1998
Traduzione Orestiade, P.P.Pasolini, 1961
La tragedia nel teatro del Novecento, A. Cascetta, Laterza, Roma-Bari, 2009
[1] Documentario, Italia, 1964, b/n Regia P.P. Pasolini
[2] M. Baliani, Corpo di Stato, 1998, Einaudi, Torino
[3] F. Abbate, PPP spiegato ai ragazzi, 2011, Dalai Editore, Milano
[4] P.P.Pasolini, I ragazzi di vita, 1955, Garzanti, Milano
[5] Accattone, Film, Italia, b/n Regia P.P. Pasolini, 1961
[6] Mamma Roma, Film, Italia, Regia P.P. Pasolini, 1962,
[7] Parte introduttiva I ragazzi di vita, 1955, Garzanti, Milano, pag XII
[8] Medea, film, Italia, b/n Regia P.P. Pasolini, 1970
[9] Le Ceneri di Gramsci, P.P.Pasolini, 1957 Garzanti, Torino
[10] Appendice a Orestiade, pag 1008
[11] Appendice all’Orestiade, 1960, fotocopie di Elisabetta
[12] I teatri di Pasolini di S. Casi Milano, Ubulibri, 2005 pag 135
[13] S. Casi, I teatri di Pasolini , Milano, Ubulibri, 2005, pag 225
[14] S. Casi, I teatri di Pasolini , Milano, Ubulibri, 2005 pag 135
[15] S. Casi, I teatri di Pasolini, Milano, Ubulibri, 2005 pag 145
[16] S. Casi, I teatri di Pasolini, Milano, Ubulibri, 2005, pag 239
[17] A. Cascetta, La Tragedia del teatro del Novecento, Laterza, 2009, Roma
[18] Un teatro borghese, Meridiano, Mondadori, 2001, Intervista a Luca Ronconi, raccolta da Walter Siti, pag XV, XXI
[19] Il Pci ai giovani, P.P.Pasolini, 1967, “L’Espresso”
12/02/2012
Fùlgari
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Fùlgari.
Taggia esterno notte. Botti gente e musica.
12 febbraio 2012
Beh a volte succedono cose che hanno dell’incredibile. Serata fulgari dopo meraviglioso film su melies con tutta la famiglia. era dal 2008 che non andavamo al cinema tutti insieme. Vari sms con la annina alla fine mi convince ad andare con lei e gipo. Tesse la tela la Dea dai capelli viola. Maga. Fata. Folletta.
I fùlgari. Non c’ero mai stata è il rito del fuoco. Il passaggio. Si brucia la roba degli ultimi 5 anni. Il giro di boa. Giri intorno al fuoco, ti fai catturare dalla sua forza ipnotica. E bruci. Bruci tutto. cazzo bruci tutto quello che non è andato, tutto quello che ti ha fatto impazzire e incazzare. Bruci il mOsTro, bruci la miseria. Bruci il precariato bruci le delusioni gli amici che ti han lasciato a terra bruci gli schiaffi che hai ricevuto. Bruci la carogna. E il fuoco scalda e purifica. Rito ancestrale. Rito pagano. Il fuoco davanti alla caverna, gli uomini intorno. Cuociono la carne. Purificano lo spirito.
Guardi le scintille trasportate dal vento che salgono a punteggiare il cielo nero. Salgono le scintille e con loro la gioia. Scalda il fuoco, scioglie il gelo. La musica era buona, c’era di tutto, raggae, cover. Bravi suonatori. Vino a fiumi, io acqua. L’acqua spegne il fuoco prima che faccia dei danni. La sera giusta. Il capodanno cinese, la natura che si ricicla. Febbraio prima di marzo. Bruciare tutto prima della quaresima. Prima del carnevale. La notte. Io. lui e anna e laura fianco a fianco tra i botti, le scintille, il calore. Nei vicoli stretti della vecchia taggia, che scopro dopo aver scritto la guida turistica.
Brucio tutto. anche tarzan., il vecchio tarzan. Dalle braci si perdono le scintille della rinascita, i sogni che volano al cielo. E nasce gipo. Qualcosa di nuovo. Lui è contento. Mi ascolta. Glielo dico sai ascoltare. Parlo parlo. Parlo sempre troppo. Fiumi dell’alcol disperderanno tutte le mie parole, come il vento queste scintille. Parole che si bruciano. Frammenti di sillabe che salgono in cielo. Purificazione. Streghe su rogo.
Lei è una dea coi capelli viola. Facciamo la calza. Si piscia insieme. È morbida, azzurra. È il messaggero degli dèi. All’improvviso, quasi dal centro del braciere come per magia appare lui. IL BIGO. Cazzo. L’inaspettato. Il jolly. Quello del Mostro, della tenda, di un Wim a Torino. Quello che non si brucia, una dei pochi che non si bruciano. Pensavo che sarei morta dall’emozione.
Non riuscivo a parlare. Solo ad abbracciarlo. Siamo stati abbracciati a lungo vicino al fuoco. Un’apparizione. Poi cantine musica botti giri e il fuoco. Io alla ricerca ddl fuoco per il mio rito di passaggio. Loro per cantine, convivialità alcol, carboidrati colesterolo. Io mi son fatta un piatto di proteine alle 22 per non crollare ma non sentivo nemmeno fame. I riti prevedono il digiuno.
Nella trincea della cantina mi sono difesa dagli assalti e dalle insistenze ma n on avevo fame. Brucia tutto. brucia la notte. Passa tutto. tutto passa. Il commiato ammiccante. Cerchiamo la macchina con scarso successo. Fermo due carabinieri e mi faccio dare indicazioni su dove può essere il posteggio. Entriamo in macchina. Una panda verde che sa di olio e di oliva. La strada si snoda morbida davanti a noi. Strade che conosco. Non mi perdo. La luna raccoglie infiniti desideri di carezze. Lo accompagno a casa sua e mi tengo la macchina così ci vediamo domani. Domani arriva. Prima Damiano per la Bono. Trueda del supermercato. Ma detta da me e pensata da lui. Comunichiamo con la mente. telepatia creativa. Un Bigo 2.
Un altro di quei maghi che ogni tanto gli Dèi mi mandano per rimandare il mio desiderio di morte. Pomeriggio messaggino e parto. Porto la panda verde che sa di olio e di oliva. Mi perdo nel suo palazzo. Ha il sole 24 ore con le recensioni e il lavoro che devo fare con la morando. Che carino si è ricordato.
Mi metto a leggere pontificare. Ero carina, non uno spaventapasseri come ieri sera. Avevo la giacca della pace, bigo mi ha riconosciuta da quella. Pensa te. Una giacca. Domenica pomeriggio nella sua casetta sul porto. Io piena di voglie. Lui non so. Ridiamo. Lui ride delle mie disgrazie ma ascolta e guarda con quegli azzurri che già mi hanno confusa una volta. Non sono né delusa né contenta, né sull’orlo del baratro né in paradiso. Sono in all’erta. Come sempre.
Gli dico in macchina. Vorrei una carezza e non l’avrò. Lui avrebbe potuto dire: l’avrai. E farmela. Ecco. E invece no. gli dico di mollarmi q8 perché ho bisogno di camminare e di non pensare ho mp3 per questo. Se penso sono fottuta. Chi pensa è perduto. Io devo camminare per arrivare a casa calda. Ma non di piscio. Perché a 500 metri dalla meta urge mingere. M’infilo in un gabbiotto abbandonato ma tra guanti, borsa merde da evitare riesco a farmene mezza nei pantaloni.
Tutto si lava. Volevo arrivare a casa calda. Non di piscio. E la tragedia si trasforma in comicità. Ce ne sarebbe da dire. Qualche volta anche da fare. Però è così. Io o suicidio o trionfo. Io scrivo. Io mi purifico. Io creo. Bisogna godere di quello che si ha. Tempo fa sarebbe stato impensabile salire di nuovo quelle scale, affacciarsi a quella finestra. Non so se ci saranno altre volte. Io ieri ho bruciato tutto. e stamattina la strada. Compatta. Amica. Rassicurante.
E il futuro racchiuso nelle successive 24 ore. Non ho più bisogno di niente. solo di una carezza. E so che non l’avrò.
Colonna sonora: In alto mare loredana bertè
14/07/2011
Violenze nel Sudan di Susanna Bernoldi
Posted by Staff under Uncategorized | Tag: aifo, appello, indifferenza, petizione, sudan, susanna bernoldi, violenza |Leave a Comment
La mia amica Susi dell’Aifo mi invia questo appello, pregandomi di farlo girare e di sottoscrivere la petizione sul sito
http://www.avaaz.org/it/sudan_enough_is_enough/?vl
VI CHIEDO DI SOTTOSCRIVERE QUESTO APPELLO
“ Da anni vado in sud Sudan e sono stata sui monti Nuba, sempre nelle missioni comboniane e quello che e’ qui scritto e’ incredibilmente e vergognosamente la verità!
Ho incontrato quella gente e ascoltato da loro e dai missionari comboniani le violenze spaventose di cui sono stati vittima per 30-40 anni i sud sudanesi. . la violenza si era spostata in darfur e ora ricomincia in questa terra fertile colpevole della sua ricchezza
Padre Kzito, mons. Mazzolari quante volte hanno volato fino ai villaggi per portare un minimo di aiuto e conforto, riuscendo a sottrarsi agli attacchi dei bombardieri che partivano da Kartum!
quanti missionari hanno perso la vita perché ‘non li hanno abbandonati, quanti civili innocenti devono ancora morire e in modi orribili prima che i governi dei paesi “civili” si muovano?”
NON SE NE PUO’ PIU’ DEL NOSTRO SILENZIO!
Susanna Aifo Imperia
21/05/2010
I (don’t) love shopping!!
Posted by Staff under BACHECA, Uncategorized | Tag: boicottaggio, delocalizzazione, donne, lavoro, omsa |Leave a Comment
INOLTRO UN COMUNICATO RICEVUTO da Claudia Nocenti
A TUTTE LE DONNE CHE LEGGONO: RICORDIAMOCELO QUANDO SAREMO A FARE SHOPPING!
Amiche e amici,
vi porto via un po’ di tempo raccontandovi quello che
sta succedendo in questi giorni a Faenza, più o meno nell’indifferenza generale.
Lo stabilimento OMSA di Faenza (RA) sta per essere chiuso,
non per mancanza di lavoro, ma per mettere in pratica una politica di delocalizzazione all’estero della produzione per maggiori guadagni.
Il proprietario dell‘OMSA, il signor Nerino Grassi, ha infatti deciso di spostare questo ramo di produzione in Serbia, dove ovviamente la manodopera, l’energia e il carico fiscale sono notevolmente più bassi.
Questa decisione porterà oltre 300 dipendenti, in maggior parte donne e non più giovanissime, a rimanere senza lavoro.Le prospettive di impiego nel faentino sono scarse e le autorità hanno fatto poco e niente per incentivare Grassi a rimanere in Italia o per trovare soluzioni occupazionali alternative per i dipendenti, salvo poi spendere fiumi di parole di solidarietà adesso che non c’è più niente da fare.
Da giorni le lavoratrici stanno presidiando i cancelli dell’azienda, al freddo, notte e giorno, in un tentativo disperato di impedire il trasferimento dei macchinari, (tentativo documentato anche da Striscia la Notizia sabato scorso, ma ad onor del vero il servizio è stato brevissimo e piuttosto superficiale).
Personalmente, anche se non sono coinvolta nel problema, trovo sempre più allucinante che in Italia non esistano leggi che possano proteggere i lavoratori dall’essere trattati come mere fonti di reddito da lasciare in mezzo a una strada non appena si profili all’orizzonte l’eventualità di un guadagno più facile.
Le lavoratrici OMSA invitano tutte le donne ad essere solidali con loro,BOICOTTANDO i marchi Philippe Matignon – Sisi – Omsa – Golden Lady – Hue Donna – Hue Uomo – Saltallegro – Saltallegro Bebè – Serenella
e vi sarebbero grate se voleste dare il vostro contributo alla campagna,anche solo girando questa mail a quante più persone potete se non altro per non alimentare l’indifferenza.
Le lavoratrici OMSA ringraziano quindi per l’aiuto e il supporto che vorrete dargli quali ennesime vittime di una legislazione che protegge sempre più gli interessi unicamente lucrativi degli imprenditori che non la vita e la condizione lavorativa dei dipendenti.
Se potete diffondete, anche solo la lettura e la solidarietà al problema è un grande gesto.
Claudia Nocenti
03/05/2010
M: manichino s.m. 1 Fantoccio che riproduce la figura umana utilizzando come modello il: – dei sarti; i manichini delle vetrine – sembrare un – essere vestito con ricercata eleganza (fig.) stare come un – immobile, impalato 2 (fig) individuo privo di personalità, che agisce secondo la volontà altrui.
GARZANTI DIZIONARIO ITALIANO GARZANTI
Mi chiamo Marina, ho 28 anni. Dopo il diploma magistrale ho frequentato psicologia all’Università di Padova perché mi piace entrare nella testa della gente. A pensarci bene è l’unico posto dove non possiamo entrare. Ma due anni mi sono bastati, sentivo la nostalgia di casa, e volevo guadagnare dei soldi. Tramite l’amico di un amico di un amico di mio padre sono entrata nello Studio dell’Avvocato Leva. Un uomo disgustoso di mezza età spregiudicato e arrogante che in tribunale chiamano lo Squalo. Mi ha fatto un contratto di collaborazione coordinata e continuativa che poi si è trasformato in contratto a progetto anche se di fatto sono la sua segretaria. L’Avvocato Leva dice che è un vantaggio questo contratto soprattutto per me perché sono imprenditrice di me stessa. Arrivo sotto l’ufficio, come sempre, con dieci minuti di anticipo e, come tutti i giorni, fumo una cicca prima di entrare seduta sulla panchina sotto il palazzo che ospita lo studio dell’avvocato. I negozi sono ancora chiusi e le vetrine sono spente. In centro ci sono per lo più negozi di abbigliamento. Dentro il negozio proprio davanti alla panchina dell’ultima cicca c’è un manichino ma non è dritta in vetrina come le altre colleghe. È seduta. Ha le gambe accavallate, le braccia incrociate e lo sguardo assente. È elegante nella sua fissità senz’anima. Mi sono accorta di lei perché un giorno mi sono vista riflessa nella vetrina ed ero esattamente nella stesa posizione. La differenza è che lei non fuma. Da quel giorno ho cominciato ad osservarla e poi ad accennare ad un saluto. È sempre elegantissima, la cambiano 2 o 3 volte la settimana. È impeccabile per contratto. Ormai siamo diventate amiche. Ci capiamo con un’occhiata. È una sintonia telepatica. Oggi le hanno messo un vestitino succinto un po’ anni Settanta che le lascia scoperte le gambe lunghissime.
- Ciao, come stai?
Il solito. Sempre seduta qui. Meno male che non possono venirmi le piaghe da decubito.
Che bel vestito sexy che hai oggi.
Grazie ma a me non piace molto, però, lo sai, io non decido.
Quanto costa?
390 euro
390??? Ma sono fuori di testa. Ci metto tre settimane a guadagnare 390 euro da quel rabbino dello Squalo.
Ti vedo un po’ stanca.
Sì ieri sera ho fatto un po’ tardi. E tu?
Io sono sempre seduta qui, annoiata e stufa. E non mi vede nessuno, nessuno mi parla come fai te. Tutti interessati all’abito. Al consumismo, all’apparire. Di me non frega niente a nessuno.
Dai non è vero. A me interessi eccome.
Sì lo so, aspetto questi nostri 10 minuti perché finalmente c’è qualcuno che mi capisce.
Però un po’ è anche colpa tua. Potresti stare in vetrina insieme alle altre.
Ci sono stata per degli anni in vetrina. Sempre in piedi, sempre in piedi. E poi guarda io non vado per niente d’accordo con le mie colleghe.
Se è per questo gli ambienti di lavoro sono tutti uguali.
Ma no qui è diverso, Marina, c’è una rivalità senza precedenti. Conta solo apparire, attirare gli sguardi dei passanti. Non puoi sapere in primavera quando ci sono da indossare i costumi!!si prendono per i capelli. Quelle stupide delle mie colleghe non si rendono conto che la gente guarda solo l’abito e il manichino manco lo vedono. Preferisco starmene per conto mio. E mi ritengo fortunata, guarda il negozio accanto. I manichini indossano abiti Max Mara ma sono senza testa. Bella considerazione eh?
Uh guarda se per questo anche noi umane non è che ce la passiamo meglio. Qualche volta ci danno un contentino, un ministero senza portafoglio che non conta un cazzo. Pari opportunità. Al bilancio devono mettere le donne, alla difesa, allora sì che la politica fa la differenza. Le quote rosa sono una perversione come il manuale Cencelli.
A me all’inizio questo lavoro piaceva. Il negozio è in centro, c’è un bel passaggio e indosso bei vestiti. Non mi posso lamentare. Una mia amica che è uscita dalla fabbrica nel mio stesso periodo è finita in periferia, non la cambiano quasi mai, ha una vetrina stretta così. Io non so ancora per quanto tempo potrò fare questo lavoro. Abbiamo una vita media di 4-5 anni, poi ci buttano e ci sostituiscono con altri manichini.
Dai non lamentiamoci. C’è chi sta peggio. Devo salire, ho un mucchio di pratiche che mi aspettano. Ci vediamo alla chiusura.
Ciao, buon lavoro.
Buon lavoro anche a te.
Ho preso l’abitudine quando smonto di sedermi sulla panchina e fumarmi una cicca prima di andare alla fermata dell’autobus. Un giorno, se l’avvocato Leva mi fa un contratto decente entro nel negozio e me la compro, e me la porto a casa, la siedo sotto il portico, vicino all’oleandro. Per ora ho un contratto a progetto. Il progetto è arrivare a fine mese con lo stipendio che mi dà quell’infame dell’avvocato Leva.
Colonna sonora: Niente paura Luciano Ligabue
26/02/2010
Domani è un altro giorno. di Manuela Ormea
Posted by Staff under Il Caffè del Porto [Narrativa e Poesia inedita o quasi] | Tag: altro, è, domani, giorno, manuela, NARRATIVA, ormea, un |Leave a Comment
C’è una bella luce sul mare. Promette qualcosa per chi guida verso ponente. Viro improvvisamente e apro il finestrino dell’auto. Rabbrividisco perché, anche se questo è l’inverno più mite del secolo, a quest’ora l’aria è frizzante, fa freddo.
Non sono sola.
Usciamo entrambi e ci allontaniamo dalla piazzola del posteggio tenendoci abbracciati.
Il sentiero costeggia il mare ma lo abbandoniamo subito per camminare sulla sabbia, saltellando sui ciottoli, e raggiungendo in breve la scogliera.
Mi blocchi contro le rocce a strapiombo e io sento i muscoli tendersi in salita: dalla punta dei piedi alla pancia.
Sono io adesso a premerti nella stessa posizione sollevandomi.
Un fiotto caldo mi investe e tu sei lì.
Questo è il pensiero.
Un uomo con il colore duro e preciso del ferro.
Ferro di cavallo.
Ti ho preso ma non ti conosco.
Né ho visto, ancora, il tuo corpo nudo.
Solo un tramonto rosso sull’acqua rugginosa. È un segno?
Torniamo indietro e il sole ormai viola è alle spalle. La luna, invece, è di fronte a noi.
Camminiamo mano nella mano. Come una rete allegra colma di pesci.
Il guardone travestito da pescatore si allontana con la barca, veloce.
Quando ti ho incontrato, o meglio quando mi hai preso la mano per trattenermi, avevo già osservato il tuo sguardo durante la riunione di lavoro. Era la prima volta che potevo apprezzare, oltre alla sicurezza della voce, l’ironia scanzonata e la leggerezza delle parole.
Avevo fame. Mi hai offerto un pranzo veloce, il caffè e qualche innocente confidenza.
Perché ho cercato subito somiglianze, Amore mio leggero? Perché un ramoscello pretende subito di essere l’unico a stagliarsi contro il cielo?
E come può essere il mondo degli affetti per chi è nato in una lingua di terra schiacciata contro la montagna e il mare? È troppo tardi per essere qualcosa di diverso da una pigna verde grondante di resina antica?
Mi hai chiamata dopo mezzora che ci eravamo salutati. Mi hai sorpresa. Ti ho pensata per tutto il tempo, hai detto. Dove sei? Che cosa stai facendo? Sono al computer, sto scrivendo una lettera. Allora scusa ti saluto volevo dirti soltanto questo, ciao. Dopo qualche ora mi hai di nuovo cercata. Avevi letto il mio sms: Ti ho pensato anch’io…Ciao, volevo sapere come stavi. Bene, grazie, e tu?
Abbiamo passato due giorni e due notti a parlarci a distanza, a toccarci con le parole, a fare sesso virtuale, mentre eravamo soli nel letto, nudi, a rigirarci nelle lenzuola stropicciate e calde, a sognare l’inizio di una storia d’amore sontuosa come un vassoio di profiteroles al cioccolato.
Adesso ti adoro, ma in realtà amo il sole il cielo il mio gatto persiano il vento tra gli ulivi i fiori degli agrumi le rose gialle il risotto ai carciofi la gelatina di arance con la panna i miei studenti Sirio e la luna piena. Amo i libri che leggo e ti racconto amo la gente che sorride. Ti innamorerò m’innamorerai. Amo le canzoni…Sono felice e divertita, aperta. Sei molto, molto accogliente. Hai detto.
La prima volta che sei venuto nella mia casa ci sei entrato con piedi leggeri prendendo piede in me, già da quella sera. Ti sei guardato intorno e ti sei coricato subito sul letto matrimoniale che occupo da sola, dalla parte dove dormo. Hai acceso la piccola lampada. Avevo sostato davanti ai quadri degli amici, pronta a raccontarti la loro storia. Ma non c’era tempo per la conversazione. Leggermente ebbri per il doppio aperitivo e la cena, avevamo fretta di fare l’amore. Cominciai a sbottonarti la camicia. Ti alzasti e ci spogliammo uno di fronte all’altra. Fui travolta da un’onda calda e dal desiderio di elargire coccole e avere protezione. Non fu emozionante come l’incontro al mare, ma mi resi conto che ci stavamo studiando in profondità. Ti definii Curioso delle donne. Citasti Bevilacqua come un autore congeniale. E mi parlasti subito di un’altra donna: una siciliana conosciuta a Messina. Ahi, la paura dell’abisso!
Mi avevi detto al telefono che aspiravi al volo leggero delle termiti. Non sono sicura di ricordare il nome dell’etologo di cui mi parlasti all’una di notte, dopo avermi chiesto se per caso dormissi…Ti pare che a quest’ora la gente normale dorma? Chiesi. Ma tu non sei normale! Rispondesti…Ero compiaciuta. Una nota di follia era ciò di cui avevo bisogno per dare profumo alla mia vanità. O forse per accontentarmi. Mi avevi già messa in guardia sul tempo che potevi dedicarmi. Poco. Ritagliato al momento. Imparai a mettere a frutto l’esperienza. Una donna sa far meglio l’amore di una ragazzina. Una donna può svincolarsi dalla quotidianità. Può rischiare tutto per una fantasia, un gioco, un gesto compiuto per ottenere la complicità e l’intimità dell’amato.
Amare è qualcosa di sacro, che va rispettato.
Ricordati di me e della mia pelle senza profumo, della mia pelle, sudata dopo un lungo viaggio, che non poteva aspettare, che solo per un attimo ha sentito il freno del pudore, che avrebbe potuto rimandare l’incontro perché avvenisse senza l’errore di un vestito logoro o di un polsino annerito dalla stanchezza della giornata e dal lutto, di scarpe infangate e di capelli lucidi e spettinati, incollati al viso spento con le occhiaie…Domani è un altro giorno.
Il tuo cellulare è perennemente spento. Oppure, dopo tre o quattro squilli, fa partire la segreteria che obbliga a lasciare un messaggio vocale o ad interrompere il tentativo di comunicazione. Ho provato, dopo poche settimane, la paura di queste mine-farfalla disseminate sotto il mio corpo. Quando una esplode io muoio… Lo so, un conto è la metafora, un conto la vita. Ma tu conosci il senso d’abbandono? La perdita dell’amore? Questo significa per me il silenzio prolungato, specialmente dopo una notte piena di stelle. Una notte d’amore.
Il silenzio mi fa tornare all’infanzia, quando giravo attorno al tavolo rotondo della sala furibonda come un leone in gabbia perché, anche quella sera, mio padre aveva deciso di farsi aspettare…. Tu non sai nulla del mio sentirmi sola, non amata. Io non so nulla di te. O quasi. Tuo padre ti ha amato di un amore incondizionato. Tua madre no.
Spero di far tesoro di questa mia scoperta. Se sono riuscita a decifrare ciò che costa in genere lunghi anni di psicanalisi, allora vuol dire che sei speciale per me. Prezioso.
Ti vengo a prendere in ufficio. È la seconda volta che capita. Chissà perché me lo chiedi. Questo è il tuo palcoscenico e io sono timida. Sei serio fino a ché non chiudi a chiave la porta alle tue spalle. E usciamo, andiamo in macchina e ti faccio leggere una poesia che ho commentato insieme ai miei studenti. Vorrei scardinare il tuo scrigno, forzare il tuo silenzio, immergermi nel profumo che maschera l’odore autentico della tua pelle… Non voglio aver fretta di conoscerti, di interpretarti. Desidero ascoltarti, sentirti con tutti i sensi. Voglio baciarti.
Ci fermiamo fuori città, in un angolo deserto. Ci parliamo con gli occhi, con il tatto, con la lingua muta. I vetri si appannano. La tua voce è una carezza. Pelle a pelle. Voce a voce.
Le papille gustative apprezzano ogni aroma liquido. Penso che il sesso condiviso e fiducioso sia pervasivo come l’acqua. Raggiunge ogni cellula del corpo e del cervello. Il nostro cervello anguria. Lo sai che è fatto per il 70% d’acqua? Ci penso perché mi hai confessato che le “rotelle” sono la parte di te che preferisci. Ti sottovaluti. Mi piace ogni parte del tuo corpo: la pancia morbida e dolce, le braccia e le mani forti e decise, le orecchie ben disegnate e tenere. E i piedi? Buffi e deliziosi…
Mi cerchi con dita esperte da esploratore. Te lo dico e tu sorridi. Perché no? Dici. La allontano questa mano che fruga ovunque troppo presto e non voglio concentrarmi su di me voglio sentire il tuo piacere. No, non sono una crocerossina. È finito il tempo dell’amore elemosina, dell’amore beneficenza. Sono cresciuta. So aspettare. Ho addomesticato la pazienza come si fa con la volpe.
Tu però insisti. Mi premi il capezzolo e mi fai male. E allora divento la culla per il tuo sesso. Lo lecco, lo massaggio, lo stringo, lo lascio, lo ingoio. E tu resisti per poco, annaspi e infine naufraghi, e la tua voce è musica. La melodia esultante dell’amore. Inno alla gioia. Ninna nanna ninna oh questo amore a chi lo do. Ninna nanna ninna oh, questo amore a chi lo do. Lo do a te finché ce n’è.
Amore mio è già mattino. Resta qui, stammi vicino.
Sono tornata a casa dopo averti lasciato alla tua auto. Non ho voglia di dormire. Eppure ne avrei bisogno. La sveglia è alle 6.30. Come tutti i giorni esclusa la domenica. Scrivo sul foglietto per le note della spesa: mettersi in gioco non significa diventare ciechi. Me lo ripeto come una preghiera fino ad addormentarmi.
Questa storia è una danza erotica con movimenti in avvicinamento e rapidi allontanamenti. Coccolato e sperato, tu sei leggero come una bolla di sapone e sali in alto come un aquilone sfuggito alle mani di una bambina e io ho paura di non vederti più. Se ciò accadesse sarebbe una prova dell’inesistenza di Dio…
Abbiamo parcheggiato sotto gli ulivi della mia casa e siamo saliti in cucina. Dal tavolo la visione del mare è apertissima. Sulla tovaglia abbiamo poggiato alla rinfusa una bottiglia di vermentino, alcune fette di lardo di Colonnata con le noci, un pezzo di focaccia alle olive e della cima genovese. Acquisti dell’ultimo minuto, prima di ritirarci nella nostra tana.
Parlavo solo io… Puoi affettare il pane? Hai voglia di stappare la bottiglia? Ma si vedeva, sai? che non sei pratico di faccende domestiche.
Che strano mangiare avendo fame senza provare il desiderio del cibo ma solo quello, fortissimo, del tuo corpo! E tu mi versi da bere e poi mi segui mentre mi alzo per sparecchiare e mi cingi i fianchi alle spalle e mi baci il collo e l’orecchio come sapessi da sempre che questo è esattamente il gesto che mi fa impazzire. Siamo “soggetti di un amore che raggiunge chi lo vuole”, dice il cantautore.
Si possono ascoltare le carezze? Quali storie raccontano?
Il mondo continua a chiamarci e non possiamo fare finta che non esista. La malinconia mi prende quando scappi via, deciso, senza voltarti indietro. Come se fosse una necessità. E la speranza è: domani… E ringrazio il cielo stellato perché il tuo pensiero mi culla come una canzone.
Il bar che abbiamo scelto per l’aperitivo è chiuso per il riposo settimanale. Camminiamo velocemente sotto la pioggerella che si fa più insistente e ne troviamo un altro. Uno vale l’altro. L’importante è guardarti e nutrirmi quel poco che basta… Questa volta esagero con l’alcol e quando arriviamo a casa, fradici, sei tu a spogliarmi e io ti guardo come fa un neonato con la mamma. Ho paura e te lo dico perché capisco che questa mia rinascita si affida a te, completamente. E allora Amante mio leggero fa di me ciò che vuoi perché sono nelle tue mani. E tu lo sai. Lo comprendo distintamente tra i fumi che sanno d’arancia. Come la pioggia il sentimento per te ha spento tutta la mia rabbia nei confronti degli uomini e non so spiegarmi perché.
Io che ho attraversato tutti i giorni con gli occhi bene aperti ora li tengo chiusi e mi pare di vederci meglio. È follia. Il sole picchia in testa come un assassino. Dove ho lasciato il berretto Happy tour? La spiaggia mi dà sollievo. Sotto la torre saracena sono protetta dal vento e mi abbronzo in compagnia di un’amica. Il mare va e viene e ci accarezza le orecchie. “Non dire notte” di Amos Oz riposa al mio fianco.
Vorrei guardare i tuoi occhi, chi c’è dentro? Qual è il mio posto nei tuoi pensieri?
Non c’è rimedio alla curiosità. Chi ha detto che senza non c’è amore?
Sono partita per un lungo viaggio e tu sorprendentemente mi chiami la sera dell’arrivo in aeroporto.
Non ti sei fatto vivo per giorni e giorni e adesso hai deciso di chiamarmi sul cellulare. Ora che ci separa un continente… Sei incomprensibile!
Sono allegra per la destinazione scelta, giungla tropicale, e per la compagnia degli altri viaggiatori, gente semplice, simpatica. Mi dimentico di te… Solo alla fine ti penso e tu mi chiami. Quando torni? Fra tre giorni. Come stai? Benissimo. Sei sola? No. Allora ciao. Ciao.
EVVIVA! Hai pensato a me… Ballo da sola. Sprofondo.
Questa è quella palude che qualcuno chiama amore. Vorrei che mi assomigliassi un po’. In questa gigantesca voglia di amarti, di accarezzarti, di mordicchiarti, di parlarti… Di farti fuori per renderti inoffensivo. In fondo sono un’assassina. Di demoni…
Viaggio in macchina. Continuo a dirmi che ho una vita piena, tanti amici, un lavoro che amo. Non mi manca nulla. NON E’ VERO! Mi manchi tu. Mi fermo e ti mando un messaggio: “Rendimi il tempo della mia adolescenza quando ancora non ero me stesso, se non come attesa. Rendimi quei desideri che mi tormentavano la vita, che adesso rimpiango. La mia giovinezza!… Basta. Sappi rianimare in me la forza dell’odio, il potere dell’amore.” (Goethe, FAUST)
Mi chiami immediatamente come sopraffatto da un’emozione che non puoi contenere. La citazione ti ha conquistato.
Mi tempesti di telefonate; mi trovi al supermercato, poi dall’amica dove mi fermo per cena, mi richiami e mi rifugio nel suo bagno per avere un po’ d’intimità…Mi cerchi ancora la sera.
Non mi interessa che cosa ti è successo, mi piace la tua ossessione, il confine è così labile tra i sani e gli ammalati; non siamo che abitanti di un pianeta che ci fa allenare la mente tra sogni di polvere e pace splendente…
Occidente, Oriente. Donne, Uomini.
Che bella fatica, Valentino!
Amori.
C’era una volta una bambina che fece molti sogni, tanti, tanti.
Sognò e sognò fino a dimenticare, fino ad allontanarsi.
Diventò nulla. Diventò tutti i sogni che aveva visto.
Diventò il sogno di tutto ciò.
Finché un giorno dovette fermarsi.
Si fermò, poi si sedette di fronte al mare e raccontò.
Raccontò molte storie, il vero e il falso raccontò.
E così raccontando sognò, sognò ancora.
Sognò.
E così sognando trovò l’uomo che sempre attese e mai arrivò.
Manuela Ormea, Sanremo 2007
16/02/2010
Il museo dell’innocenza di Manuela Ormea
Posted by Staff under Il Circolo dei Libridinosi [Letteratura] | Tag: dell', il, innocenza, manuela, museo, Orhan, ormea, Pamuk, recensioni, romanzo |Leave a Comment
E’ un tormentone Il museo dell’innocenza, ultimo romanzo di Orhan Pamuk abitato, com’è, dal fantasma dell’Amore…
Il sentimento evocato nel libro è come una melodia che ritorna ad assillarci, producendo al tempo stesso un’ossessione e un volo d’incomparabile forza emotiva. “Ah, l’amore…ci ho pensato, sapete?, e forse qualcosa ho capito”- sembra dirci l’autore turco che ci offre la storia di Kemal, rampollo trentenne della Istanbul da bere degli Anni ‘70 (alcol a fiumi e bottigliette di gazzosa Meltem, successo imprenditoriale di un amico d’infanzia), e Fusun, bellissima diciottenne, sua lontana parente, commessa in un negozio, in attesa di superare l’esame di ammissione all’Università. L’incontro tra i due, casuale come l’ingresso nel negozio, di cui si vede una bella borsa in vetrina, produce subito vicinanza estrema, organo contro organo, gioia e dolore, desiderio di andare a toccare l’amante proprio nel centro, dove non c’è più nient’altro che corpo, saliva, sangue.
Nell’appartamento disabitato del vecchio Palazzo della Pietà, Fusun, dopo aver visto due volte Kemal, fa l’amore con lui “andando fino in fondo” per la prima volta in vita sua. E il giovane, che prova una sorta di inspiegabile gelosia per gli uomini che precedentemente Fusun ha abbracciato e baciato, si rende conto che è spinto dal desiderio di possederla in modo forte e autoritario più ancora che dalla curiosità giocosa e gioconda del sesso.
Tutto ciò rimane sospeso. Consapevolezza subito dimenticata…
Viziato e abituato ad ottenere ciò che vuole, Kemal, all’inizio, fa della giovane il proprio oggetto di divertimento. L’invita addirittura alla festa di fidanzamento con Sibel, la promessa sposa che ha studiato alla Sorbona e appartiene al suo stesso rango sociale.
Fusun, sconvolta, si rende irreperibile e inaccessibile, provocando uno stravolgimento nella vita quotidiana di Kemal, che trascura tutto e tutti e frequenta ossessivamente l’appartamento dove incontrava Fusun, sperando di rivederla.
Dopo aver tentato una coabitazione con la paziente e innamorata Sibel, si allontana definitivamente da lei e dalla sua cerchia di amici, abbandonando la casa paterna ed il lavoro.
L’unica consolazione è rifugiarsi a Palazzo della Pietà e collezionare gli oggetti che Fusun ha vissuto, indossato, toccato, come l’ultima sigaretta con tanto di rossetto sul filtro, nell’ebbrezza di un godimento autoaffettivo.
Dopo aver lungamente viaggiato, Kemal riesce a ritrovare la ragazza. Fusun è molto cambiata nell’atteggiamento e nell’aspetto. E’ ancora più bella, con i capelli corvini del colore naturale, non più tinti di biondo, e una nuova, più matura e dolorosa consapevolezza della vita. Ora è sposata ad un giovane aspirante regista.
Kemal vorrebbe convincere la donna a riamarlo. Le vorrebbe restituire l’innocenza perduta, assolverla, conquistarla, incantarla, irretirla.. Ma nessuna tela di ragno, neppure fatta di perle, trattiene l’amore.
L’amore c’è finché dura: spazio della massima vicinanza e dell’estrema solitudine. Deserto che cresce…
E mentre Kemal prova sulla sua carne la resa incondizionata che esige l’amore, il fascino di Fusun consiste nell’eclissarsi.
Per otto lunghi anni i due si frequentano castamente, senza darsi neppure un bacio. Talvolta vince la rabbia. La rabbia di riconoscere l’estraneità totale dell’altro, la sua desolazione. Rabbia che si trasforma in beatitudine negli attimi, rari, di tenerezza. Qualche volta il riconoscere l’afasia di Fusun provoca in Kemal dolore profondo e il desiderio di raggiungerla in fondo al pozzo, là dove un giorno è morta alla fiducia. Desiderio che diventa ossessione… Kemal interroga la sua fantasmagoria feticistica, la sua ricerca dell’unicità attraverso la ripresa, l’andirivieni del suo desiderio d’amore, l’inno inconfessabile della sua passione senza contenuto…Eppure incontenibile, compulsivo, impossibile da fermare, come il vizio del bere.
E inaspettatamente ritorna la vicinanza, in maniera drammatica, prima dell’epilogo che porterà Kemal a costruire un Museo dedicato all’amore della sua vita, e a consegnare la propria storia allo scrittore Pamuk, poiché desidera che tutti sappiano che egli ha avuto una vita felice. Davvero!
Pare che l’autore abbia impiegato 6 anni a scrivere il romanzo. E da un anno e mezzo si sia gettato anima e corpo nel progetto del Museo che dovrebbe essere aperto per il luglio 2010, in concomitanza con l’anno dedicato a Istanbul capitale europea della cultura. Pare anche che per una volta sarebbe contento se dal romanzo fosse tratto un film. Ci sarebbe tutto pronto: il museo è la casa dell’innocenza, la casa di Fusun.
Il concetto del museo è il concetto dell’eternità. A partire dalla vista delle cose, che è come se avessero un’anima, ognuno si avvolge, come in un vecchio cappotto, nella situazione che gli oggetti ci ricordano.
E allora cosa nasconde questo romanzo-tormentone che a volte sa commuoverci come la canzone della propria vita? Il tema dell’amore che nell’eterno ritorno del cliché commuove sempre come l’impossibile unico.
Manuela Ormea (ripensando Benjamin, attraverso Peter Szendy)
Sanremo, 23 gennaio 2010
12/02/2010
PONTI DI CARTA Manuela Ormea
Posted by Staff under Il Circolo dei Libridinosi [Letteratura] | Tag: arte, carta, circolo, dei, della, di, gioia, goliarda, il, l', libridinosi, manuela, ormea, ponti, recensioni, sapienza |Leave a Comment
Recensione de L’arte della gioia di Goliarda Sapienza
Monica Farnetti, nel suo Tutte signore di mio gusto. Profili di scrittrici contemporanee, liquida l’incontro con la scrittrice Goliarda Sapienza scrivendo: “Imperdibile è per me L’arte della gioia , che rilancia e rinnova la grande lezione di vita e di scrittura di Virginia Woolf. E che per contagio sa diffondere fra le sue lettrici non solo il desiderio, ma prodigiosamente anche la possibilità, di impadronirsi di quell’arte. Sto dicendo che è un libro che cambia la vita, e sarei grata di essere presa alla lettera”.
La perentorietà convincente con la quale Farnetti, docente di Letteratura italiana all’Università di Sassari, conclude il capitolo dedicato alla scrittrice siciliana, davvero poco conosciuta, prima delle critiche francesi molto favorevoli e della ristampa Einaudi (post mortem) del suo capolavoro, mi ha indotta ad acquistare immediatamente il volume.
Mai consiglio letterario fu così diretto e prezioso!
Il romanzo L’arte della gioia è, per certi aspetti, la storia biografica di una donna che attraversa nella carne il ‘900, ma è soprattutto una cosmologia inesauribile di immagini, pensieri, sentimenti. L’esistenza dell’umano e del non umano è protagonista in tutte le sue manifeste attività: di relazione, economiche, sociali, politiche.
Nulla è superfluo in questo libro: le parole non mentono e la narratrice le studia – come un ornitologo osserva gli uccelli- e le libera da muffe e incrostazioni perché, come Goliarda stessa afferma per voce di Modesta, suo alter-ego nel libro: “bisogna imparare a nutrirsi delle parole giuste” e scartare tutte quelle che l’uso quotidiano adopera con maggiore frequenza fino a logorarle e a renderle inservibili: parole morte. Parole di morte.
Lo stile è epico, la scrittura sinuosa ed appassionante; un investimento del corpo, l’espressione di una intelligenza motoria, di un respiro ampio e profondo.
Domenico Scarpa, nella postfazione all’edizione Einaudi del 2008, analizza con esattezza: “Svariare tra la prima e la terza persona è come uscire e rientrare continuamente in se stessi per guardarsi da ogni lato e guardare il mondo”. Si intuisce nella trama delle parole un’accelerazione repentina, seguita da pause e rallentamenti. Perché , è ovvio, non si può crescere in un mondo che permette un solo tipo di tempo. Il tempo lineare è inevitabile, per tenersi aggrappati alla storia, ma non è l’unico… Il tempo conduce a cambiamento, anche nel senso che esso stesso cambia, può cambiare. E si accumulano ripetizioni e cicli, fuochi e spegnimenti, pioggia e sole..
Il romanzo di Goliarda Sapienza è propriamente lingua dell’intelligenza emotiva, sorpresa di fronte alle mutazioni, al passaggio delle stagioni, delle persone, degli animali, delle cose.
Attenzione, però. Nulla indulge al sentimentalismo. Al figlio Prando, che si lascia ammaliare dai canti del militarismo fascista, la protagonista Modesta/Goliarda dice: “Impara a dubitare delle tue emozioni. La guerra non è un’avventura. L’avventura è quella che l’individuo si sceglie, non qualcosa cui ti obbligano.”.
Cosa dire dei personaggi che animano il romanzo? Le passioni di ciascuno corrispondono esattamente al suo carattere. La loro verità sta nella coerenza che mostrano, il loro senso dipende dall’intreccio di biografie e dall’interdipendenza reciproca, esattamente come accade nella vita vera. Immediato e travolgente accadere perché “ per chi è vivo, ieri è solo servito come concime per questo oggi nuovo, tangibile, pieno di sole”.
Così Modesta narra di una vita impassibile al tempo, molto più legata al ritmo dell’universo che a quello del pensiero astratto; vita che è e può essere infinitamente libera e disponibile ad altro.
Eppure la protagonista prova sulla propria pelle tutte le contraddizioni del secolo che attraversa: conosce la povertà e la ricchezza, la lotta di classe e l’abuso di potere, il socialismo ed il fascismo, la reclusione del carcere e la piena libertà, il fascino della morte ed il desiderio di giustizia. E’ figlia violata e madre felice, è lesbica ed eterosessuale, è sola ma piena di amici e ammiratori. Tutto ciò che vive è esperienza da non perdere: alba e tramonto. Vita vissuta, che costituisce la materia e la forma geniale delle relazioni con gli altri, con l’altro, con il cosmo. Corpo e linguaggio abitano la vita, tutta la vita anche quella che non siamo noi.
Goliarda produce un turbamento dei sensi che, probabilmente, a leggere le pagine scritte su di lei, produceva anche in coloro che la incrociavano, compresi gli allievi della scuola di recitazione.
Il suo romanzo mette in moto e risveglia le nostre capacità di interpretazione simbolica e di associazione, provocando un movimento lento le cui onde d’urto non si placano e continuano ad allargarsi dopo l’impatto iniziale.
Vorrei aver contribuito a definire L’arte della gioia ’opera in cui la bellezza è stata il suo disegno primo e ultimo, come direbbe il Lessing del Laocoonte, ed il corpo, statuario, al centro del progetto.
Peraltro non mi pare insano riferirmi ai classici perché, come sosteneva Italo Calvino, “ classico è ciò (il libro) che non finisce mai di dire ciò che ha da dire”.
Il romanzo di Goliarda Sapienza è una splendida narrazione, che lascia il segno e apre significati, come un incontro fondamentale, dove c’è spazio per felicità, relazioni e concezioni nuove. E per un insegnamento educativo, lapidario, di Modesta/Goliarda al giovane Jacopo che le chiede:
“Cosa non finirà mai?”
“Questo fascismo dentro di noi”.
19 febbraio 2009
07/02/2010
Patografia di una vita vissuta Intervista a Geneviève Alberti di Valeria Damonte
Posted by Staff under Aria Condizionata [Interviste] | Tag: alberti, caffè, Damonte, del, Ennepi, Genevève, intervista, Libri, NARRATIVA, Patografie, porto, Valeria |Leave a Comment
“Patografie” è il tuo secondo libro. Nel 2007, sempre con Ennepilibri, uscì “Trentanove parole”. Che cosa è cambiato da allora?
Sto decisamente meglio, in tutti i sensi. “Trentanove parole” è stato un libro più spontaneo, molto emotivo ed intimista. Un cosiddetto “sguardo dentro”. “Patografie” è aver finalmente guardato agli altri, alle loro abitudini, ai loro vizi, paure e manie e scoprire che sono anche dentro di me. E’ proprio il caso di dire che non era necessario andare troppo lontano.
In questo “osservare gli altri” di “Patografie” ti soffermi a lungo sulla questione del precariato. Un tema quanto mai attuale. Per quale motivo?
Vivo la condizione di precaria/disoccupata sulla mia pelle e purtroppo non sono nemmeno l’unica. La piaga del precariato tocca un numero di persone sempre crescente, dalla mia generazione in poi. Laureati o meno, sembra che su di noi non voglia scommettere nessuno. Uno stato che non investe sulle sue risorse potenzialmente più produttive non è uno stato che mi sento di appoggiare. Una generazione senza lavoro stabile non può decollare, è senza prospettive e le sacche di lavoro precario hanno delle forti ricadute sull’intero sistema produttivo.
Un racconto che colpisce particolarmente di “Patografie” è “Psikiatria”. Ne vuoi parlare?
E’ uno di quelli che preferisco. E che è stato un po’ ispiratore di tutto il libro, a partire dal titolo. La totale assenza di punteggiatura che lo caratterizza è la totale espressione del “pensiero senza gabbia”. E’ il frutto di un’esperienza lavorativa in una cooperativa di pazienti psichiatrici, mesi di ascolto di dialoghi sconnessi, di esistenze interrotte ma dove, nonostante la prigione degli psicofarmaci, il pensiero rimane genuino. Quello della psichiatria è un tema che mi tocca davvero molto. A trent’anni dalla legge Basaglia permangono ancora idee e atteggiamenti assolutamente distorti come se quella legge non fosse ancora pienamente digerita. Tutto si basa sul pregiudizio psichiatrico. Ma il confine tra follia e normalità è davvero molto labile…
In questo libro c’è un racconto intitolato Comunismo, pensi che sia un argomento di attualità?
Beh non sono certo io che posso parlare dei massimi sistemi, infatti ho dato voce a una ragazza ucraina che ho conosciuto e a lei ho fatto dire pregi e difetti del comunismo, i muri sono crollati ma ancora mi devono dimostrare l’efficacia del capitalismo.
Non c’è due senza tre. Quali sono i tuoi progetti futuri?
Una menopausa serena, laurearmi al D.A.M.S., un libro-indagine sulle dipendenze e un progetto imponente chiamato TeatroAzione di cui non aggiungo altro. Direi che per ora, come carne al fuoco, siamo messi piuttosto bene.
20/12/2009
TORINO FILM FESTIVAL, 27ma edizione, 13-21 novembre 2009
Posted by Staff under Lanterne Rosse [Cinema] | Tag: cinema, festival, film, lanterne, marco, recensioni, romagna, rosse, Torino |1 Comment
IL PAGELLONE
di Marco Romagna
(Maegna)
Una delle cose che sempre mi ha esaltato del cinema, tanto da spingermi a studiarlo, viverlo ed amarlo, è che ognuno lo vede come vuole. Eccomi quindi a rendermi conto che c’è chi nota particolarmente il punto di vista tecnico, chi quello concettuale, chi si lascia semplicemente cullare dalle immagini e dai dialoghi. Ed eccomi quindi a litigare dentro di me, costantemente, con la critica cinematografica, con la quale è mediamente abbastanza difficile che mi trovi d’accordo. Provo un odio viscerale verso Gianni Canova, e mi prendo la responsabilità di ciò che dico, che riesce ad avere, in quanto critico famoso e quotato, un intero canale cinema di Sky che trasmette, salvo rari casi e comunque hollywoodiani, una quantità di porcherie e commercialate presentate peraltro come pura lezione di cinema e cinefilia (primo esempio che mi viene in mente è “Amore a prima svista”, in onda il 10.12.2009 alle 10.10), senza che mai un solo giapponese, autori di una fra le migliori cinematografie in circolazione (potrei citare un Kim-Ki Duk, o un Shinya Tsukamoto, o ancora un Takeshi Kitano piuttosto che un Nagisa Oshima) abbia mai avuto una sua opera sul canale, a parole, cinefilo di Sky. Mi dichiaro fin da subito esterofilo, amante, mediamente, del corpus di celluloide serbo, croato, rumeno, britannico, tedesco, francese, canadese ed asiatico (Giappone e Hong Kong in testa), ho un rapporto di amore ed odio con Hollywood, che riesce a tirare fuori il meglio ed il peggio anche all’interno dello stesso film, sto scoprendo il cinema australiano con lieta sorpresa e maltollero invece, con tristezza infinita, il brutto cinema italiano che si fa di questi tempi. Con ovvie eccezioni: Paolo Sorrentino è un genio assoluto, Matteo Garrone è l’ultimo grande neorealista (la definizione è di Quentin Tarantino, non propriamente l’ultimo degli stronzi), lo stesso Emanuele Crialese è un altro giovane molto bravo, ed è da tenere d’occhio, a giudicare dall’ottima opera prima (“La doppia ora”, presentata a Venezia 66), Giuseppe Capotondi. Per il resto è difficile beccare una pellicola davvero buona uscita da Cinecittà negli ultimi anni, i grandi vecchi sono o morti o rincoglioniti, i sempre sopravvalutati (leggi Giuseppe Tornatore) stanno dimostrando di aver azzeccato due o tre film e per il resto di essere dei mediocri cineasti, uno dei regista tecnicamente più dotati, Gabriele Muccino, è migrato negli Stati Uniti dove dimostra di continuare a non avere mai avuto un’idea, ma di essere solo ed esclusivamente bravo a mettere la macchina da presa, e comunque non quanto il già citato Sorrentino.
Questo enorme cappello va come premessa al fatto che ciò che, se avete avuto la pazienza di arrivare fino a questo punto, cosa della quale non sono assolutamente sicuro, vi accingete a leggere, sarà con ogni probabilità in netto contrasto con ciò che avete già letto in merito da parte della critica vera, e che trattandosi di opinioni strettamente personali di un cinefilo, non di un addetto ai lavori, non dovete accettare la mia idea, ma considerarla al massimo uno spunto.
C’è una seconda premessa, obbligatoria ma stavolta breve, da fare: il Torino Film Festival, come ogni festival cinematografico, si articola in vari giorni, in questo caso nove (otto effettivi, visto che il primo prevede poche proiezioni pre-inaugurali), e su varie sale, in questo caso undici. E’ impossibile riuscire a vedere, fra film in concorso, fuori concorso, cortometraggi, ducumentari, eventi speciali e retrospettive, tutto. Ma incastrando bene gli orari, e mettendosi nell’ordine di idee che dalle 8 del mattino alle 2 di notte si deve stare al cinema, si riesce a fare una selezione molto ampia con pochi rimpianti.
Personalmente, rimanendo fra i 5 e i 6 ingressi in sala al giorno (i corti sono accorpati in gruppi di 4 o 5 consecutivi), non mi avessero spaccato due finestrini della macchina avrei perso meno tempo, sono riuscito a vedere 51 film (il che in 8 giorni è una media di tutto rispetto). Però è anche vero che questo pagellone è il mio pagellone, è ciò che sono riuscito a vedere personalmente. Ognuno ha il suo.
Premetto altresì che ai Festival pretendo un certo tipo di qualità, quindi non stupitevi se troverete i miei voti mediamente bassi, probabilmente vedendo gli stessi film in TV li avrei giudicati con un metro di giudizio un po’ più bonario.
Partiamo da quelli in concorso, in rigoroso ordine alfabetico:
ADAS / TRANSMISSION di Roland Vranik (Ungheria, 2009, 35mm, 95′) voto 5
Drammone psico-catastrofico dove la catastrofe non si vede. Questo lungometraggio parte dalla, non spiegata, premessa che tutti gli schermi si siano spenti (sai che tragedia!). Non c’è la televisione, non ci sono i computer, la “vita normale” è stata strappata ai cittadini di questo quantomeno strambo villaggio. In questo scenario, già stupido e insensato di per sé (della serie: perché fare un film su questa cagata?), si innestano le vicende di tre fratelli, non ce n’è uno normale, e delle rispettive famiglie. Uno dei tre uccide accidentalmente la moglie durante una lite e rimane solo con le due insopportabili bambine (che poi spariscono nel nulla e riappaiono improvvisamente), un altro non riesce a dormire da settimane ed è una sorta di zombie che compie atti inconsulti, fra cui murare il suo meraviglioso giardino vista mare, il terzo conosce una tizia in piscina e inizia con lei una storia d’amore che troverà il capolinea appena lei scoprirà che ha aiutato il primo fratello a seppellire il cadavere della moglie. Qualcun altro, personaggi praticamente non caratterizzati, medita sullo spegnimento degli schermi congetturando teorie strampalate su una sorta di ipnosi di massa, strada che viene introdotta e poi abbandonata una decina di pagine di sceneggiatura dopo.
Dal punto di vista prettamente tecnico non è male, ha una discreta regia, con buoni movimenti di macchina e buon gusto nella scelta delle inquadrature, una buona fotografia, sia sull’esterno giorno sia sul dark notturno. Si tratta di una pellicola non molto parlata, con qualche spunto interessante sui rapporti umani fra i personaggi, caratterizzati, devo dire, abbastanza bene. Ma non basta per rendere una cagata, quale è, un prodotto gradevole.
LA BOCCA DEL LUPO di Pietro Marcello (Italia, 2009, DigiBeta, 67′) voto 5/6
Ecco che qui diventerò impopolare. Questo film ha vinto il 27TFF ed io gli dò una, seppur non grave, insufficienza. Insufficienza non dettata dal film in sé, che anzi è una docufiction molto interessante e ben fatta, con un’ottima sceneggiatura, ma dalla regia che in alcune parti proprio non mi è piaciuta: innanzi tutto mi infastidisce, al cinema, il formato 4/3, e questo già fa perdere punti, inoltre, sebbene siano molto suggestive alcune vedute e siano stupende le immagini d’archivio, ho maltollerato, come primo esempio che mi viene in mente, un’intervista importante, brillante e divertente di circa sei o sette minuti resa con un pessimo piano a due in campo fisso.
La vicenda, vera, è quella di Enzo, calabrese venuto a vivere a Genova da bambino e dedito da sempre, a sua detta, a piccole attività criminali, dal contrabbando di sigarette già da bambino in poi. Arrestato, in carcere conosce Mary, transessuale e compagna di una vita. E’ molto interessante vedere il contrasto fra l’uomo, rude e molto mascolino, e il fatto che da più di trent’anni sia ‘marito’ di una trans. Il film, ripeto ancora una volta di carattere assolutamente documentaristico, si apre con il ritorno a Genova di Enzo, dopo un altro soggiorno in carcere. L’audio di qeusta parte sono le vere musicassette che Mary ed Enzo si sono mandati durante i soggiorni in carcere, sono audiolettere d’amore, di una tenerezza molto toccante. Qui subentra la parte di fiction, con quest’uomo tormentato che si aggira per la città, Sottoripa, Piazza Banchi, il porto con i suoi container, i caruggi, la Lanterna. Il tutto intervallato da splendide immagini d’archivio, dai tuffatori a Nervi negli anni ’30 ai filmini, amatoriali e non, che ritraggono la vecchia Genova, nello splendido bianco e nero ingiallito dagli anni e sgranato delle super8. Enzo a un certo punto si vedrà in un bar, dove racconterà agli altri avventori di essere stato più volte in carcere e perché. Fine della fiction, ricomincia a spron battuto il documentario. Si passa a casa di Enzo, con la sua Mary, e solo a questo punto si capisce che si tratta di un trans. C’è la già citata lunga intervista, quasi monologata da Mary, mentre Enzo, seduto vicino, gioca col cane ed interviene di tanto in tanto, per puntualizzare qualcosa.
L’insufficienza che ho dato, lo ammetto, è per lo più perché questo lavoro mi ha fatto incazzare per i suoi piccoli e grandi difettucci. Si tratta di un documentario molto interessante, che consiglio, però ritengo che con questa storia, con questo materiale di archivio e con questi personaggi si sarebbe potuto fare di più. Anche perché nelle vedute della città Pietro Marcello ha dimostrato di saper tenere una macchina in mano. In altre parti invece ha preferito fare il compitino, come uno studente dams interessato maggiormente ad altri aspetti del corso di laurea all’esame di cinema documentario. E questa cosa, che fatta da uno studente va benissimo, è a mio avviso intollerabile da parte di un filmmaker, uno che ha avuto la sconsiderata botta di culo di farcela. Ed è quindi scandaloso, a mio avviso, che abbiano tributato la vittoria e 25mila euro ad uno che sarebbe anche bravetto ma ha preferito trascurare buona parte dell’aspetto tecnico.
CRACKIE di Sherry White (Canada, 2009, 35mm, 94′) voto 6
“ Mitsy”, cito il programma ufficiale, “è un’adolescente abbandonata dalla madre alcoolizzata che vive con la nonna burbera e soffocante. Il suo sogno è di diventare parrucchiera, la sua vita affettiva si limita alla relazione con un fannullone e all’adorazione ossessiva di un cane. Il ritorno a casa della madre farà esplodere le tensioni”. Innanzi tutto, per far meglio capire la stabilità della famiglia, occorre precisare che sia la madre sia la nonna sono puttane, e che Mitsy, questa sfigata cosmica, viene chiusa nella sua stanza dalla nonna quando questa vecchia tettonissima e truccatissima, anche abbastanza ridicola in realtà, si fa bombare da chiunque le capiti a tiro purché le dia qualche dollaro. E’ un lungometraggio che, lo ammetto, a tratti mi ha un po’ annoiato. Ma sono anche conscio del fatto che questo mio lieve annoiarmi sia dato dal fatto che questo film tratti problematiche tipicamente ed esclusivamente femminili, donna la regista, donna la sceneggiatrice, donne tutte le interpreti, tranne un personaggio secondario e un cane. E nonostante tutto ho trovato dei punti e degli spunti davvero interessanti. Partendo dalla tecnica, si tratta di un’opera prima e la regia è davvero ben fatta, infarcita di buoni pianisequenza quando diventa necessario rallentare il ritmo e con un buon montaggio, mai forsennato ma abbastanza dinamico, quando vuole prepararsi ad un climax di emozioni ed avvenimenti. Inoltre un altro punto di vantaggio ‘visivo’ è dato dalle location canadesi, veramente splendide dal punto di vista naturale. Dal punto di vista della sceneggiatura è trattato molto bene il passaggio psicologico che avviene nella mente della diciassettenne, il rapporto di amore-odio con i cari che tutti noi abbiamo vissuto. Sto parlando soprattutto del rapporto con la nonna, che passa più volte da peggiore nemica ad unica persona della quale Mitsy si possa fidare, unica persona che le voglia veramente bene, che la capisca e che la aiuti. Il rapporto delle due con il cane è uno stratagemma che in questo senso funziona molto bene.
GET LOW di Aaron Shneider (USA, 2009, accreditato come HD (proiettato però da 35mm), 101′) voto 7
Felix Bush per quarant’anni ha vissuto come un eremita nelle foreste del Tennessee, vestiti laceri, lunga barba bianca, caratteraccio. Un giorno, fucile in mano, si presenta in paese, pieno di dollari, per organizzare il suo funerale. Vuole infatti essere presente al suo funeral party, al quale invita chiunque sappia una storia su di lui. Giganteggiano Robert Duvall, che interpreta Bush, e Bill Murray, che interpreta il titolare della ditta di pompe funebri, rendendo questa commedia molto divertente. Tutta la vicenda si sposta poi sulla ricerca di qualcuno che sappia il segreto di Bush, quello che, a breve diventerà chiaro, lui stesso vuole che esca ma non ha il coraggio di raccontare personalmente. Fino alla grande rivelazione, che fornirà lui stesso con un monologo che dovrebbe a pieno diritto entrare immediatamente nella storia del cinema (che attore Robert Duvall!). E qui l’unico grande difetto del film: è una commedia davvero spassosa, molto ben recitata, con una regia bellissima e molto arzigogolata (altro esordiente da tenere d’occhio), ma la grande rivelazione intorno alla quale gira tutto il film è una cazzata, un buco di sceneggiatura. Che gli ha fatto perdere un punto, perché se avesse anche detto qualcosa di davvero profondo, e ce n’erano le premesse, sarebbe stata una pellicola da 8, 8 e mezzo.
GUY AND MADELINE ON A PARK BENCH di Damien Chazelle (USA, 2009, HD, 82′) voto 5
Guy e Madeline sono fidanzati da tre mesi. Trombettista jazz lui, disoccupata alla ricerca spasmodica di un lavoro lei. Guy conosce in metropolitana Elena e la storia con Madeline pare giunta al capolinea, e a questo punto toccherà a Madeline tentare di rimettere un po’ in ordine la propria vita. Un film soporifero, girato in un brutto bianco e nero sgranatissimo (amo il bianco e nero più del colore tendenzialmente, ma qui ha solo reso ancora più soffocante un film già di per sé noioso). In alcune parti sembra quasi documentaristico, con la macchina a mano sempre lontana dall’azione, in altre sembra un musical, monco però di reali canzoni, ha solo qualche apertura musicale (neanche eccezionale a dirla tutta). Ho avuto serie difficoltà a stare sveglio.
LA NANA / THE MAID di Sebastian Silva (Cile, 2008, HD, 94′) voto 6/7
Raquel è cameriera da oltre vent’anni di quella che considera un po’ la sua famiglia. Ormai scorbutica, prende molto male l’idea che, complici i suoi ripetuti mal di testa, le si voglia affiancare un’altra cameriera, più giovane, perché su di lei gravi meno lavoro. Dopo averne fatte scappare due, tratterà malissimo anche la terza, Lucy, la quale però le dimostrerà un’umanità ed un affetto che faranno cambiare radicalmente Raquel e le faranno capire che è possibile avere un’amica ed una famiglia vera, le faranno capire che la vita è altrove. Bel film, ben girato, interessante e ben fatta la caratterizzazione del personaggio di Raquel, che deve risultare, e ci riesce in pieno, prima insopportabile e poi eccezionale, intenerendo il pubblico, con un cambio radicale di punto di vista, reso magistralmente. Questo cambio di punto di vista è dato da una scena chiave, girata nel bagno, dove, attraverso ciò che dice e fa Lucy, Raquel non risulta più una stronza da prendere e appendere al muro, ma una persona che ha bisogno di aiuto, ha bisogno di affetto, una persona quasi esageratamente umana.
NORD di Rune Denstad Langlo (Norvegia, 2009, 35mm, 78′) voto 8,5
Uscirà anche in Italia, distribuito dalla Sacher di Nanni Moretti. E’, per il mio gusto, un capolavoro. Uno dei più bei finali che io abbia mai visto al cinema (interessante come questo finale meraviglioso sia stato sottolineato anche dal direttore del Festival Gianni Amelio, col quale mi sono stupito di essere d’accordo), una regia strepitosa, con lunghe panoramiche polari e claustrofobici primi piani, una fotografia da applausi (anche se più che altro il direttore della fotografia ha ben regolato il diaframma, trattandosi buona parte di esterni giorno fra controsole e neve che riflette la luce).
Protagonista è Jomar, ex sciatore professionista costretto, a causa di una fastidiosissima ambliopia (leggi momenti di cecità temporanea) dovuta al riflesso della neve, a ritirarsi come guardia di un impianto sciistico. Un giorno si presenta alla sua porta il suo ex migliore amico, che nel frattempo gli ha fottuto la donna, il quale gli rivela, fra un pugno e l’altro, che il figlio della donna è in realtà di Jomar. Jomar dà inavvertitamente fuoco alla casupola della stazione sciistica e decide, con una botte da cinque litri di superalcoolico come unica provvista, di partire in motoslitta verso nord, alla ricerca del figlio. Da qui parte un bellissimo road movie, che non esiterei a ribattezzare snow movie, un po’ in motoslitta, un po’ sugli sci, poetico, frizzante, un po’ commedia un po’ drammatico, in un continuo chiasmo quasi tragicomico. Stupenda la caratterizzazione sia di Jomar sia dei vari personaggi che incontra in questo lungo viaggio attraverso suggestivi paesaggi artici, interessantissimo vedere come la troupe sia riuscita a girare pur essendo a febbraio e marzo, i mesi più freddi, circa 500 chilometri a nord del Circolo Polare Artico. Per quando uscirà, si dice verso marzo, consiglio caldamente a tutti la visione di questo film.
LE ROI DE L’EVASION di Alain Guiraudie (Francia, 2009, 35mm, 97′) voto 6,5
Armand è sovrappeso, gay e annoiato dalla vita da single. Salva dallo stupro, praticamente comprandone la virtù in una scena deliziosamente spassosa, una ragazza sedicenne, Curly, e a breve si scoprirà innamorato, ricambiato, di lei. Su questo amore impossibile ecco installarsi la stramba famiglia di lei, un gruppo di poliziotti non molto credibili e una radice dai poteri incredibilmente afrodisiaci. Da qui si snoda una commedia senza particolari pretese, e quindi proprio per questa mancanza di pretese godibile. E’ un film che non lascia nulla, non fa riflettere, ma che permette di staccare la spina per un’ora e mezza senza scadere nella estrema stupidità che allo stato attuale del cinema sembra, tristemente, l’unica alternativa alla filosofia. E’ una cazzata, e come tale viene dichiarata, ma carina. E con un finale inaspettato ed ilare.
SANTINA di Gioberto Pignatelli (Italia, 2009, DigiBeta, 78′) voto 2
Aiuto! Una porcata indecente. Lo sperimentalismo al cinema mi è sempre piaciuto, ma non deve essere fine a se stesso, e soprattutto non deve essere brutto e insensato. Continui cambi di formato, che danno l’idea di essere semplici errori, totale mancanza di senso e gran capacità di inculcare fastidio estremo in chi sta guardando lo schermo. Sostiene di partire da una parte de ‘La Storia’ di Elsa Morante, ma penso sia inutile specificare, dopo la mia premessa, che non c’entra un cazzo. O quantomeno non si capisce in che modo c’entri. Ma andiamo nello specifico. Inquadratura iniziale: un pezzo di muro male illuminato quasi fuori fuoco, come audio i primi 3 o 4 secondi di ‘Nancy’ di Fabrizio de Andrè in loop (“Un po’ di tempo fa…un po’ di tempo fa…un po’ di tempo fa…un po’ di tempo fa…un po’ di tempo fa”), al che il mio fisico ha già iniziato ad alternare conati di vomito e bestemmie represse. L’inquadratura passa su un letto dove c’è una inguardabile donnina di un metro e 20 per 270 chili circa (la prostituta uccisa nel libro), supina e nuda. Stacco e viene ripetuta la stessa inquadratura ma la prostituta è piena di sangue (nero, fatto malissimo). Poi, dal nulla, un primo piano di un tizio (chi è?) che fuma guardando in macchina. Stacco. Un altro tizio (chi è anche questo?) corre fra papaveri e spighe di grano in un campo. Altro primo piano. Dopo un po’ ho capito che, per giustificare la presenza di un personaggio, il regista lo fa fumare in modo che un minimo movimento lo abbia. Dopo altre parti altrettanto orride che fortunatamente ho rimosso, un altro tizio corre inseguito da un cane fatto (malissimo) a cartone animato. Però fuori sincrono, ovvero il tipo corre, fermo immagine, il cane si muove, il cane si ferma e si sblocca il fermo immagine. Un po’ di volte. Al che, sentitomi preso per il culo, sono uscito dalla sala una ventina di minuti prima e sono andato a scolarmi un paio di negroni come aperitivo.
TORSO di Yutaka Yamazaki (Giappone, 2009, 35mm, 104′) voto 7,5
Mi chiedo spesso come sia vissuta la sessualità in Giappone. A giudicare dai film non riesco a capire se i costumi siano estremamente liberi o estremamente bacchettoni. Questo film narra la storia di due sorelle, una delle quali particolarmente repressa. Vistasi strappare il ragazzo proprio dalla sorella minore, è diventata un’erotomane di livello importante, e sostanzialmente ha una relazione con un manichino gonfiabile, un torso appunto. Questo manichino non ha né testa, né gambe, né braccia, ma ha in compenso, continuando a gonfiarlo, una minchia veramente enorme. Dalla storia d’amore con questo manichino si passa alle vicende interpersonali fra le due sorelle, in un rapporto di amore fraterno e di odio fra rivali in amore. Ero scettico ma mi è piaciuto davvero. Mi è piaciuto per il suo saper scavare in profondità senza particolare invadenza, mi è piaciuto per la scelta di montare molto poco, preferendo il pianosequenza, mi è piaciuta l’idea di girare tutto a mano (con un operatore della madonna, stabilissimo), non fisso come una inquadratura cavallettata, non fluido come una steady, rendendo quindi le immagini più personali, più documentaristiche, più vere e vive.
VAN DIEMEN’S LAND di Jonathan auf der Heide (Australia, 2009, 35mm, 104′) voto 8,5
Altro film al quale, per motivi differenti da quelli di Nord, avrei personalmente tributato la vittoria. Narra la vera storia di Alexander Pierce, evaso nel 1822 con sette compagni da una colonia penale britannica (dove i prigionieri non è che fossero trattati un granché, si può immaginare). Van Diemen’s Land è l’antico nome dell’attuale Tasmania, terra d’origine dell’esordiente regista e luogo dove è realmente ambientata ed è stata girata la vicenda. Fra inglesi e irlandesi, compagni di fuga, si inizia con diffidenza, perché poi la situazione precipiti ulteriormente con una marcia serrata ma lunghissima e pesantissima, sotto pioggia e neve, attraverso fiumi in piena, fango e animali, in una foresta selvaggia ed inesplorata. Inevitabile che a breve finiscano le provviste, e intuibile che prima o poi la sopravvivenza debba sfociare nel cannibalismo. Uccidere per non essere ucciso, mangiare uomini perché altri uomini non mangino te. Il tutto scandito da una bella regia, con un’immagine molto curata (anche qui complici le eccezionali location), una fotografia perfetta ed una precisa scelta stilistica che prevede, in tutto, enorme lentezza. Ci sono scene quasi ripetute da un giorno all’altro, il film tutto ha struttura quasi modulare. Questa lentezza non è noiosa, ma necessaria. Riesce a far immedesimare il pubblico nella vicenda, riesce a renderlo partecipe, riesce a far capire le problematiche di una marcia del genere. Se non fosse lento e riflessivo, questo non sarebbe possibile. E il regista, a questo proposito, è stato bravo a non cadere nella noia, inserendo dialoghi che facciano capire la psicologia dei personaggi a poco a poco, mantenendo quindi vivo l’interesse, e qualche scena che, nel pieno della tragedia, sdrammatizza e fa ridere, come un “Fuckin’ Christ” urlato come liberazione da uno dei fuggiaschi che, dopo giorni e giorni, riesce a cagare. Davvero bello, anche se temo sarà molto difficile vederlo in Italia.
YOU WON’T MISS ME di Ry Russo-Young (USA, 2009, HD, 81′) voto 4/5
Film che non dice nulla, anzi brutto. Shelley esce da un ospedale psichiatrico e la sua vita si snoda fra sesso occasionale, amici buona parte falsi, litigate tremende e provini come attrice, che puntualmente vanno male a parte la volta che il regista la vorrebbe ma lei, inspiegabilmente, gli dà del coglione montato e se ne va. Il tutto scandido da qualche colloquio con lo psichiatra. Tecnicamente senza infamia e senza lode, ma il lato tecnico dignitoso viene smontato da una sceneggiatura davvero pessima.
ZHA LAI NU ER / JALAINUR di Zhao Ye (Cina, 2008, HD, 92′) voto 4
Il 4 che ho generosamente tributato è per la tecnica. Ecco, questo film mi ha dato fastidio. Una regia e una fotografia di una bellezza sconvolgente, non c’era una sola inquadratura che non fosse solo perfetta, ma anche geniale, oltre il massimo raggiungibile. Continui cambi di fuoco, suggestive carrellate in giro per la Mongolia, un uso davvero molto sapiente dell’ombreggiatura sui volti, silouhettes al tramonto, colori splendidi con il polarizzatore quasi sempre montato ad aumentare i contrasti. Tutto questo per raccontare una delle vicende più noiose e meno interessanti possibili. Un vecchio ferroviere va in pensione, e un giovane lo segue quasi a guisa di scorta fin dalla figlia. Solo al ricongiungimento del vecchio con la figlia il giovane tornerà indietro (il vecchio, non volendolo, non gli ha rivolto la parola tutto il viaggio, nel momento in cui si decide e lo invita ad andare con lui il giovane sparisce) e dimostrerà di essere totalmente pazzo, giocando a basket a torso nudo in mezzo alla neve con sconosciuti impellicciati. Fine. Bello, no?
Non visti
BASECO ROYAL BOYS di Ralston Jover (Filippine, 2009, Betacam, 93′)
CHI L’HA VISTO di Claudia Rorarius (Germania, 2009, 35mm, 88′)
MEDALIA DE ONOARE di Calin Netzer (Romania, 2009, 35mm, 105′)
FESTA MOBILE (Fuori concorso)
TETRO di Francis Ford Coppola (USA, Argentina, Spagna, Italia, 2009, 35mm, 127′) voto 8,5
Finalmente Francis Ford Coppola torna a buoni, anzi ottimi, livelli. Dimenticatevi però il Padrino e Apocalypse Now, quelli sono altre cose. Con questo Tetro, girato con la Red e trasferito poi in pellicola, con la particolarità di avere il presente in 2,35:1 in bianco e nero e i flaskback in un più ristretto 1,88:1, ma a colori, quest’ultimo film di Coppola è un melò molto ben riuscito. Unico difetto che riesco a trovare è un calo di sceneggiatura negli ultimi 20 minuti, ma dopo 2 ore il pubblico si è immedesimato nei personaggi, molto ben costruiti, e continua a trovare interesse fino al colpo di scena finale, al quale si arriva gradualmente, senza passaggi particolarmente bruschi. Coppola ha detto, nella presentazione, presumo fosse la prima europea, di aver avuto come molla nella scrittura del lungometraggio l’associazione di idee fra una farfalla, attirata dalla luce che la condurrà, probabilmente, alla morte, e un uomo quasi in trance, sconvolto, che viene allo stesso modo attratto dai fari delle auto che sfrecciano.
La vicenda narra la tormentatissima storia di due fratelli, i fratelli Tetrocini (da cui il titolo originale ‘Tetro’, stuprato nella versione italiana ‘Segreti di famiglia’), valenti scrittori e figli di un grande e famoso direttore d’orchestra, che si ritrovano dopo anni di fuga del maggiore in Argentina. Da questa premessa parte un drammone che funziona, e molto bene, sul ritrovarsi, sul vincere le ritrosie, sul ricominciare una vita che si è voluta abbandonare. Va da sé che gradualmente si troveranno, sempre in crescendo, le piccole e grandi rivelazioni, che faranno scoprire la psicologia dei personaggi al pubblico in una lenta ma molto profonda ed interessante caratterizzazione. Ed ecco che Tetro, il grande, si scoprirà con serie turbe mentali, ecco che la sua divina moglie si scoprirà la sue ex psicologa, ecco che le turbe mentali verranno a poco a poco esplicitate e giustificate. Oltre non vado, lo consiglio caldamente però.
L’uscita italiana dovrebbe essere, a quanto vociferato, verso marzo, spero che il doppiaggio non lo rovini troppo.
THE BLIND di Nathan Silver (USA, 2009, HD, 98′) voto 3/4
Brutto. Le vicende del rapporto in crisi fra un architetto frustrato ed una casalinga sfigata, Marcus e Kate, con un vicino di casa a cui lasciano le chiavi per sicurezza e che, molto malato, diventerà l’unico conforto per Kate nei momenti peggiori. Diviso in tre capitoli, fantasiosamente intitolati ‘Marcus’, ‘Kate’ e ‘Marcus and Kate’ (già della serie mavavangulo), è un drammone dove non succede niente. Leggo poi, dopo averlo visto, il prospetto del programma e vedo che questo film viene esaltato per i rimandi hitchcockiani. Rimandi hitchcockiani??? Semmai antonioniani post ictus, direi piuttosto. Sostanzialmente la vita va avanti fra lei che si annoia e lui e che riesce a farsi commissionare una chiesa, salvo poi portare un modellino totalmente diverso dai disegni iniziali e a farsi quindi, giustamente, mandare a spigolare dai committenti. In mezzo si mollano e riprendono un paio di volte. Insomma, un porno sarebbe stato nettamente più interessante e godibile.
LA COSA GIUSTA di Marco Campogiani (Italia, 2009, 35mm, 100′) voto 7
Nonostante il mio essere tendenzialmente refrattario ai film italiani, devo dire che questo lavoro, per quanto senza particolari pretese, non è male. Due poliziotti di carattere molto differente (Paolo Briguglia ed Ennio Fantastichini) devono sorvegliare un arabo sospettato di terrorismo. Col tempo i rapporti fra di loro, inizialmente tesi, diventeranno molto buoni, e il sospettato si rivelerà invece una persona molto brava e umana, vittima di un errore giudiziario ma ingiustamente espulso. Girato fra Torino e la Tunisia, a cavallo fra commedia e noir, con qualche lieve richiamo hitchcockiano, qui si, la vicenda si snoda in maniera abbastanza lineare, senza particolari fronzoli, sfornando a costi di produzione e tempo nelle riprese molto ridotti, si vede, un prodotto comunque ben più che sufficiente.
FANTASTIC MR. FOX di Wes Anderson (USA, 2009, 35mm, 87′) voto 9
Capolavoro dell’acclamato regista de ‘I Tenebaum’ e de ‘Il treno per il Darjeeling’. Un gioiellino di animazione stop-motion, forse a tratti un pochino scattoso, ma chi se ne frega. Si tratta di un cartone animato non per bambini, con un’ironia sottilissima, divertentissimo, cattivo, e anche qualche riferimento sessuale (sui trascorsi poco limpidi della signora Fox). Tratto da un’opera minore di Roald Dahl, ‘Fantastic Mr. Fox’ narra le vicende di, appunto, Mr. Fox, furbissima volpe con un passato da ladra di polli professionista magistralmente doppiata da George Clooney, della sua famiglia e dei suoi amici (doppiati anche questi da un cast strepitoso, da Meryl Streep a Bill Murray, da Willem Dafoe a Owen Wilson, solo per citare i più famosi), in lotta contro tre proprietari terrieri e allevatori cattivissimi e pericolosissimi. Per quanto sia un cartone, la mano di Wes Anderson si ritrova in ogni inquadratura e movimento, il suo stile personale ed inconfondibile è stato perfettamente trasportato su un tavolo da passo uno. Questa era la prima europea, uscirà in Italia a metà del 2009. E lo andrò sicuramente a rivedere, è nettamente il film che più mi è piaciuto a questo Festival, un capolavoro assoluto.
KINATAI di Brilliante Mendoza (Filippine, 2009, 35mm, 110′) voto 4
Ma perchè non sono andato a mangiarmi un kebab? Film bruttissimo di un regista che già da tempo considero un cane, espressione massima del cinema filippino che, personalmente, non sono mai riuscito a soffrire. La trama, confusissima e quasi incomprensibile, parte dal matrimonio di due giovani, poveri ma felici. Poi, dal nulla, salta al novello sposo che viene trascinato dagli amici in una macchina che percorre le strade più buie di Manila, caricando donne e pestandole a morte. Il tutto senza un neanche vagamente definito filo logico e con una cura dell’immagine pari a quella del filmino delle vacanze dei miei. Girato interamente a mano, ma stavolta da un operatore affetto da una grave forma di morbo di Parkinson, riesce a far provare una netta sensazione di mal di mare, il che nelle comode poltrone di un cinema è impresa davvero difficile e raggiunta con successo. Inoltre, per dare un’ulteriore idea di quanto sia quasi improvvisato, c’è una scena, iniziale, esterno giorno con decine di comparse. Si desume però chiaramente che le comparse fossero inconsapevoli, visto che continuano a guardare in macchina, risultando peraltro parecchio moleste. Come abbia fatto questa porcata a prendere la migliore regia a Cannes non è dato saperlo, visto che è proprio a partire dalla regia che è iniziato il mio disgusto verso questa rumenta di lungometraggio.
MADE IN HUNGARIA (Ungheria, 2009, 35mm, 109′) voto 5,5
Musical rock’n'roll senza pretese particolari, e per quanto mi riguarda senza infamia e senza lode. Il mezzo punto sotto la sufficienza è dato, lo ammetto, per un mio particolare e fazioso fastidio quando mi capita di assistere a qualcosa di troppo anticomunista.
Un simpatico ragazzo torna in Ungheria, ad un punto non meglio precisato degli anni ’60, dopo quattro anni negli Stati Uniti, espulso per le idee comuniste del padre. Abituato agli standard di vita e alla musica americana, importerà nella sua terra natia la passione per la musica moderna. Ovviamente provocando il caos nelle rigide e severe regole poste dai funzionari addetti alla cultura giovanile. E’ una commedia musicale frizzante, godibile, carina, con il difetto storico di dipingere le autorità comuniste come una schiera di bamboccioni mezzi deficienti fermi ai cinquant’anni prima. Sicuramente non saranno stati filoamericani, ma dipingerli totalmente stupidi mi pare esagerato dall’altra parte: sembrano, con paragone disneyano, Manetta quando non capisce un belino delle strategie già di per sé elementari di Basettoni.
NEW DENMARK di Rafael Ouellet (Canada, 2009, HD, ’73) voto 5
La sedicenne Carla passa l’estate lavorando nell’albergo di famiglia ed affiggendo manifesti della sorella maggiore, misteriosamente scomparsa da un mese. Nella ricerca l’aiuteranno un’amica ed un avventore dell’hotel semisconosciuto, che vaga ascoltando e registrando rumori della natura. Ad un certo punto Carla ricorda il nome New Denmark, luogo mitizzato dalla sorella, e parte con un’amica. Nonostante il ritrovamento del cadavere della sorella, Carla non si vorrà arrendere e vivrà nella speranza di poterla un giorno riabbracciare.
Film interessante perché girato con budget ridottissimo e mezzi scarsissimi, molto poco parlato e tanto riflessivo, il che lo rende però un po’ pesante e a tratti noioso. Non è brutto, ma non mi ha detto nulla di che.
NOWHERE BOY di Sam Taylor Wood (UK, 2009, 35mm, 96′) voto 7
Da un libro di Julia Baird, sorellastra di John Lennon, un film sugli anni della difficile gioventù lennoniana. La vita con la molto rigida zia Mimi, interpretata da una come sempre superba Kristine Scott Thomas, l’apparizione della madre Julia, che gli fa scoprire il rock’n'roll e i film con Elvis, alimentando la sua passione musicale, le esperienze adolescenziali, la prima chitarra, la formazione della prima band, l’incontro con Paul McCartney e George Harrison. La morte di Julia, sottolineata dall’urlo di John (quello vero) in “Mother”, unica canzone ‘famosa’ di Lennon utilizzata nel film, peraltro nel momento migliore possibile, di maggiore pathos, con ottima scelta da parte della regista, farà da preambolo alla formazione dei Beatles. E’ un bel film, non perfettamente fedele alla vita di John (o, quantomeno, a quella che ho sempre saputo), ma molto simile. Pecca nel non aver scelto, in fase di casting, attori che assomiglino almeno vagamente a John, Paul e George, perchè usare un Lennon bello e che prende una gran quantità di patata diventa un falso storico. Senza frustrazioni non sarebbe diventato ciò che è diventato, non sarebbe diventato davvero grande. Per il resto, nulla da dire, buona regia, buone, per non dire ottime, interpretazioni, buon contributo tecnico. Un film sicuramente consigliabile.
LE REFUGE di Francois Ozon (Francia, 2009, 35mm, 90′) voto 7
Un buon Ozon, ben lontano, purtoppo, da quello di “Otto donne e un mistero”, ma comunque un buon Ozon. Un po’ troppo drammatico-catastrofico, a voler proprio rompere le balle. Il film è nato dalla volontà di Ozon di lavorare con un’attrice incinta, opportunità che gli si è presentata un annetto fa. Ecco quindi la scrittura in fretta e furia del soggetto e della sceneggiatura e, in poco tempo, le riprese. Una coppia di eroinomani va in overdose per una partita tagliata male, lui, Louise, muore, lei, Muosse, si salva miracolosamente e in ospedale le comunicano la sua gravidanza. Mentre la famiglia di lui vorrebbe costringerla ad abortire, lei decide di tenere il bambino, come ultimo importantissimo legame con il grande amore. Mousse si rifugia in una casa al mare di proprietà di un vecchio zio, dove viene raggiunta da Paul, fratello omosessuale di Louise. Inizialmente la presenza di Paul infastidisce Mousse, poi il rapporto fra di loro diventa di intensa amicizia, ci sono varie rivelazioni da una parte e dall’altra e una gran costruzione registica: un perfetto finale prevedibile, al che il film inaspettatamente non finisce (e qui c’è la genialità di Ozon) e dopo dieci minuti mostra il finale vero, stavolta davvero a sorpresa.
NEIL YOUNG TRUNK SHOW di Jonathan Demme (USA, 2009, HD, 83′) voto 6
A cavallo fra documentario e concert movie, una delle tappe dell’ultimo tour di Neil Young, che incredibilmente è molto meno brutto adesso di quando era giovane. Il rocker dimostra di avere una grinta ancora invidiabile ed una gran presenza sul palco. Demme, amico da sempre di Young, ha filmato l’esibizione con una decina di videocamere e ha montato, molto bene, il materiale che aveva. Oltre ad una dozzina di canzoni, qualche minuto di dietro le quinte e un pezzetto di intervista, più che altro uno sfogo di un grande vecchio.
RIP! A REMIX MANIFESTO di Brett Gaylor (USA, 2009, DigiBeta, 80′) voto 8
Divertente documentario che mette in discussione il concetto stesso di diritto d’autore, smontandolo, e presentando i mille paradossi. Partendo dalla quasi persecuzione giudiziaria verso il deejay Girl Talk, reo di aver remixato senza pagare i diritti d’autore, il Napsteriano della prima ora Brett Gaylor scava nel passato, raccontando e provando come la Disney abbia spinto, con corruzione di vari uomini politici, affinché i diritti fossero assicurati per 70 anni dopo la morte. Peccato che questa vicenda si sia verificata appena morto Walt, il quale nei suoi film aveva ripetutamente plagiato Metropolis e decine di film e quadri. Porta come esempio la donna canadese condannata a pagare una multa da DUE MILIONI di dollari perché in possesso di SEI, e sottolineo SEI, mp3 sul pc. E molto altro. Già passato in TV su Cult, ha un finale geniale, irriverente e tutto da vedere e sentire.
RAPPORTO CONFIDENZIALE
NICHOLAS WINDING REFN
PUSHER di Nicholas Winding Refn (Danimarca, 1996, 35mm, 105′) voto 7,5
Film d’esordio del danese Refn, ultraviolento e giovane regista al quale è stata dedicata una sezione. Frank, piccolo spacciatore inseguito dalla polizia, butta nel fiume una partita di eroina presa a credito da Milo. Riesce a scampare all’arresto, ma deve assolutamente procurarsi in qualunque modo il denaro che deve al ‘grossista’, mentre i problemi per Frank si moltiplicano e la pazienza di Milo continua a scemare. Girato buona parte in notturna, in una Copenaghen particolarmente fredda ed inospitale, è un film che funziona molto bene, crea tensione e la fa scemare nei momenti giusti, avvolge con le sue immagini, un po’ a mano, un po’ a spalla, molto sgranate e anche queste claustrofobiche, angoscianti.
FEAR X di Nicholas Winding Refn (USA, 2003, 35mm, 88′) voto 7
Esordio americano per il danese, in questo suo terzo film che lo porterà alla rovina economica. Ma Refn, da bravissimo regista quale è, è riuscito a tornare in Danimarca, girare a costo bassissimo Pusher II e Pusher III, e tornare sulla cresta dell’onda (con tanto di Valhalla Rising presentato a Venezia 66). Protagonista di questo cupo dramma è un bravissimo e come sempre stranito e straniante John Turturro, il quale interpreta una guardia giurata che perde la moglie per via di un proiettile vagante e, vista l’incapacità della polizia, vuole scoprire da solo cosa sia realmente successo. Non vuole vendetta, vuole un motivo. Qualcosa di lynchiano a far da sfondo, con inquadrature ripetute, enormi spazi vuoti, la neve sempre nei momenti peggiori, lunghe parti (anche 20 minuti) senza dialoghi, con la musica a trasmettere un qualcosa di inquietante che dalle immagini non trasparirebbe, se non associate a quel sonoro. Insomma, non riesco a capire come abbia fatto questo film a far fallire un bravo regista. Ovvio, non si tratta di un lavoro di David Lynch, ma comunque sia si tratta di una gran bella pellicola.
ONDE
DOUBLE TAKE di Johan Grimonprez (Belgio, Germania, Olanda, 2009, 35mm, 80‘) voto 6,5
Viene dimostrato, in questo docufiction, quanto Alfre Hitchcock non sia mai passato di moda. Partendo da suoi frammenti, interviste, scene dei suoi film più noti, si costruisce un discorso generale su quanto fosse importante, durante la guerra fredda, che vi fosse un’industria del terrore, poi spostata nella supremazia americana nel mezzo televisivo (“Alfred Hitchcock presenta”). In mezzo a questo, il tema di Hitchcock e il suo doppio, storia raccontata direttamente dal re del brivido, e la volontà di uccidere questo suo double take.
INDEPENDENCIA di Raya Martin (Filippine, Francia, Germania, 2009, 35mm, 77′) voto 3
Detto altrimenti “Come fare un film di 77 minuti in modo che sembrino 77 ore”. Innanzi tutto ricordo il mio già citato odio verso la cinematografia filippina (ho già insultato Brilliante Mendoza), a cui si può aggiungere questa ulteriore vaccata.
Storia: nel pieno della guerra di indipendenza filippina, una vecchia e un ragazzo trovano la salvezza in una casupola abbandonata nella foresta, dove sperano che gli inglesi non arriveranno mai. Il ragazzo cresce, si fa uomo, trova una ragazza, la porta a casa. Stacco. La vecchia madre muore. Stacco. Effetto pellicola strappata e successivo Cinegiornale dove si vedono gli orrori dei soldati sui civili. Effetto pellicola strappata. Stacco. I due superstiti hanno un figlio. Stacco. Il figlio è cresciuto. Vivono barcamenandosi nella foresta, ogni tanto piove, ogni tanto fa freddo. Stacco. Arrivano i soldati inglesi e, finalmente, ammazzano tutti (l’unica scena d’azione, da notare, non si vede, ma è audio su schermo nero).
Fine. Questa vaccata di storia nemica dell’interesse e di una noia mortale già di suo, è narrata attraverso scandalosi pianisequenza di 6 o 7 minuti rigorosamente in campo lungo fisso in bianco e nero.
CERRO DE LA CRUZ di Costantino Escandòn (Messico, 2009, 35mm, 12′) voto 2
Apertura: soldati nudi che passeggiano vicino a un forte, uno si fa una doccia, gli altri cazzeggiano bellamente. Stacco. I corpi senza vita dei soldati accatastati uno sull’altro. Stacco. Un soldato arrampicato un su albero che guarda il paesaggio trasognato con una carrellata che gira intorno alla pianta. Fine. Me lo spiegate?
CONTRE-JOUR di Christoph Girardet e Matthias Muller (Germania, 2008, 35mm, 11′) voto 1
Questo non è solo brutto, dà proprio fastidio vederlo. Penso che chiunque abbia presente l’abbacinamento dopo un flash. Mettetelo nel buio completo di una sala cinematografica, da 35mm che è in assoluto la proiezione più luminosa e contrastata. Immaginate 11 lunghissimi minuti così: immagini stroboscopiche, nero-bianco-nero-bianco-nero-bianco-nero-bianco. Nei centesimi di secondo di bianco scorrono dei volti, nei centesimi di secondo di nero il cervello chiede pietà. Tempo 30 secondi e tutti i presenti in sala stavano guardando di lato o erano sprofondati nella lettura, luce col cellulare alla mano, dei programmi, pur di non sboccare di fronte a cotanto scempio. Come buttare nel cesso della pellicola, e poi dicono che fanno male i videogiochi.
DIAL M FOR MOTHER di Eli Cortinhas (Spagna/Germania, 2008, Betacam, 11′) voto 4
Montaggio strambo, in split screen, di scene tratte dai tre film di Cassavates con protagonista Gena Rowlands. Come a creare un dialogo fra le varie protagoniste, unito inoltre a stralci tratti da vere telefonate della regista con sua madre. Boh?
JOHN WAYNE HATED HORSES di Andrew Betzer (USA, 2009, 35mm, 10′) voto 4,5
Un padre in casa, un figlio che, in un cimitero di carri armati guarda il paesaggio della guerra. Il padre entra nella camera del figlio e trova i soldatini che, invece che in posizioni di combattimento, sono stati disposti dal figlio in modo da segarsi e incularsi l’un altro. Il padre si incazza e smonta tutti i soldatini, il figlio torna a casa, si lava, va in camera e vede lo scempio. Fine. Presumo sia una sega mentale sulla difficoltà di crescere normalmente in zone martoriate dalla guerra, ma francamente non ho colto nulla se non una vena, celata manco troppo bene, di fastidiosa omofobia.
REBECA di Gonzalo Rodriguez (Germania, 2009, DigiBeta, 24′) voto 4
Il regista usa sua nonna, morta investita a Lima da un pirata della strada nel ’93, come aggancio per fare una filippica antifuturista, sul fatto che ormai sia impossibile non correre, sul fatto che ormai sia impossibile accendere la TV senza che ci sia sullo schermo qualcuno che minaccia qualcun altro con una pistola, sul fatto che si debba prendere tempo e pensare, ricordare. Noioso, senza senso, brutto.
SHOOTING LOCATIONS di Thomas Kutscker (Germania, 2009, BetaCam, 8′) voto 3/4
Da una premessa sperimentale geniale, l’utilizzo di immagini neutre con, come audio, scene di guerra reperite da youtube (su tutte la registrazione accidentale sulla segreteria dei genitori di un soldato statunitense di una battaglia in Afghanistan), il regista riesce a distruggere tutto scegliendo di utilizzare immagini in campo fisso, e questo ci sta, ma con un fastidioso fuori fuoco. Immaginate l’inquadratura, a cinque o sei centimetri da terra, di una casa di campagna: la composizione prevede un piccolo gradino mattonato, il prato lunghissimo perché preso dal basso, con gran profondità di campo, un albero e, in fondo, la facciata della casa. Il fuoco dell’inquadratura passa incessantemente fra il gradino e l’inizio dell’erba del prato. Questo con quattro location diverse e quattro fonti sonore diverse.
ITALIANA.DOC
THE CAMBODIAN ROOM di Tommaso Lusena e Giuseppe Schillaci (Ita/Fra, 2009, DigiBeta, 55′) voto 6
Più che discreto documentario su un uomo distrutto: Antoine D’Agata, fotografo di prostituzione e di droga. Le sue modelle sono le sue amanti, come la spacciatrice-bagascia con cui vive in Cambogia, costantemente sotto crack in attesa di beccare il momento in cui scattare. La sua fotografia è molto nervosa, quasi sempre mossa, nudi dall’alto, sui letti. In un altrettanto nervoso bianco e nero quasi senza toni intermedi.
CORDE di Marcello Sannino (Italia, 2009, DigiBeta, 60′) voto 7,5
Bel documentario sul pugile napoletano Ciro Pariso, seguito per tre anni dal regista. Dal racconto dell’infanzia difficile agli incontri, fino al recente matrimonio, la nascita del primogenito, la vittoria del titolo italiano e il passaggio al professionismo. Ritratto molto tenero di un bravo guaglione. Interessante il titolo, che si rifà al ring.
INTO THE BLUE di Emiliano Dante (Italia, 2009, DigiBeta, 75′) voto 7,5
Il blu a cui si fa riferimento nel titolo è quello delle tende della tendopoli dell’Aquila. Emiliano Dante, regista, sceneggiatore, interprete e montatore, è uno dei, purtroppo, tanti che hanno perso tutto, la casa in cima, con il terremoto. E’ un gran bel documentario sulla vita all’interno della tendopoli, realizzato dall’interno. Emerge il caldo, il freddo, la sofferenza, ma anche l’amore e la maturità che un’esperienza del genere prova in chi la vive. Dai volontari della protezione civile che non vogliono andarsene alle piccole e grandi, ma soprattutto vere, storie di amicizia, carità e collaborazione che nascono in situazioni del genere. Lasciando sempre uno spiraglio aperto allo spirito, alla simpatia e all’ottimismo.
Geniale l’ultima schermata dei titoli di coda, dove viene ironicamente ringraziato Bertolaso “per aver lasciato tutti nelle tende il tempo necessatio per completare non solo le riprese, ma anche la postproduzione”.
IL VANGELO SECONDO MARIA di Pietro Pasquetti (Italia, 2009, DigiBeta, 50′) voto 7
Interessante non fiction su una famiglia rom diventata sedentaria, i Levak, stanziatisi vicino a Venezia. La loro battaglia per avere un villaggio, la loro battaglia per avere una chiesa evangelista, la loro battaglia per avere un qualcosa di totalizzante, per fare parte di qualcosa di importante. Insomma, le loro battaglie brillantemente portate a termine.
ITALIANA.CORTI
SCORDATI di Progetto Funes (Italia, 2009, DigiBeta, 28′) voto 6
Cortometraggio molto frammentato, come la mente del suo protagonista. I ricordi tornano uno per volta, come piccoli pezzi di un puzzle chiamato vita. Solo alla fine si scoprirà come il protagonista ha perso la memoria. Registicamente valido, molto montato, con il protagonista che guarda molto spesso in macchina con occhi interrogativi, con continui scavalcamenti di campo, dà l’idea al pubblico di pressare l’attore, ci si sente colpevoli per la sua mancanza di memoria e per tutti i problemi che comporta, a partire dalla quasi follia nel prendere e ritagliare tutto ciò che può, per strane associazioni di idee, far riemergere alla mente qualcosa del passato.
TOMMASINA di Margherita Spampinato (Italia, 2009, DV, 19′) voto 7,5
Ritratto molto tenero della nonna della regista, affetta dal morbo di Alzheimer. Una cara vecchietta che fa discorsi da bambini, viene portata a giocare, sprizza affetto da ogni poro. Si fa voler bene da chi non la conosce.
L’ULTIMA ISOLA di Margherita Cascio (Svizzera/Italia, 2009, Betacam, 25′) voto 5/6
Un uomo che dopo anni ad Alicudi è andato a vivere in Svizzera decide di tornare, migrante al contrario, nel paradiso delle Eolie. Documentario sul viaggio di quest’uomo con figlioletto, con una lunga intervista che denota l’amore per la terra.
399 B.C. di Nicola Campiotti (Italia, 2009, DigiBeta, 10′) voto 9
Corto a dir poco meraviglioso. Sulle immagini di un’assonnata New York voci fuori campo, cronisti di telegiornale, parlano di un processo che sta dividendo la città. E’ giusto condannare a morte un uomo solo perché esprime idee non condivisibili? Si passa poi, sempre con immagini abbastanza neutre, l’alba, l’interno di un taxi (senza che si veda il taxista), il traffico newyorkese, a sentire opinioni discordanti, la pollivendola secondo la quale non ha fatto nulla di male, il postino secondo il quale deve morire perché blasfemo. Le immagini passano su un’aula di tribunale, si vedono i giudici ma non i loro volti: colpevole e condannato a morte. Schermo nero e il rumore di una bottiglia stappata e di un liquido versato in un bicchiere. Giorno dopo e vengono inquadrati gli strilloni, in giro per New York, con le prime pagine che narrano l’avvenuta morte di Socrate, con tanto di foto della statua da cui deriva l’iconografia tipica del (presumibilmente mai esistito) filosofo. Capolavoro.
UN GIORNO IDEALE di Alberto Mascia (Italia, 2008, 35mm, 16′) voto 7
Buon corto. In una pensione va a lavorare, per l’estate, un giovane cugino dei titolari, proveniente da Roma. Si dice sia un po’ strano, e lo dimostra disponendo i pezzi delle patate, dopo averle tagliate, con un ordine maniacale sul tavolo. Ospite della pensione è una famiglia con un bambino, che inizia un giorno ad inseguire il ragazzo, armato di fucile, nel bosco. Segue un dialogo nel quale il ragazzo rivela al bambino di voler cacciare un animale nuovo, mai visto, per potergli dare il suo nome, e che sparerà due colpi in aria dopo averlo catturato, per avvisare il bambino del successo. Soddisfatto, il bambino torna verso la pensione, dalla quale deve ripartire con i genitori. Si sente il primo sparo, in aria. Il secondo, quello progettato davvero, il ragazzo se lo sparerà in bocca.
NEIGHBORHOOD di Christian Guerreschi e Fiorella Pierini (Italia, 2009, Betacam, 5′) voto 4
Un cartone di una bruttezza invereconda, dove i personaggi anziché parlare emettono fumetti solidi dalle bocche. Sarà magari utile per far imparare qualche bambino particolarmente tardo a leggere, ma proiettarlo ad un festival del cinema mi pare un po’ eccessivo.
FIGLI E AMANTI
LA NUIT AMERICAINE (EFFETTO NOTTE) di Francois Truffaut (Francia, 1973, 35mm, 115′) voto 10
Come non dare il massimo dei voti al film sul cinema per antonomasia? Capolavoro di Truffaut, mi rifiuto di raccontarne la trama e lo stile presumendo sia stato visto da tutti, ed io stesso lo avevo già amato più volte. Ma in lingua originale, su schermo enorme e con la qualità di un 35mm perfettamente restaurato rende enormemente di più, e quello che già era un capolavoro nella pessima visione domestica si erge quasi a divino. Presentato da Gianni Zanasi.
THE TRIAL (IL PROCESSO) di Orson Welles (Fra/Ita/Ger, 1962, 35mm, 118′) voto 9/10
Altro capolavoro assoluto. Oltre alla già esaltata qualità del 35mm, in questo caso nell’ancora più affascinante bianco e nero, in una copia non eccezionale, ma comunque più che dignitosa (mancava qualche fotogramma qua e là, ma davvero poca roba), qui devo anche fare una precisazione sulla versione originale. Il film, tratto molto liberamente da Kafka, conta sette personaggi maschili, il protagonista è Anthony Perkins, volto principale anche di ‘Psyco’, l’avvocato è lo stesso Welles, c’è fra gli altri il nostro Arnoldo Foà. Questi sette personaggi maschili, cosa che avendolo sempre visto in italiano non sapevo, hanno la particolarità di essere stati doppiati tutti, per un enorme problema economico in fase di postproduzione, da Orson Welles, che riesce a modulare la voce in maniera completamente differente passando da uno all’altro. Questa, signore e signori, è opera di un Genio, di quello che penso sia stato, oltre ad uno dei più grandi registi, il più grande attore di tutti i tempi. Introdotto da Davide Ferrario.
ROMA di Federico Fellini (Italia, 1972, 35mm, 127′) voto 9
Film molto divertente, in pieno stile felliniano. Prima metà stratosferica, perde un po’ di verve nella seconda parte, rimanendo comunque su ottimi livelli. Perfetto spaccato della società italiana e romana soprattutto, di un’attualità quasi inquietante. Altro film già visto che ho voluto godermi in sala, con enorme soddisfazione. Ad introdurre la pellicola Paolo Sorrentino, senza discussioni il migliore regista italiano in circolazione, e fra i migliori cinque al mondo in attività.
NAGISA OSHIMA
KOKUJIN KOKKA TANJO di Nagisa Oshima (Giappone, 1966, Betacam, 25′) voto 5
Documentario sulla popolazione del Lesotho e del Bangladesh nei primissimi anni di indipendenza. Buona lezione di storia, ma noiosetto.
DENKI MOTOKUTO / LIFE OF MAO di Nagisa Oshima (Giappone, 1976, Betacam, 66′) voto 4/5
Vita di Mao fatta da Oshima come documentario televisivo. Anche qui, come per l’impronunciabile film precedente, si tratta di una lezione di storia fatta benissimo, con tutti i riferimenti temporali, costituita da slide di immagini e rarissimi filmati d’archivio ben montati. Però di una noia davvero importante.
VM18 AI NO KORIDA/IN THE REALM OF SENSES di Nagisa Oshima(Giapp., 1976, 35mm, 104′) voto 9
Il titolo italiano è “Ecco l’impero dei sensi”, il film erotico sul quale, sentendosi molto meno in colpa che davanti un porno, gli intellettuali di sinistra hanno segato per decenni. La vicenda è quella, ispirata a fatti realmente accaduti nel 1936, di due amanti che vorranno spingere la loro libidine sempre oltre, fino alle estreme conseguenze. La donna viene ritrovata che vaga per i campi con un pene e i relativi testicoli, mozzati, infilati in un luogo facilmente intuibile. Il flashback del suo racconto è il film. Questi due giovani che si vedono, si innamorano, diventano malati di sesso, non fanno altro. In mezzo, qualche scena cult, come quella nella quale i due pasteggiano insaporendo il cibo coi di lei umori vaginali, fino all’apoteosi dell’uovo sodo che dovrà essere covato. Scoprono che strozzandosi durante l’amplesso aumenta il piacere sessuale, e decidono di non fermarsi. Si tratta di un film esaltante per i maschietti erotomani come il sottoscritto, perché grazie ai ridottissimi standard giapponesi una volta tanto non ci si sente minorati ma bensì tori.
TOKIO SENSO SENGO HIWA / THE MAN WHO LEFT HIS WILL ON FILM di Nagisa Oshima(Giappone, 1970, 35mm, 94′) Voto 10
Chiudo con un altro, a mio giudizio, capolavoro. Situabile a cavallo fra Nouvelle Vague e surrealismo, si tratta di un lungometraggio dove è l’atto stesso del filmare protagonista. Un gruppo di amici, rossi attivisti politici e cineasti, sta realizzando una serie di documentari sui movimenti popolari. Uno di loro, come atto estremo, si lancia da un palazzo, trovando la morte. Il contenuto della sua 16mm viene sviluppato, e si vede che sono stati filmati una serie di paesaggi apparentemente casuali. Convinti che si tratti del suo testamento, i suoi amici inizieranno a tentare di trovare i luoghi filmati e di dare un senso alle immagini, cercando di scoprire il perché del suo suicidio fino a voler creare una copia identica del suo film. Geniale l’idea di ripetere più volte la stessa identica inquadratura con personaggi diversi, bellissimo il bianco e nero e bellissima la fotografia.
Manifesto della ‘Teoria del paesaggio’, è balzato immediatamente nella classifica dei miei film preferiti, e mi viene quasi da piangere a saperlo inedito, e quindi irreperibile, in Italia. La versione che è stata proiettata era infatti una copia sottotitolata in inglese, con i sottotitoli in italiano proiettati nello schermetto a parte e preparati ad hoc. Si trattava peraltro di una copiaccia, mancante di molti fotogrammi e che si è più volte spezzata durante la proiezione, obbligando ogni volta ad attendere pazientemente che la pellicola fosse giuntata. Il che, da feticista della celluloide quale sono, mi ha esaltato.
Ho finito. Dopo giorni chino sul PC, a richiamare alla memoria quella che è stata un’altra settimana indimenticabile, come ogni volta che vado a Venezia o a Torino (o a Roma, o a Bergamo, ampliamo gli orizzonti!), ho finito!
Il mio personale pagellone, le mie idee, le mie impressioni. Non so se siano tutte imparziali e lucide, è anche possibile che la stanchezza abbia giocato una qualche parte in qualche valutazione particolarmente negativa. E’ possibile che il sesto film dell’ottavo giorno mi sia piaciuto meno di quanto mi sarebbe piaciuto vedendolo un tranquillo pomeriggio a casa. Ma penso di essere stato abbastanza obiettivo e, per quanto non sia il mio lavoro, di aver fatto un buon lavoro.
In vita mia forse non avevo mai scritto tredici cartelle, è un’emozione nuova.
Non so se ho fornito un qualche spunto, non credo neanche che qualcuno abbia avuto la pazienza di essersi ciucciata tutta questa enorme mole di cinefilia, a dire il vero. Se ce l’ha fatta, sappia che ha tutta la mia compassione.
14/12/2009
Silenzio. Nessun suono violi il silenzio. Carlo MANGINI
Posted by Staff under Il Caffè del Porto [Narrativa e Poesia inedita o quasi] | Tag: caffè, CARLO, del, MANGINI, NARRATIVA, poesia, porto, SILENZIO |Leave a Comment
Silenzio. Nessun suono violi il silenzio. Nessun suono il silenzio violi. Nessun dorma. Guardami. Oziosamente inerte guardami. Sono un milligrammo di nulla se vuoi. Guardami. No, non così. Con occhi indiscreti osservami. Ecco, così. Lascia che i tuoi occhi scivolino su centimetri di pelle a lungo sognata. Sulla mia pelle lascia che scivolino, sulla mia, non su quella d’altri. Sulla mia e di nessun altro.
Odore giallo di mimosa stanotte. Dici che questo odore sa di granelli solari di marzo. Rispondo che hai ragione.
Le pareti bianco panna di questa stanza vibrano di risonanze Cocteau Twins. Lazy calm ci scivola addosso senza toccarci. Panorami di sussurri distendiamo. Orizzonti in chiaro-scuro che saettando si perdono. Siamo noi a deciderne l’ampiezza le tonalità. Miriadi di gradazioni bianco panna. Come le pareti di questa stanza vibrante di risonanze Cocteau Twins. È bello perdersi in questa distorsione. Bello da morire.
Le stelle osserviamo in alto. Sotto di noi tiepide coltri. Tiepide di temperature che ci somigliano. Possiamo plasmarle se vuoi. Possiamo colorarle se vuoi. Stelle impiccate nel nero sovrastante attraverso il soffitto in plexiglas. Tiepide coltri sotto.
Il tuo corpo addormentato sfioro senza proferire parola. Lo sfioro pallido e nudo. Lisce sono le tue spalle. Liscio il tuo essere dormiente in questa notte liquida. La tua schiena improvvisamente s’inarca. Registro questa immagine e premo rewind per rivederla.
Rapid eye movement. Mi chiedo quale forma abbiano i tuoi sogni. Immagino siano simmetrici. Dagli scatti degli occhi sotto le palpebre deduco la forma dei tuoi sogni. Sogni trapezoidali in rapida successione. Come equilibristi ubriachi.
La finestra un poco apro. Quel tanto che basta. Riesci a sentire il respiro della notte sui nostri corpi? Come neve che fluttuando volteggia riesci a sentirlo? Carezzevole si fa il mio tocco. Riesci a sentirlo?
Osservo liquidi fluire dalla tua bocca. Dormi. Oziosamente inerte dormi mentre greve è la mia veglia. Un poco mi irrita questa tua non coscienza. Ma solo un poco. Osservo per alcuni istanti il soffitto. Osservo ombre danzare su di esso. Osservo ombre trasparenti sul soffitto in plexiglas mentre dormi.
Immagino i nostri corpi rassegnato alla facoltà di percepire li immagino. Distesi su atolli ignorati li immagino. Immagino. Altro non mi è possibile fare.
Nel sonno concepisci parole. La tua voce è grigia ma gradevole. La noia sovrasta. Posso avvertirla a tratti spenta. Da lontano proviene. Da altri cieli proprio in alto. Attraverso specchi giunge come Alice. Da lontano proviene. Nel sonno concepisci parole a tratti spente. Parli una lingua che mi è familiarmente estranea. Grigia è la tua voce ma questo già lo sai.
Fingo incoscienza mentre ti alzi. Continuo a fingere mentre entri in cucina. Fingo anche mentre accendi la luce del bagno. Nel pensier mi fingo come i poeti. A letto ritorni. La mano delicatamente passi sul mio viso falsamente addormentato. Chiudi gli occhi e sincronizzi il tuo respiro con il mio.
Proprio in alto le stelle brillano. Proprio in alto. Luccicando risplendono. Ognuna di esse battezzo col tuo nome. Sonno che rigenera attendendo. A memoria ne conosco la posizione. Faccio mie miliardi di stelle attendendo incoscienze rigenerative. Che non sopraggiungono. Mai. Ripeto. Mai.
Mi sembra di vivere in un film di Kubrick. Ogni secondo è dilatato all’infinito. Ogni minuto è eterno. All’interno di questa placenta esistenziale suoni liquefatti a volte giungono. Credo siano comete che schiantandosi esplodono. Invece sei solo tu che russi.
La congiunzione percepisco chiara. Sono sospeso tra il giorno e la notte. È bello trovarsi su sponde neutrali. A volte. Sul confine indugio. La pioggia scrosciando cancella ombre trasparenti sul soffitto il plexiglas.
Lascio che risonanze islandesi invadano la stanza. I suoni non ti turbano. Impassibile dormi. Peccato tu non possa sentire queste sonorità carezzevoli. Questa musica ha la melodia dei vulcani. Tuonando rimbomba. Rotola sulle pareti. Leggiadra ci ricopre. Poesia pagana su di me. Onde concentriche sulla pelle genera. Cori Inuit in dispersione. Davvero. Non sai cosa ti perdi.
Appoggiando l’orecchio al tuo petto il cuore tuo ascolto. Batte con frequenza regolare. Come una marcia batte. Immagino fanfare nel tuo petto. Immagino giorni di festa e bimbi con palloncini gialli che ridono. Nel tuo petto tutto questo immagino. Cerco di sincronizzare il mio battito cardiaco col tuo. In successione binaria batte. Come un segnale Morse si diffonde il mio battito. Immagino sincronie cardiache. Altro non mi è possibile fare.
Il sonno sulla mia coscienza bussa con fare gentile bussa aspettando un’incondizionata resa bussa e genera echi che rotolando si perdono gli echi nella mia testa si perdono tra foreste nervose e vasi sanguigni in dissolvenza il mondo ai miei occhi appare.
Il tuo corpo col mio si fonde da tremuli nastri di sonno avvolti noi siamo avvolti come androgini perfetti e bellissimi come androgini che il sospiro degli dei benedice nel sonno ci benedice l’inconsistente tenebra e mi appare chiaro il concetto
e mi appare chiaro il concetto
secondo il quale la passione degli amanti è per la morte poiché il sonno è la morte della coscienza.
Con l’alba risorgeremo.
La mia mano nella tua immergo alle tenebre arreso.
25/09/2009
Editoriale #001
Posted by Staff under Uncategorized | Tag: alberti, blog, editoriale, femminismo, geneviève, il punto g |[5] Comments
Il punto G è qui.
di Geneviève Alberti
Sul finire di una sera di mezz’estate, con l’immateriale complicità del sogno, mi aggiravo nel giardino delle lesbiche pazze per festeggiare il mio quarto comple-alcol.
In via di fallimentari bilanci emotivi ho cominciato a sentire impellente la necessità di allargare il mio orizzonte scrittorio e anzi di avventurarmi, senza bussola né destinazione, in un territorio di scrittura collettiva.
Il tasso alcolico della festa aumentava come il frinire dei grilli accaldati. Io come una monaca zen officiavo per la quarta volta il rito della sobrietà felice e un po’ stupida, sfoderando il sorriso da ebete che tutti si aspettavano e tentando, una volta per tutte, di raschiare via quell’ultima residuale disperazione che si nasconde in fondo agli occhi dell’alcolista ormai lontano dai liberatori eccessi.
Tex, La Signora delle Fiamme, roteava le rostelle croccanti. Andreas tentava di smaltire la sua nostalgia canadese con risate isteriche. La Vale perlustrava oniricamente nuove sponde di possibilità mai sospettate. Manu allagava nel gin-pelmo la noia della provincia. Il Surrealista in ritardo su tutto annaspava con l’ago della bilancia conficcato in una coscia. Sotto due metri di terra Narciso riposava dopo essere sprofondato nella broda della propria vanità. Lo Sciamano aleggiava impalpabile con la sua sapienza arcaica.
Intanto fuori, a premere contro i cancelli del giardino delle lesbiche pazze c’era comunque l’intero e impaziente Circolo dei libridinosi, accompagnato dai cinefili delle Lanterne rosse, dai velleitari del Caffè del porto, e dagli ospiti sudati dell’Aria condizionata. E così mi son detta che era venuto il momento di aprire quei cancelli e di fare entrare tutti. Di dispensare a tutti acqua minerale e spiedini per avventurarci insieme su un territorio di scrittura collettiva, connettendoci gli uni agli altri attraverso quel primitivo codice che sono le parole.
Nuove o vecchie che siano, le parole allacciano e riallacciano nodi e collegano gli eventi e forse aiutano a trovare un senso alle cose. Così nella disattenzione generale ho cominciato, con l’euforia del folle, ad anagrammare il mio cognome e ho scoperto che ridendo e scherzando ALBERTI racchiude LIBERTA’ e TRIBALE. E nella disattenzione sempre più diffusa m’è venuta un’idea. Una di quelle idee che son già venute a tutti. Il vano cianciare della festa si è zittito e l’auditorio, che di serio aveva ben poco, ha accolto l’idea con rispettoso silenzio. Quindi sono andata ad aprire i cancelli del giardino delle lesbiche pazze. I velleitari del Caffè del Porto sono entrati con entusiasmo e hanno preso posto accanto al Surrealista, i Libridinosi con le dita macchiate di inchiostro non hanno disdegnato l’ultima rostella, i cinefili con fervore hanno occupato tutta la prima fila. E tutti zitti zitti hanno sturato le orecchie. Era il mio momento, la mia unica e irripetibile occasione. Sono salita su una scatola di sapone e ho buttato lì l’idea di aprire questo Blog. Tutti hanno scrollato il boccione con entusiasmo dimenticando per una attimo le rostelle, la nostalgia, il gin-pelmo.
A questo punto c’era solo da trovare un titolo al Blog e in preda ad un’incontrollabile malinconia ho proposto due titoli in alternativa. Il primo “Il BARRACUDA”(mi ricorda il mio Vekkio) che ha suscitato l’immediato rifiuto e il secondo invece l’entusiasmo generale. Orbene, considerando che la platea era composta da lesbiche e studenti era quasi scontato che vincesse il secondo titolo: IL PUNTO G. “G come Geneviève”, ha umanamente giubilato qualche anima veramente bella. Tra TRIBALE, LIBERTA’ e G. come Geneviève è nata l’idea di un non-luogo dove chiunque si senta di appartenere alla TRIBU’ e in maniera del tutto LIBERA, abbia voglia di mandare parole scritte, riscritte, filmate, musicate, liriche o di bassa lega. Qua saremo entusiasti di pubblicarle. Quindi vecchi maniaci del cinema, libidinosi incalliti, censori, re-censori, poeti da strapazzo, amanti della lirica, visionari, sognatori scribacchiate e cliccate IL PUNTO G.
Il lettore, a questo punto, non si stupisca della piega FEMMINISTA e dell’occhio di riguardo verso il mondo gaio.
Ultimo avviso: al timone di questo delirio di blog dal punto di vista informatico c’è la mia amica, badante, ex compagna di banchetto la Vale, per FAVORE: NON FATEMELA INCAZZARE!!!!
BENVENUTI SUL PUNTO G.