gennaio 2010


Notte aguzza. Vista mozza. Età che avanza. Lenti e catenelle. Computer e studio. Scala al buio. Non c’è troppa corrente nei centri sociali. Non so utenze. Bollette. Contratti. Parole, patti. Fatti. Patti Pravo. Su repeat, da settimane. La cambio io la vita che non ce la fa a cambiare me. Bevi qualcosa, vuoi far l’amore con meeeeeeee. Grazie patti. Change music. English pop. English pub. Otello va a New York. Decaffeinato lungo lungo. Tazza grande. Fredda. Non mi va di bruciarmi la bocca. Grazie. Hai fatto un’ordinazione che io e il mio collega eravamo deliziati. Rispetto per i lavoratori.

Amélie. Mon ami. Non raccoglie foto. Parole. Ha occhi di vetro. Cristallina. Pelle bianchissima. Università. Precariato. Una cicca al crocevia. E via. Deux fois au jourd’hui.

Salammalecom. Malecomsalam. Naga def? Mang ifi. Mangni firè. Tè lunghissimi. Parole incomprensibili. Suoni rimbalzanti. Wolof. Come tamburi. Notu du? Tubab. Donna bianca.

Madison street. Hi,Carrie how are u? My son. I’m proud to be her mother.

Now london, sir Lawrence. La regina ci aspetta con la violetta. La monarkia. Nati con la camicia. Non di forza.

Otello. Pranzo nuziale con gamba di gesso. Vestita di bianco. Batti il tempo con marco nel cuore. Un altro mondo possibile, e Genova non scolora nella memoria come l’acqua tra vicoli stretti. Come i silenzi di parole non dette. Taglia copia incolla. Ma perché fai sempre il taglia, mi dice Sara. Perché si taglia. COL TEMPO SI TAGLIA.

Il tempo cancella le ferite. Faccia di mocassino. Pescatore. Muratore. Agricoltore. Il tempo scava. Corrode. Indurisce. Porta via. La memoria. Sbadati ansimiamo nella nebbia. Occhiali per vedere da vicino e da lontano. Per vedere il cinema. Per fare il cinema. Per fare azione. Mestru-AZIONE. Sindrome. Sangue. Cambia la luna. Cambia la stagione. Ancora azzurro qui. Niente si sfilaccia bel grigio.

Pavimento di kubrick. Scacchiera. Passione del regista. Arancia meccanica, appartamento dell’intellettuale impegnato. Casa con pezzi. Vado a memoria. Scorre nella memoria frame del geniale regista. Il cinema. Il mio imprinting. Io e il babbo da soli al cinema dante. Mi scappa la pipì. Vado e ritorno in un altro posto. E la regina cattiva ma bella dov’è? Al suo posto c’è una vecchia terrificante. Chiedo a apà se ha sbagliato cinema. Lui insiste, è sempre Biancaneve, la regina è diventata una strega mentre eravamo a pisciare. Linguaggio schietto, il vekkio. Da uomo a uomo. Io avevo 5 anni. Biancaneve mi è rimasta lì. Walt disney, 1939. ha un anno più di mia madre. Marylin era del 26, come papà, fidel castro la regina di Inghilterra. Circolano i nomi.

Un altro porto è possibile? Mah. Non dipende certo da noi. Ma possiamo fare qualcosa. Essere un no-front a un for front. Insomma insieme perché un altro è possibile. Questo s’è detto saggiamente.

Anche Francesca in macchina con le sue bambine. Sfrecciante cartone animato. Ciaooooooo. Beep beep sms supposta? Dove? Su scrivania cameramia. Gefunden. Il matrimonio è una danza che si impara solo col tempo. Avevi ragione Marcela. Domani tagliando psikiatrico. Makkia. L’adoro dottoressa ho un trasporto verso di LEI CHE TRAVALICA TUTTE LE TEORIE della psicanalisi passata presente e futura. L’amo incondizionatamente. Perché lei mi ama, mi cura. È bastata un’occhiata. La sua faccia aperta. Mi fido di te. Su repeat quando guido la makkina del popolo per venire da Lei, in piena sindrome, a fine mese, il periodo peggiore. Diventerei gay se fosse l’unica possibilità di averLa.

A demain. Morgen. Nite. Buenas noche. e Gute Nacht.

 

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  Definizione: (s.m.) 1 (Vc dotta, lat. Precariu(m) ottenuto con preghiere, che si concede per grazia, da prex, genit. Precis, “ Preghiera” Temporaneo, incerto, provvisorio, : domicilio – Malsicuro, instabile: situazione economica precaria, salute precaria, cagionevole. CONTR. Stabile. 2 detto di un lavoratore, spec. Dipendente di amministrazioni pubbliche, assunto con contratto a termine e quindi privo di garanzie per il futuro: personale — ; lavoratori prcari.

Il Nuovo Zingarelli N. Zingarelli Ed. Zanichelli

Dunque alla macchinetta del caffè c’era già un certo fermento stamattina. Si aggira per la fabbrica lo spettro della cassa integrazione. Prima delle ferie. Un colpo gobbo. La prossima settimana c’è assemblea. Speriamo bene. M’infilo i tappi, le cuffie, i guanti e con passo rassegnato mi avvicino al fondo linea. Porca troia. Il Tronca (Tronchetti Piero) non c’è. Mi doveva riportare un Dvd. Sarà ancora in infortunio. La settimana scorsa si è rialzato troppo velocemente e si è preso una lastra sulla schiena. L’ho visto diventare prima rosso e poi è sbiancato che sembrava un lenzuolo. Per quanta attenzione ci metti prima o poi ti fai male. Penso io, toccandomi gli inesistenti zebedei. Inesistenti non ne sarei troppo sicura.

Al posto del Tronca c’è la Marisa. Ha sempre il rossetto, la Marisa, ci tiene al suo decoro. A fine turno abbiamo la faccia coperta di una polvere nera, sottile ma a lei brillano ancora le labbra. Questa polvere nera si infila dappertutto. Anche nelle mutande te la ritrovi. Chissà che lavoro fa nei polmoni. Meno male che io sono precaria. Tre settimane ancora e sarò fuori da qui. La Marisa la sa lunga su tutto. Suo cognato lavora di sopra, è un colletto. Si chiamano ancora così. Mi comunica della cassa e mi urla:”I cinesi hanno aumentato il prezzo della banda stagnata del 3%e quindi ci mettono in cassa”

Chiii?” le chiedo. Non ho ancora imparato a comunicare in reparto con i gesti. I veterani si capiscono con un’occhiata. Con pochi gesti riescono a dirsi qualsiasi cosa. Il pollice e il mignolo allargati con le altre dita chiuse sta a significare da fondo linea al macchinista che devi andare al gabinetto. Non so le donne che gesto facciano: forse si accucciano.

I CINESIIII” mi grida di nuovo la Marisa. “Hanno aumentato la banda stagnata del 3% e quindi noi andiamo in cassa”

Da morto. Penso io. Cosa centrano i cinesi con le rate del mio mutuo? Io non capisco niente di economia e si vede dal mio conto in banca. Per me i numeri sono concetti astratti. Per quanto riguarda il capitale, a parte il mio capitale cognitivo, non possiedo davvero una mazza. Però se mettono in cassa i dipendenti vuol dire che, salvati quelli delle cooperative, i primi a partire siamo noi interinali. Addio rinnovo del contratto e i secondi che saltano sono quelli col contratto a tempo. E le cooperative non assumeranno fino al 2020. qua non ci sono due contratti uguali.

Madonna fanno una strage, se vogliono. Per colpa dei cinesi. Non si può comprare la banda stagnata da qualche stagnaro locale per evitare il disastro??

I sindacati cosa dicono?”chiedo alla Marisona, lei capisce alla prima, legge le labbra.

E cosa vuoi che dicano i sindacati? Vengono qua che hanno già deciso tutto”.

E certo, penso, fanno degli accordi prima. Per i dipendenti. Gli altri si attaccano, come le figurine. È diventata una guerra tra poveri. Mi sembra di essere tornate alle prime lotte dei lavoratori. Siamo alle società operaie di mutuo soccorso. Job sharing. Tutti nomi americani che fa figo. Copiamo sempre le cazzate. Non è che ti possono dire: Le facciamo un contratto-sfruttamento. Job sharing. Share vuol dire porzione, parte. Parte del vostro lavoro. Ti dividi lo stesso posto di lavoro con un altro alla fame come te. Basta che alla fine il lavoro sia finito. Non è ancora legge. Per un po’ siamo salvi, forse.

Anche i contratti a progetto sono una bella vaccata. Niente malattia, maternità, ferie, permessi, tredicesima, liquidazione. La madre di tutte le vaccate. Hanno reso legale il precariato. Volevano la flessibilità. Eccola lì. Siamo tutti consulenti. L’anno scorso ho fatto per sei mesi la segretaria in una cooperativa. Anche il centralino facevo. Avevo un contratto come consulente marketing. “Signorina è martedì oggi?”

A parte il fatto che ho all’attivo già due mariti e due figli, e signorina sarà sua sorella, te la qui la mia consulenza. “Sì, ragioniere, oggi è martedì, domani mercoledì. Sì, ragioniere, vado a comprarle le sigarette. Subito ragioniere”.

Sono consulente marketing.

 Siamo a metà mattina. Il tempo in fabbrica si muove come melassa. Mi dicono che devo dimenticare l’orologio. Lasciarlo nell’armadietto tanto il tempo è regolato dal numero di baie e coperchi che si svuotano. La produzione è l’unica cosa che conti qua dentro. Sono fissati. E il capitale. Das Kapital. Tutta roba di cui a me non frega una mazza. Io sono nata povera e povera morirò. Per questo sono comunista. Se la fabbrica fosse mia, fossi nata figlia di un industriale invece che di un povero cristo, che si alzava alle 5 del mattino, sarei comunista? Certo che sì. Sarei un’intellettuale di sinistra. Di cachemire. Mi vestirei tutta di Giorgio Armani, andrei in una beauty farm a leggere Marx. Andrei con Pucci e Bacci a contestare qualche festival.

Bene fra due ore si mangia. 20 minuti per mangiare, lavarsi i denti, fumare e rimettersi tutta la bardatura e resistere un altro paio d’orette ai lavoro forzati. Fno a domani mattina alle 5,55.

La Marisa mi fa: “Sei iscritta al sindacato?2

E no. “Le faccio io, scrollando il boccione. “cosa me ne faccio? Ogni 2 mesi cambio lavoro, contratto, categoria. Quante tessere devo prendere? Faccio un mosaico bizantino”

Sei forte te“ mi fa la Marisona che lavora qui da…?

Il mese prossimo sono 27 anni di fabbrica”

27 anni attaccata a questa macchina.

Non è cambiato molto”

Ecco. In questi casi sono contenta di essere precaria. Io dopo un po’ dello stesso luogo di lavoro mi rompo le balle, come di tutto. Mi scade il contratto e olè, via verso nuove avventure. In questo modo mi faccio un sacco di amici.ho sempre cene di lavoro di lavori vecchi. Mi invitano a battesimi e matrimoni, addii ai nubilati. In fondo siamo tutti precari. Penso tra me e me, guatdando per l’ennesima volta l’orologio.

La baia è quasi vuota. Ho la schiena che non la sento più. Sento solo il dolore fisico. Mi prudono le orecchie dentro, per via dei tappi.

Ma come hai fatto a resistere tanti anni?”

EHH ma con gli anni ti abitui a tutto.” Mi risponde la Marisa col suo sorriso scarlatto. Spero si rompa la macchina o che la linea si fermi per cambiare il formato. Così tra riparazione e messa in onda se ne partono 20minuti di cazzeggio in giro per il reparto con la ramazza. Mi sgranchisco un po’ le ossa. Il primo giorno mi hanno detto che se ci sono pause forzate non devi farti vedere lì seduto a contemplare le lattine che vagano. Devi ripulire la macchina, controllare che non ci siano macchie d’olio. Altrimenti arriva Herr Sturmstruppen, baffetti, grembiule bianco, stivaletti e frustino. E ti fa una bella cazziata avanti a tutti. Quello che ci vuole a metà turno per tirarsi su.

O ti mandano a pulire il fiume.

C’è di bello che a cambiar tanti posti non hai più soggezione di nessuno. In ogni posto di lavoro c’è un frustrato che se la prende coi sottoposti. Tanto sai che i rapporti son tutti a tempo.

L’anno scorso ho avuto più rapporti di lavoro che rapporti sessuali.

Non si può avere tutto nella vita.

Il futuro lo vedo nero perché a differenza di cento anni fa mancano la consapevolezza e la solidarietà. Guarda se uno di questi assunti a tempo indeterminato alza un dito per dire: facciamo uno sciopero per far assumere i precari. I colletti non hanno mai scioperato per le maestranze. Ancora si odiano. Il padrone dovrebbero odiare. Non è lui che rinuncia al suo safari in Kenya o a 3 o 4 piste di… sci, per assumere noi. Penzoliamo in fondo alla catena del lavoro. Se vai al collocamento, o come cazzo si chiama adesso, ti spari. Leggi le offerte che mettono e devi tenerti la pancia o impiccarti a una trave.

11,55. suona la sirena dei primoturnisti. Si mangia. Cannelloni spinaci e ricotta, congelati e scongelati nel microonde aziendale. Cassa integrazione per dessert.

Vivo in un mondo di merda, ora lo so. M,a sono ancora vivo e non ho più paura. Come diceva Joker alla fine di full metall jacket.

 COLONNA SONORA: l’Internazionale Officine Schwarz

 Definizione: (s.m.) 1 Stato che assume un corpo quando tutte le forze applicate danno risultante e momento nulli. Stabile, instabile, indifferente, secondo che il corpo, spostata di poco ritorna nella posizione primaria, o se ne allontana di più, o rimane fermo in qualche posizione; 2 lo stare e il mantenersi del corpo umano, in posizione eretta, perdere l’ – non reggersi in piedi e cadere. 3 fig. convivenza o conciliazione di forze, elementi, o atteggiamenti contrastanti : l’ – politico tra le grandi potenze. Il circo, sport per sign.

Questa notte dormivo il sonno del giusto e qualcosa mi ha svegliata. Qualcosa che è entrata in camera da letto. Non si tratta di mosche e zanzare. Piuttosto qualcosa di indefinito. Sospeso tra il qualcosa e il qualcuno. Ho aperto gli occhi e ho avvertito subito un brivido di freddo. La prima cosa che mi è venuta in mente è Eva Kleine Keller. È tornata! E infatti appena mi è apparsa, con la sua consistenza di garza sterile, ho lanciato un grido di gioia. Lei ha portato la mano alla mia bocca e ha sussurrato: “Ssshhhh. Fuori sul terrazzo”

Siamo uscite, io dalla finestra, lei attraverso il muro e ci siamo abbracciate forte. Per quanto non sia facile abbracciare un fantasma.

Una luna ammaccata spandeva sulle nostre teste i suoi bagliori rossastri.

Vieni, voglio farti conoscere un mio carissimo amico”

Chi è? Chi è? “ faccio io ansiosa.

All’improvviso si materializza un uomo sui 38. quasi 39. Alto, snello. Indossa pantaloni neri e una giacca di quello che potrebbe essere stato un velluto a coste. Molto british. Bertinottianamente british. Si muove con eleganza ma senza affettazione. Ha un che di raffinato ma anche maschio. Insomma a buon intenditrice poche parole: se fosse vivo me lo farei.

Io sono Gino”

Gino. Ma che nome del cazzo. Penso, ma non lo dico. Altro che britsh. British de noantri. Ha dei bei capelli però. Non toglie gli occhi di dosso da Eva.

Da dove vieni?”

Ma, di preciso non saprei. Ero attore per cui giravo sempre. Sai tournée… prima ho fatto 1000 mestieri..”

Sì, ho visto cose che voi umani, una pippa. Penso ma non lo dico.

Eva è su di tono. Se la ridacchia agitando l’immancabile scialle. Mi osserva. Vuole la mia opinione, è lampante. Io speravo venisse da sola. Non stiamo mai insieme. Io sempre via sulla Makkina del Popolo. Lei però è un fantasma, potrebbe apparire più spesso. E stasera si presenta con questo Gino e io so già come va a finire. Eva mi ha detto che hai fantasmi piace raccontarsi dalla fine, il momento della loro morte è sempre subito come una grande ingiustizia.

Sento che devo fare gli onori di casa.

Allora, Gino, che piacere averti qua, stasera. E dimmi un po’, come sei morto?”

Sono stato ucciso”

O poverino. Lo penso e lo dico.

Ero tornato in teatro, dopo ore di prove estenuanti. Avevo dimenticato il copione e c’era una scena che dovevo rifare. Ho cercato la cartellina in camerino, sul palcoscenico. Ma non c’era traccia. Stavo per scendere in platea quando ho sentito un rumore. Mi sono volato di scatto ed è esploso un colpo. Dopo pochi secondi mi sembrava che mi bruciasse la pancia. Ero stato colpito. I soccorsi sono arrivati tardi. A quell’ora in teatro non c’è nessuno. Non ho fatto in tempo a vedere chi mi ha ammazzato. Mi sono risvegliato che ero già di qui. Non so perché sono stato ucciso. Andavo d’accordo con tutti”

Eva conosce questa storia a memoria. Ma le piace sempre ascoltarla e alla fine mi dice: “Raccapricciante, no?” e poi se la ridacchia.

Gino invece ha l’aria seria.

Da quel giorno sono un’anima in pena. Non sapere perché sono stato ucciso. Chi poteva volermi così male da farmi fuori? C’è da andare fuori di testa. Poi un giorno ho incontrato lei “ Si volta verso Eva, l’avvolge con un braccio.

Sono commossa. “Ti manca il mestiere d’attore?”

Gino alza gli occhi al cielo e annuisce. “oh sì! Non sai l’equilibrio che mi ha dato! Da sfigato precario mi trasformavo in Re, in buffone. Scendere dentro se stessi per fare saccheggio di emozioni e poi regalarle ai personaggi, farli rivivere. Interpretarli. Questo mi è stato tolto. Ma c’è lei, adesso. Vaghiamo di teatro in teatro. Critichiamo a facciamo dispetti. Nessuno ci vede. Interveniamo solo quando qualche cane uccide il teatro.”

Eva è in brodo di giuggiole. Vedo in futuro il suo equilibrio saltare. Sempre quando si innamora salta tutto il cosmo. Bisogna tenersi pronti ad ogni eventualità.

Eva continua a gigioneggiare. Ridacchia.

Veramente l’ho visto prima io. Era appollaiato sullo schienale di una poltrona in prima fila e aveva l’aria un po’ triste da cocker chiuso in macchina. Mi sono avvicinata e abbiamo cominciato a chiacchierare di teatro e musica. Sai noi viennesi…”

Interrompo questo bel quadretto con una domanda: “Avevi dei figli?”

No. Non ancora ma adoravo i bambini. Sai ho cominciato come mimo, ho fatto il clown alle feste di compleanno, alle feste dei santi patroni. Ho seguito un circo, due anni in giro per l’Europa.”

Dai!! Il clown!! E che con che nome ti presentavi?”

KLOWNFANFARONE”

Carino, Fanfarone deriva dall’arabo è colui il quale le spara grosse. Ma… figli?”

Aspettavo la donna giusta con cui farli. E l’avevo trovata.”

Eva mi fulmina con lo sguardo. Gelosetta.

Avevo una storia complicata con una donna di Bilbao. Una mora che gestiva un ristorante, Paella su prenotazione”

Beh di semplice non c’è mai niente” dico io che sono laureata in Complicazioni comparate e vanto numerosi master in sfiga sentimentale avanzata.

Mi hanno sparato prima che potessimo sposarci.”

Eva gli si avvicina materna. Sono seduti sul divano azzurro. Proprio sotto il Manet. Si abbracciano.

Con lei ho trovato un senso alla morte. È disarmante. Contagiosa. Non sta ferma mai, eppure con lei trovo pace. Equilibrio”

Eva allunga il collo tutta bella tronfia.

Con lei ho ritrovato un equilibrio”

Equilibrio. È una parola grossa. In quanto a equilibrio ho bisogno di lezioni private da uno bravo. Magari laureato in psichiatria.

Per trovare l’equilibrio- interviene Eva che sembra un pisello nel suo baccello- bisogna eliminare tante cose. Cose che non servono, ostacolano il cammino. E appena ti arriva qualche conferma muovi i primi passi. Cambiando tu, qualcosa cambia anche intorno a te. E sei in asse.”

Sono esterrefatta. Eva così saggia e serena. Com’è che io non riesco a trovare un equilibrio mio? Del resto parlo con i fantasmi. Non ho tutte le rotelle a posto. Eva e Gino si alzano. Ci uniamo in un abbraccio collettivo e spariscono nel muro felici e contenti.

Prima di andare a dormire lancio un’ultima occhiata alla luna. “Ecco questo volevo farti vedere”, mi hai detto una sera, appoggiati ad uno dei muretti dove ci siamo tenuti stretti.

Non ho mai visto una luna così. Sarà il quarto giusto?

  P: paradiso: (s.m.) 1 secondo la religione cristiana, stato di beatitudine eterna riservata alle anime dei giusti dopo la morte. 2 avere dei santi in – avere amicizie influenti. 3 l’oltretomba dei buoni veramente inteso a seconda delle diverse religioni.

GARZANTI DIZIONARIO ITALIANO.

 Sono appena scesa da un aeroplano bianco in un aeroporto tutto bianco. Mi guardo intorno per capire dove andare. Ai lati ci sono due lunghe file di persone, tutte vestite di bianco che aspettano. Cosa? Non si sa. Non ci sono indicazioni né cartelli. L’istinto mi dice di procedere. Andare avanti. Esco dall’aeroporto e mi avvio lungo un viale. L’aria è fresca e piacevole. Anch’io sono vestita di bianco, indosso una specie di tunica leggera. Mi siedo a riposare anche se non sono stanca ma più per cercare con lo sguardo qualcosa di istintivamente familiare. In lontananza intravedo un piccolo gruppo di persone che avanza verso di me ma senza fretta. La particolarità che sembra accomunare tutti gli individui qui è la totale assenza di fretta. Ecco che dal gruppetto si stacca una persona mi viene incontro facendo grandi cenni con le mani. Non posso crederci! E’ lui!! Appena lo riconosco gli corro incontro eccitata e gioiosa come una bambina. Non riesco in preda all’entusiasmo a non gridargli: PAPAAAA’!!!! E’ LUI!!Il mio Vekkio. Ha i soliti pantaloncini corti di jeans del sabato quando dipingeva. Ma bianchi. E l’inconfondibile cappello da pirla, comprato in un autogrill. Ma bianco. E la giacca da operaio Enel che aveva ciulato a un suo amico e che portava il sabato quando dipingeva. Ma bianco. Anche lui mi corre incontro: CUCCIOLOOOONEEE!! Ci abbracciamo fortissimo perché son più di vent’anni che non ci vediamo. Ci diciamo le solite cazzate, ci diamo strizzatine, e manate e gnec gnec come ai vecchi tempi.

– Quanto mi sei mancato Papà.

– Anche tu ma ti aspettavo molto più tardi

– Ma Papà non importa quanto si vive ma COME si vive. Ho da raccontarti un sacco di cose.

Ci avviamo lungo un viale di alberi, ma bianchi.

– Hanno inventato dei telefoni senza filo che te li puoi portare dovunque e la gente non fa che telefonarsi continuamente e a dirsi delle belinate.

– Già me l’ha detto l’Avvocato, quando è salito che quello passato era il secolo dei trasporti e questo è quello della comunicazione. Altre figate tecnologiche?

– Uh madonna le videocamerine digitali ti farebbero sballare. Finita l’era del montaggio a mano con la moviola il taglia e scotcha ora sbatti tutto nel computer e vedi, salvi senza perdere neanche un frame, monti come vuoi, metti l’audio che vuoi, o colonne sonore. Titoli. Una vera figata. E poi facile.

– Sei capace anche te?

– Non esageriamo.

– Dimmi un po’… chi è il segretario del PCI adesso?

– Ecco bravo. È meglio che ci sediamo da qualche parte

– Perché?

– E ora te lo dico. Guarda là c’è una panchina che fa il caso nostro. È bianca.

– Qui è tutto bianco.

Ci sediamo all’ombra di un frassino, ma bianco e ora so che dovrò dargli parecchie botte una dietro l’altra.

– Allora il Partito Comunista Italiano, quello fondato nel ’21 a Livorno non esiste più.

Il Vekkio sbianca di botto. Io continuo con le mazzate.

– È crollato il muro di Berlino. Unica Germania, 1989. C’è un’unica moneta, si chiama euro vale in Francia, Germania, Danimarca, Italia… In tutti i paesi. Non ci sono più frontiere del cazzo. Si va di qua e di là. Il crollo del muro ha fatto crollare tutti i regimi come un effetto domino geopolitico.

– IL PCI?

– È diventato PDS. Poi DS. Ora PD.

– P.D. ???

– Partito democratico.

– ?????

Il Vekkio è sempre più pallido. Ora è tutto bianco anche lui.

– L’URSS?

– Non c’è più. Libere elezioni e capitalismo.

– La Cina?

– È un casino

– Come sempre. Cuba?

Lo vedo mentre si tocca i coglioni.

– Al posto di Fidel c’è suo fratello e lui è ancora vivo. Un po’ rincoglionito.

– Come sempre. E i cubani?

– Poveri ma belli.

– Senti un po’ ma chi è il Presidente del Consiglio?

– Allora il Presidente della Repubblica è Giorgio Napolitano.

– Ah bene, bene. Non è stato ancora spazzato via tutto.

– No.

– E il Presidente del Consiglio?

– Ecco appunto, te lo ricordi quello dell’edilizia, Milano 2… Amico di Craxi che marmellava con le televisioni?? Senti è meglio che le notizie le dia un po’ per volta. Siamo al punto che a volte rimpiangiamo i democristiani.

– Cambiamo argomento. Il tuo tedesco?

-Fa sempre cagare, perché?

– E perché vorrei che mi traducessi un po’ delle domande a un mio amico…

– Sì ma mica come quando eravamo in Germania in ferie che mi facevi parlare con tutti di politica, economia. E poi voglio conoscere qualcuno anche io.

– Tipo?

– Eh tipo Kubrick, Billy Wilder, Janis Joplin.

– Billy e io siamo grandi amici, mi racconta sempre aneddoti su Marylin Monroe, che conosco bene. È una donna complicata ma piena di umorismo.

– Va bene, dai allora chi è ‘sto tuo amico tedesco con cui vuoi parlare? Ma te lo ripeto: argomenti facili che il mio tedesco fa cagare. Chi è?

– Karl Marx

– E minchia papà!!

 

Te ne stai appoggiato al bancone di un bar e osservi. Chi entra. Chi esce. Cosa si scola. Oppure te ne stai appartato in un angolo a farti i cazzi tuoi. Cerchi di scomparire dietro un separé. Vuoi una sola compagnia. Il tuo alcol. L’alcol va bene per tutto. Ogni stato d’animo, ogni paura. Tranquillo basta un po’ d’alcol. Se ti tremano un po’ le mani, hai un po’ d’ansia, bastano due golate di qualsiasi cosa che tutto miracolosamente ti passa. Cerchi un bar ma dev’essere il bar giusto. Ci si deve poter sedere con calma. Il barman dev’essere veloce e soprattutto non deve giudicare. In Germania i camerieri sono fantastici. Appena si accorgono che hai finito la tua birra arrivano a portarti via il “vuoto”, e ti chiedono subito se ne vuoi un’altra. Te lo chiedono col sorriso. Non ti senti giudicato. Prima o poi lo sai che smetterai, ti rendi conto che l’alcol sta prendendo il sopravvento. Solo che non sai bene quando. Pensi che in fondo, beh cosa vuoi che faccia una birretta. Smetto quando voglio. Ci sono pressioni sul lavoro, in casa, da tutte le parti. Si aspettano sempre qualcosa da te e tu non sai se sei in grado. Scivoli tra pieghe di insicurezze. Annaspi. Hai paura. Hai sempre paura di sbagliare. Dimenticare la borsa con le pratiche in treno. Paura di aver sbagliato un conteggio. Hai sempre paura del giudizio degli altri. E’ come un circolo vizioso. L’alcol non risolve ma attenua. Allontana. Sfuma. Certo poi è peggio. È un periodo che è sempre peggio. Sempre peggio. Comincio alle dieci del mattino con la prima Ceres. Tiro fino a pranzo. Non mangio quasi un cazzo ma vado al bar per farmi: aperitivo, Ceres caffè e ammazza caffè. In mezz’ora. Mi serve per resistere. La sera quando chiudo bottega, prima di salire sul treno, ho preso un giro di aperitivi con gente che lavora nei dintorni, bancari, commesse, receptionist d’albergo. Stiamo lì fino a quando Lorenzo non ci sbatte fuori esausto. È in assoluto il miglior Barman della città. E non esagero come al solito. Lui fa l’apertura, viene qui alle sei e mezzo e ci sta fino alle ore 20. Il che vuol dire colazioni a tutti i pendolari vomitati dai regionali. Caffè: corto lungo macchiato caldo freddo tiepido non troppo lungo non troppo corto.. Fino alle 10. Dopo attaccano i lavoratori degli uffici,gli studenti con gli aperitivi, poi il pranzo. Insomma arriva alla chiusura che è distrutto, posso immaginare. Gli ultimi clienti siamo noi. C’è un tipo che prende il regionale per Nervi che conosce tutti i tipi di cocktail e ce li sta facendo provare in ordine alfabetico. E su ognuno ci racconta la storia. Maria la sanguinaria. Il Conte Negroni che si scolava i fondi alla fine dei party. Questo è un bel modo di bere. Con gli altri. Aumenta la socialità, la giovialità. Ce ne usciamo da lì e barcollando ci avviamo ai binari in questa vita di merda che è quella del pendolare. L’alcol serve a sdrammatizzarla. A renderla un po’ più leggera. Certo bere da soli è un’altra cosa. È la cosa migliore che ci sia. Arrivi a casa. Chiudi tutto fuori. E lei ti aspetta frizzante nel frigo ricoperta di goccioline. Ti spogli, cerchi le ciabatte. Posi tutto. E inizia la magia. Non voglio sentire telegiornali, disastri, governi che oscillano. Non voglio vedere film, quiz. E storie strappalacrime. Il silenzio. Il cavatappi che gira e buca il sughero. Il rumore che fa quando le tiri il collo. E quando lo vedi cantare mentre scivola nel bicchiere. Subito entra nel naso. Fa storcere i peli. Ecco ora giù nella gola. E tanto perché non si senta la testa. La testa non deve sentire niente. Né dolore, né paura, nostalgia. niente. Un silenzio fatto di vuoto. Bollicine. Carta e penna. Giovane è la notte. La mattina dopo vedi lo scempio delle farneticazioni che hai scritto sotto l’effetto dell’alcol. È l’altra faccia della medaglia. Hai nausea. Mal di testa. Mal di stomaco. Ti viene da vomitare. La testa è in una morsa. Ti sforzi di vomitare ma viene fuori solo del liquidastro. Ti fai schifo. Fai schifo. La pancia parte dalle tette. Hai sempre occhiaie. E soprattutto sei gonfio come un pallone. Non ce la fai ad alzarti. Le gambe pesano. Devo smettere. Devo smettere. Devo smettere. Devo smettere.

Due tre giorni fai la brava. Ma poi arriva il mercoledì. Nel mezzo della settimana. Tutto sembra bloccato. Ti senti leggermente sgonfio. Cosa vuoi che mi faccia una piccola mangiando? E poi la piccola mentre stai facendo l’ordinazione diventa una Ceres. E il piatto misto diventa una focaccina. Segue il caffè e naturalmente l’ammazzacaffè: Courvoisier, tanto per ricordare i bei tempi andati. E olè. Siamo sula cresta dell’onda. Stasera ci facciamo io e i miei amici qualche aperitivo che comincia con la emme. Manhattan. Poi domani è un altro giorno si vedrà. Esci dal bar e ti senti il padrone del mondo. Spaccheresti tutto. tutti travolgi con la tua furia. Allegria. Tristezza. Rabbia. I coloro si accendono. I contorni sfuocano dopo un po’.

Devo smettere devo smettere devo smettere.

Gli amici sono andati. Si vergognano ad invitarti alle cene. O almeno ne sei convinta. Di fatto nessuno ti invita più. Sul lavoro ti senti in colpa lo sai che non hai l’attenzione al massimo in certi momenti. Si vede da come compili i moduli. Una calligrafia a tratti sconclusionata.

Per questo ti serve un bar. Un angolo tranquillo dove non pensare che va tutto male.

Cerchi un anfratto. Una sicurezza. Una birra media. Due birre medie. E scaricare.

 La vicina di casa urla e strepita e piange. Non si sopporta più. Palazzi con le pareti di carta velina. Grida. Urla. Inveisce contro la madre. Volano parole grosse, ma soprattutto sembra che la madre non abbia il benché minimo controllo sulla figlia adolescente. Nel frigo c’è un cartone di Ceres. Quasi quasi vado di là e la offro a quelle due prima che si strappino i capelli.

Beveteci sopra. E passerà tutto.

È l’ora di cena. Sono sola nel mio appartamento. Sola con le vicine che urlano pazze d’ormoni e di rabbia. A volte la solitudine mi pesa come un macigno. È in questi momenti che l’alcol mi aiuta. È il mio migliore amico. E in questi momenti sono contenta di abitare sopra tre supermercati. Posso diversificare gli acquisti passando davanti a tre cassiere diverse senza sentirmi giudicata. Mi sembra sempre che chi mi vende il mio bere in qualche modo mi giudichi male. ho anche imparato a diversificare i bar. Non bevo mai Negroni nel bar dove faccio colazione di solito, ad eccezione di Lorenzo. In uno pranzo, in un altro bevo birra, in un altro superalcolici. Ci vuole un certo metodo. Ma bisogna anche fregarsene. Se nessuno bevesse ci sarebbero molti disoccupati. E poi si beve dai tempi dei Greci. Bacco…

Penso che sia arrivato il momento di stappare quella boccia di bianco che mi è rimasta nel frigo. Nettare degli Dei. Domani smetto. Domani smetto. Domani smetto.

Ecco. Cavatappi. Sughero. E liquido frizzante dalle narici alla testa. Domani smetto.