Prima puntata

 Ci sono libri che si leggono tutto d’un fiato e quando arrivi all’ultima pagina ti penti di essere andato così in fretta. Ti sei lasciato totalmente assorbire e quando lo chiudi provi una sorta di vertigine e vorresti ri-catturare le sensazioni che ti hanno accompagnato per tutta la storia. Torni indietro per  ritrovare quell’atmosfera, o il gesto di un personaggio,  una frase, un concetto che già galleggiava in te ma che solo quell’autore è riuscito a fissarlo con grande efficacia. E per questo un po’ lo invidi.

Altri libri sono così noiosi, inutili, banali che quando li hai finiti provi solo sollievo e un gran senso di liberazione. Per un po’ ti resta la percezione di aver sprecato del tempo.

In questo 2010 ho letto la solita montagna di libri ma quelli che mi hanno  lascito qualcosa sono davvero pochi. Senza dubbio Zia Mame, di Patrick Dennis (Adelphi) che ho divorato o sul mio ermo scoglio l’estate scorsa. È spiritoso, originale, completo. Chi non vorrebbe avere una zia come lei? Spensierata, folle, irresponsabile, coinvolgente, eccentrica, divertente. Tra le pagine di Patrick Dennis il tempo vola. La vicenda si dipana dagli Anni Trenta agli Anni Cinquanta. Un ragazzino viene affidato dal padre alla sorella, la zia Mame, sconosciuta e insieme iniziano una serie di mirabolanti avventure. È il percorso di crescita per un ragazzino, sapientemente guidato da un’adulta  anticonformista e  libera. Leggendo  ti chiedi chi, tra zia e nipote,  sia l’adulto e chi il ragazzino. Il romanzo non è una novità editoriale, in quanto fu pubblicato per la prima volta negli States negli anni Cinquanta dopo essere stato rifiutato da ben 19 editori. Ciò la dice lunga sulla lungimiranza della categoria! In Italia fu proposto da Bompiani nel 1958 e ripubblicato da Garzanti negli Anni Settanta. Dal 2009 è nelle librerie, oggi,  grazie ad Adelphi ed in breve tempo è salito al vertice delle classifiche tra i libri più venduti per molte settimane.

L’animale morente di Philip Roth (Einaudi) è un concentrato di saggezza. Non puoi non condividere le riflessioni dell’anziano professore, l’animale morente, (ma è veramente lui l’animale morente?) perché ti si sedimentano dentro. “Il grosso scherzo che ti fa la biologia è che raggiungi l’intimità con una persona prima di sapere qualcosa di lei. Fin dal primo momento, hai capito tutto. (…) e l’attrazione non dev’essere necessariamente la stessa: lei può essere attirata da una cosa, tu da un’altra.” La chimica dell’attrazione non spiega perché ciò che ti attrae oggi di una persona è ciò che ti respinge domani. Philip Roth affonda le dita nella complessità del matrimonio (e dei rapporti umani),  restituendoci un quadro, desolante ma veritiero. È lo  sguardo disincantato di un vecchio, puntato sulle cose, sulla gente. “cos’è questa gente nuova, quando la conosci veramente? È la solita vecchia gente mascherata. Non ha proprio niente di nuovo. È gente.”  L’autore liquida con poche frasi tutta la letteratura, anche cinematografica, a cui tutte prima o poi abbiamo creduto in materia di Principi Azzurri, Uomini Giusti, Metà della Mela eccetera:”la vita ti frustra, (…) e tu diventi una persona molto auto protettiva e finisci per dirti Che vadano all’infermo, (…) è il sentirsi rifiutati così su due piedi (…) è un peccato ma ti passa la voglia.” Qualcuno l’ha etichettato come un libro sulla gelosia perché ne parla, ma è solo una delle chiavi di lettura di questa storia breve. Disilluso, cinico e realista Roth,  fa a pezzi la retorica della famiglia, e di ciò in questo periodo se ne sentiva  un gran bisogno. Si può semplicemente dire che l’autore offre spunti di riflessione sulla vecchiaia? È solo questo? No L’animale morente è molto altro. Provare per credere.

Rossana Campo è un’autrice che compro a scatola chiusa.  Dovesse scrivere un manuale di idraulica lo comprerei e lo leggerei con lo stesso entusiasmo con cui ho letto tutti i suoi romanzi. È stato il commesso della vecchia Feltrinelli di piazza della Nunziata a farmela conoscere, un pomeriggio degli anni ’90, in cui ero in libreria alla ricerca di qualcosa che mi mettesse di buon umore. Da allora non l’ho mai abbandonata. Certo In principio erano le mutande, resta un indiscusso capolavoro, fonte di ispirazione per un’intera generazione di ragazze dalla penna facile. Di lei amo lo stile schietto, i dialoghi veraci, le ambientazioni multietniche ma anche la grande forza evocativa, i personaggi  a tutto tondo. Rossana non è mai banale. Da giugno sugli scaffali ci sono le sue Lezioni di arabo, edite da Feltrinelli come tutti i suoi romanzi precedenti. Questa è una storia a flash back malinconica, cruda, sullo sfondo di una Parigi inevitabilmente multietnica, guardata e descritta da chi non conosce il pregiudizio. La malinconia delle Lezioni ha preso il posto dell’ironia delle  Mutande. Forse non è neanche il migliore, ma Rossana è sempre Rossana. Come una caramella da scartare ad inizio giugno e da assaporare lentamente.

Sullo scaffale dei libri inutili agonizza un autore di cui si fa molto volentieri a meno. Eppure è uno che “vende” e vende perché viene letto. Non so cosa spinga i lettori ad appassionarsi ai suoi libri, né il suo editore a pubblicarlo. Ma tant’è, è un caso editoriale. Sto parlando di Fabio Volo. Per ricordare cosa ho letto devo andare a vedere perché mi è passato addosso come acqua fresca.

Vediamo: Esco a fare due passi, Un posto nel mondo. Il primo mi ha incuriosito perché me ne ha parlato una mia ex compagna di università. E il secondo perché ero dovevo fare un breve viaggio in treno e all’edicola non avevano altro. Per ricordarmi qualcosa devo rileggere la quarta di copertina perché, anche sfogliandolo, non riesco proprio a ricordarmi niente: “cosa succede quando un ragazzo di ventotto anni (…) si mette di fronte ai temi importanti della vita, 1uelli con la T maiuscola? (…)”. All’autore niente, di sicuro. A chi lo legge, uno sbadiglio. Quando sono arrivata all’ultima pagina di Esco a fare due passi e di   Un posto nel mondo mi è venuta fortissima la tentazione di piantare due oleandri in giardino per riequilibrare con gli alberi ingiustamente tagliati. Eppure tanta gente si riconosce nelle banalità da bar che scrive l’autore. E tanti bei manoscritti restano nei cassetti perché sono poco “commerciali.”

Metti una sera a cena. Una famiglia alto borghese, colta, un ristorante elegante. Una conversazione normale su vacanze, film. Perché sono lì? Qual è l’argomento che tentano di evitare? È ciò che ruota intorno alla Cena di Herman Koch (Neri Pozza Editore), considerato la novità editoriale dell’anno.  Una trama originale, ben scandita, con la suspense di un vero thriller che pagina dopo pagina non solo ti cattura ma ti fa venire la pelle d’oca. Il motivo per cui sono a cena è quella di trovare una soluzione a ciò che hanno combinato i figli adolescenti. Prevarrà il senso di giustizia? La protezione che scatta nei confronti dei figli che restano tali anche se hanno commesso il più atroce e “gratuito” dei delitti?

Per ora la chiudiamo qui. Ma sullo scaffale ci sono ancora molti altri libri con cui ho trascorso momenti piacevoli e istruttivi e di cui voglio parlare.

Intervista a Carlo Lizzani, raccolta da Geneviève Alberti il 28 aprile 2010

 

In occasione della mia tesi di laurea “La Resistenza tra storia e memoria“, i cui relatori erano il Prof. Fabio Caffarena e il Prof. Saverio Zumbo, sono andata a Roma e ho avuto il privilegio di intervistare Carlo Lizzani, ricavandone un’esperienza straordinaria sia dal punto di vista culturale che umano. E’  proprio vero il detto “quando uno è grande non se la tira” . Questa intervista è stata proposta anche dal sito:

     http://www.filmdoc.it/?s=carlo+lizzani

 

Ancora oggi il 25 aprile divide, è di due giorni fa il triste spettacolo a cui abbiamo assistito proprio qui a Roma, lanci di uova e ortaggi alla neo eletta Presidente della Regione Lazio Renata Polverini da parte di frange di estrema sinistra. E’  possibile scrivere una storia condivisa o almeno festeggiare un 25 aprile senza incidenti?

Trovo infantile la reazione di alcuni estremisti della sinistra che non capiscono che invece è una nostra conquista,  dell’egemonia culturale della sinistra,  il fatto di aver comunque piegato e obbligato personaggi, tradizionalmente ostili alla Resistenza, diffidenti, o lontani, a  celebrarla e  considerarla finalmente   un passo decisivo della storia italiana. Non c’è argomento che tenga. C’è chi dice che  i partigiani  erano pochi e   la liberazione  dovuta agli americani. Per dirla platealmente,  fossero stati anche pochi o pochissimi abbiamo salvato la faccia. Abbiamo ottenuto il fatto di essere trattati in maniera diversa dai tedeschi e di  essere considerati ufficialmente come parte delle democrazie vincenti. Dopo la caduta del fascismo la creazione di un piccolo esercito partigiano   ha  dato all’Italia un volto nuovo. Quindi è stato stupido per decenni, da parte della destra,  non calcolare che questo giovava a tutta l’Italia, questo status   ottenuto grazie alla Resistenza.

La Costituzione stessa è scaturita da un lavoro collettivo…

Certo, la Costituzione  è stata il frutto della Resistenza.  Chi demoliva  o denigrava la Resistenza, dicendo che il merito era tutto degli  americani, non si rendeva conto del suo  significato più profondo. Quei pochi avevano dato all’Italia un volto nuovo con cui presentarsi al tavolo della pace. Questo si è verificato. Quindi finalmente è una conquista costringere politici e conservatori, oggi, a celebrare il 25 aprile. Consideriamolo una vittoria. Li abbiamo costretti. È puerile e assolutamente lontano da noi, che abbiamo fatto la Resistenza, questo volersela prendere con i politici. È importante anche aver ottenuto un grazie alla Resistenza.

Perché ha scelto l’esperienza della Resistenza genovese?

 

E’  stato un incontro tra chi faceva parte, come aiuto regista o sceneggiatore,  di quel cinema neorealista che aveva ancora tanti oppositori  nei ceti conservatori del nostro paese, con una serie di giovani operatori culturali e critici che a Milano, Torino, Genova avevano come punto di forza la diffusione del buon cinema.

Attraverso la formula del cineclub diventarono i pilastri di quel nuovo cinema italiano che nelle sfere ufficiali aveva suscitato tanti malumori. Era il periodo in cui si diceva che i panni sporchi si lavano in casa. Basta con queste immagini di miseria, di chi si trova in difficoltà. Ma come son passati 5 anni dalla fine della guerra e ancora un film sulla Resistenza? Insomma basta c’è stata Roma città aperta , Paisà.

Allora ci fu chi pensava  che la Resistenza fosse ancora una miniera di idee e che fosse utile capire quell’esperienza anche a livello sociale. Fu  importante l’ incontro  tra chi pensava in questo modo e le opposte culture che c’erano in tutta Italia. Una figura indubbiamente coraggiosa fu “Giuliani”, Gaetano Denegri, “Giuliani” era il nome di battaglia, molto valido, si firmava “Giuliani” col cognome Denegri.

Di lui parla lo storico Manlio Calegari, nel suo libro La sega di Hitler lo definisce uno “con il pallino del cinema” che faceva parte del gruppo degli Studenti con il leggendario Buranello, e nel film c”è lo “Studente” che dialoga col diplomatico .

Sì, poi “Giuliani” diventò un produttore professionista, in Achtung! Banditi! non aveva partecipato solo alla sceneggiatura. Fu proprio il motore della formula della Cooperativa affiancato da Dagnino, la cui vedova oggi è ancora viva. E da altri giovani genovesi che videro con entusiasmo non solo l’idea di celebrare la Resistenza ma anche quella di promuovere in altre città, il Neorealismo. Memorabile, ad esempio, fu la proiezione a Milano di Ladri di biciclette, organizzata da Ugo Casiraghi all’Odeon, una sala che aveva duemila posti. De Sica aveva le lacrime agli occhi perché  vedeva apprezzamento per il suo film che fu osteggiato. Non era andato male, ma neanche benissimo. Esplose all’estero. Lode dunque a quegli operatori culturali che avevano avuto l’intuizione delle potenzialità di film che poi presero Oscar e premi di tutti i tipi.

Raccoglieste proprio i soldi in città.

Sì, intanto per lanciarla  si organizzò una manifestazione a carattere nazionale cioè facendo venire a Genova alcuni nomi famosi del cinema, nomi popolari in tutta Italia non solo a Genova,  che aderirono alla manifestazione con molta generosità.

Una generosità che allora univa un po’ tutti, non solo nel cinema. C’era una sinergia tra pittura, cinema, letteratura.  A  Genova vennero tutti invitati per il lancio della Cooperativa: Carla Dal Poggio, Massimo Girotti, Lattuada, Giuseppe De Santis che era stato il mio Maestro. Poi alla successiva manifestazione venne Visconti dopo la proiezione de La Terra trema, un film difficile in dialetto siciliano e Visconti ebbe la soddisfazione di vederlo capito e implicitamente unì  il gradimento per il suo film all’invito a sottoscrivere per questa Cooperativa che avrebbe finanziato un  film sulla Resistenza, realizzato da un giovane amico.  Anche lui ribadì, come aveva fatto De Santis, che ero, a loro parere,  maturo per fare un film. A questa iniziativa aderirono anche attori che poi non ebbero ruoli in Achtung! Banditi! nel film ma che generosamente e senza impegno si prodigarono.

I finanziamenti, certamente, arrivarono anche  a carattere individuale ma non saremmo mai arrivati a raccogliere una cifra di una certa consistenza se non fossero state coinvolte proprio come organismi, con i loro fondi di cassa, alcune Cooperative. I portuali, i tranvieri, cioè gruppi già strutturati che poterono dare un contributo per raccogliere tanto quanto era necessario. Altrimenti ci sarebbero voluti dei mesi se si fossero raccolti uomo per uomo, donna per donna. Le associazioni di categoria  presero  decisioni al loro interno, nei  loro direttivi e trovarono giusto finanziare o aiutare il finanziamento di questo film. Poi intervenne la  stessa Lega delle Cooperative con un contributo che venne dalla  prevendita in alcuni paesi dell’Est dove il nostro cinema andava per la maggiore. Arrivarono una trentina di milioni sui 120 che ne servivano. La Lega Coop a sua volta anticipò la somma  con la sicurezza di poter distribuire il film in Cecoslovacchia, in Ungheria, nei paesi insomma dove  aveva molti scambi. Questa fu la storia effettiva della Cooperativa: un insieme di forze collettive. Anche i tranvieri contribuirono. Per questa  ragione  inserimmo nel film la  scena in cui un tranviere è costretto, nonostante lo sciopero, a guidare il tram. Aveva un fucile puntato e quindi fu visto come vittima e protagonista della Resistenza. Scrivemmo questa scena come omaggio proprio perché la Cooperativa dei tranvieri aveva partecipato alla sottoscrizione. Proprio secondo le regole classiche della committenza, come i nobili che finanziavano le grandi opere, anche noi ci giovammo di una committenza organizzata. Anche noi abbiamo obbedito a questa regola, ricavandone, proprio per le abilità degli sceneggiatori, una scena che fu omaggio a chi aveva contribuito a finanziare il film.

 

Pensa che oggi sarebbe attuale  ripetere l’esperienza di una cooperativa che finanzi un film?

Ma io non credo perché c’è uno scollamento tra pubblico e creazione cinematografica. Sì c’è ancora interesse, ci sono film italiani che ottengono successo.   Pensare però  che si possa  coagulare in un’iniziativa strati della popolazione oppure gruppi e organizzare una sottoscrizione, lo trovo molto difficile. La gente si è abituata, anche grazie alla televisione,  a ottenere il regalo, il  divertimento.  È lontanissima l’idea. Inoltre erano tempi di ristrettezze che venivano ancora dalla Resistenza, si aveva la voglia di rinnovare il paese. C’era un bagno di forze ancora in fermento. Il dibattito politico è  da sempre interessato allo  scollamento col  territorio. Quello della sottoscrizione fu un  fenomeno che poteva emergere allora in un territorio   in cui i legami tra popolazione e mondo sindacale, e delle cooperative, erano molto forti. La politica era il collante di tutto questo.  Oggi non è più così.  Questo collegamento non c’è più. È la politica stessa a dirlo.

Poi sì è vero che il cinema italiano aveva delle difficoltà ma aveva un incredibile successo all’estero. Certi titoli, certi nomi! Ho vissuto con Rossellini la stagione del ’47-’48. Eravamo insieme a  Parigi, dove si preparava il film (Germania, anno zero).   Riceveva telegrammi che lo invitavano ad andare a Hollywood. Eravamo sulla cresta dell’onda, facevamo notizia. Oggi  un buon film italiano non fa notizia, può anche vincere il Festival di Cannes, ma non determina una svolta nell’opinione pubblica per cui si accende improvvisamente un fuoco di simpatia popolare. Arriva la notizia: quel film ha vinto L’Oscar. Ma non sono fenomeni nuovi per il cinema italiano tali da mobilitare le masse. Il cinema allora era ancora il protagonista del tempo libero. C’era lo sport, il cinema. Una volta si vendevano 800 mila biglietti l’anno, adesso se ne vendono 100 mila. Il cinema non è più il protagonista di una rivoluzione culturale. Non può più proporsi come protagonista.

Ecco, com’era accolto il cinema neorealista nelle sale, dal pubblico. Per esempio mio papà che era del ’26 amava molto i film di Rossellini, De Sica,  Visconti, ma era anche avido di cinema americano, dopo vent’anni di regime fascista. Mia nonna che era del 1909 diceva se devo andare al cinema a vedere della miseria allora me ne sto a casa mia!

(il Maestro sorride!)

Ma certo era chiaro che il cinema era considerato divertimento, distrazione, coinvolgimento. Dovevano esserci film di guerra con i buoni, i cattivi. Ci doveva essere un intreccio appassionante, una star seducente. Il cinema neorealista appassionò. Fu una sorpresa il successo di Roma città aperta, però  Paisà già era più scarno e aveva meno di quegli elementi forti, quasi di tipo romanzesco,  che aveva in sé Roma città aperta.  Paisà  ebbe un successo limitato come Sciuscià, la storia di questi poveri ragazzini. La stessa sorte toccò a Ladri di biciclette. Il favore del pubblico italiano arrivò  per risonanza, dopo il grande successo internazionale.

Poi c’erano film che comunque riecheggiavano il linguaggio neorealista e che  seppero offrire al pubblico momenti di fantasia, riscuotendo un certo successo.

Per esempio fummo sorpresi dal consenso che Achtung! Banditi! ottenne in moltissime regioni del Sud. Forse all’inizio pensarono che si trattasse di un film di banditi. Ma si sarebbe sparsa la voce che così non era. Invece il film ebbe un notevole incasso e appunto,  quello che ci sorprese,  fu molto nel sud dell’Italia,  dove davamo per scontato che non sarebbe andato bene. C’era anche qualche battuta, un personaggio poteva anche essere divertente, per esempio il diplomatico.

Sì ecco il personaggio del diplomatico rappresenta nel film quello sfascio istituzionale dell’Italia immediatamente dopo il 25 luglio, fa ridere quando si definisce un”diplomatico” e il partigiano ironicamente gli chiede “Sì e di quale governo?” anche il fatto che  la signora Aurora non sia sposata è un altro modo efficace di raccontare “per sintesi” la situazione politica di quel periodo. Una certa critica uscita a botta calda, nel ’51, La rimprovera per la giovane età di allora, di aver lasciato nel tessuto narrativo qualche incompletezza o personaggi che non hanno direttamente a che fare con la storia come appunto il caso della signora Anita la finta moglie del diplomatico. La scena in cui porta i sonniferi al partigiano e si sente rispondere “Ma non sono per me, li prenda Lei  che così almeno la smette di andare avanti e indietro” è molto divertente e serve anche a sdrammatizzare…

Infatti noi volemmo nel film, come avevamo già fatto con De Santis, dare  l’idea di una pluralità di condizioni sociali dell’Italia di allora. Così  in Achtung! Banditi! volevamo rappresentare  la signora, i contadini, in montagna. Molto importante fu la centralità della fabbrica. La fabbrica, il lavoro come valore.

Più passano gli anni e più lo sottolineo.  Inoltre  la fabbrica è stata poco rappresentata nel cinema. Si contano sulle dita di una mano, soprattutto  se si pensa ai fiumi di inchiostro, ai libri, agli studi sulla classe operaia, il proletariato. Ma  nel cinema poi la fabbrica appare  poco…  I Compagni di Monicelli…

Giovanna …

Sì certo ma sono 5-6 film. Devo dire che l’immagine della fabbrica c’è poco. Un po’ anche nel cinema in generale, sia nel cinema francese che in quello inglese, e  americano. È raro. Resta memorabile Tempi moderni.

Ruttman..

Acciaio, però sono pochi i film. È una tematica che dà l’idea non tanto di povertà ma di una vita monotona. Non è un caso che in Achtung! Banditi! la fabbrica sia teatro di un’azione clandestina, quindi diventa seducente.  Significativo  è quello che si fa vedere cioè il salvataggio del nostro patrimonio. Un tentativo che  non   riuscì in tutta Italia ma almeno fu importante difendere quei beni che una volta portati all’estero avrebbero depauperato il nostro paese, soprattutto al nord. Lo smontaggio dei macchinari avrebbe reso più  difficile la ripresa nel dopo guerra. Quindi c’è anche questo valore della Resistenza come difesa della sopravvivenza economica del paese, la lungimiranza di questo pensiero. Non solo l’azione attiva, difendersi dall’essere deportati.

Perché il film fu doppiato? Non va un po’ contro l’estetica neorealista?

Eh!! perché allora tutti i film lo erano! Era un retaggio del cinema classico: il doppiaggio e la musica, sempre troppo eccessiva. Se c’è una cosa che è invecchiata è proprio il doppiaggio. C’erano attori come Maggiorani, non professionista, come sarebbe venuto? E poi Mastroianni su cui avevamo dei dubbi perché era romano e   come avrebbe fatto il toscano?  Ma poi se la cavò benissimo.  E la Lollobrigida era un’esordiente, Giuliano Montaldo. Certo che può dare fastidio anche perché poi ci sono voci conosciute che si associano a divi americani…

Sì un partigiano della Valpolcevera con la voce di Cary  Grant!

Avremmo dovuto fare un doppiaggio magari con delle voci un po’ più nuove. Questo sì. ma poi però lo ritroviamo anche nei film di Rossellini. Facciamo la Terra trema oppure si doppia. Era un retaggio del cinema classico, doppiaggio e molta musica che non  sapemmo scrollarci di dosso, noi neorealisti. Una via media non esisteva. Però era il sogno di tutti, fare un film parlato in genovese.

 

Quale fu il vostro rapporto di registi, intellettuali con il Partito Comunista? Vi sentivate condizionati?

No,  io ho scritto sul “Corriere della Sera”  un lungo articolo in cui riprendo questo fatto dell’egemonia culturale della sinistra che ci fu anche regalata. Uscì  un famoso articolo nel ’53 in cui si disse che il cinema italiano era influenzato: Visconti, De Santis, Monicelli, Lizzani venivano attribuiti al Pci, invece per esempio Monicelli era socialista e anticomunista; tra i fiancheggiatori venivano annoverati: Lattuada, Zampa, Rossellini, De Sica. Tutti artisti che in realtà nella loro vita privata erano se,  non dei conservatori, dei tranquilli borghesi, che però impegnati com’erano nel cinema diventavano  oggetti eversivi. Questo è un fenomeno che nella storia dell’arte si è verificato migliaia di volte basti pensare a  Balzac, o ad Agostino Belli che nella vita e non nell’arte, erano dei conformisti.

In questo fu cieca la destra, cieca e stupida, perché non seppe raccogliere quei fermenti, né suggerire temi portando dalla sua parte  gli stessi valori.

Chi era di sinistra ma anche chi non lo era, vedeva la sua opera valorizzata, difesa.

Sia la stampa, sia il Pci non facevano censure sui nostri film. Il Partito  non criticava anche se non si  rispondeva ai dettami di un’estetica, li appoggiava. Poi però tra le righe si poteva dire se quel tale film di De Sica … Potevano esserci, sì, delle osservazioni ma non hanno mai costituito elementi di timore, o di sorveglianza.

 

Togliatti però non mandò avanti l’esperienza della Cooperativa Spettaori-produttori?

Sì è vero, come racconto nel mio ultimo libro  l’opinione politica fu questa: non è che Togliatti fosse ostile alla Cooperativa ma in virtù dell’egemonia culturale che ci era stata regalata, lui pensava che fosse settario chiudersi in un certo tipo di produzione. Era anche una questione di  costi. Sapeva quanto fosse dura per le produzioni cinematografiche. La Terra trema, film bellissimo, era stato un fallimento economico. Poi c’era il giornale, la casa editrice. Da lui ci aspettavamo non un aiuto diretto, ma che influenzasse la Lega delle cooperative a continuare l’esperienza. Ma Togliatti preferì di no e vista la forza e il prestigio che avevamo ci spinse a navigare in mare aperto.

Nel libro afferma: “Il cinema è sintesi e immagini” e infatti Achtung! Banditi! ancora riesce a catalizzare interesse proprio perché è riuscito a toccare molte delle caratteristiche della Resistenza dalle donne, alla lotta clandestina in città, alla variegata composizione delle bande, gli studenti, l’occupazione della fabbrica e  oltretutto senza mai essere retorico. C’è la scena delle donne che attraversano il greto del fiume che riesce ad essere molto evocativa senza però scadere nella retorica.

Sì, riuscimmo a toccare molti aspetti forse grazie al retroterra culturale che bisogna ricordare è stato forte. Noi avevamo una conoscenza profonda del cinema classico perché al Centro Sperimentale si potevano vedere tutti i film, da quelli  sovietici, all’espressionismo tedesco. Avevamo una cultura cinematografica solida e sapevamo bene cosa significava questo squarcio. Poi coniugammo in modo nuovo,  tanto da portarmi sempre di più nei miei studi a dire che si trattò di una rivoluzione formale oltre che di contenuti. Unimmo questa voglia di scoprire l’Italia con un linguaggio, una grammatica e una sintassi nuove. Questo fu il propellente che ci lanciò nel mondo il Neorealismo. Non solo i contenuti, ma anche il modo.

Sono passato sulla struttura del fotogramma:  l’azione in primo piano è sempre sullo sfondo o in contraddizione o in dialettica. I movimenti esterni, che siano o meno pittoreschi, permettono la coralità. Ossia il rapporto tra individuo e coro. L’importanza del  piano sequenza.

Altro elemento importante è la confusione dei generi: cos’è un film di guerra? Con i soldati da una parte e dall’altra. In Roma città aperta, Paisà, la maturità è questa, cioè la capacità di intrecciare  tipi diversi di genere. Film di guerra che diventa anche film psicologico e di eventi rivoluzionari. Qui c’è guerra, rivoluzione al tempo stesso, quindi una confusione di generi, un uso dell’esterno che crea contrappunto di piani.

Un altro aspetto significativo e innovativo della stagione neorealista fu la   sceneggiatura corale, mi incuriosisce , come procedevate?

Anche questo veniva dal gusto e dal piacere di una complicità per la creazione di film che si sapeva, erano nuovi, difficili. Film che continuavano a porre problemi e  nonostante la conoscenza del cinema classico,  continuavano a porsi. Tutte le sceneggiature dei film  di quel periodo furono fatte in collaborazione.

Spesso si chiamava a collaborare uno scrittore. Nel caso di Achtung! Banditi!  non fu uno scrittore ma  ex partigiani come “Giuliani”, Dagnino che avevano già ambizioni artistiche, Sonego, Pirro. Devo dire che poi in pratica erano soltanto due  a scrivere il film ma ciò avveniva solo dopo  lunghi dibattiti con i protagonisti in cui era forte  la volontà di raccontare in maniera nuova.

Lei era a scuola con Carla Capponi,[1] (nota)mi racconta di lei?

Era una giovane signorina con il grembiule nero come si usava allora ,  di famiglia alto borghese che ci invitava a casa sua a prendere il te coi pasticcini, nella sua bellissima casa che guardava verso la Colonna Traiana. C’erano   Marisa Rodano, Vittoria Ottolenghi che era ebrea e dal ’38 non era più a scuola con noi ma con cui avevamo mantenuto un rapporto di amicizia. Ecco Carla aveva avuto questo trapasso incredibile. A Roma,  proprio per la scarsezza di classe operaia,  emersero nomi che sarebbero diventati risonanti come politici di rilievo.

Ma erano comunque tutti giovani borghesi, come alcuni  professori, tutti di origine borghese. 

 

Perché secondo Lei?

Proprio perché il fascismo, con  l’ambiguità del suo linguaggio, che parlava di rivoluzione, e che vedeva la borghesia come nemico,  portò molti che erano curiosi,  a riflessioni più profonde, ad andare  più alla radice di questo linguaggio quindi a vederne le origini nel socialismo, nel marxismo.

Ciò portò alla considerazione che la borghesia era un costume che rappresentava il passato. Ci fu indifferenza anche verso la rivoluzione dell’arte. La parola rivoluzione era affascinante per i giovani. Si scopriva Labriola, Marx, poi il Capitale. Il fascismo paradossalmente ci aprì gli occhi, spingendoci ad andare più a fondo.

Rivoluzione”? Cos’è? “Borghesia”? Cos’è? Noi andavamo a vedere,  a studiare, cos’era  il capitalismo. Nel linguaggio fascista c’era l’anticapitalismo. Tutte parole d’ordine con cui il fascismo si è fregato. Ci ha indotto ad indagare su questi temi e a riflettere. 

 

Ecco come definirebbe la Resistenza: una guerra civile? Una guerra di classe? Una guerra patriottica?

Ma io propendo per la guerra patriottica nel senso non retorico. Fu una guerra per una patria che potesse essere parte della comunità internazionale democratica. In Italia non fu intesa  come cieco nazionalismo, ma come costruzione di un paese nuovo. Anche in questo caso togliere la parola “patria” al fascismo e utilizzarla invece come “Casa della Democrazia”. Ci sono anche gli  aspetti di una  guerra civile però il fatto predominante fu il cambiamento di schieramento che ci assolse da vent’anni di fascismo, almeno in parte, dalle nazioni vincitrici.

Infatti almeno all’inizio non c’era consapevolezza di classe, il fascismo aveva spazzato via tutto.

Sì certo, non c’era. Sì le formazioni comuniste o certi leader comunisti certamente introducevano questo elemento, ma erano sempre intrecciate con le altre forze. Poi lo fu in altri momenti, nel dopoguerra con qualche vendetta o balzo in avanti considerato come rivoluzionario, ma il partito ufficialmente non lo sostenne.

 


[1]    Carla Capponi, Medaglia d’oro al Valor militare, organizzò e partecipò all’attentato di via Rasella

Interview To Miss Saru director of ROCNY 

 by Geneviève Alberti, from New York City

 

To be a true newyorker you need a coffee in your hand and music in your ears and many many wish to work. So I have music now, I have my coffee purchased in Sturbucks but I’m not a workaholic and I have not any job in New York. But with a little imagination I’m a journalist and I’m here to interview Miss Saru, the Director of ROC, the Restaurant of Opportunities Center of New York. I have a meeting today, at midday, with her in Houston Street, corner Franklin but I have no idea where is this place, so asking many times to many patients newyorkers, through the Village (my favorite) and SoHo I arrive in TriBeCa and I find her building. At last I feel me at home: there are posters with Che Guevara and against racism and Bush’s politics. She starts to tell me the story of Colors.

9/11  73 people died in the Restaurants during the attacks. 300 workers lost their jobs from the same restaurant, so the union inside the restaurant called me to start an organization to help the workers who have losted their job.”

 

How did you help them?

We began to help the workers to find a new job, but we realized that there were no goods jobs in the restaurant industry because most restaurants workers were immigrants and owners exploited them, so they don’t pay the minimum wage they still the workers tips. There were sexual harassment and discriminations.”

 

Why did you start with the Roc Nyc Organization?

“We started the Organization Roc Nyc to fight for the rights of immigrants restaurant workers and we created “Colors” to be a model for the restaurant industry to show to the other owners that you can pay your workers well and treat them well and still make a profit.”

 

What is Colors?

“Colors is a Cooperative with 50 workers almost immigrants and they each have an equal share in the business. They come from 24 different countries. The menu is created by each worker bringing a dish from their country and so the chef can create a global menu.”

 Well. If you are in New York City is a must to come to eat in this Restaurant even the breathe a global air. When global is a good word.

 Geneviève Alberti from New York City.

 http://www.rocny.org/

http://www.opentable.com/colors

http://www.colors-newyork.com/heaven.html

http://maps.google.com/?hl=en&ie=UTF-8&oe=UTF-8&q=417+Lafayette+St,New+York,NY,10003

 

Tempo di bilanci.  Un caldo tardivo mi appiccica i vestiti alla pelle. Le strade sono ancora intasate di turisti che scorazzano per una settimana low cost tutto compreso intasando i centri storici,  creando ingorghi e andando in loop nelle rotonde. In Via Cascione impazza la Notte Bianca. Troppi imperiesi concentrati in troppo poco spazio. Io sto a casa. Faccio un bilancio. Cinque anni che non bevo. 5 anni che non tocco un goccio. Vantaggio della sobrietà. Lunga astinenza.  Lunghe astinenze.

Più o meno un anno fa ho deciso di attivarmi seriamente per mettere su questo blog. L’’idea era quella di creare un territorio di scrittura collettiva, insomma metter in piedi virtualmente un luogo, dove ognuno potesse esprimersi in totale libertà. I primi ad aderire sono stati i primi ad andarsene. Di collettivo non c’è stato nulla. Forse non sono stata abbastanza convincente, forse i collaboratori dell’armiamoci e partite si sono scoraggiati e hanno mollato ancora prima di mettersi in viaggio. Non che mi aspettassi un granché, con gli anni ho capito che meno aspettative ti crei e meno resti deluso, soprattutto quando le aspettative sono legate agli altri. La variabile umana è ciò che nessuna scienza più o meno esatta riesce a spiegare. Filosofia. Psicologia. Pedagogia. L’animo umano resta insondabile. E per fortuna perché a volte quando riesci  a sondare ti rendi conto che era meglio non farlo. Sono reduce da infinite delusioni, nonostante la veneranda età non ho ancora capito che dagli altri è meglio non aspettarsi niente. Mio padre mi diceva sempre “dagli amici mi guardi dio che dai compagni mi guardo io.” Le cose non sono affatto cambiate. Anzi.

Così ho ripiegato su un blog personale, come fanno tanti. La tua vetrinetta dove cerchi di apparire al meglio per appagare il tuo narcisismo inespresso. Meglio soli che male accompagnati, diceva mia nonna che era più saggia di un monaco zen. Eppure nonostante questa saggia decisione il blog ha stentato a partire. Che farne? Per un po’ ho messo roba vecchia, qualche sano riciclo, ho scorte inesauribili. Ma poi, anche vista la scarsità delle visite e la totale assenza di commenti mi son resa conto che era una vetrinetta che non esponeva niente e anche  quel poco non destava interesse alcuno. Del resto con la marea di dati, informazioni, blog parole scritte, parole parlate dalla radio dalla tv dai giornale, non mi stupisco per niente.

Ora mi chiedo se valga la pena continuare con questo minimo sforzo.

In un anno cambiano tante cose. Mi sono laureata ed è stato un giorno bellissimo, solenne che mi ha dato grandi soddisfazioni ma che ha anche inevitabilmente segnato la fine di un impegno costante, gravoso e mi ha permesso di raggiungere l’agognata libertà. Finalmente mi riprendo il mio tempo, mi son detta. Ma tempo per fare che??

Per viaggiare, vedere posti nuovi, confrontarsi con nuove realtà, fare incontri, concentrarsi sul lavoro o sulla ricerca del lavoro, riprendere vecchie amicizie.

Niente di tutto ciò.

Viaggiare se non hai denaro è impossibile. Se non hai il becco di un quattrino va già bene se riesci a stendere un asciugamano sul molo di scogli davanti a casa. Il che rispetto ad un abitante di Voghera, nella mia stessa condizione economica, è meglio perché non sei ad accalcarti nella piscina comunale.

Dopo un po’ ne hai le balle piene anche dello scoglio, sei stufo di sentire la gente dire  che gli immigrati ci portano via il lavoro o la vecchia leggenda metropolitana che gli zingari rubano i nostri bambini. Di solito quando smentisci questa affermazione e citi “Non chiamarmi zingaro” di Pino Petruzzelli, un attore e regista teatrale che ha trascorso ben cinque anni nei vari campo nomadi, e che queste pseudo leggende metropolitane celano solo uno strisciante (??) razzismo, c’è subito pronto qualcuno che rivela  che “mia sorella … nel supermercato tal dei tali …” . Il supermercato è diverso di volta in volta, la costante invece è la modalità con cui la zingara rapisce il bambino: lo chiude nel bagno, gli cambia i vestiti e lo rapa a zero. E di solito quando il razzista racconta, l’episodio è appena successo “l’altro giorno mia sorella al Giesse…, alla Coop, al Conad …”

Confrontarsi con nuove realtà restando nella propria limitata e asfittica provincia è impresa ardua se non impossibile. Alla parola nuova i miei quasi concittadino se la danno a gambe levate. Sono ancora contrari alla pentola a pressione, per citare una vecchia gag di Massimo Boldi. E in effetti questa città sembra paralizzata, congelata rispetto a tutto il resto del mondo. Non è il male che sconta la provincia, perché e lo posso assicurare, qua è diverso.

La mia  disgrazia è che qui io sono costretta a viverci. È asfissiante, claustrofobico.  “c’è un bel clima” ti senti dire. È vero, c’è un bel clima. C’è solo quello. Peccato che a me del clima non me ne freghi un cazzo, se fa freddo mi copro se fa caldo sto vicino al ventilatore. Tutto il resto manca. Se ti si rompe un pezzo del vaporetto la prima cosa che ti senti dire è “devo ordinare il pezzo di ricambio”. Il pezzo di ricambio di solito arriva da Sanremo che dista 20 chilometri eppure ad arrivare ci mette più di dieci giorni. Lo stesso vale per i libri. Vai in libreria e chiedi un romanzo di Philip Roth, uscito nel 2009 e pubblicato da Einaudi, non è che vai a chiedere un codice miniato del XII secolo. La differenza col pezzo del vaporetto è che un libro, pur essendo di dimensioni più ridotte, ad arrivare ci mette 40 giorni. Due mesi il manuale di Semiotica, un mese e mezzo quello di storia e critica del cinema. Fa lo stesso. C’è la biblioteca poi quando il libro arriva … sei già laureato.

Fare incontri. In questa città di tre metri per tre con 49 mila abitanti non fare incontri è praticamente impossibile. Esci e incontri tutti. E immancabilmente tutti ti pongono la stessa domanda: “Lavori?”, così ti senti anche un fallito perché alla tua età non hai un lavoro fisso. Mai che una volta puoi farti i cazzi tuoi senza doverti fermare ogni 5 minuti a parlare con gente di argomenti di cui non ti frega un cazzo e che di solito sono una sequela di domande: cosa fai dove sei lavori dove. Il tutto preceduto da un “Ti ho visto” oppure “Ho visto tuo marito”. Uno che viene da fuori è disorientato da un’espressione del genere ma qui è molto in uso. Le prime volte che mi dicevano “ti ho visto” mi mettevo sul chi va là. Si ha sempre qualcosa da nascondere e la semplice frase “Ti ho visto” può mettere in allarme. Ti ho visto dove? Con chi? Cosa stavi facendo? Allora approfondivo ma dove mi hai visto? Eri ferma al semaforo. E subito pensavo. Ma le mani, le mani dove le avevo??

Quel senso di libero e  spensierato anonimato che si gusta nelle grandi città qui non c’è. Non che io abbia qualcosa da nascondere, di grave, ma qualche volta mi piacerebbe fare due passi senza dover dettagliare a tutti informazioni di cui peraltro non frega un cazzo a nessuno.

Cercare lavoro. E qui l’argomento è talmente spinoso che mi è già passata la voglia di scriverne. Qui lavoro non ce n’è. O meglio qui il lavoro c’è per i figli del vescovo i nipotini di… che pare siano tantissimi. Quando leggo il curriculum vitae mi viene uno scoramento tale che la voglia di cercare un altro lavoro mi passa all’istante. Ma quando mi presento davanti a qualche impiegato del collocamento la prima domanda che mi fanno è che lavoro cerchi. La risposta “qualsiasi” non è ammessa. Devi specificare. Allora rispondo “guarda il mio CV e scoprirai perché quando dico qualsiasi intendo qualsiasi.” L’operaia, la standista, l’impiegata, l’educatrice, la barista, la commessa, l’educatrice nelle comunità (due), il direttore. Ho avuto tutti i tipi di contratto. Co.co.co, co.co.pro. a collaborazione occasionale, da interinale, da socio lavoratore, a tempo indeterminato, determinato, full time, part time verticale, orizzontale. Tra un po’ ci finisco io orizzontale.

Ho rinunciato. Ad un certo punto ho anche rinunciato. Non mi ricordo bene quando ma ho rinunciato. Ero stufa di rifiuti.

Qua vige solo la raccomandazione. Di destra. Di sinistra. Da parte di sindacati, padrini …

Il concetto di meritocrazia non esiste, in compenso è molto ben radicato quello di famiglia. Vale ovviamente la famiglia allargata agli amici di famiglia. Sì lo so che questo ricorda il Padrino, ma se lo scrivi magari ti becchi anche una denuncia. Ho lavorato per due anni in un ente pubblico di diritto autonomo. Il primo anno non mi hanno mai pagata. Il contratto dipendeva da una Cooperativa di Genova, una Cooperativa di consulenti i famosi consulenti dai lunghi coltelli, le scarpe a forma di bara, due o tre cellulari che squillano tutti contemporaneamente e che hanno insegnato a questi quattro  brocchi e bottegai di provincia come prendersi tutto e non lasciare niente a nessuno, ammesso che non lo sapessero già fare.  Stare in un posto di lavoro (pubblico) e non essere pagato non è granché piacevole. Vedere i tuoi colleghi che vivacchiano tra un permesso, un caffè lungo, face book, google e che alla fine prendono la busta e tu che fai le fotocopie pulisci i vetri posteggi la macchina e alla fine del mese non vedi un soldo alla lunga è scoraggiante. Ma io ho resistito perché se volevano mandarmi via me l’avrebbero dovuto dire bello chiaro.  E sono rimasta. La cooperativa mi ha liquidato. L’anno successivo mi hanno ripresa, perché sono stati obbligati:anche io ho avuto la mia prima e unica raccomandazione, ma mi hanno tolto il lavoro. Entravo in ufficio, mi sedevo alla mia postazione e non avevo niente da fare. Però alla fine del mese prendevo un bell’assegno. Dopo un anno han lasciato a casa me e hanno assunto tutti e due i nipotini del capo. Strano eh??

Scorrendo ancora il mio  Cv potrei raccontare di ogni singola azienda.

Ultimo in ordine di fregatura è uno che credevo fosse mio amico. Un compagno e un amico. Doppia inculata. Uno che conosce benissimo la mia situazione economica e le mie capacità.  Mi vede tutte le mattine arrancare nel portafoglio alla ricerca del centesimo perduto per fare 90 e bermi un caffè. Uno che si fa bello e mi dice che legge solo L’Unità. 2sono di sinistra io, eh, eh. Leggo l’Unità, vado al cineforum …” come se ciò bastasse a renderlo  una brava persona.   Dopo avermi detto che nella sua “azienda” (il termine azienda in effetti è un po’ azzardato nel suo caso, non produce niente, si becca dei finanziamenti dallo stato per gestire due minuscole comunità) non c’era posto per ora e che io comunque  non avevo la “qualifica”, ha assunto una senza qualifica ma con la raccomandazione della cgil. Gli ho risposto che la mia laurea vale più di una qualifica e lui ha finto di cadere dalle nuvole e di non sapere che nel frattempo mi ero laureata. Lui è libero di scegliersi i collaboratori, io gli amici.

Poi mi ha chiesto nuovamente il mio Cv che è esattamente lo stesso che  gli avevo consegnato mesi prima. Certo il mio cv può vantare esperienza nel settore ma non raccomandazioni, tanto meno dalla cgil.

Che dire? Sono disgustata. Non campo la famiglia. La mia è un’esistenza bloccata. A me basta un Classico e uno scoglio per sopravvivere. Quello che vorrei è dare delle opportunità ai miei figli. Ma se sei povero non puoi scegliere niente, decidere niente. Ho piccoli sogni: portare mia figlia a Venezia che non sa immaginare una città interamente costruita sull’acqua. Invece sono sempre lì a spaccare il quattrino. La sera mi addormento pensando: “domani devo trovare i soldi per comprare un evidenziatore a mia figlia”. Un evidenziatore. Grandi cifre. L’incubo è quando esce da scuola alle quattro e mezza, spero che abbia solo fame o solo sete perché non ho la somma per soddisfare entrambi i bisogni.

Per settimane sono stata solo rabbia. Ma la rabbia agisce negativamente solo su di me. Così mi sono dedicata alla meditazione. Ho riletto libri. Mi sono riappropriata di tecniche di meditazione,. Ma quello di cui avrei bisogno è solo un lavoro. Un fottutissimo lavoro.

Si vede che qualche dio non eccessivamente distratto ha accolto le mie preghiere perché sul finire dell’estate ho trovato un bambino sveglio a cui far finire i compiti delle vacanze. È stato un bellissimo viaggio nell’ellenismo e sono riuscita ad appassionare questo bambino alle storie di Omero. Ci siamo calati nella guerra di Troia, abbiamo dialogato con gli dei, gli eroi, combattuto, riso e sognato.  Il primo giorno sua madre mi ha dato venti euro e io per la strada sono scoppiata a piangere. Non mi sembrava vero di avere venti euro nel portafoglio. Venti euro.

Ho divagato.

È il lavoro che dà dignità? No. Io sono io anche se non prendo soldi da nessuno. Il lavoro però permette di sopravvivere, si va bene, dignitosamente. Della mia situazione non frega niente a nessuno: amici, compagni. E amici-compagni. Gente che si riempie la bocca con frasi fatte copiate dai gabinetti delle magistrali, che finge di essere solidale perché magari per Natale ha mandato 20 sacchi a Emergency. O perché ompra l’Unità. (ma poi la legge??) E si sono lavati la coscienza.

Che schifo. Ecco sento riemergere la rabbia.

Per questo non ho più voglia di fare il mio “dovere” di brava militante di sinistra e partecipare. Io non ho più voglia di partecipare a niente. Ho solo voglia di starmene a casa a leggere Guerra e pace. I classici hanno sempre qualcosa da dire.

La sobrietà di questi ultimi cinque anni mi regala la lucidità per capire. Capire cosa?? Capire che vivo in un mondo di merda. Ma vado avanti.

 

 

Roma, 35°

 

 Roberto Girometti, classe 1939, ha alle spalle una decennale gavetta al cinegiornale la  Settimana Incom. Regista, direttore della fotografia …  

 

Allora Roberto, raccontami degli inizi. Come hai cominciato?

 

“La cosa è molto divertente, dopo le scuole tecniche, eravamo agli inizi degli anni sessanta, (magici), accompagnai una carissima amica che faceva l’attrice, alla settimana INCOM,per un appuntamanto con Sandro Pallavicini, con l’occasione me lo feci presentare. Dopo una chiacchierata con il Presidente S. Pallavicini ad un certo punto mi disse di fargli una domanda. Risposi, che non avevo niente da domandare, e dopo un attimo mi resi conto che intendeva una domanda scritta per essere assunto come assistente operatore. Credo che mi sarei preso a schiaffi da solo, per la figuraccia. Ma non finisce quì, si fece portare carta e penna dal suo maggiordomo- segretario e mi disse: “Come ti chiami?”. Non ti  dico come mi trovavo, che senso di disagio. Scrisse la lettera me la consegnò con una busta mi disse di firmarla e di spedirgliela, (era un grande, aveva capito l’imbarazzo di un giovanotto di borgata, arrivavo da Porta Portese, e potreste leggere il libro LA STORIA di Elsa Morante per capire meglio chi eravamo). Una settimana dopo entravo a far parte di quel posto stupendo che è stata la mia scuola di cinema che era ( La settimana INCOM ).

Che anno era?

“Era il  1962”

Girometti è sempre non lesina mai azzeccati  consigli letterari. Hai lavorato con i più grandi registi, tra i quali Roberto Rossellini, puoi dirci qualcosa di lui?

Conoscere Roberto Rossellini è stato una specie di sogno.

Collaboravo da un po’ di tempo con il figlio Renzo e con la sua produzione, avevo fatto una serie di filmati e di documentari, tra i quali uno a Cuba per la regia di Beppe Ferrara e collaborazione giornalistica di Saverio Tutino.

Un giorno venne a trovare Renzo mentre c’era una riunione di un gruppo di lavoro, tra i quali c’erano, Emidio Greco, Paolo Poeti, Antonio Troisio, Augusto Caminito, e mi sembra anche Vincenzo Cerami, io, e naturalmente Renzo il figlio.

Roberto Rossellini doveva girare i titoli di testa, per una cosa che aveva girato per la televisione che era ( La lotta dell’uomo per la sua sopravvivenza ), Renzo gli parlò di me, e da quì iniziò questa collaborazione con R. Rossellini.

L’anno dopo era il1971 R. Rossellini fù invitato in Cile per l’operazione Verdad voluta da Salvador Allende, che democraticamente era diventato Presidente del Cile .

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L’anno dopo, 1971, R. Rossellini fù invitato in Cile per l’operazione Verdad di Salvador Allende, che democraticamente era diventato presidente del Cile.

A questo punto iniziò questo stupendo viaggio in Cile, e a parte tutte le meraviglie che R. Rossellini aveva fatto per il cinema, scoprii una delle persone più belle, affascinanti, colte, carismatiche, e sopratutto cosa che non si dice mai di R. Rossellini, una ironia che non mai trovato in nessuna altra persona.

In questo viaggio in Cile, intervistammo il presidente S. Allende e passammo con lui vari giorni stupendi, nella sua casa di via ( Tomas Moro, pensatore dell’utopia ) forse era il caso. Si, stupendi per me, perché, è stato l’incontro di queste due grandi persone R. Rossellini, e S. Allende, la cultura europea e la cultura latino americana.

In tutto questo un grande abbraccio ad Emidio Greco che la regia del documentario (Vincimos y Vinceremos) Ed io con lui sempre in Cile.

Quanto è importante la fotografia nel cinema?

E’ una bella domanda, perché, senz’altro sarà difficile rispondere senza creare qualche problema.

pensa che la fotografia deve aiutare tutti i reparti, che fanno parte del set, la scenografia,i costumi, il trucco, e le altre categorie con grande attenzione alla storia che il regista sta raccontando.

Per cui sono certo che la fotografia cinematografica sia un grande aiuto per tutti e per il film.

 

Al di là dell’aspetto tecnico cosa differenzia un autore della fotografia da un altro, il suo stile?

 

Questa domanda, secondo me è legata alla precedente, il discorso può essere culturale, alle proprie amicizie, alla famiglia, all’educazione, alle conoscenze, visto il tutto dalla propria ottica, e poi molto importante dall’incontro e dal pensiero del regista.

Ed infine dai mezzi tecnici e di illuminazione che ognuno di noi usa, perché, oggi c’è una grande varietà di scelta.

Pensa se un film raccontasse una storia vista da un bambino di 4 o 5 anni, il punto di vista sarebbe differente se visto da un adulto, e questa già sarebbe una scelta tecnica.

Che differenza c’è tra autore e direttore della fotografia cinematografica?

Se si va a vedere la cinematografia prima degli anni quaranta si firmava, (Fotografia di), poi per delle incomprensioni che ci sono state nel nord America, quando il tecnico di regia, è diventato direttore, anche i tecnici di fotografia hanno pensato di diventare direttori della fotografia, secondo me.

Poi sul set ogni capo reparto è autore del proprio lavoro, per cui tutti insieme i coautori dell’opera cinematografica.

Immagina una orchestra. C’è il direttore d’orchestra, pensa se ci stesse,il direttore dei violini, il direttore degli ottoni, il direttore dei flauti, ecc, . Sarebbe la saga dei direttori, invece c’è il primo violino, e poi via via tutte le altre specialità.

 

Ci sono differenze tra fotografia del cinema e della televisione.

 

Non ci dovrebbero essere differenze tra la fotografia cinematografica e televisiva,perché il giorno è giorno l’alba è alba, il tramonto è tramonto e la notte è notte, anche se cambiano i supporti per fare cinema e per fare televisione, non ci dovrebbero essere differenze.

Credo che per il prodotto televisivo si stia perdendo si stia perdendo la qualità in funzione della quantità. Un’altra cosa importante è che nel prodotto televisivo, dopo che l’autore della fotografia ha dato una copia da lui lavorata in post-produzione, e da lui scelto il tono fotografico, quando invece arriva in una qualsiasi rete televisiva, molte persone ci lavorano sopra, per fare i vari trasferimenti in analogico o digitale, le quali non sanno niente della storia ideata della soluzione artistica e della situazione tecnica.

Ed a questo punto un arrivederci alla qualità.

 

Hai girato anche documentari con Minà e hai avuto la possibilità di incontrare persone come Fidel Castro e Salvador Allende, che idea ti sei fatto ?

Penso di essere stato molto fortunato per tutte le persone che ho incontrato facendo cinema, documentari e inchieste cine-giornalistiche.

Come già detto ho iniziato ad un cinegiornale, (La settimana INCOM).     QUANTI RICORDI.

E di persone ne ho incontrate e intervistate veramente molte, dalla politica, alla cultura,allo sport, alla scienza, e non sto  qui  a fare i nomi, e credete sono veramente molte.

Con R. Rossellini prima S. Allende, e con Gianni Minà Fidel Castro è stata una grande esperienza, perché, credo che averli conosciuti mi abbiano lasciato dentro un senso di amare di più e rispettare di più la mia vita e quella degli altri.

E come dice J. P. Sartre: “ Il ricordo è l’unico paradiso dal quale non possiamo venire cacciati “

 

Che consiglio daresti ad un giovane che vuole avvicinarsi alla fotografia per il cinema ?

Non proprio da me dare consigli, posso dire solo una cosa, trovare secondo il mezzo che si usa per fare cinema, il massimo della qualità, senza cercare compromessi.

Esperienze come regista ?

Sono molto legato ad un mio film, dal titolo ( Mafia una legge che non perdona ), che scrissi tanti anni fa con un mio amico, la storia era presa da un fatto di cronaca. Nel mio piccolo ho sempre cercato di combattere i prepotenti, e questa storia lo era, ho cercato di raccontare con questo film di stare attenti alle persone che cercano di raggiungere i loro scopi con mezzi poco leciti. ( Forse è utopia ).

Comunque mi diverto molto di più a collaborare con il regista, con tutto il resto della troupe, facendo l’autore della fotografia cinematografica.

Lunedì 7 giugno 2010 alle ore 15,00 davanti a una nutrita e attenta commissione di docenti universitari ho discusso la mia tesi “La Resistenza tra storia e memoria”. Nella solennità accademica si è consumato il rito della mia  proclamazione a DOTTORESSA officiato, con tanto di campanella. Nell’Aula Magna della Facoltà di Lettere e Filosofia è rimbombato il 110 e Lode che ha concluso una brillante carriera universitaria tempestata di lodi, soddisfazioni, sforzi ed entusiasmi. Mia madre, che ai miei matrimoni non ha versato una lacrima, ha pianto tutto il tempo. Mia figlia si è divertita ad immortalare questo momento in numerosi scatti in cui ha catturato il lampadario, il gomito del mio professore di Storia, un occhio della professoressa di Storia della danza e del mimo e di sfuggita anche me. Mio marito quando sono uscita mi ha dato un gigantesco mazzo di rosse  che fa piacere quasi quanto il rumore che fa il cellophane anche se a me farebbe più  gola  una birra.

Mi concedo un giorno per rilassarmi ma  mercoledì ho già la faccia dentro il bollettino “Io lavoro” dell’Ufficio regionale per l’impiego, certa che una laurea offra ulteriori sbocchi professionali. E infatti c’è un annuncio che sembra fatto apposta per me. Un’Agenzia interinale è alla ricerca di  una laureata in Lettere o Scienze giuridiche da immettere nel settore delle  risorse umane, lavoro che in passato ho già svolto. Chiamo immediatamente e un impiegato mi dà appuntamento per l’indomani e precisa di presentarmi con il Curriculum vitae, il codice fiscale e la carta di identità. Sento attraverso la cornetta un lieve odore di bruciato. Ma devo essere ottimista. Sono laureata! In effetti è il mio primo colloquio da dottoressa e ciò mi dà una sicurezza che prima non avevo. Mi sento in qualche modo formalizzata.

Il giorno successivo mi presento puntuale negli uffici della GI GROUP, in via XXV Aprile numero 39, con il vestito buono che avevo lunedì e che non ho ancora fatto in tempo a mandare in tintoria. Entro in un ufficio ampio, con grandi scrivanie vuote e mi accoglie un ragazzo, probabilmente lo stesso che mi ha dato appuntamento.

“Sono qui per l’annuncio per il posto alle risorse”

Il ragazzo gentile e schivo mi rifila un questionario e io ribadisco che sono lì per il posto alle risorse umane.

“Sì la prego di compilare il nostro questionario e quando avrà finito parlerà con la nostra selezionatrice”.

La parola selezionatrice mi fa venire la pelle d’oca. Mi fa venire in mente quando i nazisti mettevano i prigionieri in fila, contavano fino a 10 e fucilavano l’undicesimo. Per questo si chiama decimazione.

Io sono venuta per l’annuncio non per iscrivermi all’ennesima agenzia interinale che mi seleziona per un posto da magazziniere per una settimana, un altro da escavatorista per 6 giorni. La puzza di bruciato si fa ora più intensa.

Mi cominciano a girare le balle. Ma iniziare subito con le polemiche non è una buona idea quindi prendo il loro lungo questionario e mi metto all’opra china.

Compilo la parte anagrafica, sono sposata, sì, ho figli, due. Sono fiera finalmente di barrare la casella LAUREA. Per quanto riguarda i precedenti lavorativi non c’è che l’imbarazzo della scelta. Se c’è un posto di merda, precario, pagato male nel raggio di 70 chilometri io l’ho fatto. Cominciamo dall’ultimo presso la Cooperativa “Il Volo” dove facevo per 3 euro l’ora l’educatrice in una comunità di mamme con bambino. Ero a turni, mi davano 3 euro sia che facessi la notte il giorno o i festivi. Per mettere insieme circa 1000 euro ho dovuto lavorare 365 ore in un mese. Poi metto di quando ho fatto per due anni la segretaria per un tizio che poi è finito in manette. Era un lavoro subordinato a tutti gli effetti ma per non avere grane, rotture di balle coi sindacati la Cooperativa ha preferito farmi un contratto di collaborazione occasionale. Mi pagavano alla fine di ogni contratto, cioè una volta ogni 6 mesi. Lo spazio per i precedenti lavorativi sono solo 3 quindi per ultimo metto quando ho fatto la commessa in una libreria ma ero in “regola” come collaboratrice coordinata continuativa. Un altro modo per evitare grane e rotture di balle coi sindacati. Ogni volta che guardo il mio curriculum vitae mi vien voglia di spaccare tutto. L’ultima parte del questionario riguarda le disponibilità. Ci metto poco a riempire le caselle con una lunga fila di sì. Disponibilità part time sì;  full time, sì; turni, sì; contratti co.co.co, sì; co.co.pro, sì. Disponibilità alla mobilità: provinciale, sì, regionale sì, intergalattica pure. E voilà finito il questionario. Lo riconsegno al triste e schivo ragazzo.  Mi chiede il curriculum, il codice fiscale, la carta di identità. Ma io sono qui per il posto alle risorse. Lui mi dice che tra un attimo potrò parlare con la selezionatrice. E alè, vai, finalmente si parla di cose serie.

La selezionatrice è preceduta dal rumore dei suoi tacchetti, arriva, con gesti rapidi ed efficienti prende posto davanti a me. Ha il piglio di Emma Marcegaglia. Le faccio scivolare davanti al naso l’annuncio del bollettino “Io lavoro” e le dico di essere lì per il posto alle risorse umane. Lei mi squadra dall’alto in basso e senza neanche sbirciare il mio curriculum, né tanto meno il questionario mi fa: “Ma lei non è laureata”.

 Le balle mi continuano a girare.  “Sì sono laureata e con 110 e lode”. Lei ridacchiando mi risponde che a loro del 110 e lode non frega una mazza. E sempre ridacchiando mi dice che  stanno cercando una “fresca di laurea”.

la tipa mi squadra dall’alto in basso e mi fa: “Ma noi cerchiamo una fresca di laurea”. Ora le mie balle girano sempre più vorticosamente e le rispondo: “Guardi mi sono laureata lunedì questo, più che fresca la mia laurea è ancora bagnata. Comunque se telefona c’è qualcuno che sta discutendo la tesi in questo momento”. Emma Marcegaglia de noantri non sembra cogliere le velate sfumature del mio senso dell’umorismo. E prosegue. “Noi cerchiamo una laureata giovane, è contro la nostra politica aziendale assumere una come lei. E’ troppo vecchia”.

Sì in effetti ho i linidor che spuntano nella borsa e mi balla anche un po’ la dentiera. Mi monta una rabbia che spaccherei tutto ma sulla scrivania non c’è niente di utile a fracassarle il cranio. Ho la risposta pronta anche in questo caso. “Sono iscritta al collocamento alla lista speciale over 40, non so se sa di cosa si tratta, ma è una legge recentissima che tutela le carampane come me dal razzismo ingiustificato. In pratica chi mi assume mi fa fare una work experience e per tre mesi mi dà 309 euro, poi il datore di lavoro se mi conferma ha diritto a consistenti sgravi contributivi”.

“Sì, sì conosco questa legge, infatti noi assumiamo gente in mobilità e con sgravi  per le aziende nostre clienti, quindi sarà più facile piazzarla da qualche parte ma per quanto riguarda noi, è contro la politica della nostra azienda”.

Le balle mi girano all’impazzata ora,  ma oggi fa troppo caldo per litigare.

“Quindi ho fatto un viaggio a vuoto”

“Ma assolutamente no, la inseriremo nella nostra mailing list”

“Ma io ho già lavorato alle risorse umane e poi attraverso la work experience con gli sgravi contributivi …”

Work experience in inglese vuol dire far lavorare la gente e pagarla quasi niente.

La signora mi guarda come se fossi mongola e si fa più esplicita: “Ma signorina perché dovremmo dare a lei 309 euro al mese quando a una stagista non diamo una bella mazza di niente, la facciamo lavorare per 3 mesi poi le diamo un calcio in culo e al suo posto ne prendiamo un’altra gratis!!”. La signora Marcegaglia de noantri ride compiaciuta delle strategie aziendali.

“Ha ragione signora e mi scusi se vi ho fatto perdere tempo”. Mi alzo e sculetto fuori dalla GI GROUP. Ho fretta di allontanarmi dalle loro politiche aziendali. Ora lo so, non ho più dubbi: a settembre mi iscriverò a specialistica.  Two laurees is mei che uan!!!

 I: immigrato

 Definizione: A part. Pass. di immigrare; anche agg. Nel sign. Del v. B (s.m.) Chi si è stabilito in un paese straniero o in un’altra zona della propria nazione.

 Il Nuovo Zingarelli- Vocabolario della lingia italiana di Nicola Zingarelli—Zanichelli Editore.

 Dedicato a tutti quelli che sono dovuti andare via a tutte le latitudini e longitudini del mondo.

 Questa notte, questa notte non riesco a dormire e quando non riesco a dormire, prendo la Makkina del Popolo e vado a scaricarmi sull’asfalto.  Autostrada.   Musica e finestrini aperti a respirare l’aria vera d’inizio estate. Basta con la rarefazione asettica e artificiale dell’aria condizionata. Gli odori voglio sentire. Gli odori veri che questa musica mi porta. E voglio azzerare tutti gli altri rumori. SOLO MUSICA.

Mi fermo per un decaffeinato rapido e leggero. Luigi A. mi porge la tazzina e mi guarda oltre le occhiaie della stanchezza di un fine turno. La gente lavora anche di notte. Perché ti può venir voglia di bere un caffè alle 2 di notte in questo autogrill senza speranza.

Sfiori milioni di esistenze. Un uomo alto fruga tra i Cd. Musica nice price. Free music. Cerchi un senso alle cose. E non lo trovi mai, o lo trovi dopo, quando non ti serve più. Quando hai davanti altri ostacoli.

Un inserviente svuota i cestini con gesti di precisa efficienza.

È nero nero e la divisa verde  brilla di riflessi fosforescenti.

Quanti anni ha? Da dove viene? Mi trapassa con quel suo sguardo da preda rassegnata senza neanche vedermi.

Salam Malecom. Malecom Salam.

Da quanto tempo non vede il mare davanti a casa sua a nessuno  frega

C’è ancora chi ne ha paura e rifiuto.

Io le ho viste le badanti con la faccia da India Mapuche o da ucraina che non patisce il freddo, vicino ai nostri nonnini, alle nostre nonnine, dal panettiere, col borsellino stretto nelle mani. Rubano quello che dovrebbe essere il nostro dovere. Curare i nonni non c’è tempo.

Entrano due indiani, forse bengalesi. Sfumature di marrone e taglio d’occhi. Parlano fitto, non si capisce una mazza. Uno va alla cassa, l’altro guarda le magliette dei calciatori appese. Calciatori. Lavoratori stranieri. Senza permesso di soggiorno. Senza problemi di permesso di soggiorno. E ho visto anche tante ragazze nere nere lungo l’ Aurelia, con la gonna corta a praticare il mestiere più antico del mondo. Cioè farsi sfruttare. E se non hai niente, niente di niente, e l’unica cosa che hai è quella, te la vendi per mandare i soldi alla famiglia. Le ho viste truccarsi in treno tante volte, nigeriane per lo più. Di quella stessa Nigeria dove ogni tanto lapidano un’ “ adultera”.

Salire sul treno e di stazione in stazione prepararsi per il lavoro. Le ho sentite parlare, intuendole senza capirle.

Bevo il mio caffè. Saluto Luigi A. col cartellino ben in vista. Esco nella notte. A me non dà fastidio guidare la notte. Qualcuno non digerisce i fari contrari. Un’alcaselzer per guidatori notturni afflitti da indigestione da fari.

M’infilo nella Makkina del Popolo che scivola docile sul manto stradale. Manutenzione autostradale. Stiamo lavorando per voi. Cantieri sospesi nella notte e domani con la pettorina e i pantaloni arancioni saranno qui, per lo più africani. Rubano il lavoro, quelli che fanno i braccianti a giornata. Il caporalato che recluta braccia e gambe alle sei del mattino, dove girano le corriere.

A giornata. La frontiera estrema del caporalato. Oggi si campa e domani, domani è un altro giorno. Ma non ci sono Rossellehoare nei cantieri edili. Mandare i soldi a casa. Dove magari non c’è neanche l’acqua. Qui da noi vogliono  fare arrivare la mozzarella in Francia due ore prima, insieme all’amianto. Insieme ai polmoni bucati dall’asbesto. lo stesso che ha bucato i nostri polmoni sull’asfalto della Germania, della Svizzera.

Il razzismo attecchisce sul terreno dell’ignoranza.

Tutti quelli che sono stufi di nascere e di avercelo sotto la coda in partenza , potrebbero mettersi insieme in un’internazionale globale con quelli che provengono da paesi dove i bambini saltano sulle mine o dove si vive con meno di un dollaro al giorno. Lo Sciamano, un mio amico, mi ha chiesto un giorno a bruciapelo :”Che bandiera avresti portato a Seattle?” domanda facile facile: quella della pace. Quella che ho appeso appena hanno bombardato l’Irak la seconda volta. Quella che tutti hanno messo alla finestra. Ed ad una ad una le hanno tolte. Ma in Irak ancora si spara. La mia è ancora là fuori a sfilacciarsi. Ogni tanto la tolgo per lavarla e poi la rimetto.

Via. Via. Schiaccio il pedale della Makkina del Popolo. Il volume della musica si alza automaticamente perché la Makkina intuisce i miei pensieri.

Un vegliardo poeta con cui ho fatto un tragitto autostradale tempo fa mi ha detto che bisogna ritrovare parole come ODIO DI CLASSE.

Ma ODIO è una parola troppo grossa anche  per me. Mi accontenterei della parola COSCIENZA ,  di classe magari. Basterebbe spegnere anche il puntolino rosso della televisione e cominciare a diventare un po’ più consapevoli. Un po’ più coraggiosi. Un po’ più all’erta. Un po’ più incazzati. Un po’ più solidali.

Rientro a casa. È mattina ormai. Si aprono i cantieri. Gian Luigi o Gigi sarà già a nanna ora. Sotto le coperte della sua illusoria quotidiana fatica.

COLONNA SONORA: CLANDESTINO MANU CHAO

 

INOLTRO UN COMUNICATO RICEVUTO  da Claudia Nocenti

 
A TUTTE LE DONNE CHE LEGGONO: RICORDIAMOCELO QUANDO SAREMO A FARE SHOPPING!

Amiche e amici,

vi porto via un po’ di tempo raccontandovi quello che
sta succedendo in questi giorni a Faenza, più o meno nell’indifferenza generale.

Lo stabilimento OMSA di Faenza (RA) sta per essere chiuso,
non per mancanza di lavoro, ma per mettere in pratica una politica di delocalizzazione all’estero della produzione per maggiori guadagni.

Il proprietario dell‘OMSA, il signor Nerino Grassi, ha infatti deciso di spostare questo ramo di produzione in Serbia, dove ovviamente la manodopera, l’energia e il carico fiscale sono notevolmente più bassi.

Questa decisione porterà oltre 300 dipendenti, in maggior parte donne e non più giovanissime, a rimanere senza lavoro.Le prospettive di impiego nel faentino sono scarse e le autorità hanno fatto poco e niente per incentivare Grassi a rimanere in Italia o per trovare soluzioni occupazionali alternative per i dipendenti, salvo poi spendere fiumi di parole di solidarietà adesso che non c’è più niente da fare.

Da giorni le lavoratrici stanno presidiando i cancelli dell’azienda, al freddo, notte e giorno, in un tentativo disperato di impedire il trasferimento dei macchinari, (tentativo documentato anche da Striscia la Notizia sabato scorso, ma ad onor del vero il servizio è stato brevissimo e piuttosto superficiale).

Personalmente, anche se non sono coinvolta nel problema, trovo sempre più allucinante che in Italia non esistano leggi che possano proteggere i lavoratori dall’essere trattati come mere fonti di reddito da lasciare in mezzo a una strada non appena si profili all’orizzonte l’eventualità di un guadagno più facile.

Le lavoratrici OMSA invitano tutte le donne ad essere solidali con loro,BOICOTTANDO i marchi Philippe Matignon – Sisi – Omsa – Golden Lady – Hue Donna – Hue Uomo – Saltallegro – Saltallegro Bebè – Serenella

e vi sarebbero grate se voleste dare il vostro contributo alla campagna,anche solo girando questa mail a quante più persone potete se non altro per non alimentare l’indifferenza.

Le lavoratrici OMSA ringraziano quindi per l’aiuto e il supporto che vorrete dargli quali ennesime vittime di una legislazione che protegge sempre più gli interessi unicamente lucrativi degli imprenditori che non la vita e la condizione lavorativa dei dipendenti.

Se potete diffondete, anche solo la lettura e la solidarietà al problema è un grande gesto.

Claudia Nocenti

 

 da attac

INVITO

IL 22 E 23 MAGGIO PROSSIMI

(sabato tutto il giorno e domenica mattina)

SI TERRÀ A GENOVA LA DECIMA UNIVERSITÀ POPOLARE DI ATTAC.

LA SERA DI VENERDI’ 21 CI SARA’ LA CONFERENZA DI APERTURA.

Nel programma assai ricco (VEDI SOTTO) ci preme sottolineare due momenti “genovesi”:

1) venerdì sera Sergio Casanova parlerà delle relazioni molto strette tra la crisi globale e il drammatico peggioramento delle condizioni dei lavoratori, per quanto riguarda sia il livello di reddito (retribuzione, trattamento di fine rapporto, fisco…), sia le condizioni lavorative, sia i diritti democratici nei posti di lavoro.

La relazione di Sergio Casanova riprenderà i risultati dell’assemblea pubblica sul c. d. “Collegato lavoro” per inserire il tema del lavoro nella riflessione più ampia sulla crisi di questo modello di sviluppo e presentare alcune proposte operative. Al centro dell’attenzione anche l’intreccio, sempre più stretto, tra le problematiche del lavoro, quelle sociali e quelle legate al territorio e all’ambiente.

2) Domenica mattina, dopo la relazione di Marco Bersani, una tavola rotonda tra i movimenti genovesi offrirà l’opportunità di esaminare la situazione locale nel contesto globale e di cercare convergenze per un migliore coordinamento tra le diverse lotte.

Sei caldamente invitato a partecipare. Non mancare!

 Attac Genova

 

Università popolare di Attac Italia, decima sessione

Genova 21,22,23 maggio

CRISI ECONOMICO-FINANZIARIA E CRISI CLIMATICA-AMBIENTALE: PROPOSTE PER INVERTIRE LA ROTTA

Sono passati ormai più di due anni dall’esplosione della crisi capitalistica mondiale, partita con il fallimento di importanti istituzioni finanziarie e divenuta in breve tempo la cartina di tornasole di una serie di nodi del modello di sviluppo economico degli ultimi decenni. Un anno durante il quale le istituzioni finanziarie internazionali, i governi e i poteri economico-finanziari hanno dato risposte, diverse tra loro, ma accomunate da un unico obiettivo: far ripartire il modello neoliberale senza metterne in discussione i presupposti e scaricandone gli effetti economici, occupazionali, ambientali e sociali sulle popolazioni. Ma l’insufficienza di tali proposte è resa evidente dal duplice fallimento di due importanti vertici internazionali : quello della FAO nel novembre scorso a Roma e quello di Copenaghen sul cambiamento climatico in dicembre.

Attac intende fare il punto sulla situazione, approfondendo gli intrecci fra la crisi economica e la crisi ambientale, analizzando criticamente le risposte date e proponendo una lettura che, a partire dai beni comuni -cibo, acqua, energia, diritti sociali- e dalla parola-chiave della riappropriazione sociale delinei un quadro di riferimento utile ai movimenti sociali per disegnare un nuovo modello di società.

 

PROGRAMMA

Venerdì 21 maggio
Sala del Museo S. Agostino, Piazza Sarzano 35R

Ore 21.00
Conferenza d’apertura a cura di Attac Genova.
La crisi economico-finanziaria in Europa. Marx e i derivati
Guglielmo Carchedi – Economista, Università di Amsterdam

I diritti del cittadino lavoratore e la crisi
Sergio Casanova – Attac Genova

La campagna referendaria per l’Acqua Pubblica

Comunicazione di Roberto Melone – Coordinatore regionale della campagna

Sabato 22 maggio
Circolo Autorità portuale e Società del Porto di Genova, Via A. Albertazzi 3r – Genova

ore 9,30

MODULO 1: La crisi è globale. Analisi critica delle risposte date

Oltre la crisi
Guglielmo Carchedi – Economista, Università di Amsterdam

I nodi della crisi ecologica planetaria
Carla Ravaioli – saggista ambientalista

Ore 15.00

Un nuovo modello sociale a partire dalla giustizia climatica
Fabrizio Valli – Attac Italia

Modulo 2: Invertire la rotta? Proposte per l’alternativa

I nodi della crisi di democrazia
Mimmo Porcaro – Studioso della politica

Quale agricoltura per combattere la fame
Valeria Sodano – Attac Italia – Docente di economia agroalimentare presso l’Università di Napoli Federico II

Domenica 23 maggio
Circolo Autorità portuale e Società del Porto di Genova, Via A. Albertazzi 3r – Genova

Ore 9,30

America latina: laboratorio del cambiamento
Antonio Moscato – storico

Riappropriazione dei beni comuni naturali e sociali
Marco Bersani – Attac Italia

Tavola rotonda con i movimenti liguri.

Con il contributo della Regione Liguria e della Provincia di Genova

Per le informazioni pratiche >>>

email: segreteria@attac.org

sito web: www.attac.it

 

       desidero ripubblicare l’ultima intervista  che ho fatto al Professore, in occasione della sua candidatura alle Primarie nell’ottobre 2007. Ho avuto il privilegio di fare anche un breve viaggio con lui, sono andata a prenderlo a Begato, il  quartiere popolare di Genova     dove abitava, e l’ho portato al Convegno Poesia e Prassi, a Sanremo, un lontano 14 aprile. è stato un viaggio piacevole, un’occasione di crescita per me sia umana che culturale. Rimasi colpita dalla sua modestia, dalla sua ironia, dalla sua tenacia,  e dalla sua immensa immensa cultura . Alla fine mi ha dedicato un suo libro e mi ha scritto tra le varie cose “valevole nella guida”. Faccia buon viaggio Professore e mi saluti Goethe.                                          

 

Il circo della politica, la politica del circo.

 

Intervista al Professor Edoardo Sanguneti

 Adorabile come sempre e un po’ clownesco il Professor Sanguineti sfoggia un paio di calze a righe colorate che ben si intonano con il Festival Grock  che si sta svolgendo a Imperia in questi giorni.

Dal circo equestre al circo della politica il passo sembrerebbe breve.

Alla fine della sua relazione mi avvicino timidamente al tavolo e gli ricordo di essere quella ragazza “valevole nella guida” che ha avuto l’onore di accompagnarlo da Genova a Sanremo la primavera scorsa. Lui mi fissa con quegli occhi azzurri come solo certi cieli di ottobre mediterraneo sanno essere e mi dedica tutta la sua attenzione.

Professore…

Mi dica tutto”

Lei è da qualche giorno il Presidente onorario dell’Associazione Uniti a Sinistra…

“E’ vero”

 

Ci vuol dire com’è andata?

Molto semplicemente i primi contatti li ho avuti con Ronzitti, nel senso che lui mi preannunciava lipotesi, non solo lui personalmente, ma attraverso tutta una serie di conversazioni con amici della sinistra genovese e non solo genovese, che  stavano meditando intorno allopportunità di creare unassociazione a Genova ma con la consapevolezza che cose analoghe si stavano sviluppando in maniera del tutto autonoma in altre città italiane.

C’è il bisogno di distinguere tra una sinistra che voleva conservare quest’etichetta ma nell’alleanza con il centro scivolava sempre più verso il centro, sino ad un annacquamento assai rischioso; e cercare, senza rompere nessuna delle alleanze faticosamente costituite a sinistra, in opposizione al centro destra, di  stabilire  una linea di distinzione e anzi svolgere una politica unitaria in 2 direzioni. Da un lato fare sì che movimenti e partiti, per limitarci ai più noti Rifondazione, i Comunisti italiani, gli ecologisti, il cosiddetto correntone all’interno dei Ds, si raccogliessero unitariamente e, sperando che  anche da questo potesse nascere una positiva influenza di fronte a molti che erano rimasti, però senza soddisfazione, all’interno dello schieramento di centro sinistra, per raccogliere almeno un cambiamento nel caso in cui saranno tenute le primarie a Genova.

Mi proposero quindi di diventare Presidente onorario in vista delle primarie di Genova. Questa è la situazione attuale. Il primo paso è vedere se si terranno le primarie.”

Professore, la sinistra è nata storicamente da una scissione, non c’è oggi il rischio di un’ulteriore frammentazione con la nascita di altri gruppi o associazioni?

“Si, ma il problema si può rovesciare a vicenda, chiedendosi se non sono stati i DS dal famoso convegno, dall’iniziativa di Occhetto abbandonando il nome di Partito Comunista Italiano ad essere scissionista. La scissione, se c’è stata è partita questa volta storicamente , non da uno spostamento a sinistra, come tante altre volte , ma da uno spostamento a destra. Allora il problema è molto vicino a quello che affrontava Gramsci. Non a caso lui che si era staccato a sinistra, rispetto ai compagni socialisti, dovendo dare un nome al giornale scelse l’Unità. Una specie di allegoria. Un buon emblema di come una politica di unità sia necessaria proprio per rinforzare la sinistra. E semmai cercare di rappresentare un polo che nel quadro delle alleanze le renda più rilevanti e solide proprio perché non c’è equivoco nei ruoli e nelle prospettive politiche”

Preferirei parlare con lui di poesia ma sono in missione e devo attenermi ai rigidi schemi della politica.

Secondo lei c’è conflitto tra la sinistra radicale e quella di governo?

“No. Non c’è conflitto. La sinistra è oggi naturalmente al potere nella forma del centro sinistra dunque in un governo che è in una situazione molto difficile come quella che l’attuale finanziaria ha messo in evidenza. Anche perché direi che si continua a partire con il piede sbagliato. Cioè da consultazioni  ampie e preventive  ma da decisioni prese dall’alto e aspettando poi eventualmente di correggere, dicendo ci siamo dimenticati di… bisognava tener conto di…. Era meglio partire dalle consultazioni dei sindaci prima di sentirsi dire dai sindaci stessi di centro sinistra delle città più importanti, come Torino, Roma, Bologna…che non ci stanno. Io capisco che un sindaco di centro destra dica: non mi piace questa  finanziaria e va modificata. Ma che tutti i sindaci di centro sinistra insorgano dicendo che è intollerabile, non va bene, mi pare terribile.  Va proprio rovesciato il modo di procedere e utilizzare la responsabilità governativa che si ha sia a livello amministrativo che politico.”

E infatti vorrei chiudere con un’opinione sull’ultima finanziaria.

Ecco. Direi che il giudizio lo stanno pronunciando tutti. Il centro destra come è ovvio, e questo è il meno che ci si potesse aspettare. Ma quello che è grave è che invece sono proprio le persone, i sindaci di sinistra che non sono degli estremist. Le faccio un esempio: Cofferati è una persona ipermoderata come ha dimostrato in 1000 occasioni tanto da essere accusato da molti giovani o sindacalisti, o immigrati o anche altro, di essere un autoritario, di volere l’ordine e la legalità a tutti i costi senza valutare le difficoltà concrete, ebbene è stato uno dei primi ad indignarsi di fronte all’abbandono e alla marginalizzazione dei problemi delle forze amministrative: comuni, province, regioni. Allora vuol dire che per scandalizzare un uomo del genere. Veltroni è un uomo che ha fatto della sua posizione di sindaco un luogo di raccolta, il più possibile aggregativo, facendo concessioni che a mio parere non possono che lasciare perplessi e lui è lì ad indignarsi, in una città che gode di particolari privilegi perché Roma ha uno statuto di capitale che permette anche di allargare molte cose, per dare ad ogni occasione forze distinte e anche opposte. Se si scandalizza lui!!  Anche Sassolino non è un uomo da barricate. Se ad un certo punto dice che non è accoglibile perché vanno modificate alcune cose alle radici. Per non parlare di tutti gli incidenti coi farmacisti, i tassisti. Non occorre mica essere dei profeti per immaginare che dopo un po’ scoppia un’ira di dio. E allora è bene affrontare da capo i problemi alla radice” .

L’intervista è finita. Il Professore si concede un aperitivo prima di ripartire. Prossima tappa Torino. Lo ringrazio  con una profezia: Il 2007 sarà un grande anno per il Sagittario perché a fine entrerà Giove  che spargerà saggezza e benevolenza e fortuna.

“Meno male, mi risponde, con tutte le cose che ho da fare

Definizione:(s.m.) 1 Immagine creata dalla fantasia che non ha alcuna corrispondenza precisa alla realtà dei fatti: – poetico 2 immagine di persona defunta rievocata dalla fantasia allucinata e considerata come reale- Spettro, ombra: notturno.

 Vocabolario della Lingua Italiana N. Zingarelli . Zanichelli Ed.

 La notte quando non trovo pace, quando anche il vento ha trovato un suo equilibrio col silenzio, mi alzo dal letto. Chiudo il diaframma e mi addentro nell’oscurità. Avverto ogni minimo rumore perché la notte tutto è amplificato.

Manca il ticchettio degli orologi che scandivano il tempo in viale Etiopia.

Orologi digitali in quest’epoca high tech. Silenziosi e luminosi. Faretti orientatori. 2:56. occhietti nell’oscurità. 2:58 puntini nella notte 2:59.

Scandiscono e sorvegliano l’impossibilità di dormire.

Il vegliardo del terzo piano tira lo sciacquone. La sua signora tossisce, come nelle opere. Alle sei si alzerà e attaccherà la lavatrice.

Il respiro lieve e regolare dei bambini nelle loro camerette azzurrine. Tutti i sensi allertati. Come sempre. Come le madri in perenne stato di sonno veglia. Maniache del dettaglio uditivo.

Ed è nel momento della massima oscurità che Lei viene a trovarmi.

Lei è Eva K. Keller, una ragazza viennese nata l’anno in cui è stata inaugurata la Ruota Panoramica del Prater. Morta 38 anni dopo. Eva scivola in soggiorno lieve e impalpabile come una brioche appena sfornata. Indossa un abito lungo di quella che potrebbe essere stata concepita come seta.

Eva è snella, flessuosa. Elegante come cammina. Si muove però con una certa rallentata lentezza. In armonia con la Ruota del Prater.

Si siede sul divano. Distende le braccia lungo quasi tutto lo schienale. E mi racconta di un pomeriggio di un maggio lontano e piovoso. Era salita sulla ruota con la sorella maggiore Eleonora. Si erano lasciate inanellare dalla ruota per tutto il pomeriggio. Salendo e risalendo come un valzer leggero e circolare. Moto perpetuo. Ad ogni giro salivano e scendevano vari personaggi, rapiti dalla vista sulla città e sul parco. Cigolante e lenta la ruota sale e scende. Ingranaggi. Scricchiolii e legno.

Eva accavalla le gambe nervose mentre mi racconta perché ancora si emoziona. Un lampo negli occhi. La ruota si blocca e per un momento nella cabina di fronte scorge un uomo. E proprio nell’istante esatto in cui i loro sguardi si incrociano la ruota riparte, inesorabile e rapida come lo scorrere del tempo. Come la pioggia che rapida fugge.

Eva Kleine Keller, questo il suo nome per esteso, mi fa molte domande. Mi chiede con insistenza: “Chi sei tu?”e pretende sempre risposte diverse. Questo spettro singolare e ossuto che si aggira per casa mia, movendosi tra il mio divano, la mia cucina, ha molta ironia. Sa farsi amare. Parliamo molto di sogni.

Traum è una parola che ricorre spesso nei suoi discorsi – in tedesco sta per sogno. Qualche tempo fa mi ha chiesto:”qual è il tuo confine sonno-veglia sonno-realtà? Quanto è reale la tua insonnia e la mia presenza qui? Se ora nella stanza entrasse tuo marito e ti vedesse gesticolare nel buio da sola, cosa penserebbe?”

Niente per lui è normale. Ormai l’ho abituato a tutto. Sai non sei la sola che mi viene a trovare. Tempo fa c’era Ginevra Mantelli, è rimasta a Genova, si è affezionata alla casa, capita ai gatti e ai fantasmi.”

A cosa pensavi poco fa mentre coprivi di coniglietti azzurri la schiena della tua bambina? Su quale prateria hai sciolto i tuoi lipizzani? O ti stai di nuovo riempiendo di gas il cervello in ripetitivo moto circolare?”

Nel moto circolare e perpetuo del valzer Eva fa circolare le sue domande ancora e ancora.

Dove sono le direzioni? I punti cardinali?”

E’ in piedi ora, un braccio appoggiato al tavolo, l’altro lungo il fianco. L’eterno scialle sulle spalle, più per vezzo che per freddo. “Il freddo è la mia condizione esistenziale” ha detto una volta, riavvolgendosi nel suo abbraccio di pizzo.

Devi chiederti sempre qual è il tuo punto di vista e poi quello degli altri. Le diverse angolazioni. Le geografie. Gli esterni. La realtà. E devi sempre dare risposte diverse.”

La prima volta le ho chiesto come era morta. “Di emofilia, a seguito di un trauma”. Traum. Sogno. Ha perso sangue per giorni e giorni. Non è una bella sensazione. Ti sembra di sgocciolare via lentamente.

Goccia dopo goccia.

La penultima volta che è venuta a trovarmi, prima di sparire per molte notti, mi ha messo un braccio intorno alla vita e all’orecchio mi ha sussurrato: ”Riscrivi le parole. Parti da lì. Scherza con le parole. Distruggile, rompile, giocaci, mandale, sputale, lavale, spazzale via, vomitale, studiale, copiale, falle tornare, falle andare e venire. Devi tessere una tela di parole.”

Ad libitum.

Ma quali parole?”Le ho domandato proprio nel frame esatto che precede la dissolvenza. È sparita. Senza che io potessi afferrare la risposta.

E va bene. Ogni notte che non trovo pace mi siedo sul mio divano e indago le parole. Tutti possono partecipare. Tutti possono salire sulla ruota del Prater e fare un giro di valzer. L’ultimo messaggio di Eva risale a due notti fa. Ha fatto un passaggio rapido e tempestivo e mi ha detto. “Scrivi per prima la parola equilibrio, e mettila in qualche posto a portata di mano. Non hanno importanza gli ordini alfabetici. Tutto nasce dal Kaos, come la creatività. E vai avanti così. Parola per parola. Eyes wide, shut- Eyes wide open”

Andiamo a cercare le parole con l’olfatto

del cane da tartufi. E facciamo provvista per l’inverno. Ci sarà la F di follia o di fiaba?

COLONNA SONORA: Johann Strass II Waltz: An der Schoenen blauen Donau

14 di maggio (2006)

 

M: manichino s.m. 1 Fantoccio che riproduce la figura umana utilizzando come modello il: – dei sarti; i manichini delle vetrine – sembrare un – essere vestito con ricercata eleganza (fig.) stare come un – immobile, impalato 2 (fig) individuo privo di personalità, che agisce secondo la volontà altrui.

 GARZANTI DIZIONARIO ITALIANO GARZANTI

Mi chiamo Marina, ho 28 anni. Dopo il diploma magistrale ho frequentato psicologia all’Università di Padova perché mi piace entrare nella testa della gente. A pensarci bene è l’unico posto dove non possiamo entrare. Ma due anni mi sono bastati, sentivo la nostalgia di casa, e volevo guadagnare dei soldi. Tramite l’amico di un amico di un amico di mio padre sono entrata nello Studio dell’Avvocato Leva. Un uomo disgustoso di mezza età spregiudicato e arrogante che in tribunale chiamano lo Squalo. Mi ha fatto un contratto di collaborazione coordinata e continuativa che poi si è trasformato in contratto a progetto anche se di fatto sono la sua segretaria. L’Avvocato Leva dice che è un vantaggio questo contratto soprattutto per me perché sono imprenditrice di me stessa. Arrivo sotto l’ufficio, come sempre, con dieci minuti di anticipo e, come tutti i giorni, fumo una cicca prima di entrare seduta sulla panchina sotto il palazzo che ospita lo studio dell’avvocato. I negozi sono ancora chiusi e le vetrine sono spente. In centro ci sono per lo più negozi di abbigliamento. Dentro il negozio proprio davanti alla panchina dell’ultima cicca c’è un manichino ma non è dritta in vetrina come le altre colleghe. È seduta. Ha le gambe accavallate, le braccia incrociate e lo sguardo assente. È elegante nella sua fissità senz’anima. Mi sono accorta di lei perché un giorno mi sono vista riflessa nella vetrina ed ero esattamente nella stesa posizione. La differenza è che lei non fuma. Da quel giorno ho cominciato ad osservarla e poi ad accennare ad un saluto. È sempre elegantissima, la cambiano 2 o 3 volte la settimana. È impeccabile per contratto. Ormai siamo diventate amiche. Ci capiamo con un’occhiata. È una sintonia telepatica. Oggi le hanno messo un vestitino succinto un po’ anni Settanta che le lascia scoperte le gambe lunghissime.

  • Ciao, come stai?

Il solito. Sempre seduta qui. Meno male che non possono venirmi le piaghe da decubito.

Che bel vestito sexy che hai oggi.

Grazie ma a me non piace molto, però, lo sai, io non decido.

Quanto costa?

390 euro

390??? Ma sono fuori di testa. Ci metto tre settimane a guadagnare 390 euro da quel rabbino dello Squalo.

Ti vedo un po’ stanca.

Sì ieri sera ho fatto un po’ tardi. E tu?

Io sono sempre seduta qui, annoiata e stufa. E non mi vede nessuno, nessuno mi parla come fai te. Tutti interessati all’abito. Al consumismo, all’apparire. Di me non frega niente a nessuno.

Dai non è vero. A me interessi eccome.

Sì lo so, aspetto questi nostri 10 minuti perché finalmente c’è qualcuno che mi capisce.

Però un po’ è anche colpa tua. Potresti stare in vetrina insieme alle altre.

Ci sono stata per degli anni in vetrina. Sempre in piedi, sempre in piedi. E poi guarda io non vado per niente d’accordo con le mie colleghe.

Se è per questo gli ambienti di lavoro sono tutti uguali.

Ma no qui è diverso, Marina, c’è una rivalità senza precedenti. Conta solo apparire, attirare gli sguardi dei passanti. Non puoi sapere in primavera quando ci sono da indossare i costumi!!si prendono per i capelli. Quelle stupide delle mie colleghe non si rendono conto che la gente guarda solo l’abito e il manichino manco lo vedono. Preferisco starmene per conto mio. E mi ritengo fortunata, guarda il negozio accanto. I manichini indossano abiti Max Mara ma sono senza testa. Bella considerazione eh?

Uh guarda se per questo anche noi umane non è che ce la passiamo meglio. Qualche volta ci danno un contentino, un ministero senza portafoglio che non conta un cazzo. Pari opportunità. Al bilancio devono mettere le donne, alla difesa, allora sì che la politica fa la differenza. Le quote rosa sono una perversione come il manuale Cencelli.

A me all’inizio questo lavoro piaceva. Il negozio è in centro, c’è un bel passaggio e indosso bei vestiti. Non mi posso lamentare. Una mia amica che è uscita dalla fabbrica nel mio stesso periodo è finita in periferia, non la cambiano quasi mai, ha una vetrina stretta così. Io non so ancora per quanto tempo potrò fare questo lavoro. Abbiamo una vita media di 4-5 anni, poi ci buttano e ci sostituiscono con altri manichini.

Dai non lamentiamoci. C’è chi sta peggio. Devo salire, ho un mucchio di pratiche che mi aspettano. Ci vediamo alla chiusura.

Ciao, buon lavoro.

Buon lavoro anche a te.

Ho preso l’abitudine quando smonto di sedermi sulla panchina e fumarmi una cicca prima di andare alla fermata dell’autobus. Un giorno, se l’avvocato Leva mi fa un contratto decente entro nel negozio e me la compro, e me la porto a casa, la siedo sotto il portico, vicino all’oleandro. Per ora ho un contratto a progetto. Il progetto è arrivare a fine mese con lo stipendio che mi dà quell’infame dell’avvocato Leva.

Colonna sonora: Niente paura Luciano Ligabue

Miomangi: (s.m.) dall’alisciano, 1 tutto ciò che concerne il cibo sia esso come sostentamento fisico che come cibo per la mente; Il pranzo è – ma anche un libro, un bel film. 2 Necessità di nutrire con – sia il corpo che lo spirito attraverso strumenti diversificati, dalla polenta allo scrivere la sceneggiatura. 3 – affetto, ascolto. 4 Lavoro, guadagno, stipendio.
 

DIZIONARIO PARLATO ALISCIANO-ITALIANO ED. SUPERGULP 
La mia amica Alicia ieri ha preparato un piatto super special e oggi ho lo stomaco in fiamme e un bubbone su un labbro. Ci siamo inerpicate su per i vicoli alla ricerca della macelleria halal dove comprare gli ingredienti giusti in vista del pranzo per Narissa. Abbiamo comprato una serie di barattoli con delle scritte piccolissime e in arabo. Poi mezzo metro di lingua di manzo, una lingua bianchissima e delle zampe. Sempre di manzo. Infine una serie di sacchettini con delle polverine colorate. L‘idea è quella di preparare mio mangi per Narissa, una ragazza di 16 anni che è stata tolta dalla strada due sere fa, e farla sentire a casa. Casa sua è in Nigeria, perciò non penso c’entri la Barilla. Appena rientrate Alicia fa andare le mani. Di solito tiene la finestra aperta anche se soffia la bora e non indossa niente, tranne una canottiera. Ma quando traffica in cucina si avvolge in un lenzuolo in cui mette Kirikù, il suo figlioletto di mesi 15 per 16 chili. E denti. E capelli riccissimi, praticamente una moquette morbida. Ascolta e osserva tutto. Io e lui ci prendiamo a testate. È il nostro modo per comunicarci l’amore. Dice Alicia che quando non ci sono lui lo fa con lei: “Perché lui manca te”. Alicia sta imparando l’italiano e per ora il suo linguaggio è un misto di verbi all’infinito come gli indiani nei fumetti , inglese, nigeriano e qualche parola di wolof che le ha insegnato il marito, the senegal boy.
Ha messo le zampe del manzo direttamente sui fornelli. Come faceva mia nonna con quelle della gallina. La cucina si impregnava di un odore di bruciato nauseabondo, che attaccava alla gola in una morsa serrata.

Alicia ha messo a bollire la farina di riso con tanta acqua. In un padellone ha sistemato altri pezzi di carne, tra cui la famosa lingua. Tutto immerso in una salsa di colore ancora indefinito. Ogni tanto con un coltello apriva uno dei barattoli comprati alla macelleria halal. Rinuncio sempre a capire gli ingredienti delle ricette di Alicia. Tanto è sempre tutto picanto. Accendo la tele su Mtv perché oggi c’è il giuramento di Obama di cui io e Alicia siamo fun super-sfegatate. Appena compare Michelle-ma-belle Alicia le grida: “Monkey!!”. E io: Obama fuck me”. Meno male che Kirikù ancora non capisce. Ci sente urlare e ridere. E spesso ci vede ballare. Balliamo di tutto, lui anche ma col pannolino è goffo e sta a mala pena sulle gambe. Sua madre lo sfotte: “cammini come ubriaco”. Quando verseggia mi piace dirgli: “stai zitto”. Alicia mostra tutta la dentiera e la sua risata sonora risuona per tutta la casa e diffonde allegria. A volte l’abbraccio e ha la pelle morbidissima. Il segreto è spalmarsi di una crema che fa diventare più chiari i neri. Il contrario dell’abbronzante. Un mio amico dice che ci spalmiamo della merda tossica addosso e ci verrà il cancro della pelle a tutti. Il mio amico spero almeno non porti sfiga.

Alicia interrompe il suo lavoro per chiedermi come mai non facevano entrare il nonno di Obama in ristorante. Questa ragazzona alta un metro e 90 e col 43 di piede a volte è di un’ingenuità imbarazzante. “Alicia ai tempi del nonno di Obama in America i negri non potevano entrare in nessun ristorante, nemmeno nelle scuole, sugli autobus.” Mi guarda un po’ incredula. “Apartheid, like Southafrica, do you Know??” Scrolla il boccione un po’ contrariata. La cucina è satura dei profumi africani che si diffondono dalle pentole in ebollizione. Alicia abbonda nelle spezie e ogni tanto mi rassicura: “Picanto, tu mangi??” . Eh io prova.

Tutti la guardano quando usciamo. I maschi soprattutto ma lei li tiene a bada. Una volta eravamo davanti alla videoteca perché la mia amica ama il cinema (tutto) e ha chiesto a un altro Senegal boy se aveva english pictures. Lui se l’è intortata come coi francobolli e le stampe cinesi. E lei gli ha gridato perentoria: “EH IO PARLA TE CINEMA TU INVITA CASA. Tu fa rabbiare io・

Ha una bella faccia aperta, Alicia ogni mese cambia capelli. Di tutte le foto che mi ha fatto vedere non ce ne sono due in cui abbia gli stessi capelli: passiamo da treccine nere e bionde a parrucche di ricci corti, a rasature quasi perfette. La sua passione per i capelli è infinita e molto comune tra le donne africane. Non si tratta solo di parrucche ed extension. Farsi le treccine è un rito femminile antico e radicato. Dura molte ore, serve per parlare tra femmine dello stesso branco.
L’appuntamento con Narissa è per mezzogiorno. La porta Mamadou.
Mangerei qualsiasi cosa cucinata dalla mia amica perché lo fa come atto di amore, anche se per dimostrartelo ti prepara spezzatino di ippopotamo o brasato di giraffa non importa, nel cibo e nell’amicizia quello che conta è la condivisione, la fiducia. E il bicarbonato.

Forse erano verdure quelle che sono uscite da uno dei barattoli. Alicia mi ha detto: “sono letinche”. Letinche??

Mamadou è arrivato puntuale. Ha lasciato lì Narissa sulla porta ed è andato via senza sfiorarla. Narissa aveva un’aria smarrita e impaurita. L’ho fatta entrare e mi ha colpito subito perché con la tuta da ginnastica, senza trucco e con la sua massa di treccine mi è sembrata ancora più piccola. Ancora più bambina. L’ho sfiorata per abbracciarla ma ho notato che istintivamente si è ritratta. Meno male è intervenuta subito Alicia e hanno cominciato a parlare nigeriano stretto. Sono tutte e due di Benin City. Entrando in cucina hanno continuato a parlare e Narissa ha preso in braccio Kirikù che mi ha guardata stranito e vispo. Alla luce della finestra ho notato che sulle guance Narissa ha le stesse cicatrici di Alicia. Tre piccoli segnetti verticali della stessa lunghezza. Come un tatuaggio o un marchio. Ho apparecchiato la tavola come tutti i giorni ma Alicia ha tolto le posate e ha detto: “OGGI MIO MANGI è COME AFRICA. No servi questi.” E ha tolto anche la mia forchetta. Kirikù e io ci scambiavamo le nostre solite zuccate d’intesa mentre Alicia con gesti semplici e misurati preparava delle polpettine con la farina di riso aiutandosi con il piattino da caffè. FA COME PER VOI PANE. Ha sentenziato la cuoca.

Prima di mangiare ho chiesto a Narissa se aveva bisogno di un cambio di vestiti o se voleva lavarsi. Lei ha fatto cenno di no poi mi ha chiesto se poteva guardare la televisione con Kirikù. Alicia ha messo un cd di cartoni animati. Guardavo Narissa ridere ad ogni schianto di Willy il Coyote e pensavo a questo suo barlume di normalità.

Il pranzo è andato benissimo tranne che ho bevuto un litro d’acqua perché ci vuole il palato d’amianto per mangiare certe cose che prepara Alicia. Vederla mangiare dà l’idea di cosa sia il concetto di fame atavica. È meglio comprarle un cappotto. Lei e Narissa si sono scofanate l’intero contenuto del pentolone ridendo e scherzando mentre a me andava a fuoco la gola. Mio mangi era veramente picanto. Alicia ne ha fatto assaggiare un po’ anche a suo figlio che ha strabuzzato gli occhi mentre alle sue spalle andava a fuoco Willy. Gli ho allungato l’acqua e lui mi ha guardata con gratitudine. Ha lanciato per terra un mozzicone di grissino e sua madre gli ha subito gridato. NO BUTTA MIO MANGI. Pare che in Africa sia un peccato mortale, come qui scoparsi la sorellina. Alicia è determinata nell’insegnare a suo figlio no butta mio mangi e anche no butta mio bevi. Alle 15 puntuale come il 730 è arrivato Mamadou e vedendo la tavola afro si è autoinvitato la prossima settimana con mio mangi versione Senegal food. Alicia ha subito accettato. Sempre d’accordo quando si tratta di abbuffarsi. Ali e Narissa si sono salutate con grandi baci e abbracci, in un intreccio di braccia ramificate come due baobab. La prossima volta ci sarà anche Narissa. Brasato di gnù, treccine e bicarbonato.

Il sogno mio e della mia amica Alicia è aprire un ristorante a Goréé. L’isola di fronte a Dakar, dove radunavano gli schiavi per portarli a raccogliere il cotone e ad inventare il blues. Lei cucinerà. Io servirò ai tavoli.

 

I: indifferenza: 1 s.f. l’essere indifferente; atteggiamento di chi è indifferente: ascoltare con – 

 

Stasera sono andata al vernissage di un mio amico pittore fuori di testa e tornando alla macchina ho sentito un tipo che gridava troia puttana a una tipa rannicchiata su una Clio blu sbattendo la portiera. Ora, la Clio non è una gran macchina ma merita comunque un po’ di rispetto. Mi sono avvicinata, perché la vocazione a farmi i cazzi miei la scoprirò dopo morta, e ho chiesto alla donna se voleva che chiamassi la polizia e lei mi ha bofonchiato qualcosa. 

Lui mi ha detto troia puttana vai via che mi dai fastidio allora gli ho risposto che era la sua signora che doveva decidere se dovevo andare via o restare. 

Quest’uomo delle caverne ha continuato a inveire un po’ contro di me e un po’ contro la signora che continuava a piagnucolare sempre più rannicchiata nella Clio blu. La cosa strana è che io non ho perso la calma nonostante avessi una gran voglia di prenderlo a testate. Sono stata ferma e determinata che sembravo un’assistente sociale. 

La situazione non si sbloccava e allora ho preso il numero di targa e l’uomo delle caverne mi ha detto non solo troia puttana ma anche scema perché il padrone della Clio non era lui ma la sua signora e se volevo mi poteva anche dare i documenti e il numero di cellulare. Per fortuna dopo un po’ di grida e di insulti è passato un signore che portava il cane a pisciare e io mi sono rivolta a lui come fosse la Croce Rossa. Il signore col cane ha guardato dentro la Clio, ha misurato con un’occhiata la stazza del troglodita e ha accelerato il passo perché lui la vocazione a farsi i cazzi suoi ce l’ha dalla nascita. 

Io non sapevo più cosa fare. Allora mi sono infilata nella Makkina del Popolo che è solida e mi dà sicurezza e ho chiamato il 113 e ho fornito le mie generalità e il poliziotto mi ha detto mandiamo subito una volante perché queste segnalazioni le prendono sul serio. 

Dopo mi sono nascosta con la Makkina del Popolo perché avevo paura che l’uomo delle caverne infilzasse la sua signora con l’antenna della Clio. Lui ha continuato a gridare come un pazzo e nel frattempo passavano turisti e famigliole e uomini soli e tutti dopo aver guardato bene tiravano dritti nell’indifferenza più totale perché la vocazione a farsi i cavoli propri ce l’hanno in molti. 

Finalmente dopo 12 minuti ho visto da lontano lampeggiare una volante e sono arrivati i nostri. A questo punto era in buone mani e ho sgommato via con la Makkina del Popolo che ha tirato un sospiro di sollievo sbuffando un po’ di gas dal tubo di scappamento. Lei lo sa che quando mi metto i panni della vendicatrice mascherata non mi ferma più nessuno. 

Spero che l’uomo delle caverne si spaventi e che lei lo mandi a quel paese e si trovi un bravo ragazzo perché non se lo merita un tipo così. Un tipo così se lo meritano le patrie galere. 

Ma quello che più mi ha fatto incazzare non è l’uomo delle caverne e nemmeno la sua amica che si lascia strapazzare così e che di sicuro non è la prima volta ma spero sia l’ultima. Quello che maggiormente mi fa incazzare sono tutte quelli che passando di lì hanno tirato dritto e magari il giorno dopo leggendo sul giornale “donna sgozzata su una Clio blu” hanno pure la faccia di indignarsi. 

Colonna sonora: Black Mamba (Kill bill Vol 2) The RZA 

Lascio la Makkina del Popolo riposare in darsena che è La zona di Savona che preferisco perché sembra sospesa e scollegata dal resto dal mondo. Invece collegata al resto del mondo lo è attraverso un ponte di legno alto ed elegante che è sempre abbassato. Non adesso però perché qualcuno deve rientrare in porto allora il ponte si apre e si solleva e diventa uno strano animale alato. Guardo le manovre e ne approfitto anche per guardare la fauna locale savonese. Accanto al ponte c’è un pescatore tutto intento col verme e le lenze. Direi che a prima vista il tipo è trombabile e a guardare bene lo è visto che è accompagnato da un bimbetto di circa 7 anni e viste le condizioni della sua signora che è incinta direi anche che tromba.

Vicino alla bella italica famiglia c’è un altro pescatore che indossa un paio di jeans stracciati e una canottiera nera che rivela bicipiti tatuati. Ai piedi porta i sandali. Trombabile anche questo. Forse è perché sono alle soglie della menopausa ma da un certo periodo a questa parte ogni uomo che passa mi sembra trombabile.

Il ponte è ancora sollevato ed ecco che finalmente passa la barca con a bordo un tizio trombabilissimo anche lui corredato da bambinetto troppo piccolo per essere considerato trombabile.

Davvero ho le fregole, non sono mai stata così assatanata, selettiva al contrario. Lo squillo del cellulare penetra la mia sega mentale quotidiana. È la Silvia.

  • Ciao donna, dove sei che ho bisogno di parlarti.
  • A Savona sono. A Savona.
  • E cosa ci fai a Savona di domenica, eh, porcellona, eh??
  • Eh porcellona tua sorella. Vado a lavorare, tra mezz’ora entro in turno. Cos’è che mi devio dire?
  • Ho incontrato un tipo.

Mi faccio subito il segno della croce. Il ponte si abbassa e io ci salgo guardando l’ora perché le telefonate della Silvia di solito durano un turno.

  • Che uomo?
  • Eh un uomo affascinante!!
  • Jack lo squartatore?
  • Dai che fiducia mi dai. Questo è diverso, però ha un difetto
  • Sodomizza i gorilla neonati??
  • Eddaiii!! Cerca di essere seria per una volta. Ho bisogno di un consiglio e siccome tu hai una teoria per tutto a te mi rivolgo.
  • E qual è il difetto?
  • Non chiama mai.
  • Appunto. Sei sicura che abbia il telefono?
  • Ce l’ha. ce l’ha. Sai io gli uomini non li capisco, non li ho mai capiti e non li capirò mai.
  • Ma non è tanto difficile capire un uomo. L’uomo è l’anello di congiunzione tra la scimmia e la donna, altro che Darwin.
  • Ah ah mi fai ridere te.
  • Allora ti dirò la mia teoria sugli uomini. Bisogna applicare un metodo scientifico, studiarli, analizzarli e poi catalogarli. Si dividono in 4 categorie.
  • Cioè?
  • Aspetta, Silvia, prendi appunti. Ci sono gli uomini TROMBABILI, ossia quelli che riescono a coniugare un aspetto fisico decente, con una certa cultura e una certa sensibilità. Non è solo una questione di aspetto fisico, il figaccione elegantone tutto muscoli e niente cervello. Parlo di uomini affascinanti. Hai capito? E sono rarissimi. Ti faccio un esempio. George Cloonie è il figo per eccellenza ma magari gli puzzano le ascelle, lascia alzata la tavoletta del cesso, non sa dire due parole in croce. Non gli piace leggere, ti tromba e si addormenta subito. Mi capisci?
  • No.
  • Me lo immaginavo. Passiamo alla categoria successiva: i NON TROMBABILI. Anche qui la schiera è nutrita, sono quelli come sopra ma che non si possono trombare perché fedeli o lontani, o irraggiungibili. Per esempio: per me il re dei non trombabili è Nanni Moretti.
  • Bleah
  • Degustibus non disputandum. Poi ci sono gli intrombabili, cioè la maggior parte. Basta guardarsi intorno. Il vicino di casa, il collega, quello che mi sta passando accanto, il mio capo, il tuo capo…
  • Sì cioè la maggior parte.
  • Esatto. Ultimi ci sono i trombati, ossia quelli che già ti sei trombata e qui l’ampiezza della schiera dipende da te come da te dipende se ritrombarteli o cambiare numero di cellulare. Tutto chiaro?
  • Sì ho capito. Il difetto di questo è che non chiama mai.
  • Mollalo. Ora ti mollo io che devo timbrare. Ti richiamo a fine turno, ciao smandrappa e impara a scindere il sesso dall’amore che è di gran lunga sopravvalutato.
  • Mi sa che ci hai ragione.
  • Io ho sempre ragione. Passo. Chiudo entro e timbro. A stasera, non fare casini nel frattempo. Sei capace?
  • Ci provo. Ciao ciccia e grazie.

Riesco a chiudere il telefono a tempo di record. Mi guardo intorno.

C’è un tipo che si sta avvicinando. Intrombabile. Vado a lavorare, che è meglio.

  E’ morta per un cd dei Toto, perché un taccheggiatore da supermercato, scoperto, ha reagito come un folle e le ha spaccato il cuore con una coltellata. Monica Di Mari, 38 anni, una bella donna piena di vita e pronta alla battuta scherzosa con i colleghi, è morta durante un normale turno di lavoro all’Ipercoop «I Leudi» di Carasco, centro commerciale con supermercato e negozi a pochi chilometri da Chiavari

La Stampa.

Tutti i giovedì la dottoressa Bianchi mi aspetta. Apre la porta del suo studio, mi dà la mano e pronuncia sempre le stesse parole “Buon giorno Camilla”. È gentile. Io mi siedo sulla poltroncina blu di fronte alla sua. Lei richiude la finestra che aveva aperto prima, come per cambiare aria tra un paziente e l’altro. Si siede di fronte a me. Oggi indossa un completo marrone, pantaloni e un twin set di lana sottile, ton sur ton. Scarpe basse, comode. Unica concessione alla femminilità, una collana etnica che di solito mentre parlo si aggiusta. Il che le conferisce un’aria piuttosto neutra, niente che possa rivelare qualcosa di personale.

Il suo studio non è molto grande. Appoggiata alla parete una grande scrivania antica, dalla parte opposta un divano “per le conversazioni imbarazzanti” se il paziente lo richiede”. Io ho scelto da subito la poltroncina di fronte, voglio il confronto, voglio guardarla negli occhi. Il colore arancione delle pareti dona all’ambiente un che di intimo e rassicurante. Accanto a me c’è un’altra poltroncina uguale su cui in genere appoggio la mia borsa. Dentro la borsa nascondo i sacchetti delle cose che mi sono comprata prima della seduta. Ho sempre bisogno di gratificarmi con qualche regalino. Non glielo dico perché mi sento in colpa. Prima di salire non ho comprato niente, avevo fretta di arrivare. Sono venuta direttamente senza soffermarmi nel negozio cinese di abbigliamento, dove mi piace comprare maglioncini a poco o pigiami rosa per la mia bambina.

La dottoressa mi sorride affabile come sempre. Una gentilezza professionale, neutrale.

Ha le gambe accavallate. So che tra poco le scavallerà. È il suo modo per concentrarsi unicamente su di me. La sua faccia non tradisce mai un’emozione. A volte, a seconda di quello che dico, corruga leggermente la fronte ma sono impercettibili movimenti.

Oggi le parlo di Monica e di quello che è successo la settimana scorsa. La dottoressa mi ascolta attenta.

Ho una fotografia che ritrae due bambine: una ha un’aria spaventata e una gran massa di riccioli, l’altra ha un’aria un po’ di sfida e i capelli corti, sembra un maschio. Quella è la prima foto che ritrae me e Monica la prima volta. Ci siamo conosciute alle scuole elementari, siamo finite nello stesso banco e lei mi ha scambiata per un maschio. Siamo diventate amiche da subito.

I pomeriggi dopo la scuola andavo sempre a casa sua, abitava nelle case popolari, sua madre aveva sempre il frigorifero straboccante di cose buone da mangiare e ci preparava gustosissime merende. In casa mia invece il frigo era sempre vuoto, i miei lavoravano e stavano fuori tutto il giorno. Invidiavo la famiglia di Monica, la mamma casalinga, il papà che tornava a casa la sera allegro gridando “Cu-cù”. Si può dire che sia cresciuta in casa sua. Forse più che amiche eravamo sorelle.

L’estate della fine delle elementari Monica era andata a trovare dei cugini in Toscana ed era tornata diversa. Grande, non sembrava più la stessa Monica. A settembre cominciammo le medie, sempre nello stesso banco. Avevano cominciato a chiamarci le sorelle siamesi. Intanto la famiglia di Monica cominciava impercettibilmente a sgretolarsi. Un giorno, di ritorno da scuola trovammo sua madre in cucina che piangeva.

Alla dottoressa non avevo mai parlato di Monica, prima dei fatti, perché ci siamo concentrate da subito sul mio problema. E per concentrarmi sul mio problema dovevo mettere un po’ di distanza tra me e Monica.

Alla fine della prima media i genitori di Monica si erano separati. Il padre era uscito di casa trascinando con sé due valigie e qualche libro. La mamma di Monica aveva dovuto trovarsi un lavoro perché con l’assegno alimentare dell’ex marito non sarebbe riuscita a tirare avanti. Per integrare faceva pulizie nelle case durante il giorno e pulizie negli uffici la sera. Io e Monica ci sentivamo più libere. I suoi voti a scuola erano calati e di molto, non i miei, io sono sempre stata nella norma. Alla fine della prima media il preside aveva convocato la madre di Monica per avvertirla che sarebbe stata promossa perché si rendevano conto della situazione, ma che avrebbe dovuto recuperare durante l’estate, le consigliavano inoltre di prendere delle lezioni private, lezioni che la mamma di Monica non si poteva permettere.

I rapporti col padre nella prima fase della separazione erano assidui, lui era ancora molto presente nella vita di Monica, ma piano piano erano andati calando. Monica soffriva in silenzio di questa situazione. Non ne parlava quasi mai ma io vedevo che si macerava.

Durante l’estate cominciò ad apparire un uomo in casa di Monica. Una persona che a me non piaceva, non mi aveva fatto nulla ma non mi piaceva. Non mi piaceva il suo modo di guardare, i suoi pantaloni troppo stretti, i mozziconi spenti male che disseminava in tutta la casa. E soprattutto non mi piacevano le sue battute, le pesanti allusioni sessuali. Come tutte le estati me ne andai in montagna con i miei. Salutai Monica promettendole che le avrei scritto. A settembre ci ritrovammo a scuola, nello stesso banco. Monica era cresciuta e nel frattempo si era sviluppata, da sotto la maglietta si intraveda già un seno abbozzato e questo la rendeva diversa agli occhi dei ragazzi che le prestavano nuove attenzioni . Mi raccontò che durante l’estate il tipo di sua madre si era installato in casa in pianta stabile. Lavorava in un locale e quindi la sera tornava tardi e la mattina dormiva. La situazione era pesante. Non invidiavo più la sua famiglia, il frigo di sua madre sempre pieno e il papà che rincasando gridava “cu-cù”. Nel giro di poco la sua vita si era completamente ribaltata.

Quando sono dalla dottoressa ho come un tassametro delle parole nella testa. Mentre le parlo mi chiedo se ce la farò a dire tutto nei 45 minuti a mia disposizione. Ogni tanto guardo l’ora di sfuggita. Per vedere quanto tempo mi resta. Questa è la parte meno bella. Uno quando si apre doverebbe avere bisogno di tempo e di ascolto e non essere condizionato da un tic tac fastidioso. La dottoressa non ha orologi ma sa sempre quando è scaduto il tempo. Mi dice, con il suo tono neutro e la sua gentilezza professionale: “Per oggi abbiamo finito”. Finito l’ascolto mercenario.

Monica ha cominciato ad uscire con ragazzi più grandi, fuori dal controllo della madre, con me inventava delle scuse per non uscire.

Un pomeriggio mi telefonò pregandomi di andare subito a casa sua. Mi precipitai perché il tono della sua voce era veramente allarmato.

A casa trovai una situazione incredibile. Sua madre stesa sul divano, Monica con in mano una borsa del ghiaccio cercava di premere su un occhio gonfio. Mi resi conto che era successo qualcosa di grave ma non riuscivo a mettere insieme i pezzi. Quando la madre si calmò Monica mi portò in camera sua e mi raccontò tutto. L’uomo di sua madre l’aveva picchiata ma quella non era stata la prima volta. Di sicuro però era l’ultima. Le suggerii di chiamare suo padre che per quanto ex marito era sempre un punto di riferimento. E questo fu il primo errore. Il padre si disinteressò completamente dell’accaduto, ne approfittò per dire a Monica che aveva finalmente trovato una compagna e che aspettavano un bambino. Per Monica fu una notizia deflagrante che scatenò in lei una rabbia fortissima e un pesante senso di abbandono, per quanto assente lei aveva sempre venerato suo padre. All’improvviso si sentì come tradita.

Il suo andamento scolastico era compromesso definitivamente ma ancora una volta la scuola si fece carico dei suoi problemi di famiglia e chiuse un occhio.

L’anno scolastico successivo passò senza scossoni. La madre continuava a lavorare limitandosi al lavoro diurno. Era stata assunta da un’impresa di pulizie e poteva quindi concentrare la maggioranza delle ore la mattina e il pomeriggio.

Finimmo le medie e si presentava il problema su quale scuola superiore frequentare. Monica non sembrava molto preoccupata della scelta. Certo se avessimo preso strade diverse alla lunga ci saremmo anche perse di vista e io non volevo. Ci vedevamo solo al mattino durante le lezioni perché lei trascorreva ogni pomeriggio con una compagnia di ragazzi più grandi. Il problema non era solo l’età, il problema era che tra questi ragazzi circolava droga. A me solo la parola droga mi faceva venire la pelle d’oca. Se avessi provato anche un solo spinello e mio padre se ne fosse accorto di sicuro mi avrebbe ammazzato di botte. Ma Monica era senza controllo. Nel frattempo era nato il fratellino e i contatti col padre erano sempre più sporadici.

Monica si iscrisse a ragioneria, l’idea di un liceo non l’aveva nemmeno sfiorata. Io con la matematica avevo sempre avuto problemi e mio padre mi indirizzò verso il liceo linguistico. L’idea mi piaceva perché le lingue rappresentavano la possibilità di girare il mondo.

Ci fu così la prima vera separazione.

La dottoressa non mi interrompe mai. A meno che non sia io a fare qualche domanda lei mi lascia in balia dei miei sfoghi. Solo alla fine pronuncia la sua sentenza. Sentenza che di solito non afferro. Oggi non ho domande. Sono un torrente in piena, scarico parole su parole e lei attenta non ne perde una.

Monica continuava a frequentare i ragazzi più grandi. Qualche volta l’avevo seguita ma mi sentivo un pesce fuor d’acqua. Inoltre spesso me ne stavo tappata in casa a studiare le declinazioni. Monica invece usciva già anche la sera. La sua vita subì un brusco cambiamento di rotta quando sia madre si ammalò per la prima volta. Cancro al seno. Mi chiamò. La consolai e le consigliai di rivolgersi a suo padre. Secondo errore. Il padre le disse che il fratellino era piccolo, aveva bisogno di attenzioni e che la sua compagna non avrebbe saputo gestire la situazione. Fu durante il primo anno di ragioneria, mentre sua madre era sotto chemio che nella compagnia dei ragazzi più grandi arrivò “il Rosso”. Il Rosso aveva un enorme talento per gli affari e un forte senso del marketing: non si limitava a drogarsi, spacciava e Monica fu una delle sue vittime. Al contrario di tanti che passano dalle droghe leggere a quelle pesanti, Monica cominciò subito a bucarsi. Lei lo seguì senza pensarci un attimo. E fu l’inizio.

Presto lasciò la scuola. Dormiva dove capitava. Andava a casa saltuariamente da sua madre, campava di espedienti come tutti i tossici. Rubacchiava, faceva elemosine alla stazione, e a volte quando non ci riusciva si prostituiva. Anni più tardi nella mia cucina mi disse che lei non voleva smettere di bucarsi perché bucarsi le piaceva. Era l’unica cosa che la teneva a galla. Nel frattempo era diventata magrissima e con quella massa di ricci sembrava ancora più minuta. Era sempre pallida, mani gelate, sguardo perso. Il Rosso era uscito dal suo orizzonte, ma non l’eroina.

Io riuscii a diplomarmi e mi iscrissi a lingue ma ero stufa di studiare e quando trovai il primo lavoro fisso smisi di studiare. Ormai ci eravamo perse di vista definitivamente.

Un giorno però sua madre mi telefonò. Monica era finita in ospedale. Ricoverata d’urgenza, trasportata in ospedale in ambulanza, raccolta in in vicolo come un sacco di spazzatura. Sua madre si rese conto della situazione. Prima di allora non aveva voluto vedere.

Passammo la notte in ospedale in attesa che Monica riemergesse. La madre di Monica era molto spaventata. La mattina era arrivata livida e impietosa come uno schiaffo. Che cosa potevamo fare? C’era una comunità che poteva accoglierla ma Monica non ne aveva la benché minima intenzione. Così iniziò il periodo dei Sert, del metadone. Un lungo calvario a cui né io né tanto meno la mamma di Monica eravamo preparate.

Era un continuo entrare e uscire. Correre a rotta di collo, sfidare gli dei, sfangarsela e ricominciare. Ad un certo punto, non so bene per quale ragione, le scattò la voglia di smettere o almeno di provarci seriamente e accettò l’ingresso in una comunità. Non fu un periodo facile. Isolata, lontana da tutti doveva farcela da sola. Per un po’ andò anche bene. Dopo 6 mesi avevamo avuto il permesso di andarla a trovare. Sembrava rifiorita. La faccia non più pallida, qualche chilo in più, lo sguardo più presente. Il momento di uscire arriva per tutti. È una fase delicatissima. Era seguita da una psicologa, andava agli incontri regolarmente. Un giorno incontrò per caso un amico del Rosso, la vecchia banda del buco e “solo per questa volta lo giuro”, si fece un buco. Nel giro di pochissimo tutto il lavoro svolto in comunità si vanificò e lei riprese a bucarsi. Seguirono altri due anni di tragedie, fughe, scene. Un vero e proprio Calvario. Un’altalena estenuante.

A volte andavo con la mamma di Monica nei vicoli a recuperarla. Ma non c’è recupero se non parte da te. Andò un periodo dagli zii che vivevano nella desolata periferia di Torino, in una villetta. Io e sua madre eravamo andati a trovarla anche lì. Le avevano data la mansarda, una stanza spoglia ed essenziale. Unico segno della sua presenza una foto del Genoa appesa alla parete con uno spillo. Precarietà. Instabilità. Anche a Torino era riuscita a rientrare nel giro e gli zii l’avevano messa alla porta.

Non servivano gli ultimatum, le minacce, i ricatti, le promesse. Per Monica contava solo l’eroina. Però non so un giorno cosa le scattò nella testa. Accettò di entrare di nuovo in comunità e si impegnò a rispettare il programma. E così fu. Seguì il programma fino in fondo. Uscì dalla comunità ripulita ma restava il mondo da affrontare. Per un breve periodo venne a vivere con me. E poi si arrese e ritornò da sua madre. Sembrava serena. Aveva decisamente cambiato vita. Un miracolo. A volte i miracoli accadono e le storie hanno un lieto fine. Grazie alla Comunità dove si era curata trovò lavoro in un supermercato. Era lontano e non aveva mezzi. Era costretta ad alzarsi prestissimo ma sembrava più serena. Frequentava dopo il lavoro un gruppo di femministe, scriveva recensioni musicali sulla loro rivista. Dopo sei mesi di lavoro nei reparti il capo la chiamò e le propose di cambiare mansione: addetta alla sicurezza. Certo i turni erano più duri e all’inizio avrebbe dovuto accontentarsi di un sesto livello ma col tempo chissà… Il suo lavoro consisteva nel guardare attraverso un monitor i locali del supermercato e nel caso di furto chiamare i colleghi della sorveglianza. Non avrebbe mai dovuto prendere alcun tipo di iniziativa. Sorvegliare e avvertire. Il lavoro le piaceva, la faceva sentire importante. Avevamo ricominciato a vederci con regolarità. Di solito andavo io da lei, stavo cercando di convincerla a prendere la patente. Lei mi parlava di Lorenzo, un collega che le piaceva. Mi chiedeva consigli, mi diceva della psicologa che le sconsigliava storie in questa prima fase delicata ma lei aveva voglia di innamorarsi, di avere una vita normale.

Sento che la seduta è agli sgoccioli. La dottoressa si alza e apre la finestra. È segno che il mio tempo sta per scadere. Tra un po’ sulla poltroncina blu, al mio posto, di fronte a lei, ci sarà un’altra anima in pena.

Un sabato mattina ero al computer, stavo mandando una mail e sentii il telefono squillare. Schiacciai invio e mi avviai verso la borsa. Sentivo vibrare e squillare il cellulare ma non riuscivo ad trovarlo. Quando lo afferrai risposi senza guardare di chi fosse sul display. Era la mamma di Monica. Insolito che irrompesse un sabato mattina. Fui attraversata da una spiacevole sensazione che aveva l’odore di un brutto presentimento. “Monica…” Seguì un lungo silenzio. “Devo darti una brutta notizia. Ma brutta brutta. Monica è morta”.

Ecco come una telefonata può cambiare il corso della vita.

Il telegiornale della sera mi rivelò tutti i particolari. Monica aveva visto un tipo “sospetto” infilarsi un cd sotto il cappotto, non aveva chiamato i colleghi della sorveglianza, era scesa in reparto, contravvenendo alle indicazioni dell’azienda. Si era rivolta direttamente al ladro toccandolo su una spalla, il tipo si era voltato di scatto e l’aveva colpita con un bisturi, penetrandole un polmone. Monica era morta quasi sul colpo. A terra una pozza di sangue e la sua massa di ricci neri. Il ladro era un infermiere a cui oltre al bisturi avevano trovato una flebo di psicofarmaci. Un collega intervistato disse che Monica era una ragazza piena di vita con la battuta sempre pronta.

La dottoressa si è seduta di nuovo di fronte a me. Io ho finito e attendo il verdetto. Lei tocca la collana etnica, accavalla le gambe e mi dice che Monica era un’autolesionista il suo passato da tossicodipendente ci rivela che la sua fine è stata in qualche modo all’insegna di questo autolesionismo, non si è limitata a fare quello che doveva, è intervenuta e non avrebbe dovuto.

La dottoressa si alza, e mi dice “Per oggi abbiamo finito, la prossima volta lavoreremo sul suo rapporto con Monica. Mi dà la mano con la sua studiata e professionale gentilezza. Mi porge la mano. Apre la porta. E in un attimo sono fuori.

 Il traffico scorre in questa tranquilla mattina  di aprile. Non ci sarà una prossima seduta.

C’è una bella luce sul mare. Promette qualcosa per chi guida verso ponente. Viro improvvisamente e apro il finestrino dell’auto. Rabbrividisco perché, anche se questo è l’inverno più mite del secolo, a quest’ora l’aria è frizzante, fa freddo.

Non sono sola.

Usciamo entrambi e ci allontaniamo dalla piazzola del posteggio tenendoci abbracciati.

Il sentiero costeggia il mare ma lo abbandoniamo subito per camminare sulla sabbia, saltellando sui ciottoli, e raggiungendo in breve la scogliera.

Mi blocchi contro le rocce a strapiombo e io sento i muscoli tendersi in salita: dalla punta dei piedi alla pancia.

Sono io adesso a premerti nella stessa posizione sollevandomi.

Un fiotto caldo mi investe e tu sei lì.

Questo è il pensiero.

Un uomo con il colore duro e preciso del ferro.

Ferro di cavallo.

Ti ho preso ma non ti conosco.

Né ho visto, ancora, il tuo corpo nudo.

Solo un tramonto rosso sull’acqua rugginosa. È un segno?

Torniamo indietro e il sole ormai viola è alle spalle. La luna, invece, è di fronte a noi.

Camminiamo mano nella mano. Come una rete allegra colma di pesci.

Il guardone travestito da pescatore si allontana con la barca, veloce.

Quando ti ho incontrato, o meglio quando mi hai preso la mano per trattenermi, avevo già osservato il tuo sguardo durante la riunione di lavoro. Era la prima volta che potevo apprezzare, oltre alla sicurezza della voce, l’ironia scanzonata e la leggerezza delle parole.

Avevo fame. Mi hai offerto un pranzo veloce, il caffè e qualche innocente confidenza.

Perché ho cercato subito somiglianze, Amore mio leggero? Perché un ramoscello pretende subito di essere l’unico a stagliarsi contro il cielo?

E come può essere il mondo degli affetti per chi è nato in una lingua di terra schiacciata contro la montagna e il mare? È troppo tardi per essere qualcosa di diverso da una pigna verde grondante di resina antica?

Mi hai chiamata dopo mezzora che ci eravamo salutati. Mi hai sorpresa. Ti ho pensata per tutto il tempo, hai detto. Dove sei? Che cosa stai facendo? Sono al computer, sto scrivendo una lettera. Allora scusa ti saluto volevo dirti soltanto questo, ciao. Dopo qualche ora mi hai di nuovo cercata. Avevi letto il mio sms: Ti ho pensato anch’io…Ciao, volevo sapere come stavi. Bene, grazie, e tu?

Abbiamo passato due giorni e due notti a parlarci a distanza, a toccarci con le parole, a fare sesso virtuale, mentre eravamo soli nel letto, nudi, a rigirarci nelle lenzuola stropicciate e calde, a sognare l’inizio di una storia d’amore sontuosa come un vassoio di profiteroles al cioccolato.

Adesso ti adoro, ma in realtà amo il sole il cielo il mio gatto persiano il vento tra gli ulivi i fiori degli agrumi le rose gialle il risotto ai carciofi la gelatina di arance con la panna i miei studenti Sirio e la luna piena. Amo i libri che leggo e ti racconto amo la gente che sorride. Ti innamorerò m’innamorerai. Amo le canzoni…Sono felice e divertita, aperta. Sei molto, molto accogliente. Hai detto.

La prima volta che sei venuto nella mia casa ci sei entrato con piedi leggeri prendendo piede in me, già da quella sera. Ti sei guardato intorno e ti sei coricato subito sul letto matrimoniale che occupo da sola, dalla parte dove dormo. Hai acceso la piccola lampada. Avevo sostato davanti ai quadri degli amici, pronta a raccontarti la loro storia. Ma non c’era tempo per la conversazione. Leggermente ebbri per il doppio aperitivo e la cena, avevamo fretta di fare l’amore. Cominciai a sbottonarti la camicia. Ti alzasti e ci spogliammo uno di fronte all’altra. Fui travolta da un’onda calda e dal desiderio di elargire coccole e avere protezione. Non fu emozionante come l’incontro al mare, ma mi resi conto che ci stavamo studiando in profondità. Ti definii Curioso delle donne. Citasti Bevilacqua come un autore congeniale. E mi parlasti subito di un’altra donna: una siciliana conosciuta a Messina. Ahi, la paura dell’abisso!

Mi avevi detto al telefono che aspiravi al volo leggero delle termiti. Non sono sicura di ricordare il nome dell’etologo di cui mi parlasti all’una di notte, dopo avermi chiesto se per caso dormissi…Ti pare che a quest’ora la gente normale dorma? Chiesi. Ma tu non sei normale! Rispondesti…Ero compiaciuta. Una nota di follia era ciò di cui avevo bisogno per dare profumo alla mia vanità. O forse per accontentarmi. Mi avevi già messa in guardia sul tempo che potevi dedicarmi. Poco. Ritagliato al momento. Imparai a mettere a frutto l’esperienza. Una donna sa far meglio l’amore di una ragazzina. Una donna può svincolarsi dalla quotidianità. Può rischiare tutto per una fantasia, un gioco, un gesto compiuto per ottenere la complicità e l’intimità dell’amato.

Amare è qualcosa di sacro, che va rispettato.

Ricordati di me e della mia pelle senza profumo, della mia pelle, sudata dopo un lungo viaggio, che non poteva aspettare, che solo per un attimo ha sentito il freno del pudore, che avrebbe potuto rimandare l’incontro perché avvenisse senza l’errore di un vestito logoro o di un polsino annerito dalla stanchezza della giornata e dal lutto, di scarpe infangate e di capelli lucidi e spettinati, incollati al viso spento con le occhiaie…Domani è un altro giorno.

Il tuo cellulare è perennemente spento. Oppure, dopo tre o quattro squilli, fa partire la segreteria che obbliga a lasciare un messaggio vocale o ad interrompere il tentativo di comunicazione. Ho provato, dopo poche settimane, la paura di queste mine-farfalla disseminate sotto il mio corpo. Quando una esplode io muoio… Lo so, un conto è la metafora, un conto la vita. Ma tu conosci il senso d’abbandono? La perdita dell’amore? Questo significa per me il silenzio prolungato, specialmente dopo una notte piena di stelle. Una notte d’amore.

Il silenzio mi fa tornare all’infanzia, quando giravo attorno al tavolo rotondo della sala furibonda come un leone in gabbia perché, anche quella sera, mio padre aveva deciso di farsi aspettare…. Tu non sai nulla del mio sentirmi sola, non amata. Io non so nulla di te. O quasi. Tuo padre ti ha amato di un amore incondizionato. Tua madre no.

Spero di far tesoro di questa mia scoperta. Se sono riuscita a decifrare ciò che costa in genere lunghi anni di psicanalisi, allora vuol dire che sei speciale per me. Prezioso.

Ti vengo a prendere in ufficio. È la seconda volta che capita. Chissà perché me lo chiedi. Questo è il tuo palcoscenico e io sono timida. Sei serio fino a ché non chiudi a chiave la porta alle tue spalle. E usciamo, andiamo in macchina e ti faccio leggere una poesia che ho commentato insieme ai miei studenti. Vorrei scardinare il tuo scrigno, forzare il tuo silenzio, immergermi nel profumo che maschera l’odore autentico della tua pelle… Non voglio aver fretta di conoscerti, di interpretarti. Desidero ascoltarti, sentirti con tutti i sensi. Voglio baciarti.

Ci fermiamo fuori città, in un angolo deserto. Ci parliamo con gli occhi, con il tatto, con la lingua muta. I vetri si appannano. La tua voce è una carezza. Pelle a pelle. Voce a voce.

Le papille gustative apprezzano ogni aroma liquido. Penso che il sesso condiviso e fiducioso sia pervasivo come l’acqua. Raggiunge ogni cellula del corpo e del cervello. Il nostro cervello anguria. Lo sai che è fatto per il 70% d’acqua? Ci penso perché mi hai confessato che le “rotelle” sono la parte di te che preferisci. Ti sottovaluti. Mi piace ogni parte del tuo corpo: la pancia morbida e dolce, le braccia e le mani forti e decise, le orecchie ben disegnate e tenere. E i piedi? Buffi e deliziosi…

Mi cerchi con dita esperte da esploratore. Te lo dico e tu sorridi. Perché no? Dici. La allontano questa mano che fruga ovunque troppo presto e non voglio concentrarmi su di me voglio sentire il tuo piacere. No, non sono una crocerossina. È finito il tempo dell’amore elemosina, dell’amore beneficenza. Sono cresciuta. So aspettare. Ho addomesticato la pazienza come si fa con la volpe.

Tu però insisti. Mi premi il capezzolo e mi fai male. E allora divento la culla per il tuo sesso. Lo lecco, lo massaggio, lo stringo, lo lascio, lo ingoio. E tu resisti per poco, annaspi e infine naufraghi, e la tua voce è musica. La melodia esultante dell’amore. Inno alla gioia. Ninna nanna ninna oh questo amore a chi lo do. Ninna nanna ninna oh, questo amore a chi lo do. Lo do a te finché ce n’è.

Amore mio è già mattino. Resta qui, stammi vicino.

Sono tornata a casa dopo averti lasciato alla tua auto. Non ho voglia di dormire. Eppure ne avrei bisogno. La sveglia è alle 6.30. Come tutti i giorni esclusa la domenica. Scrivo sul foglietto per le note della spesa: mettersi in gioco non significa diventare ciechi. Me lo ripeto come una preghiera fino ad addormentarmi.

Questa storia è una danza erotica con movimenti in avvicinamento e rapidi allontanamenti. Coccolato e sperato, tu sei leggero come una bolla di sapone e sali in alto come un aquilone sfuggito alle mani di una bambina e io ho paura di non vederti più. Se ciò accadesse sarebbe una prova dell’inesistenza di Dio…

Abbiamo parcheggiato sotto gli ulivi della mia casa e siamo saliti in cucina. Dal tavolo la visione del mare è apertissima. Sulla tovaglia abbiamo poggiato alla rinfusa una bottiglia di vermentino, alcune fette di lardo di Colonnata con le noci, un pezzo di focaccia alle olive e della cima genovese. Acquisti dell’ultimo minuto, prima di ritirarci nella nostra tana.

Parlavo solo io… Puoi affettare il pane? Hai voglia di stappare la bottiglia? Ma si vedeva, sai? che non sei pratico di faccende domestiche.

Che strano mangiare avendo fame senza provare il desiderio del cibo ma solo quello, fortissimo, del tuo corpo! E tu mi versi da bere e poi mi segui mentre mi alzo per sparecchiare e mi cingi i fianchi alle spalle e mi baci il collo e l’orecchio come sapessi da sempre che questo è esattamente il gesto che mi fa impazzire. Siamo “soggetti di un amore che raggiunge chi lo vuole”, dice il cantautore.

Si possono ascoltare le carezze? Quali storie raccontano?

Il mondo continua a chiamarci e non possiamo fare finta che non esista. La malinconia mi prende quando scappi via, deciso, senza voltarti indietro. Come se fosse una necessità. E la speranza è: domani… E ringrazio il cielo stellato perché il tuo pensiero mi culla come una canzone.

Il bar che abbiamo scelto per l’aperitivo è chiuso per il riposo settimanale. Camminiamo velocemente sotto la pioggerella che si fa più insistente e ne troviamo un altro. Uno vale l’altro. L’importante è guardarti e nutrirmi quel poco che basta… Questa volta esagero con l’alcol e quando arriviamo a casa, fradici, sei tu a spogliarmi e io ti guardo come fa un neonato con la mamma. Ho paura e te lo dico perché capisco che questa mia rinascita si affida a te, completamente. E allora Amante mio leggero fa di me ciò che vuoi perché sono nelle tue mani. E tu lo sai. Lo comprendo distintamente tra i fumi che sanno d’arancia. Come la pioggia il sentimento per te ha spento tutta la mia rabbia nei confronti degli uomini e non so spiegarmi perché.

Io che ho attraversato tutti i giorni con gli occhi bene aperti ora li tengo chiusi e mi pare di vederci meglio. È follia. Il sole picchia in testa come un assassino. Dove ho lasciato il berretto Happy tour? La spiaggia mi dà sollievo. Sotto la torre saracena sono protetta dal vento e mi abbronzo in compagnia di un’amica. Il mare va e viene e ci accarezza le orecchie. “Non dire notte” di Amos Oz riposa al mio fianco.

Vorrei guardare i tuoi occhi, chi c’è dentro? Qual è il mio posto nei tuoi pensieri?

Non c’è rimedio alla curiosità. Chi ha detto che senza non c’è amore?

Sono partita per un lungo viaggio e tu sorprendentemente mi chiami la sera dell’arrivo in aeroporto.

Non ti sei fatto vivo per giorni e giorni e adesso hai deciso di chiamarmi sul cellulare. Ora che ci separa un continente… Sei incomprensibile!

Sono allegra per la destinazione scelta, giungla tropicale, e per la compagnia degli altri viaggiatori, gente semplice, simpatica. Mi dimentico di te… Solo alla fine ti penso e tu mi chiami. Quando torni? Fra tre giorni. Come stai? Benissimo. Sei sola? No. Allora ciao. Ciao.

EVVIVA! Hai pensato a me… Ballo da sola. Sprofondo.

Questa è quella palude che qualcuno chiama amore. Vorrei che mi assomigliassi un po’. In questa gigantesca voglia di amarti, di accarezzarti, di mordicchiarti, di parlarti… Di farti fuori per renderti inoffensivo. In fondo sono un’assassina. Di demoni…

Viaggio in macchina. Continuo a dirmi che ho una vita piena, tanti amici, un lavoro che amo. Non mi manca nulla. NON E’ VERO! Mi manchi tu. Mi fermo e ti mando un messaggio: “Rendimi il tempo della mia adolescenza quando ancora non ero me stesso, se non come attesa. Rendimi quei desideri che mi tormentavano la vita, che adesso rimpiango. La mia giovinezza!… Basta. Sappi rianimare in me la forza dell’odio, il potere dell’amore.” (Goethe, FAUST)

Mi chiami immediatamente come sopraffatto da un’emozione che non puoi contenere. La citazione ti ha conquistato.

Mi tempesti di telefonate; mi trovi al supermercato, poi dall’amica dove mi fermo per cena, mi richiami e mi rifugio nel suo bagno per avere un po’ d’intimità…Mi cerchi ancora la sera.

Non mi interessa che cosa ti è successo, mi piace la tua ossessione, il confine è così labile tra i sani e gli ammalati; non siamo che abitanti di un pianeta che ci fa allenare la mente tra sogni di polvere e pace splendente…

Occidente, Oriente. Donne, Uomini.

Che bella fatica, Valentino!

Amori.

C’era una volta una bambina che fece molti sogni, tanti, tanti.

Sognò e sognò fino a dimenticare, fino ad allontanarsi.

Diventò nulla. Diventò tutti i sogni che aveva visto.

Diventò il sogno di tutto ciò.

Finché un giorno dovette fermarsi.

Si fermò, poi si sedette di fronte al mare e raccontò.

Raccontò molte storie, il vero e il falso raccontò.

E così raccontando sognò, sognò ancora.

Sognò.

E così sognando trovò l’uomo che sempre attese e mai arrivò.

Manuela Ormea, Sanremo 2007

E’ un tormentone Il museo dell’innocenza, ultimo romanzo di Orhan Pamuk abitato, com’è, dal fantasma dell’Amore…

Il sentimento evocato nel libro è come una melodia che ritorna ad assillarci, producendo al tempo stesso un’ossessione e un volo d’incomparabile forza emotiva. “Ah, l’amore…ci ho pensato, sapete?, e forse qualcosa ho capito”- sembra dirci l’autore turco che ci offre la storia di Kemal, rampollo trentenne della Istanbul da bere degli Anni ‘70 (alcol a fiumi e bottigliette di gazzosa Meltem, successo imprenditoriale di un amico d’infanzia), e Fusun, bellissima diciottenne, sua lontana parente, commessa in un negozio, in attesa di superare l’esame di ammissione all’Università. L’incontro tra i due, casuale come l’ingresso nel negozio, di cui si vede una bella borsa in vetrina, produce subito vicinanza estrema, organo contro organo, gioia e dolore, desiderio di andare a toccare l’amante proprio nel centro, dove non c’è più nient’altro che corpo, saliva, sangue.

Nell’appartamento disabitato del vecchio Palazzo della Pietà, Fusun, dopo aver visto due volte Kemal, fa l’amore con lui “andando fino in fondo” per la prima volta in vita sua. E il giovane, che prova una sorta di inspiegabile gelosia per gli uomini che precedentemente Fusun ha abbracciato e baciato, si rende conto che è spinto dal desiderio di possederla in modo forte e autoritario più ancora che dalla curiosità giocosa e gioconda del sesso.

Tutto ciò rimane sospeso. Consapevolezza subito dimenticata…

Viziato e abituato ad ottenere ciò che vuole, Kemal, all’inizio, fa della giovane il proprio oggetto di divertimento. L’invita addirittura alla festa di fidanzamento con Sibel, la promessa sposa che ha studiato alla Sorbona e appartiene al suo stesso rango sociale.

Fusun, sconvolta, si rende irreperibile e inaccessibile, provocando uno stravolgimento nella vita quotidiana di Kemal, che trascura tutto e tutti e frequenta ossessivamente l’appartamento dove incontrava Fusun, sperando di rivederla.

Dopo aver tentato una coabitazione con la paziente e innamorata Sibel, si allontana definitivamente da lei e dalla sua cerchia di amici, abbandonando la casa paterna ed il lavoro.

L’unica consolazione è rifugiarsi a Palazzo della Pietà e collezionare gli oggetti che Fusun ha vissuto, indossato, toccato, come l’ultima sigaretta con tanto di rossetto sul filtro, nell’ebbrezza di un godimento autoaffettivo.

Dopo aver lungamente viaggiato, Kemal riesce a ritrovare la ragazza. Fusun è molto cambiata nell’atteggiamento e nell’aspetto. E’ ancora più bella, con i capelli corvini del colore naturale, non più tinti di biondo, e una nuova, più matura e dolorosa consapevolezza della vita. Ora è sposata ad un giovane aspirante regista.

Kemal vorrebbe convincere la donna a riamarlo. Le vorrebbe restituire l’innocenza perduta, assolverla, conquistarla, incantarla, irretirla.. Ma nessuna tela di ragno, neppure fatta di perle, trattiene l’amore.

L’amore c’è finché dura: spazio della massima vicinanza e dell’estrema solitudine. Deserto che cresce…

E mentre Kemal prova sulla sua carne la resa incondizionata che esige l’amore, il fascino di Fusun consiste nell’eclissarsi.

Per otto lunghi anni i due si frequentano castamente, senza darsi neppure un bacio. Talvolta vince la rabbia. La rabbia di riconoscere l’estraneità totale dell’altro, la sua desolazione. Rabbia che si trasforma in beatitudine negli attimi, rari, di tenerezza. Qualche volta il riconoscere l’afasia di Fusun provoca in Kemal dolore profondo e il desiderio di raggiungerla in fondo al pozzo, là dove un giorno è morta alla fiducia. Desiderio che diventa ossessione… Kemal interroga la sua fantasmagoria feticistica, la sua ricerca dell’unicità attraverso la ripresa, l’andirivieni del suo desiderio d’amore, l’inno inconfessabile della sua passione senza contenuto…Eppure incontenibile, compulsivo, impossibile da fermare, come il vizio del bere.

E inaspettatamente ritorna la vicinanza, in maniera drammatica, prima dell’epilogo che porterà Kemal a costruire un Museo dedicato all’amore della sua vita, e a consegnare la propria storia allo scrittore Pamuk, poiché desidera che tutti sappiano che egli ha avuto una vita felice. Davvero!

Pare che l’autore abbia impiegato 6 anni a scrivere il romanzo. E da un anno e mezzo si sia gettato anima e corpo nel progetto del Museo che dovrebbe essere aperto per il luglio 2010, in concomitanza con l’anno dedicato a Istanbul capitale europea della cultura. Pare anche che per una volta sarebbe contento se dal romanzo fosse tratto un film. Ci sarebbe tutto pronto: il museo è la casa dell’innocenza, la casa di Fusun.

Il concetto del museo è il concetto dell’eternità. A partire dalla vista delle cose, che è come se avessero un’anima, ognuno si avvolge, come in un vecchio cappotto, nella situazione che gli oggetti ci ricordano.

E allora cosa nasconde questo romanzo-tormentone che a volte sa commuoverci come la canzone della propria vita? Il tema dell’amore che nell’eterno ritorno del cliché commuove sempre come l’impossibile unico.

Manuela Ormea (ripensando Benjamin, attraverso Peter Szendy)

Sanremo, 23 gennaio 2010

 

porto maurizio, 42°

La rassegna cinematografica che tutti gli anni il Cineforum di Imperia propone, non solo è ricca di film interessanti e spesso poco rintracciabili nei circuiti tradizionali, ma è anche occasione di incontro con i protagonisti.

È il caso di Davide Ferrario che ha presentato lunedì 14 dicembre il suo recentissimo “Tutta colpa di Giuda”. Il film narra le vicende di un’improvvisata e alquanto scalcinata compagnia teatrale, formata da una squadra di detenuti nelle carceri torinesi e capeggiati da una giovane ed entusiasta regista. Non ci troviamo però davanti a un film sulla condizione carceraria italiana (anche se a dire il vero ce ne sarebbe bisogno), bensì sulla religione e realizzato con gli effetti di un musical:

Senti, Davide, intanto grazie di aver accettato l’intervista e poi senti ci aspettavamo un film sulla condizione carceraria e invece ci siamo trovati nel bel mezzo di un musical sulla religione, come ti è venuta l’idea??

Beh è sempre difficile stabilire come e quando ti vengono le idee. Intanto c’è un interesse per il tema religioso, della figura di Giuda e della Salvazione dell’Universo e che se si ferma un ingranaggio si ferma tutto. HO dieci anni di esperienza nelle carceri, faccio volontariato, quindi ho attinto da lì e poi avevo a disposizione del materiale umano che conosco bene.

Sono molti in Italia ad occuparsi di teatro nelle carceri o nei centri di riabilitazione psichiatrica, con gli anziani, le cosiddette fasce deboli, pensi che il teatro svolga un’azione “salvifica”?

Sì è vero facendo teatro in carcere mi son reso conto che lo fanno in molti però quello che manca è un collegamento tra tutte queste realtà, non c’è un coordinamento. Sarebbe interessante se si facesse rete. Per quanto riguarda “l’azione salvifica” no, non credo che il teatro in carcere abbia un ruolo di salvazione. L’Arte non salva nessuno. A fine esperienza ciò che è rimasto è l’aver lavorato tutti insieme. La gente aveva un progetto collettivo che rispetto al niente che è la galera è sempre meglio. In dieci anni di esperienza sono più le delusioni che gli entusiasmi. Ma non bisogna smettere. Questi detenuti, i protagonisti del film, sono entrati e usciti parecchie volte, non è un problema risolvibile con un po’ di teatro e di cinema, non illudiamoci.

Parliamo un po’ di cinema italiano. Ci sono molti film che non entrano nelle sale, pensi che al cinema italiano servano nuove leggi, magari protezioniste come in Francia, o di progetti specifici?

Fino a sei mesi fa il cinema andava benone, è fisiologico che qualche film non arrivi alle sale, ma se guardi il numero di film di richiamo ce ne sono, eccome, per esempio il “cinema-panettone”che è l’unico che combatte il cinema americano. Poi c’è un cinema di qualità di massa come Muccino, Ozpetek, e comunque ogni volta esce qualcosa di inaspettato. Questo valeva fino a sei mesi fa. Ma non si risolve aumentando i finanziamenti, ci vuole qualcosa di molto più radicale. Non c’è un film dei nostri, che abbiano vinto Cannes o Venezia, che abbia incassato una lira. È mutato il pubblico. Ci sono meno sale urbane, più multisale, i giovani non vanno al cinema, vanno nelle multisale, e non è lo steso modo di fruire un film. Il cinema come il mio o alla Comencini è finito.

E quanto incide il downloading?

Incide? Sì, chi sopravvive sono le major, la liberazione del mercato che si trasforma in monopolio. È interessante se chi scarica riconosce agli indipendenti dei soldi. L’idea che si è diffusa è che la roba non si paga.

Cos’è Rossofuoco?

Dovevo fare un film intitolato Rossofuoco, un film tratto da un libro di Cesare Battisti sulla lotta armata, ma non abbiamo trovato i finanziamenti, contemporaneamente alla Miramax, altro film che non si è fatto, e ho messo via 200 mila euro e ho deciso di fare un film “Dopo mezzanotte”interamente finanziato da me, e ho dato il nome alla casa di produzione del titolo del film non fatto.

Questa intervista verrà letta soprattutto da studenti del Dams di Imperia, quindi quali consigli vuoi dare a un giovane che ha voglia di fare cinema?

Prima bisogna chiedersi sinceramente se si ha voglia davvero di fare cinema, se si ha qualcosa da raccontare e soprattutto se il cinema è il linguaggio giusto per raccontare quella determinata cosa. Ma se un giovane pensa solo che sia una figata…

Un elemento molto importante nei tuoi film è la musica, quasi un elemento centrale che ha una funzione ben precisa..

In generale ogni film è caratterizzato dal montaggio, è evidente però che la cosa che più si associa all’idea di ritmo è la musica che racconta più dei dialoghi. Un’immagine prima fa musica, il suono del film, prima ancora della sceneggiatura.

In quest’ultimo film, Tutta colpa di Giuda, è quasi privo di sceneggiatura è molto basato sull’improvvisazione, è vero’

Sì è vero, abbiamo dovuto adattare il consueto modo do girare film al tipo di situazione in cui eravamo. La sceneggiatura permette di far succedere le cose che devono succedere nella storia ma ogni scena è nata da un ampio margine di improvvisazione.

Progetti per il futuro??

L’anno prossimo un film per la Tv.

Ora basta con le domande. Il film sta per cominciare. Si spengono le luci. Silenzio.

Partono i titoli di testa. Il profumo di pop corn si diffonde…

Recensione de L’arte della gioia di Goliarda Sapienza

 Monica Farnetti, nel suo Tutte signore di mio gusto. Profili di scrittrici contemporanee, liquida l’incontro con la scrittrice Goliarda Sapienza scrivendo: “Imperdibile è per me L’arte della gioia , che rilancia e rinnova la grande lezione di vita e di scrittura di Virginia Woolf. E che per contagio sa diffondere fra le sue lettrici non solo il desiderio, ma prodigiosamente anche la possibilità, di impadronirsi di quell’arte. Sto dicendo che è un libro che cambia la vita, e sarei grata di essere presa alla lettera”.

La perentorietà convincente con la quale Farnetti, docente di Letteratura italiana all’Università di Sassari, conclude il capitolo dedicato alla scrittrice siciliana, davvero poco conosciuta, prima delle critiche francesi molto favorevoli e della ristampa Einaudi (post mortem) del suo capolavoro, mi ha indotta ad acquistare immediatamente il volume.

Mai consiglio letterario fu così diretto e prezioso!

Il romanzo L’arte della gioia è, per certi aspetti, la storia biografica di una donna che attraversa nella carne il ‘900, ma è soprattutto una cosmologia inesauribile di immagini, pensieri, sentimenti. L’esistenza dell’umano e del non umano è protagonista in tutte le sue manifeste attività: di relazione, economiche, sociali, politiche.

Nulla è superfluo in questo libro: le parole non mentono e la narratrice le studia – come un ornitologo osserva gli uccelli- e le libera da muffe e incrostazioni perché, come Goliarda stessa afferma per voce di Modesta, suo alter-ego nel libro: “bisogna imparare a nutrirsi delle parole giuste” e scartare tutte quelle che l’uso quotidiano adopera con maggiore frequenza fino a logorarle e a renderle inservibili: parole morte. Parole di morte.

Lo stile è epico, la scrittura sinuosa ed appassionante; un investimento del corpo, l’espressione di una intelligenza motoria, di un respiro ampio e profondo.

Domenico Scarpa, nella postfazione all’edizione Einaudi del 2008, analizza con esattezza: “Svariare tra la prima e la terza persona è come uscire e rientrare continuamente in se stessi per guardarsi da ogni lato e guardare il mondo”. Si intuisce nella trama delle parole un’accelerazione repentina, seguita da pause e rallentamenti. Perché , è ovvio, non si può crescere in un mondo che permette un solo tipo di tempo. Il tempo lineare è inevitabile, per tenersi aggrappati alla storia, ma non è l’unico… Il tempo conduce a cambiamento, anche nel senso che esso stesso cambia, può cambiare. E si accumulano ripetizioni e cicli, fuochi e spegnimenti, pioggia e sole..

Il romanzo di Goliarda Sapienza è propriamente lingua dell’intelligenza emotiva, sorpresa di fronte alle mutazioni, al passaggio delle stagioni, delle persone, degli animali, delle cose.

Attenzione, però. Nulla indulge al sentimentalismo. Al figlio Prando, che si lascia ammaliare dai canti del militarismo fascista, la protagonista Modesta/Goliarda dice: “Impara a dubitare delle tue emozioni. La guerra non è un’avventura. L’avventura è quella che l’individuo si sceglie, non qualcosa cui ti obbligano.”.

Cosa dire dei personaggi che animano il romanzo? Le passioni di ciascuno corrispondono esattamente al suo carattere. La loro verità sta nella coerenza che mostrano, il loro senso dipende dall’intreccio di biografie e dall’interdipendenza reciproca, esattamente come accade nella vita vera. Immediato e travolgente accadere perché “ per chi è vivo, ieri è solo servito come concime per questo oggi nuovo, tangibile, pieno di sole”.

Così Modesta narra di una vita impassibile al tempo, molto più legata al ritmo dell’universo che a quello del pensiero astratto; vita che è e può essere infinitamente libera e disponibile ad altro.

Eppure la protagonista prova sulla propria pelle tutte le contraddizioni del secolo che attraversa: conosce la povertà e la ricchezza, la lotta di classe e l’abuso di potere, il socialismo ed il fascismo, la reclusione del carcere e la piena libertà, il fascino della morte ed il desiderio di giustizia. E’ figlia violata e madre felice, è lesbica ed eterosessuale, è sola ma piena di amici e ammiratori. Tutto ciò che vive è esperienza da non perdere: alba e tramonto. Vita vissuta, che costituisce la materia e la forma geniale delle relazioni con gli altri, con l’altro, con il cosmo. Corpo e linguaggio abitano la vita, tutta la vita anche quella che non siamo noi.

Goliarda produce un turbamento dei sensi che, probabilmente, a leggere le pagine scritte su di lei, produceva anche in coloro che la incrociavano, compresi gli allievi della scuola di recitazione.

Il suo romanzo mette in moto e risveglia le nostre capacità di interpretazione simbolica e di associazione, provocando un movimento lento le cui onde d’urto non si placano e continuano ad allargarsi dopo l’impatto iniziale.

Vorrei aver contribuito a definire L’arte della gioia ’opera in cui la bellezza è stata il suo disegno primo e ultimo, come direbbe il Lessing del Laocoonte, ed il corpo, statuario, al centro del progetto.

Peraltro non mi pare insano riferirmi ai classici perché, come sosteneva Italo Calvino, “ classico è ciò (il libro) che non finisce mai di dire ciò che ha da dire”.

Il romanzo di Goliarda Sapienza è una splendida narrazione, che lascia il segno e apre significati, come un incontro fondamentale, dove c’è spazio per felicità, relazioni e concezioni nuove. E per un insegnamento educativo, lapidario, di Modesta/Goliarda al giovane Jacopo che le chiede:

Cosa non finirà mai?”

Questo fascismo dentro di noi”.

19 febbraio 2009

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