Lanterne Rosse [Cinema]


 

IL PAGELLONE

di Marco Romagna

(Maegna)

 

Una delle cose che sempre mi ha esaltato del cinema, tanto da spingermi a studiarlo, viverlo ed amarlo, è che ognuno lo vede come vuole. Eccomi quindi a rendermi conto che c’è chi nota particolarmente il punto di vista tecnico, chi quello concettuale, chi si lascia semplicemente cullare dalle immagini e dai dialoghi. Ed eccomi quindi a litigare dentro di me, costantemente, con la critica cinematografica, con la quale è mediamente abbastanza difficile che mi trovi d’accordo. Provo un odio viscerale verso Gianni Canova, e mi prendo la responsabilità di ciò che dico, che riesce ad avere, in quanto critico famoso e quotato, un intero canale cinema di Sky che trasmette, salvo rari casi e comunque hollywoodiani, una quantità di porcherie e commercialate presentate peraltro come pura lezione di cinema e cinefilia (primo esempio che mi viene in mente è “Amore a prima svista”, in onda il 10.12.2009 alle 10.10), senza che mai un solo giapponese, autori di una fra le migliori cinematografie in circolazione (potrei citare un Kim-Ki Duk, o un Shinya Tsukamoto, o ancora un Takeshi Kitano piuttosto che un Nagisa Oshima) abbia mai avuto una sua opera sul canale, a parole, cinefilo di Sky. Mi dichiaro fin da subito esterofilo, amante, mediamente, del corpus di celluloide serbo, croato, rumeno, britannico, tedesco, francese, canadese ed asiatico (Giappone e Hong Kong in testa), ho un rapporto di amore ed odio con Hollywood, che riesce a tirare fuori il meglio ed il peggio anche all’interno dello stesso film, sto scoprendo il cinema australiano con lieta sorpresa e maltollero invece, con tristezza infinita, il brutto cinema italiano che si fa di questi tempi. Con ovvie eccezioni: Paolo Sorrentino è un genio assoluto, Matteo Garrone è l’ultimo grande neorealista (la definizione è di Quentin Tarantino, non propriamente l’ultimo degli stronzi), lo stesso Emanuele Crialese è un altro giovane molto bravo, ed è da tenere d’occhio, a giudicare dall’ottima opera prima (“La doppia ora”, presentata a Venezia 66), Giuseppe Capotondi. Per il resto è difficile beccare una pellicola davvero buona uscita da Cinecittà negli ultimi anni, i grandi vecchi sono o morti o rincoglioniti, i sempre sopravvalutati (leggi Giuseppe Tornatore) stanno dimostrando di aver azzeccato due o tre film e per il resto di essere dei mediocri cineasti, uno dei regista tecnicamente più dotati, Gabriele Muccino, è migrato negli Stati Uniti dove dimostra di continuare a non avere mai avuto un’idea, ma di essere solo ed esclusivamente bravo a mettere la macchina da presa, e comunque non quanto il già citato Sorrentino.

Questo enorme cappello va come premessa al fatto che ciò che, se avete avuto la pazienza di arrivare fino a questo punto, cosa della quale non sono assolutamente sicuro, vi accingete a leggere, sarà con ogni probabilità in netto contrasto con ciò che avete già letto in merito da parte della critica vera, e che trattandosi di opinioni strettamente personali di un cinefilo, non di un addetto ai lavori, non dovete accettare la mia idea, ma considerarla al massimo uno spunto.

C’è una seconda premessa, obbligatoria ma stavolta breve, da fare: il Torino Film Festival, come ogni festival cinematografico, si articola in vari giorni, in questo caso nove (otto effettivi, visto che il primo prevede poche proiezioni pre-inaugurali), e su varie sale, in questo caso undici. E’ impossibile riuscire a vedere, fra film in concorso, fuori concorso, cortometraggi, ducumentari, eventi speciali e retrospettive, tutto. Ma incastrando bene gli orari, e mettendosi nell’ordine di idee che dalle 8 del mattino alle 2 di notte si deve stare al cinema, si riesce a fare una selezione molto ampia con pochi rimpianti.

Personalmente, rimanendo fra i 5 e i 6 ingressi in sala al giorno (i corti sono accorpati in gruppi di 4 o 5 consecutivi), non mi avessero spaccato due finestrini della macchina avrei perso meno tempo, sono riuscito a vedere 51 film (il che in 8 giorni è una media di tutto rispetto). Però è anche vero che questo pagellone è il mio pagellone, è ciò che sono riuscito a vedere personalmente. Ognuno ha il suo.

Premetto altresì che ai Festival pretendo un certo tipo di qualità, quindi non stupitevi se troverete i miei voti mediamente bassi, probabilmente vedendo gli stessi film in TV li avrei giudicati con un metro di giudizio un po’ più bonario.

Partiamo da quelli in concorso, in rigoroso ordine alfabetico:

ADAS / TRANSMISSION di Roland Vranik (Ungheria, 2009, 35mm, 95′) voto 5

Drammone psico-catastrofico dove la catastrofe non si vede. Questo lungometraggio parte dalla, non spiegata, premessa che tutti gli schermi si siano spenti (sai che tragedia!). Non c’è la televisione, non ci sono i computer, la “vita normale” è stata strappata ai cittadini di questo quantomeno strambo villaggio. In questo scenario, già stupido e insensato di per sé (della serie: perché fare un film su questa cagata?), si innestano le vicende di tre fratelli, non ce n’è uno normale, e delle rispettive famiglie. Uno dei tre uccide accidentalmente la moglie durante una lite e rimane solo con le due insopportabili bambine (che poi spariscono nel nulla e riappaiono improvvisamente), un altro non riesce a dormire da settimane ed è una sorta di zombie che compie atti inconsulti, fra cui murare il suo meraviglioso giardino vista mare, il terzo conosce una tizia in piscina e inizia con lei una storia d’amore che troverà il capolinea appena lei scoprirà che ha aiutato il primo fratello a seppellire il cadavere della moglie. Qualcun altro, personaggi praticamente non caratterizzati, medita sullo spegnimento degli schermi congetturando teorie strampalate su una sorta di ipnosi di massa, strada che viene introdotta e poi abbandonata una decina di pagine di sceneggiatura dopo.

Dal punto di vista prettamente tecnico non è male, ha una discreta regia, con buoni movimenti di macchina e buon gusto nella scelta delle inquadrature, una buona fotografia, sia sull’esterno giorno sia sul dark notturno. Si tratta di una pellicola non molto parlata, con qualche spunto interessante sui rapporti umani fra i personaggi, caratterizzati, devo dire, abbastanza bene. Ma non basta per rendere una cagata, quale è, un prodotto gradevole.

LA BOCCA DEL LUPO di Pietro Marcello (Italia, 2009, DigiBeta, 67′) voto 5/6

Ecco che qui diventerò impopolare. Questo film ha vinto il 27TFF ed io gli dò una, seppur non grave, insufficienza. Insufficienza non dettata dal film in sé, che anzi è una docufiction molto interessante e ben fatta, con un’ottima sceneggiatura, ma dalla regia che in alcune parti proprio non mi è piaciuta: innanzi tutto mi infastidisce, al cinema, il formato 4/3, e questo già fa perdere punti, inoltre, sebbene siano molto suggestive alcune vedute e siano stupende le immagini d’archivio, ho maltollerato, come primo esempio che mi viene in mente, un’intervista importante, brillante e divertente di circa sei o sette minuti resa con un pessimo piano a due in campo fisso.

La vicenda, vera, è quella di Enzo, calabrese venuto a vivere a Genova da bambino e dedito da sempre, a sua detta, a piccole attività criminali, dal contrabbando di sigarette già da bambino in poi. Arrestato, in carcere conosce Mary, transessuale e compagna di una vita. E’ molto interessante vedere il contrasto fra l’uomo, rude e molto mascolino, e il fatto che da più di trent’anni sia ‘marito’ di una trans. Il film, ripeto ancora una volta di carattere assolutamente documentaristico, si apre con il ritorno a Genova di Enzo, dopo un altro soggiorno in carcere. L’audio di qeusta parte sono le vere musicassette che Mary ed Enzo si sono mandati durante i soggiorni in carcere, sono audiolettere d’amore, di una tenerezza molto toccante. Qui subentra la parte di fiction, con quest’uomo tormentato che si aggira per la città, Sottoripa, Piazza Banchi, il porto con i suoi container, i caruggi, la Lanterna. Il tutto intervallato da splendide immagini d’archivio, dai tuffatori a Nervi negli anni ’30 ai filmini, amatoriali e non, che ritraggono la vecchia Genova, nello splendido bianco e nero ingiallito dagli anni e sgranato delle super8. Enzo a un certo punto si vedrà in un bar, dove racconterà agli altri avventori di essere stato più volte in carcere e perché. Fine della fiction, ricomincia a spron battuto il documentario. Si passa a casa di Enzo, con la sua Mary, e solo a questo punto si capisce che si tratta di un trans. C’è la già citata lunga intervista, quasi monologata da Mary, mentre Enzo, seduto vicino, gioca col cane ed interviene di tanto in tanto, per puntualizzare qualcosa.

L’insufficienza che ho dato, lo ammetto, è per lo più perché questo lavoro mi ha fatto incazzare per i suoi piccoli e grandi difettucci. Si tratta di un documentario molto interessante, che consiglio, però ritengo che con questa storia, con questo materiale di archivio e con questi personaggi si sarebbe potuto fare di più. Anche perché nelle vedute della città Pietro Marcello ha dimostrato di saper tenere una macchina in mano. In altre parti invece ha preferito fare il compitino, come uno studente dams interessato maggiormente ad altri aspetti del corso di laurea all’esame di cinema documentario. E questa cosa, che fatta da uno studente va benissimo, è a mio avviso intollerabile da parte di un filmmaker, uno che ha avuto la sconsiderata botta di culo di farcela. Ed è quindi scandaloso, a mio avviso, che abbiano tributato la vittoria e 25mila euro ad uno che sarebbe anche bravetto ma ha preferito trascurare buona parte dell’aspetto tecnico.

CRACKIE di Sherry White (Canada, 2009, 35mm, 94′) voto 6

Mitsy”, cito il programma ufficiale, “è un’adolescente abbandonata dalla madre alcoolizzata che vive con la nonna burbera e soffocante. Il suo sogno è di diventare parrucchiera, la sua vita affettiva si limita alla relazione con un fannullone e all’adorazione ossessiva di un cane. Il ritorno a casa della madre farà esplodere le tensioni”. Innanzi tutto, per far meglio capire la stabilità della famiglia, occorre precisare che sia la madre sia la nonna sono puttane, e che Mitsy, questa sfigata cosmica, viene chiusa nella sua stanza dalla nonna quando questa vecchia tettonissima e truccatissima, anche abbastanza ridicola in realtà, si fa bombare da chiunque le capiti a tiro purché le dia qualche dollaro. E’ un lungometraggio che, lo ammetto, a tratti mi ha un po’ annoiato. Ma sono anche conscio del fatto che questo mio lieve annoiarmi sia dato dal fatto che questo film tratti problematiche tipicamente ed esclusivamente femminili, donna la regista, donna la sceneggiatrice, donne tutte le interpreti, tranne un personaggio secondario e un cane. E nonostante tutto ho trovato dei punti e degli spunti davvero interessanti. Partendo dalla tecnica, si tratta di un’opera prima e la regia è davvero ben fatta, infarcita di buoni pianisequenza quando diventa necessario rallentare il ritmo e con un buon montaggio, mai forsennato ma abbastanza dinamico, quando vuole prepararsi ad un climax di emozioni ed avvenimenti. Inoltre un altro punto di vantaggio ‘visivo’ è dato dalle location canadesi, veramente splendide dal punto di vista naturale. Dal punto di vista della sceneggiatura è trattato molto bene il passaggio psicologico che avviene nella mente della diciassettenne, il rapporto di amore-odio con i cari che tutti noi abbiamo vissuto. Sto parlando soprattutto del rapporto con la nonna, che passa più volte da peggiore nemica ad unica persona della quale Mitsy si possa fidare, unica persona che le voglia veramente bene, che la capisca e che la aiuti. Il rapporto delle due con il cane è uno stratagemma che in questo senso funziona molto bene.

GET LOW di Aaron Shneider (USA, 2009, accreditato come HD (proiettato però da 35mm), 101′) voto 7

Felix Bush per quarant’anni ha vissuto come un eremita nelle foreste del Tennessee, vestiti laceri, lunga barba bianca, caratteraccio. Un giorno, fucile in mano, si presenta in paese, pieno di dollari, per organizzare il suo funerale. Vuole infatti essere presente al suo funeral party, al quale invita chiunque sappia una storia su di lui. Giganteggiano Robert Duvall, che interpreta Bush, e Bill Murray, che interpreta il titolare della ditta di pompe funebri, rendendo questa commedia molto divertente. Tutta la vicenda si sposta poi sulla ricerca di qualcuno che sappia il segreto di Bush, quello che, a breve diventerà chiaro, lui stesso vuole che esca ma non ha il coraggio di raccontare personalmente. Fino alla grande rivelazione, che fornirà lui stesso con un monologo che dovrebbe a pieno diritto entrare immediatamente nella storia del cinema (che attore Robert Duvall!). E qui l’unico grande difetto del film: è una commedia davvero spassosa, molto ben recitata, con una regia bellissima e molto arzigogolata (altro esordiente da tenere d’occhio), ma la grande rivelazione intorno alla quale gira tutto il film è una cazzata, un buco di sceneggiatura. Che gli ha fatto perdere un punto, perché se avesse anche detto qualcosa di davvero profondo, e ce n’erano le premesse, sarebbe stata una pellicola da 8, 8 e mezzo.

GUY AND MADELINE ON A PARK BENCH di Damien Chazelle (USA, 2009, HD, 82′) voto 5

Guy e Madeline sono fidanzati da tre mesi. Trombettista jazz lui, disoccupata alla ricerca spasmodica di un lavoro lei. Guy conosce in metropolitana Elena e la storia con Madeline pare giunta al capolinea, e a questo punto toccherà a Madeline tentare di rimettere un po’ in ordine la propria vita. Un film soporifero, girato in un brutto bianco e nero sgranatissimo (amo il bianco e nero più del colore tendenzialmente, ma qui ha solo reso ancora più soffocante un film già di per sé noioso). In alcune parti sembra quasi documentaristico, con la macchina a mano sempre lontana dall’azione, in altre sembra un musical, monco però di reali canzoni, ha solo qualche apertura musicale (neanche eccezionale a dirla tutta). Ho avuto serie difficoltà a stare sveglio.

LA NANA / THE MAID di Sebastian Silva (Cile, 2008, HD, 94′) voto 6/7

Raquel è cameriera da oltre vent’anni di quella che considera un po’ la sua famiglia. Ormai scorbutica, prende molto male l’idea che, complici i suoi ripetuti mal di testa, le si voglia affiancare un’altra cameriera, più giovane, perché su di lei gravi meno lavoro. Dopo averne fatte scappare due, tratterà malissimo anche la terza, Lucy, la quale però le dimostrerà un’umanità ed un affetto che faranno cambiare radicalmente Raquel e le faranno capire che è possibile avere un’amica ed una famiglia vera, le faranno capire che la vita è altrove. Bel film, ben girato, interessante e ben fatta la caratterizzazione del personaggio di Raquel, che deve risultare, e ci riesce in pieno, prima insopportabile e poi eccezionale, intenerendo il pubblico, con un cambio radicale di punto di vista, reso magistralmente. Questo cambio di punto di vista è dato da una scena chiave, girata nel bagno, dove, attraverso ciò che dice e fa Lucy, Raquel non risulta più una stronza da prendere e appendere al muro, ma una persona che ha bisogno di aiuto, ha bisogno di affetto, una persona quasi esageratamente umana.

NORD di Rune Denstad Langlo (Norvegia, 2009, 35mm, 78′) voto 8,5

Uscirà anche in Italia, distribuito dalla Sacher di Nanni Moretti. E’, per il mio gusto, un capolavoro. Uno dei più bei finali che io abbia mai visto al cinema (interessante come questo finale meraviglioso sia stato sottolineato anche dal direttore del Festival Gianni Amelio, col quale mi sono stupito di essere d’accordo), una regia strepitosa, con lunghe panoramiche polari e claustrofobici primi piani, una fotografia da applausi (anche se più che altro il direttore della fotografia ha ben regolato il diaframma, trattandosi buona parte di esterni giorno fra controsole e neve che riflette la luce).

Protagonista è Jomar, ex sciatore professionista costretto, a causa di una fastidiosissima ambliopia (leggi momenti di cecità temporanea) dovuta al riflesso della neve, a ritirarsi come guardia di un impianto sciistico. Un giorno si presenta alla sua porta il suo ex migliore amico, che nel frattempo gli ha fottuto la donna, il quale gli rivela, fra un pugno e l’altro, che il figlio della donna è in realtà di Jomar. Jomar dà inavvertitamente fuoco alla casupola della stazione sciistica e decide, con una botte da cinque litri di superalcoolico come unica provvista, di partire in motoslitta verso nord, alla ricerca del figlio. Da qui parte un bellissimo road movie, che non esiterei a ribattezzare snow movie, un po’ in motoslitta, un po’ sugli sci, poetico, frizzante, un po’ commedia un po’ drammatico, in un continuo chiasmo quasi tragicomico. Stupenda la caratterizzazione sia di Jomar sia dei vari personaggi che incontra in questo lungo viaggio attraverso suggestivi paesaggi artici, interessantissimo vedere come la troupe sia riuscita a girare pur essendo a febbraio e marzo, i mesi più freddi, circa 500 chilometri a nord del Circolo Polare Artico. Per quando uscirà, si dice verso marzo, consiglio caldamente a tutti la visione di questo film.

LE ROI DE L’EVASION di Alain Guiraudie (Francia, 2009, 35mm, 97′) voto 6,5

Armand è sovrappeso, gay e annoiato dalla vita da single. Salva dallo stupro, praticamente comprandone la virtù in una scena deliziosamente spassosa, una ragazza sedicenne, Curly, e a breve si scoprirà innamorato, ricambiato, di lei. Su questo amore impossibile ecco installarsi la stramba famiglia di lei, un gruppo di poliziotti non molto credibili e una radice dai poteri incredibilmente afrodisiaci. Da qui si snoda una commedia senza particolari pretese, e quindi proprio per questa mancanza di pretese godibile. E’ un film che non lascia nulla, non fa riflettere, ma che permette di staccare la spina per un’ora e mezza senza scadere nella estrema stupidità che allo stato attuale del cinema sembra, tristemente, l’unica alternativa alla filosofia. E’ una cazzata, e come tale viene dichiarata, ma carina. E con un finale inaspettato ed ilare.

SANTINA di Gioberto Pignatelli (Italia, 2009, DigiBeta, 78′) voto 2

Aiuto! Una porcata indecente. Lo sperimentalismo al cinema mi è sempre piaciuto, ma non deve essere fine a se stesso, e soprattutto non deve essere brutto e insensato. Continui cambi di formato, che danno l’idea di essere semplici errori, totale mancanza di senso e gran capacità di inculcare fastidio estremo in chi sta guardando lo schermo. Sostiene di partire da una parte de ‘La Storia’ di Elsa Morante, ma penso sia inutile specificare, dopo la mia premessa, che non c’entra un cazzo. O quantomeno non si capisce in che modo c’entri. Ma andiamo nello specifico. Inquadratura iniziale: un pezzo di muro male illuminato quasi fuori fuoco, come audio i primi 3 o 4 secondi di ‘Nancy’ di Fabrizio de Andrè in loop (“Un po’ di tempo fa…un po’ di tempo fa…un po’ di tempo fa…un po’ di tempo fa…un po’ di tempo fa”), al che il mio fisico ha già iniziato ad alternare conati di vomito e bestemmie represse. L’inquadratura passa su un letto dove c’è una inguardabile donnina di un metro e 20 per 270 chili circa (la prostituta uccisa nel libro), supina e nuda. Stacco e viene ripetuta la stessa inquadratura ma la prostituta è piena di sangue (nero, fatto malissimo). Poi, dal nulla, un primo piano di un tizio (chi è?) che fuma guardando in macchina. Stacco. Un altro tizio (chi è anche questo?) corre fra papaveri e spighe di grano in un campo. Altro primo piano. Dopo un po’ ho capito che, per giustificare la presenza di un personaggio, il regista lo fa fumare in modo che un minimo movimento lo abbia. Dopo altre parti altrettanto orride che fortunatamente ho rimosso, un altro tizio corre inseguito da un cane fatto (malissimo) a cartone animato. Però fuori sincrono, ovvero il tipo corre, fermo immagine, il cane si muove, il cane si ferma e si sblocca il fermo immagine. Un po’ di volte. Al che, sentitomi preso per il culo, sono uscito dalla sala una ventina di minuti prima e sono andato a scolarmi un paio di negroni come aperitivo.

TORSO di Yutaka Yamazaki (Giappone, 2009, 35mm, 104′) voto 7,5

Mi chiedo spesso come sia vissuta la sessualità in Giappone. A giudicare dai film non riesco a capire se i costumi siano estremamente liberi o estremamente bacchettoni. Questo film narra la storia di due sorelle, una delle quali particolarmente repressa. Vistasi strappare il ragazzo proprio dalla sorella minore, è diventata un’erotomane di livello importante, e sostanzialmente ha una relazione con un manichino gonfiabile, un torso appunto. Questo manichino non ha né testa, né gambe, né braccia, ma ha in compenso, continuando a gonfiarlo, una minchia veramente enorme. Dalla storia d’amore con questo manichino si passa alle vicende interpersonali fra le due sorelle, in un rapporto di amore fraterno e di odio fra rivali in amore. Ero scettico ma mi è piaciuto davvero. Mi è piaciuto per il suo saper scavare in profondità senza particolare invadenza, mi è piaciuto per la scelta di montare molto poco, preferendo il pianosequenza, mi è piaciuta l’idea di girare tutto a mano (con un operatore della madonna, stabilissimo), non fisso come una inquadratura cavallettata, non fluido come una steady, rendendo quindi le immagini più personali, più documentaristiche, più vere e vive.

VAN DIEMEN’S LAND di Jonathan auf der Heide (Australia, 2009, 35mm, 104′) voto 8,5

Altro film al quale, per motivi differenti da quelli di Nord, avrei personalmente tributato la vittoria. Narra la vera storia di Alexander Pierce, evaso nel 1822 con sette compagni da una colonia penale britannica (dove i prigionieri non è che fossero trattati un granché, si può immaginare). Van Diemen’s Land è l’antico nome dell’attuale Tasmania, terra d’origine dell’esordiente regista e luogo dove è realmente ambientata ed è stata girata la vicenda. Fra inglesi e irlandesi, compagni di fuga, si inizia con diffidenza, perché poi la situazione precipiti ulteriormente con una marcia serrata ma lunghissima e pesantissima, sotto pioggia e neve, attraverso fiumi in piena, fango e animali, in una foresta selvaggia ed inesplorata. Inevitabile che a breve finiscano le provviste, e intuibile che prima o poi la sopravvivenza debba sfociare nel cannibalismo. Uccidere per non essere ucciso, mangiare uomini perché altri uomini non mangino te. Il tutto scandito da una bella regia, con un’immagine molto curata (anche qui complici le eccezionali location), una fotografia perfetta ed una precisa scelta stilistica che prevede, in tutto, enorme lentezza. Ci sono scene quasi ripetute da un giorno all’altro, il film tutto ha struttura quasi modulare. Questa lentezza non è noiosa, ma necessaria. Riesce a far immedesimare il pubblico nella vicenda, riesce a renderlo partecipe, riesce a far capire le problematiche di una marcia del genere. Se non fosse lento e riflessivo, questo non sarebbe possibile. E il regista, a questo proposito, è stato bravo a non cadere nella noia, inserendo dialoghi che facciano capire la psicologia dei personaggi a poco a poco, mantenendo quindi vivo l’interesse, e qualche scena che, nel pieno della tragedia, sdrammatizza e fa ridere, come un “Fuckin’ Christ” urlato come liberazione da uno dei fuggiaschi che, dopo giorni e giorni, riesce a cagare. Davvero bello, anche se temo sarà molto difficile vederlo in Italia.

YOU WON’T MISS ME di Ry Russo-Young (USA, 2009, HD, 81′) voto 4/5

Film che non dice nulla, anzi brutto. Shelley esce da un ospedale psichiatrico e la sua vita si snoda fra sesso occasionale, amici buona parte falsi, litigate tremende e provini come attrice, che puntualmente vanno male a parte la volta che il regista la vorrebbe ma lei, inspiegabilmente, gli dà del coglione montato e se ne va. Il tutto scandido da qualche colloquio con lo psichiatra. Tecnicamente senza infamia e senza lode, ma il lato tecnico dignitoso viene smontato da una sceneggiatura davvero pessima.

ZHA LAI NU ER / JALAINUR di Zhao Ye (Cina, 2008, HD, 92′) voto 4

Il 4 che ho generosamente tributato è per la tecnica. Ecco, questo film mi ha dato fastidio. Una regia e una fotografia di una bellezza sconvolgente, non c’era una sola inquadratura che non fosse solo perfetta, ma anche geniale, oltre il massimo raggiungibile. Continui cambi di fuoco, suggestive carrellate in giro per la Mongolia, un uso davvero molto sapiente dell’ombreggiatura sui volti, silouhettes al tramonto, colori splendidi con il polarizzatore quasi sempre montato ad aumentare i contrasti. Tutto questo per raccontare una delle vicende più noiose e meno interessanti possibili. Un vecchio ferroviere va in pensione, e un giovane lo segue quasi a guisa di scorta fin dalla figlia. Solo al ricongiungimento del vecchio con la figlia il giovane tornerà indietro (il vecchio, non volendolo, non gli ha rivolto la parola tutto il viaggio, nel momento in cui si decide e lo invita ad andare con lui il giovane sparisce) e dimostrerà di essere totalmente pazzo, giocando a basket a torso nudo in mezzo alla neve con sconosciuti impellicciati. Fine. Bello, no?

Non visti

BASECO ROYAL BOYS di Ralston Jover (Filippine, 2009, Betacam, 93′)

CHI L’HA VISTO di Claudia Rorarius (Germania, 2009, 35mm, 88′)

MEDALIA DE ONOARE di Calin Netzer (Romania, 2009, 35mm, 105′)

FESTA MOBILE (Fuori concorso)

TETRO di Francis Ford Coppola (USA, Argentina, Spagna, Italia, 2009, 35mm, 127′) voto 8,5

Finalmente Francis Ford Coppola torna a buoni, anzi ottimi, livelli. Dimenticatevi però il Padrino e Apocalypse Now, quelli sono altre cose. Con questo Tetro, girato con la Red e trasferito poi in pellicola, con la particolarità di avere il presente in 2,35:1 in bianco e nero e i flaskback in un più ristretto 1,88:1, ma a colori, quest’ultimo film di Coppola è un melò molto ben riuscito. Unico difetto che riesco a trovare è un calo di sceneggiatura negli ultimi 20 minuti, ma dopo 2 ore il pubblico si è immedesimato nei personaggi, molto ben costruiti, e continua a trovare interesse fino al colpo di scena finale, al quale si arriva gradualmente, senza passaggi particolarmente bruschi. Coppola ha detto, nella presentazione, presumo fosse la prima europea, di aver avuto come molla nella scrittura del lungometraggio l’associazione di idee fra una farfalla, attirata dalla luce che la condurrà, probabilmente, alla morte, e un uomo quasi in trance, sconvolto, che viene allo stesso modo attratto dai fari delle auto che sfrecciano.
La vicenda narra la tormentatissima storia di due fratelli, i fratelli Tetrocini (da cui il titolo originale ‘Tetro’, stuprato nella versione italiana ‘Segreti di famiglia’), valenti scrittori e figli di un grande e famoso direttore d’orchestra, che si ritrovano dopo anni di fuga del maggiore in Argentina. Da questa premessa parte un drammone che funziona, e molto bene, sul ritrovarsi, sul vincere le ritrosie, sul ricominciare una vita che si è voluta abbandonare. Va da sé che gradualmente si troveranno, sempre in crescendo, le piccole e grandi rivelazioni, che faranno scoprire la psicologia dei personaggi al pubblico in una lenta ma molto profonda ed interessante caratterizzazione. Ed ecco che Tetro, il grande, si scoprirà con serie turbe mentali, ecco che la sua divina moglie si scoprirà la sue ex psicologa, ecco che le turbe mentali verranno a poco a poco esplicitate e giustificate. Oltre non vado, lo consiglio caldamente però.
L’uscita italiana dovrebbe essere, a quanto vociferato, verso marzo, spero che il doppiaggio non lo rovini troppo.

THE BLIND di Nathan Silver (USA, 2009, HD, 98′) voto 3/4

Brutto. Le vicende del rapporto in crisi fra un architetto frustrato ed una casalinga sfigata, Marcus e Kate, con un vicino di casa a cui lasciano le chiavi per sicurezza e che, molto malato, diventerà l’unico conforto per Kate nei momenti peggiori. Diviso in tre capitoli, fantasiosamente intitolati ‘Marcus’, ‘Kate’ e ‘Marcus and Kate’ (già della serie mavavangulo), è un drammone dove non succede niente. Leggo poi, dopo averlo visto, il prospetto del programma e vedo che questo film viene esaltato per i rimandi hitchcockiani. Rimandi hitchcockiani??? Semmai antonioniani post ictus, direi piuttosto. Sostanzialmente la vita va avanti fra lei che si annoia e lui e che riesce a farsi commissionare una chiesa, salvo poi portare un modellino totalmente diverso dai disegni iniziali e a farsi quindi, giustamente, mandare a spigolare dai committenti. In mezzo si mollano e riprendono un paio di volte. Insomma, un porno sarebbe stato nettamente più interessante e godibile.

LA COSA GIUSTA di Marco Campogiani (Italia, 2009, 35mm, 100′) voto 7

Nonostante il mio essere tendenzialmente refrattario ai film italiani, devo dire che questo lavoro, per quanto senza particolari pretese, non è male. Due poliziotti di carattere molto differente (Paolo Briguglia ed Ennio Fantastichini) devono sorvegliare un arabo sospettato di terrorismo. Col tempo i rapporti fra di loro, inizialmente tesi, diventeranno molto buoni, e il sospettato si rivelerà invece una persona molto brava e umana, vittima di un errore giudiziario ma ingiustamente espulso. Girato fra Torino e la Tunisia, a cavallo fra commedia e noir, con qualche lieve richiamo hitchcockiano, qui si, la vicenda si snoda in maniera abbastanza lineare, senza particolari fronzoli, sfornando a costi di produzione e tempo nelle riprese molto ridotti, si vede, un prodotto comunque ben più che sufficiente.

FANTASTIC MR. FOX di Wes Anderson (USA, 2009, 35mm, 87′) voto 9

Capolavoro dell’acclamato regista de ‘I Tenebaum’ e de ‘Il treno per il Darjeeling’. Un gioiellino di animazione stop-motion, forse a tratti un pochino scattoso, ma chi se ne frega. Si tratta di un cartone animato non per bambini, con un’ironia sottilissima, divertentissimo, cattivo, e anche qualche riferimento sessuale (sui trascorsi poco limpidi della signora Fox). Tratto da un’opera minore di Roald Dahl, ‘Fantastic Mr. Fox’ narra le vicende di, appunto, Mr. Fox, furbissima volpe con un passato da ladra di polli professionista magistralmente doppiata da George Clooney, della sua famiglia e dei suoi amici (doppiati anche questi da un cast strepitoso, da Meryl Streep a Bill Murray, da Willem Dafoe a Owen Wilson, solo per citare i più famosi), in lotta contro tre proprietari terrieri e allevatori cattivissimi e pericolosissimi. Per quanto sia un cartone, la mano di Wes Anderson si ritrova in ogni inquadratura e movimento, il suo stile personale ed inconfondibile è stato perfettamente trasportato su un tavolo da passo uno. Questa era la prima europea, uscirà in Italia a metà del 2009. E lo andrò sicuramente a rivedere, è nettamente il film che più mi è piaciuto a questo Festival, un capolavoro assoluto.

KINATAI di Brilliante Mendoza (Filippine, 2009, 35mm, 110′) voto 4

Ma perchè non sono andato a mangiarmi un kebab? Film bruttissimo di un regista che già da tempo considero un cane, espressione massima del cinema filippino che, personalmente, non sono mai riuscito a soffrire. La trama, confusissima e quasi incomprensibile, parte dal matrimonio di due giovani, poveri ma felici. Poi, dal nulla, salta al novello sposo che viene trascinato dagli amici in una macchina che percorre le strade più buie di Manila, caricando donne e pestandole a morte. Il tutto senza un neanche vagamente definito filo logico e con una cura dell’immagine pari a quella del filmino delle vacanze dei miei. Girato interamente a mano, ma stavolta da un operatore affetto da una grave forma di morbo di Parkinson, riesce a far provare una netta sensazione di mal di mare, il che nelle comode poltrone di un cinema è impresa davvero difficile e raggiunta con successo. Inoltre, per dare un’ulteriore idea di quanto sia quasi improvvisato, c’è una scena, iniziale, esterno giorno con decine di comparse. Si desume però chiaramente che le comparse fossero inconsapevoli, visto che continuano a guardare in macchina, risultando peraltro parecchio moleste. Come abbia fatto questa porcata a prendere la migliore regia a Cannes non è dato saperlo, visto che è proprio a partire dalla regia che è iniziato il mio disgusto verso questa rumenta di lungometraggio.

MADE IN HUNGARIA (Ungheria, 2009, 35mm, 109′) voto 5,5

Musical rock’n'roll senza pretese particolari, e per quanto mi riguarda senza infamia e senza lode. Il mezzo punto sotto la sufficienza è dato, lo ammetto, per un mio particolare e fazioso fastidio quando mi capita di assistere a qualcosa di troppo anticomunista.

Un simpatico ragazzo torna in Ungheria, ad un punto non meglio precisato degli anni ’60, dopo quattro anni negli Stati Uniti, espulso per le idee comuniste del padre. Abituato agli standard di vita e alla musica americana, importerà nella sua terra natia la passione per la musica moderna. Ovviamente provocando il caos nelle rigide e severe regole poste dai funzionari addetti alla cultura giovanile. E’ una commedia musicale frizzante, godibile, carina, con il difetto storico di dipingere le autorità comuniste come una schiera di bamboccioni mezzi deficienti fermi ai cinquant’anni prima. Sicuramente non saranno stati filoamericani, ma dipingerli totalmente stupidi mi pare esagerato dall’altra parte: sembrano, con paragone disneyano, Manetta quando non capisce un belino delle strategie già di per sé elementari di Basettoni.

NEW DENMARK di Rafael Ouellet (Canada, 2009, HD, ’73) voto 5

La sedicenne Carla passa l’estate lavorando nell’albergo di famiglia ed affiggendo manifesti della sorella maggiore, misteriosamente scomparsa da un mese. Nella ricerca l’aiuteranno un’amica ed un avventore dell’hotel semisconosciuto, che vaga ascoltando e registrando rumori della natura. Ad un certo punto Carla ricorda il nome New Denmark, luogo mitizzato dalla sorella, e parte con un’amica. Nonostante il ritrovamento del cadavere della sorella, Carla non si vorrà arrendere e vivrà nella speranza di poterla un giorno riabbracciare.

Film interessante perché girato con budget ridottissimo e mezzi scarsissimi, molto poco parlato e tanto riflessivo, il che lo rende però un po’ pesante e a tratti noioso. Non è brutto, ma non mi ha detto nulla di che.

NOWHERE BOY di Sam Taylor Wood (UK, 2009, 35mm, 96′) voto 7

Da un libro di Julia Baird, sorellastra di John Lennon, un film sugli anni della difficile gioventù lennoniana. La vita con la molto rigida zia Mimi, interpretata da una come sempre superba Kristine Scott Thomas, l’apparizione della madre Julia, che gli fa scoprire il rock’n'roll e i film con Elvis, alimentando la sua passione musicale, le esperienze adolescenziali, la prima chitarra, la formazione della prima band, l’incontro con Paul McCartney e George Harrison. La morte di Julia, sottolineata dall’urlo di John (quello vero) in “Mother”, unica canzone ‘famosa’ di Lennon utilizzata nel film, peraltro nel momento migliore possibile, di maggiore pathos, con ottima scelta da parte della regista, farà da preambolo alla formazione dei Beatles. E’ un bel film, non perfettamente fedele alla vita di John (o, quantomeno, a quella che ho sempre saputo), ma molto simile. Pecca nel non aver scelto, in fase di casting, attori che assomiglino almeno vagamente a John, Paul e George, perchè usare un Lennon bello e che prende una gran quantità di patata diventa un falso storico. Senza frustrazioni non sarebbe diventato ciò che è diventato, non sarebbe diventato davvero grande. Per il resto, nulla da dire, buona regia, buone, per non dire ottime, interpretazioni, buon contributo tecnico. Un film sicuramente consigliabile.

LE REFUGE di Francois Ozon (Francia, 2009, 35mm, 90′) voto 7

Un buon Ozon, ben lontano, purtoppo, da quello di “Otto donne e un mistero”, ma comunque un buon Ozon. Un po’ troppo drammatico-catastrofico, a voler proprio rompere le balle. Il film è nato dalla volontà di Ozon di lavorare con un’attrice incinta, opportunità che gli si è presentata un annetto fa. Ecco quindi la scrittura in fretta e furia del soggetto e della sceneggiatura e, in poco tempo, le riprese. Una coppia di eroinomani va in overdose per una partita tagliata male, lui, Louise, muore, lei, Muosse, si salva miracolosamente e in ospedale le comunicano la sua gravidanza. Mentre la famiglia di lui vorrebbe costringerla ad abortire, lei decide di tenere il bambino, come ultimo importantissimo legame con il grande amore. Mousse si rifugia in una casa al mare di proprietà di un vecchio zio, dove viene raggiunta da Paul, fratello omosessuale di Louise. Inizialmente la presenza di Paul infastidisce Mousse, poi il rapporto fra di loro diventa di intensa amicizia, ci sono varie rivelazioni da una parte e dall’altra e una gran costruzione registica: un perfetto finale prevedibile, al che il film inaspettatamente non finisce (e qui c’è la genialità di Ozon) e dopo dieci minuti mostra il finale vero, stavolta davvero a sorpresa.

NEIL YOUNG TRUNK SHOW di Jonathan Demme (USA, 2009, HD, 83′) voto 6

A cavallo fra documentario e concert movie, una delle tappe dell’ultimo tour di Neil Young, che incredibilmente è molto meno brutto adesso di quando era giovane. Il rocker dimostra di avere una grinta ancora invidiabile ed una gran presenza sul palco. Demme, amico da sempre di Young, ha filmato l’esibizione con una decina di videocamere e ha montato, molto bene, il materiale che aveva. Oltre ad una dozzina di canzoni, qualche minuto di dietro le quinte e un pezzetto di intervista, più che altro uno sfogo di un grande vecchio.

RIP! A REMIX MANIFESTO di Brett Gaylor (USA, 2009, DigiBeta, 80′) voto 8

Divertente documentario che mette in discussione il concetto stesso di diritto d’autore, smontandolo, e presentando i mille paradossi. Partendo dalla quasi persecuzione giudiziaria verso il deejay Girl Talk, reo di aver remixato senza pagare i diritti d’autore, il Napsteriano della prima ora Brett Gaylor scava nel passato, raccontando e provando come la Disney abbia spinto, con corruzione di vari uomini politici, affinché i diritti fossero assicurati per 70 anni dopo la morte. Peccato che questa vicenda si sia verificata appena morto Walt, il quale nei suoi film aveva ripetutamente plagiato Metropolis e decine di film e quadri. Porta come esempio la donna canadese condannata a pagare una multa da DUE MILIONI di dollari perché in possesso di SEI, e sottolineo SEI, mp3 sul pc. E molto altro. Già passato in TV su Cult, ha un finale geniale, irriverente e tutto da vedere e sentire.

RAPPORTO CONFIDENZIALE

NICHOLAS WINDING REFN

PUSHER di Nicholas Winding Refn (Danimarca, 1996, 35mm, 105′) voto 7,5

Film d’esordio del danese Refn, ultraviolento e giovane regista al quale è stata dedicata una sezione. Frank, piccolo spacciatore inseguito dalla polizia, butta nel fiume una partita di eroina presa a credito da Milo. Riesce a scampare all’arresto, ma deve assolutamente procurarsi in qualunque modo il denaro che deve al ‘grossista’, mentre i problemi per Frank si moltiplicano e la pazienza di Milo continua a scemare. Girato buona parte in notturna, in una Copenaghen particolarmente fredda ed inospitale, è un film che funziona molto bene, crea tensione e la fa scemare nei momenti giusti, avvolge con le sue immagini, un po’ a mano, un po’ a spalla, molto sgranate e anche queste claustrofobiche, angoscianti.

FEAR X di Nicholas Winding Refn (USA, 2003, 35mm, 88′) voto 7

Esordio americano per il danese, in questo suo terzo film che lo porterà alla rovina economica. Ma Refn, da bravissimo regista quale è, è riuscito a tornare in Danimarca, girare a costo bassissimo Pusher II e Pusher III, e tornare sulla cresta dell’onda (con tanto di Valhalla Rising presentato a Venezia 66). Protagonista di questo cupo dramma è un bravissimo e come sempre stranito e straniante John Turturro, il quale interpreta una guardia giurata che perde la moglie per via di un proiettile vagante e, vista l’incapacità della polizia, vuole scoprire da solo cosa sia realmente successo. Non vuole vendetta, vuole un motivo. Qualcosa di lynchiano a far da sfondo, con inquadrature ripetute, enormi spazi vuoti, la neve sempre nei momenti peggiori, lunghe parti (anche 20 minuti) senza dialoghi, con la musica a trasmettere un qualcosa di inquietante che dalle immagini non trasparirebbe, se non associate a quel sonoro. Insomma, non riesco a capire come abbia fatto questo film a far fallire un bravo regista. Ovvio, non si tratta di un lavoro di David Lynch, ma comunque sia si tratta di una gran bella pellicola.

ONDE

DOUBLE TAKE di Johan Grimonprez (Belgio, Germania, Olanda, 2009, 35mm, 80‘) voto 6,5

Viene dimostrato, in questo docufiction, quanto Alfre Hitchcock non sia mai passato di moda. Partendo da suoi frammenti, interviste, scene dei suoi film più noti, si costruisce un discorso generale su quanto fosse importante, durante la guerra fredda, che vi fosse un’industria del terrore, poi spostata nella supremazia americana nel mezzo televisivo (“Alfred Hitchcock presenta”). In mezzo a questo, il tema di Hitchcock e il suo doppio, storia raccontata direttamente dal re del brivido, e la volontà di uccidere questo suo double take.

INDEPENDENCIA di Raya Martin (Filippine, Francia, Germania, 2009, 35mm, 77′) voto 3

Detto altrimenti “Come fare un film di 77 minuti in modo che sembrino 77 ore”. Innanzi tutto ricordo il mio già citato odio verso la cinematografia filippina (ho già insultato Brilliante Mendoza), a cui si può aggiungere questa ulteriore vaccata.

Storia: nel pieno della guerra di indipendenza filippina, una vecchia e un ragazzo trovano la salvezza in una casupola abbandonata nella foresta, dove sperano che gli inglesi non arriveranno mai. Il ragazzo cresce, si fa uomo, trova una ragazza, la porta a casa. Stacco. La vecchia madre muore. Stacco. Effetto pellicola strappata e successivo Cinegiornale dove si vedono gli orrori dei soldati sui civili. Effetto pellicola strappata. Stacco. I due superstiti hanno un figlio. Stacco. Il figlio è cresciuto. Vivono barcamenandosi nella foresta, ogni tanto piove, ogni tanto fa freddo. Stacco. Arrivano i soldati inglesi e, finalmente, ammazzano tutti (l’unica scena d’azione, da notare, non si vede, ma è audio su schermo nero).

Fine. Questa vaccata di storia nemica dell’interesse e di una noia mortale già di suo, è narrata attraverso scandalosi pianisequenza di 6 o 7 minuti rigorosamente in campo lungo fisso in bianco e nero.

CERRO DE LA CRUZ di Costantino Escandòn (Messico, 2009, 35mm, 12′) voto 2

Apertura: soldati nudi che passeggiano vicino a un forte, uno si fa una doccia, gli altri cazzeggiano bellamente. Stacco. I corpi senza vita dei soldati accatastati uno sull’altro. Stacco. Un soldato arrampicato un su albero che guarda il paesaggio trasognato con una carrellata che gira intorno alla pianta. Fine. Me lo spiegate?

CONTRE-JOUR di Christoph Girardet e Matthias Muller (Germania, 2008, 35mm, 11′) voto 1

Questo non è solo brutto, dà proprio fastidio vederlo. Penso che chiunque abbia presente l’abbacinamento dopo un flash. Mettetelo nel buio completo di una sala cinematografica, da 35mm che è in assoluto la proiezione più luminosa e contrastata. Immaginate 11 lunghissimi minuti così: immagini stroboscopiche, nero-bianco-nero-bianco-nero-bianco-nero-bianco. Nei centesimi di secondo di bianco scorrono dei volti, nei centesimi di secondo di nero il cervello chiede pietà. Tempo 30 secondi e tutti i presenti in sala stavano guardando di lato o erano sprofondati nella lettura, luce col cellulare alla mano, dei programmi, pur di non sboccare di fronte a cotanto scempio. Come buttare nel cesso della pellicola, e poi dicono che fanno male i videogiochi.

DIAL M FOR MOTHER di Eli Cortinhas (Spagna/Germania, 2008, Betacam, 11′) voto 4

Montaggio strambo, in split screen, di scene tratte dai tre film di Cassavates con protagonista Gena Rowlands. Come a creare un dialogo fra le varie protagoniste, unito inoltre a stralci tratti da vere telefonate della regista con sua madre. Boh?

JOHN WAYNE HATED HORSES di Andrew Betzer (USA, 2009, 35mm, 10′) voto 4,5

Un padre in casa, un figlio che, in un cimitero di carri armati guarda il paesaggio della guerra. Il padre entra nella camera del figlio e trova i soldatini che, invece che in posizioni di combattimento, sono stati disposti dal figlio in modo da segarsi e incularsi l’un altro. Il padre si incazza e smonta tutti i soldatini, il figlio torna a casa, si lava, va in camera e vede lo scempio. Fine. Presumo sia una sega mentale sulla difficoltà di crescere normalmente in zone martoriate dalla guerra, ma francamente non ho colto nulla se non una vena, celata manco troppo bene, di fastidiosa omofobia.

REBECA di Gonzalo Rodriguez (Germania, 2009, DigiBeta, 24′) voto 4

Il regista usa sua nonna, morta investita a Lima da un pirata della strada nel ’93, come aggancio per fare una filippica antifuturista, sul fatto che ormai sia impossibile non correre, sul fatto che ormai sia impossibile accendere la TV senza che ci sia sullo schermo qualcuno che minaccia qualcun altro con una pistola, sul fatto che si debba prendere tempo e pensare, ricordare. Noioso, senza senso, brutto.

SHOOTING LOCATIONS di Thomas Kutscker (Germania, 2009, BetaCam, 8′) voto 3/4

Da una premessa sperimentale geniale, l’utilizzo di immagini neutre con, come audio, scene di guerra reperite da youtube (su tutte la registrazione accidentale sulla segreteria dei genitori di un soldato statunitense di una battaglia in Afghanistan), il regista riesce a distruggere tutto scegliendo di utilizzare immagini in campo fisso, e questo ci sta, ma con un fastidioso fuori fuoco. Immaginate l’inquadratura, a cinque o sei centimetri da terra, di una casa di campagna: la composizione prevede un piccolo gradino mattonato, il prato lunghissimo perché preso dal basso, con gran profondità di campo, un albero e, in fondo, la facciata della casa. Il fuoco dell’inquadratura passa incessantemente fra il gradino e l’inizio dell’erba del prato. Questo con quattro location diverse e quattro fonti sonore diverse.

ITALIANA.DOC

THE CAMBODIAN ROOM di Tommaso Lusena e Giuseppe Schillaci (Ita/Fra, 2009, DigiBeta, 55′) voto 6

Più che discreto documentario su un uomo distrutto: Antoine D’Agata, fotografo di prostituzione e di droga. Le sue modelle sono le sue amanti, come la spacciatrice-bagascia con cui vive in Cambogia, costantemente sotto crack in attesa di beccare il momento in cui scattare. La sua fotografia è molto nervosa, quasi sempre mossa, nudi dall’alto, sui letti. In un altrettanto nervoso bianco e nero quasi senza toni intermedi.

CORDE di Marcello Sannino (Italia, 2009, DigiBeta, 60′) voto 7,5

Bel documentario sul pugile napoletano Ciro Pariso, seguito per tre anni dal regista. Dal racconto dell’infanzia difficile agli incontri, fino al recente matrimonio, la nascita del primogenito, la vittoria del titolo italiano e il passaggio al professionismo. Ritratto molto tenero di un bravo guaglione. Interessante il titolo, che si rifà al ring.

INTO THE BLUE di Emiliano Dante (Italia, 2009, DigiBeta, 75′) voto 7,5

Il blu a cui si fa riferimento nel titolo è quello delle tende della tendopoli dell’Aquila. Emiliano Dante, regista, sceneggiatore, interprete e montatore, è uno dei, purtroppo, tanti che hanno perso tutto, la casa in cima, con il terremoto. E’ un gran bel documentario sulla vita all’interno della tendopoli, realizzato dall’interno. Emerge il caldo, il freddo, la sofferenza, ma anche l’amore e la maturità che un’esperienza del genere prova in chi la vive. Dai volontari della protezione civile che non vogliono andarsene alle piccole e grandi, ma soprattutto vere, storie di amicizia, carità e collaborazione che nascono in situazioni del genere. Lasciando sempre uno spiraglio aperto allo spirito, alla simpatia e all’ottimismo.

Geniale l’ultima schermata dei titoli di coda, dove viene ironicamente ringraziato Bertolaso “per aver lasciato tutti nelle tende il tempo necessatio per completare non solo le riprese, ma anche la postproduzione”.

IL VANGELO SECONDO MARIA di Pietro Pasquetti (Italia, 2009, DigiBeta, 50′) voto 7

Interessante non fiction su una famiglia rom diventata sedentaria, i Levak, stanziatisi vicino a Venezia. La loro battaglia per avere un villaggio, la loro battaglia per avere una chiesa evangelista, la loro battaglia per avere un qualcosa di totalizzante, per fare parte di qualcosa di importante. Insomma, le loro battaglie brillantemente portate a termine.

ITALIANA.CORTI

SCORDATI di Progetto Funes (Italia, 2009, DigiBeta, 28′) voto 6

Cortometraggio molto frammentato, come la mente del suo protagonista. I ricordi tornano uno per volta, come piccoli pezzi di un puzzle chiamato vita. Solo alla fine si scoprirà come il protagonista ha perso la memoria. Registicamente valido, molto montato, con il protagonista che guarda molto spesso in macchina con occhi interrogativi, con continui scavalcamenti di campo, dà l’idea al pubblico di pressare l’attore, ci si sente colpevoli per la sua mancanza di memoria e per tutti i problemi che comporta, a partire dalla quasi follia nel prendere e ritagliare tutto ciò che può, per strane associazioni di idee, far riemergere alla mente qualcosa del passato.

TOMMASINA di Margherita Spampinato (Italia, 2009, DV, 19′) voto 7,5

Ritratto molto tenero della nonna della regista, affetta dal morbo di Alzheimer. Una cara vecchietta che fa discorsi da bambini, viene portata a giocare, sprizza affetto da ogni poro. Si fa voler bene da chi non la conosce.

L’ULTIMA ISOLA di Margherita Cascio (Svizzera/Italia, 2009, Betacam, 25′) voto 5/6

Un uomo che dopo anni ad Alicudi è andato a vivere in Svizzera decide di tornare, migrante al contrario, nel paradiso delle Eolie. Documentario sul viaggio di quest’uomo con figlioletto, con una lunga intervista che denota l’amore per la terra.

399 B.C. di Nicola Campiotti (Italia, 2009, DigiBeta, 10′) voto 9

Corto a dir poco meraviglioso. Sulle immagini di un’assonnata New York voci fuori campo, cronisti di telegiornale, parlano di un processo che sta dividendo la città. E’ giusto condannare a morte un uomo solo perché esprime idee non condivisibili? Si passa poi, sempre con immagini abbastanza neutre, l’alba, l’interno di un taxi (senza che si veda il taxista), il traffico newyorkese, a sentire opinioni discordanti, la pollivendola secondo la quale non ha fatto nulla di male, il postino secondo il quale deve morire perché blasfemo. Le immagini passano su un’aula di tribunale, si vedono i giudici ma non i loro volti: colpevole e condannato a morte. Schermo nero e il rumore di una bottiglia stappata e di un liquido versato in un bicchiere. Giorno dopo e vengono inquadrati gli strilloni, in giro per New York, con le prime pagine che narrano l’avvenuta morte di Socrate, con tanto di foto della statua da cui deriva l’iconografia tipica del (presumibilmente mai esistito) filosofo. Capolavoro.

UN GIORNO IDEALE di Alberto Mascia (Italia, 2008, 35mm, 16′) voto 7

Buon corto. In una pensione va a lavorare, per l’estate, un giovane cugino dei titolari, proveniente da Roma. Si dice sia un po’ strano, e lo dimostra disponendo i pezzi delle patate, dopo averle tagliate, con un ordine maniacale sul tavolo. Ospite della pensione è una famiglia con un bambino, che inizia un giorno ad inseguire il ragazzo, armato di fucile, nel bosco. Segue un dialogo nel quale il ragazzo rivela al bambino di voler cacciare un animale nuovo, mai visto, per potergli dare il suo nome, e che sparerà due colpi in aria dopo averlo catturato, per avvisare il bambino del successo. Soddisfatto, il bambino torna verso la pensione, dalla quale deve ripartire con i genitori. Si sente il primo sparo, in aria. Il secondo, quello progettato davvero, il ragazzo se lo sparerà in bocca.

NEIGHBORHOOD di Christian Guerreschi e Fiorella Pierini (Italia, 2009, Betacam, 5′) voto 4

Un cartone di una bruttezza invereconda, dove i personaggi anziché parlare emettono fumetti solidi dalle bocche. Sarà magari utile per far imparare qualche bambino particolarmente tardo a leggere, ma proiettarlo ad un festival del cinema mi pare un po’ eccessivo.

FIGLI E AMANTI

LA NUIT AMERICAINE (EFFETTO NOTTE) di Francois Truffaut (Francia, 1973, 35mm, 115′) voto 10

Come non dare il massimo dei voti al film sul cinema per antonomasia? Capolavoro di Truffaut, mi rifiuto di raccontarne la trama e lo stile presumendo sia stato visto da tutti, ed io stesso lo avevo già amato più volte. Ma in lingua originale, su schermo enorme e con la qualità di un 35mm perfettamente restaurato rende enormemente di più, e quello che già era un capolavoro nella pessima visione domestica si erge quasi a divino. Presentato da Gianni Zanasi.

THE TRIAL (IL PROCESSO) di Orson Welles (Fra/Ita/Ger, 1962, 35mm, 118′) voto 9/10

Altro capolavoro assoluto. Oltre alla già esaltata qualità del 35mm, in questo caso nell’ancora più affascinante bianco e nero, in una copia non eccezionale, ma comunque più che dignitosa (mancava qualche fotogramma qua e là, ma davvero poca roba), qui devo anche fare una precisazione sulla versione originale. Il film, tratto molto liberamente da Kafka, conta sette personaggi maschili, il protagonista è Anthony Perkins, volto principale anche di ‘Psyco’, l’avvocato è lo stesso Welles, c’è fra gli altri il nostro Arnoldo Foà. Questi sette personaggi maschili, cosa che avendolo sempre visto in italiano non sapevo, hanno la particolarità di essere stati doppiati tutti, per un enorme problema economico in fase di postproduzione, da Orson Welles, che riesce a modulare la voce in maniera completamente differente passando da uno all’altro. Questa, signore e signori, è opera di un Genio, di quello che penso sia stato, oltre ad uno dei più grandi registi, il più grande attore di tutti i tempi. Introdotto da Davide Ferrario.

ROMA di Federico Fellini (Italia, 1972, 35mm, 127′) voto 9

Film molto divertente, in pieno stile felliniano. Prima metà stratosferica, perde un po’ di verve nella seconda parte, rimanendo comunque su ottimi livelli. Perfetto spaccato della società italiana e romana soprattutto, di un’attualità quasi inquietante. Altro film già visto che ho voluto godermi in sala, con enorme soddisfazione. Ad introdurre la pellicola Paolo Sorrentino, senza discussioni il migliore regista italiano in circolazione, e fra i migliori cinque al mondo in attività.

NAGISA OSHIMA

KOKUJIN KOKKA TANJO di Nagisa Oshima (Giappone, 1966, Betacam, 25′) voto 5

Documentario sulla popolazione del Lesotho e del Bangladesh nei primissimi anni di indipendenza. Buona lezione di storia, ma noiosetto.

DENKI MOTOKUTO / LIFE OF MAO di Nagisa Oshima (Giappone, 1976, Betacam, 66′) voto 4/5

Vita di Mao fatta da Oshima come documentario televisivo. Anche qui, come per l’impronunciabile film precedente, si tratta di una lezione di storia fatta benissimo, con tutti i riferimenti temporali, costituita da slide di immagini e rarissimi filmati d’archivio ben montati. Però di una noia davvero importante.

VM18 AI NO KORIDA/IN THE REALM OF SENSES di Nagisa Oshima(Giapp., 1976, 35mm, 104′) voto 9

Il titolo italiano è “Ecco l’impero dei sensi”, il film erotico sul quale, sentendosi molto meno in colpa che davanti un porno, gli intellettuali di sinistra hanno segato per decenni. La vicenda è quella, ispirata a fatti realmente accaduti nel 1936, di due amanti che vorranno spingere la loro libidine sempre oltre, fino alle estreme conseguenze. La donna viene ritrovata che vaga per i campi con un pene e i relativi testicoli, mozzati, infilati in un luogo facilmente intuibile. Il flashback del suo racconto è il film. Questi due giovani che si vedono, si innamorano, diventano malati di sesso, non fanno altro. In mezzo, qualche scena cult, come quella nella quale i due pasteggiano insaporendo il cibo coi di lei umori vaginali, fino all’apoteosi dell’uovo sodo che dovrà essere covato. Scoprono che strozzandosi durante l’amplesso aumenta il piacere sessuale, e decidono di non fermarsi. Si tratta di un film esaltante per i maschietti erotomani come il sottoscritto, perché grazie ai ridottissimi standard giapponesi una volta tanto non ci si sente minorati ma bensì tori.

TOKIO SENSO SENGO HIWA / THE MAN WHO LEFT HIS WILL ON FILM di Nagisa Oshima(Giappone, 1970, 35mm, 94′) Voto 10

Chiudo con un altro, a mio giudizio, capolavoro. Situabile a cavallo fra Nouvelle Vague e surrealismo, si tratta di un lungometraggio dove è l’atto stesso del filmare protagonista. Un gruppo di amici, rossi attivisti politici e cineasti, sta realizzando una serie di documentari sui movimenti popolari. Uno di loro, come atto estremo, si lancia da un palazzo, trovando la morte. Il contenuto della sua 16mm viene sviluppato, e si vede che sono stati filmati una serie di paesaggi apparentemente casuali. Convinti che si tratti del suo testamento, i suoi amici inizieranno a tentare di trovare i luoghi filmati e di dare un senso alle immagini, cercando di scoprire il perché del suo suicidio fino a voler creare una copia identica del suo film. Geniale l’idea di ripetere più volte la stessa identica inquadratura con personaggi diversi, bellissimo il bianco e nero e bellissima la fotografia.

Manifesto della ‘Teoria del paesaggio’, è balzato immediatamente nella classifica dei miei film preferiti, e mi viene quasi da piangere a saperlo inedito, e quindi irreperibile, in Italia. La versione che è stata proiettata era infatti una copia sottotitolata in inglese, con i sottotitoli in italiano proiettati nello schermetto a parte e preparati ad hoc. Si trattava peraltro di una copiaccia, mancante di molti fotogrammi e che si è più volte spezzata durante la proiezione, obbligando ogni volta ad attendere pazientemente che la pellicola fosse giuntata. Il che, da feticista della celluloide quale sono, mi ha esaltato.

Ho finito. Dopo giorni chino sul PC, a richiamare alla memoria quella che è stata un’altra settimana indimenticabile, come ogni volta che vado a Venezia o a Torino (o a Roma, o a Bergamo, ampliamo gli orizzonti!), ho finito!

Il mio personale pagellone, le mie idee, le mie impressioni. Non so se siano tutte imparziali e lucide, è anche possibile che la stanchezza abbia giocato una qualche parte in qualche valutazione particolarmente negativa. E’ possibile che il sesto film dell’ottavo giorno mi sia piaciuto meno di quanto mi sarebbe piaciuto vedendolo un tranquillo pomeriggio a casa. Ma penso di essere stato abbastanza obiettivo e, per quanto non sia il mio lavoro, di aver fatto un buon lavoro.

In vita mia forse non avevo mai scritto tredici cartelle, è un’emozione nuova.

Non so se ho fornito un qualche spunto, non credo neanche che qualcuno abbia avuto la pazienza di essersi ciucciata tutta questa enorme mole di cinefilia, a dire il vero. Se ce l’ha fatta, sappia che ha tutta la mia compassione.

 

  Eutropia, 35 gradi

Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione. Afferma Guy Debord nel ’67 nel suo celebratissimo La società dello spettacolo, testo illuminante che ha stregato una generazione . E occasione per conoscere Enrico Ghezzi e fargli qualche domanda. Superata l’emozione iniziale di trovarsi al cospetto dell’ideatore di Blob e Fuori orario, mi avvicino timidamente:

Guy Debord diceva la televisione è la lingua del capitale, lo condividi?

No, il capitale non ha bisogno di nulla.

Pensi che in futuro le nuove tecnologie o internet possano soppiantare il cinema, la televisione?

In cosa? Di quantità di per sé non mi appassiona. Tutto è sempre molto presente. Il problema è delle forme di distribuzione e di chi le sostiene. Semmai lo costituisce, non lo sostituisce. Il ritorno al vinile, l’alta o la bassa definizione, l’hi fi. Da una parte con internet puoi realizzare quello che è la tv non stop con soluzioni di continuità. La tv ininterrotta. Non vedi più lo spezzettamento, la tv senza confini mentre il cinema, se parliamo del cinema dei film è morto da sempre. Internet è una forma ancor arretrata di quello che è e vuole essere. Mentre l’orizzonte del cinema è il ci siamo.

Berlusconi è Debord realizzato: ovvero lo spettacolo diventato politica o la politica dello spettacolo?

No. (sorride)

L’invenzione del fuori sincrono è ormai assunto come un valore estetico, o è un tuo stato mentale?

Non vedo la differenza tra mi piace ed è uno stato mentale. È uno stato mentale di dissociazione psicotica. Secondo me se appena ci si pensa una persona non può non sentirsi come minimo Jackill e Hyde. È un gioco comodo. L’ho fatto davvero come un gioco comodo: montavamo a diversi chilometri di distanza, telefonavo con una mano e con l’altra montavo Blob. Mi piaceva l’idea di contrappormi alla comunicazione televisiva. È quasi un monologo interiore che diventa esteriore. Certo bisogna fare uno sforzo per capire…

Il neo eletto sindaco di Roma, Alemanno, ha confermato Il Festival del cinema ma limitando la presenza straniera, sei d’accordo con questo atteggiamento protezionista?

Non me ne importa niente. Il festival del cinema è la cosa peggiore degli ultimi vent’anni. Il cinema non ha bisogno di Festival. È un’indispensabile forma mediana di slittamento verso una funzione museale del cinema. La maggior parte sono opere ispirate al cinema o montaggi vari. Ma serve? Ci sono sempre più film da festival, non troppo artistici o liberi, indipendenti. Ora prodotti da festival o per dvd. Un modo inamidato di considerare il cinema.

È importante per te la nostalgia?

La nostalgia… la nostalgia. Bertolucci diceva “ho nostalgia del presente.” Tutto è nostalgia, il cinema è nostalgia del presente. Il cinema è la configurazione sostanziale della nostalgia. Ogni inquadratura… quella finestra, è malinconia. Lo è per tutti.

Con l’ultima domanda mi gioco il tutto e per tutto:

Vuoi sposarmi?

NOOOO!! Sono già sposato.

Che peccato ma come diceva Guy Debord: non tutte le ciambelle riescono col buco.

 


di Geneviève Alberti

Torino, + 27°

 

Was denken Sie uber italienisch Kino? Cosa pensa del cinema italiano?
Nella sala del rettorato dell’Università di Torino, gremita di giornalisti, c’è Wim Wenders. Il regista de Il cielo sopra Berlino, Lisbon Story, The Million dollar Hotel e Buena Vista Social club si volta verso di me e mi risponde: “Ogni cinema è necessario. Il cinema italiano ha una grandissima tradizione” e poi mi glissa con eleganza.

 Qual è il ruolo del regista cinematografico nel mutato ruolo dei media?
Il ruolo del cinema è cambiato. Quando ho cominciato io il ruolo era chiaro: un cinema di regia. Ora i film hanno ottenuto una funzione diversa perché è cambiata la realtà. Ci sono altre professioni che non hanno fatto bene il loro lavoro. Quando ho iniziato il ruolo della chiesa e della politica erano molto importanti nella nostra vita. È cambiato il ruolo del regista.

Lei è un insegnante, oltre che un regista, cosa ritiene importante insegnare ai suoi studenti?
Il mio compito come insegnante è aprire gli occhi alla gente. Gli insegnanti presentano immagini chiuse. Da dieci anni insegno, non Storia e Critica del Cinema ma Cinema Digitale. Non certo perché non mi piace la storia del cinema ma perché la realtà è quella di oggi. Alla fine i ragazzi usciranno e dovranno avere gli strumenti. Non la storia quindi ma il futuro. È un compito non facile. Non esiste il cinema senza la sua storia ma il cinema del futuro è diverso. Devo prepararli all’era del digitale per fare cose che noi non ci sognavamo nemmeno. Ho iniziato come regista a lavorare con gente che aveva lavorato nel muto. Il primo direttore della fotografia veniva dal muto. Sono fortunato perché ho questo bagaglio. Ora lavoro con microcamere che hanno cambiato la storia del cinema. Io desidero aprire gli occhi agli studenti e alla gente.

Quanto pesa l’eredità storica della Germania dal Nazismo alla caduta del Muro di Berlino?
Il mio problema con il mio Paese, la mia Patria, da quando sono cresciuto, è che non capivo. La Germania fingeva di avere 10-15 anni di storia che rifiutava. Era difficile saltare il vuoto della storia. Come fingere che il Nazismo non fosse esistito? Ero il nipote di Fritz Lang ma non avevo padri. Non avevo connessioni col passato. Dovevo riconciliarmi con la Germania di Goethe, di Brecht. C’è voluto tempo per accettare che ero tedesco. La Germania erano due paesi diversi. Quando si unirono non utilizzarono quell’occasione storica per ridefinire la propria identità. La Germania deve riagganciarsi alla storia. Saltiamo una generazione. La Germania prenderà coscienza.

Ci si è chiesti poco del montaggio. Dalle lunghe inquadrature del cielo sopra Berlino è passato a un linguaggio più secco con un montaggio più disteso, meno osservato. Quanto è importante il montaggio?
Il montaggio è tagliare tutto. Ore e ore di girato devono essere condensate in due ore di film. Puoi filmare per due anni e poi ridefinire totalmente ciò che hai scritto e filmato. Dieci montatori diversi con le stesse immagini montano un film diversi. Il montaggio è molto importante. Io agli inizi non ne avevo idea. Io giravo e per me era tutto molto importante. Ma non era montaggio era assemblaggio, un giorno è arrivato da me un giovane molto arrogante, lui aveva 24 anni, io 25 e mi ha detto “Tu non capisci niente di montaggio. Faccio io il montaggio.” Mi sono fidato di lui perché sapeva il fatto suo, ma poi ho scoperto che aveva fatto l’assistente al montaggio. Allora gli risposi, dai fammi vedere” E lui tagliava, tagliava, tagliava e io soffrivo. Da allora è rimasto con me e siamo diventati come gemelli. Non utilizza un metodo. Ognuno ha un suo approccio, deve conoscere ogni singola inquadratura. Si immerge per 12 ore al giorno e conosce tutto. Ogni volta so che lui dentro tutto il materiale trova tutto il film che io avevo nella testa. Abbiamo sempre fatto molte liti. E ha sempre vinto lui.

 Esiste in Germania come in Francia una legge che protegga il cinema?
In Germania come in Italia non esiste una legge protezionista. Il cinema va aiutato, ad esempio nel marketing e nella distribuzione. Non si può mettere il cinema in un acquario come una cosa da salvare. In Germania il cinema è sovvenzionato e ben distribuito. Il cinema non ha bisogno di protezioni ma di progetti.

Usciamo nell’aria fresca di novembre. Splende il cielo sopra Torino.

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