Miomangi: (s.m.) dall’alisciano, 1 tutto ciò che concerne il cibo sia esso come sostentamento fisico che come cibo per la mente; Il pranzo è – ma anche un libro, un bel film. 2 Necessità di nutrire con – sia il corpo che lo spirito attraverso strumenti diversificati, dalla polenta allo scrivere la sceneggiatura. 3 – affetto, ascolto. 4 Lavoro, guadagno, stipendio.
 

DIZIONARIO PARLATO ALISCIANO-ITALIANO ED. SUPERGULP 
La mia amica Alicia ieri ha preparato un piatto super special e oggi ho lo stomaco in fiamme e un bubbone su un labbro. Ci siamo inerpicate su per i vicoli alla ricerca della macelleria halal dove comprare gli ingredienti giusti in vista del pranzo per Narissa. Abbiamo comprato una serie di barattoli con delle scritte piccolissime e in arabo. Poi mezzo metro di lingua di manzo, una lingua bianchissima e delle zampe. Sempre di manzo. Infine una serie di sacchettini con delle polverine colorate. L‘idea è quella di preparare mio mangi per Narissa, una ragazza di 16 anni che è stata tolta dalla strada due sere fa, e farla sentire a casa. Casa sua è in Nigeria, perciò non penso c’entri la Barilla. Appena rientrate Alicia fa andare le mani. Di solito tiene la finestra aperta anche se soffia la bora e non indossa niente, tranne una canottiera. Ma quando traffica in cucina si avvolge in un lenzuolo in cui mette Kirikù, il suo figlioletto di mesi 15 per 16 chili. E denti. E capelli riccissimi, praticamente una moquette morbida. Ascolta e osserva tutto. Io e lui ci prendiamo a testate. È il nostro modo per comunicarci l’amore. Dice Alicia che quando non ci sono lui lo fa con lei: “Perché lui manca te”. Alicia sta imparando l’italiano e per ora il suo linguaggio è un misto di verbi all’infinito come gli indiani nei fumetti , inglese, nigeriano e qualche parola di wolof che le ha insegnato il marito, the senegal boy.
Ha messo le zampe del manzo direttamente sui fornelli. Come faceva mia nonna con quelle della gallina. La cucina si impregnava di un odore di bruciato nauseabondo, che attaccava alla gola in una morsa serrata.

Alicia ha messo a bollire la farina di riso con tanta acqua. In un padellone ha sistemato altri pezzi di carne, tra cui la famosa lingua. Tutto immerso in una salsa di colore ancora indefinito. Ogni tanto con un coltello apriva uno dei barattoli comprati alla macelleria halal. Rinuncio sempre a capire gli ingredienti delle ricette di Alicia. Tanto è sempre tutto picanto. Accendo la tele su Mtv perché oggi c’è il giuramento di Obama di cui io e Alicia siamo fun super-sfegatate. Appena compare Michelle-ma-belle Alicia le grida: “Monkey!!”. E io: Obama fuck me”. Meno male che Kirikù ancora non capisce. Ci sente urlare e ridere. E spesso ci vede ballare. Balliamo di tutto, lui anche ma col pannolino è goffo e sta a mala pena sulle gambe. Sua madre lo sfotte: “cammini come ubriaco”. Quando verseggia mi piace dirgli: “stai zitto”. Alicia mostra tutta la dentiera e la sua risata sonora risuona per tutta la casa e diffonde allegria. A volte l’abbraccio e ha la pelle morbidissima. Il segreto è spalmarsi di una crema che fa diventare più chiari i neri. Il contrario dell’abbronzante. Un mio amico dice che ci spalmiamo della merda tossica addosso e ci verrà il cancro della pelle a tutti. Il mio amico spero almeno non porti sfiga.

Alicia interrompe il suo lavoro per chiedermi come mai non facevano entrare il nonno di Obama in ristorante. Questa ragazzona alta un metro e 90 e col 43 di piede a volte è di un’ingenuità imbarazzante. “Alicia ai tempi del nonno di Obama in America i negri non potevano entrare in nessun ristorante, nemmeno nelle scuole, sugli autobus.” Mi guarda un po’ incredula. “Apartheid, like Southafrica, do you Know??” Scrolla il boccione un po’ contrariata. La cucina è satura dei profumi africani che si diffondono dalle pentole in ebollizione. Alicia abbonda nelle spezie e ogni tanto mi rassicura: “Picanto, tu mangi??” . Eh io prova.

Tutti la guardano quando usciamo. I maschi soprattutto ma lei li tiene a bada. Una volta eravamo davanti alla videoteca perché la mia amica ama il cinema (tutto) e ha chiesto a un altro Senegal boy se aveva english pictures. Lui se l’è intortata come coi francobolli e le stampe cinesi. E lei gli ha gridato perentoria: “EH IO PARLA TE CINEMA TU INVITA CASA. Tu fa rabbiare io・

Ha una bella faccia aperta, Alicia ogni mese cambia capelli. Di tutte le foto che mi ha fatto vedere non ce ne sono due in cui abbia gli stessi capelli: passiamo da treccine nere e bionde a parrucche di ricci corti, a rasature quasi perfette. La sua passione per i capelli è infinita e molto comune tra le donne africane. Non si tratta solo di parrucche ed extension. Farsi le treccine è un rito femminile antico e radicato. Dura molte ore, serve per parlare tra femmine dello stesso branco.
L’appuntamento con Narissa è per mezzogiorno. La porta Mamadou.
Mangerei qualsiasi cosa cucinata dalla mia amica perché lo fa come atto di amore, anche se per dimostrartelo ti prepara spezzatino di ippopotamo o brasato di giraffa non importa, nel cibo e nell’amicizia quello che conta è la condivisione, la fiducia. E il bicarbonato.

Forse erano verdure quelle che sono uscite da uno dei barattoli. Alicia mi ha detto: “sono letinche”. Letinche??

Mamadou è arrivato puntuale. Ha lasciato lì Narissa sulla porta ed è andato via senza sfiorarla. Narissa aveva un’aria smarrita e impaurita. L’ho fatta entrare e mi ha colpito subito perché con la tuta da ginnastica, senza trucco e con la sua massa di treccine mi è sembrata ancora più piccola. Ancora più bambina. L’ho sfiorata per abbracciarla ma ho notato che istintivamente si è ritratta. Meno male è intervenuta subito Alicia e hanno cominciato a parlare nigeriano stretto. Sono tutte e due di Benin City. Entrando in cucina hanno continuato a parlare e Narissa ha preso in braccio Kirikù che mi ha guardata stranito e vispo. Alla luce della finestra ho notato che sulle guance Narissa ha le stesse cicatrici di Alicia. Tre piccoli segnetti verticali della stessa lunghezza. Come un tatuaggio o un marchio. Ho apparecchiato la tavola come tutti i giorni ma Alicia ha tolto le posate e ha detto: “OGGI MIO MANGI è COME AFRICA. No servi questi.” E ha tolto anche la mia forchetta. Kirikù e io ci scambiavamo le nostre solite zuccate d’intesa mentre Alicia con gesti semplici e misurati preparava delle polpettine con la farina di riso aiutandosi con il piattino da caffè. FA COME PER VOI PANE. Ha sentenziato la cuoca.

Prima di mangiare ho chiesto a Narissa se aveva bisogno di un cambio di vestiti o se voleva lavarsi. Lei ha fatto cenno di no poi mi ha chiesto se poteva guardare la televisione con Kirikù. Alicia ha messo un cd di cartoni animati. Guardavo Narissa ridere ad ogni schianto di Willy il Coyote e pensavo a questo suo barlume di normalità.

Il pranzo è andato benissimo tranne che ho bevuto un litro d’acqua perché ci vuole il palato d’amianto per mangiare certe cose che prepara Alicia. Vederla mangiare dà l’idea di cosa sia il concetto di fame atavica. È meglio comprarle un cappotto. Lei e Narissa si sono scofanate l’intero contenuto del pentolone ridendo e scherzando mentre a me andava a fuoco la gola. Mio mangi era veramente picanto. Alicia ne ha fatto assaggiare un po’ anche a suo figlio che ha strabuzzato gli occhi mentre alle sue spalle andava a fuoco Willy. Gli ho allungato l’acqua e lui mi ha guardata con gratitudine. Ha lanciato per terra un mozzicone di grissino e sua madre gli ha subito gridato. NO BUTTA MIO MANGI. Pare che in Africa sia un peccato mortale, come qui scoparsi la sorellina. Alicia è determinata nell’insegnare a suo figlio no butta mio mangi e anche no butta mio bevi. Alle 15 puntuale come il 730 è arrivato Mamadou e vedendo la tavola afro si è autoinvitato la prossima settimana con mio mangi versione Senegal food. Alicia ha subito accettato. Sempre d’accordo quando si tratta di abbuffarsi. Ali e Narissa si sono salutate con grandi baci e abbracci, in un intreccio di braccia ramificate come due baobab. La prossima volta ci sarà anche Narissa. Brasato di gnù, treccine e bicarbonato.

Il sogno mio e della mia amica Alicia è aprire un ristorante a Goréé. L’isola di fronte a Dakar, dove radunavano gli schiavi per portarli a raccogliere il cotone e ad inventare il blues. Lei cucinerà. Io servirò ai tavoli.

 

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