giugno 2010


 

Roma, 35°

 

 Roberto Girometti, classe 1939, ha alle spalle una decennale gavetta al cinegiornale la  Settimana Incom. Regista, direttore della fotografia …  

 

Allora Roberto, raccontami degli inizi. Come hai cominciato?

 

“La cosa è molto divertente, dopo le scuole tecniche, eravamo agli inizi degli anni sessanta, (magici), accompagnai una carissima amica che faceva l’attrice, alla settimana INCOM,per un appuntamanto con Sandro Pallavicini, con l’occasione me lo feci presentare. Dopo una chiacchierata con il Presidente S. Pallavicini ad un certo punto mi disse di fargli una domanda. Risposi, che non avevo niente da domandare, e dopo un attimo mi resi conto che intendeva una domanda scritta per essere assunto come assistente operatore. Credo che mi sarei preso a schiaffi da solo, per la figuraccia. Ma non finisce quì, si fece portare carta e penna dal suo maggiordomo- segretario e mi disse: “Come ti chiami?”. Non ti  dico come mi trovavo, che senso di disagio. Scrisse la lettera me la consegnò con una busta mi disse di firmarla e di spedirgliela, (era un grande, aveva capito l’imbarazzo di un giovanotto di borgata, arrivavo da Porta Portese, e potreste leggere il libro LA STORIA di Elsa Morante per capire meglio chi eravamo). Una settimana dopo entravo a far parte di quel posto stupendo che è stata la mia scuola di cinema che era ( La settimana INCOM ).

Che anno era?

“Era il  1962”

Girometti è sempre non lesina mai azzeccati  consigli letterari. Hai lavorato con i più grandi registi, tra i quali Roberto Rossellini, puoi dirci qualcosa di lui?

Conoscere Roberto Rossellini è stato una specie di sogno.

Collaboravo da un po’ di tempo con il figlio Renzo e con la sua produzione, avevo fatto una serie di filmati e di documentari, tra i quali uno a Cuba per la regia di Beppe Ferrara e collaborazione giornalistica di Saverio Tutino.

Un giorno venne a trovare Renzo mentre c’era una riunione di un gruppo di lavoro, tra i quali c’erano, Emidio Greco, Paolo Poeti, Antonio Troisio, Augusto Caminito, e mi sembra anche Vincenzo Cerami, io, e naturalmente Renzo il figlio.

Roberto Rossellini doveva girare i titoli di testa, per una cosa che aveva girato per la televisione che era ( La lotta dell’uomo per la sua sopravvivenza ), Renzo gli parlò di me, e da quì iniziò questa collaborazione con R. Rossellini.

L’anno dopo era il1971 R. Rossellini fù invitato in Cile per l’operazione Verdad voluta da Salvador Allende, che democraticamente era diventato Presidente del Cile .

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L’anno dopo, 1971, R. Rossellini fù invitato in Cile per l’operazione Verdad di Salvador Allende, che democraticamente era diventato presidente del Cile.

A questo punto iniziò questo stupendo viaggio in Cile, e a parte tutte le meraviglie che R. Rossellini aveva fatto per il cinema, scoprii una delle persone più belle, affascinanti, colte, carismatiche, e sopratutto cosa che non si dice mai di R. Rossellini, una ironia che non mai trovato in nessuna altra persona.

In questo viaggio in Cile, intervistammo il presidente S. Allende e passammo con lui vari giorni stupendi, nella sua casa di via ( Tomas Moro, pensatore dell’utopia ) forse era il caso. Si, stupendi per me, perché, è stato l’incontro di queste due grandi persone R. Rossellini, e S. Allende, la cultura europea e la cultura latino americana.

In tutto questo un grande abbraccio ad Emidio Greco che la regia del documentario (Vincimos y Vinceremos) Ed io con lui sempre in Cile.

Quanto è importante la fotografia nel cinema?

E’ una bella domanda, perché, senz’altro sarà difficile rispondere senza creare qualche problema.

pensa che la fotografia deve aiutare tutti i reparti, che fanno parte del set, la scenografia,i costumi, il trucco, e le altre categorie con grande attenzione alla storia che il regista sta raccontando.

Per cui sono certo che la fotografia cinematografica sia un grande aiuto per tutti e per il film.

 

Al di là dell’aspetto tecnico cosa differenzia un autore della fotografia da un altro, il suo stile?

 

Questa domanda, secondo me è legata alla precedente, il discorso può essere culturale, alle proprie amicizie, alla famiglia, all’educazione, alle conoscenze, visto il tutto dalla propria ottica, e poi molto importante dall’incontro e dal pensiero del regista.

Ed infine dai mezzi tecnici e di illuminazione che ognuno di noi usa, perché, oggi c’è una grande varietà di scelta.

Pensa se un film raccontasse una storia vista da un bambino di 4 o 5 anni, il punto di vista sarebbe differente se visto da un adulto, e questa già sarebbe una scelta tecnica.

Che differenza c’è tra autore e direttore della fotografia cinematografica?

Se si va a vedere la cinematografia prima degli anni quaranta si firmava, (Fotografia di), poi per delle incomprensioni che ci sono state nel nord America, quando il tecnico di regia, è diventato direttore, anche i tecnici di fotografia hanno pensato di diventare direttori della fotografia, secondo me.

Poi sul set ogni capo reparto è autore del proprio lavoro, per cui tutti insieme i coautori dell’opera cinematografica.

Immagina una orchestra. C’è il direttore d’orchestra, pensa se ci stesse,il direttore dei violini, il direttore degli ottoni, il direttore dei flauti, ecc, . Sarebbe la saga dei direttori, invece c’è il primo violino, e poi via via tutte le altre specialità.

 

Ci sono differenze tra fotografia del cinema e della televisione.

 

Non ci dovrebbero essere differenze tra la fotografia cinematografica e televisiva,perché il giorno è giorno l’alba è alba, il tramonto è tramonto e la notte è notte, anche se cambiano i supporti per fare cinema e per fare televisione, non ci dovrebbero essere differenze.

Credo che per il prodotto televisivo si stia perdendo si stia perdendo la qualità in funzione della quantità. Un’altra cosa importante è che nel prodotto televisivo, dopo che l’autore della fotografia ha dato una copia da lui lavorata in post-produzione, e da lui scelto il tono fotografico, quando invece arriva in una qualsiasi rete televisiva, molte persone ci lavorano sopra, per fare i vari trasferimenti in analogico o digitale, le quali non sanno niente della storia ideata della soluzione artistica e della situazione tecnica.

Ed a questo punto un arrivederci alla qualità.

 

Hai girato anche documentari con Minà e hai avuto la possibilità di incontrare persone come Fidel Castro e Salvador Allende, che idea ti sei fatto ?

Penso di essere stato molto fortunato per tutte le persone che ho incontrato facendo cinema, documentari e inchieste cine-giornalistiche.

Come già detto ho iniziato ad un cinegiornale, (La settimana INCOM).     QUANTI RICORDI.

E di persone ne ho incontrate e intervistate veramente molte, dalla politica, alla cultura,allo sport, alla scienza, e non sto  qui  a fare i nomi, e credete sono veramente molte.

Con R. Rossellini prima S. Allende, e con Gianni Minà Fidel Castro è stata una grande esperienza, perché, credo che averli conosciuti mi abbiano lasciato dentro un senso di amare di più e rispettare di più la mia vita e quella degli altri.

E come dice J. P. Sartre: “ Il ricordo è l’unico paradiso dal quale non possiamo venire cacciati “

 

Che consiglio daresti ad un giovane che vuole avvicinarsi alla fotografia per il cinema ?

Non proprio da me dare consigli, posso dire solo una cosa, trovare secondo il mezzo che si usa per fare cinema, il massimo della qualità, senza cercare compromessi.

Esperienze come regista ?

Sono molto legato ad un mio film, dal titolo ( Mafia una legge che non perdona ), che scrissi tanti anni fa con un mio amico, la storia era presa da un fatto di cronaca. Nel mio piccolo ho sempre cercato di combattere i prepotenti, e questa storia lo era, ho cercato di raccontare con questo film di stare attenti alle persone che cercano di raggiungere i loro scopi con mezzi poco leciti. ( Forse è utopia ).

Comunque mi diverto molto di più a collaborare con il regista, con tutto il resto della troupe, facendo l’autore della fotografia cinematografica.

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Lunedì 7 giugno 2010 alle ore 15,00 davanti a una nutrita e attenta commissione di docenti universitari ho discusso la mia tesi “La Resistenza tra storia e memoria”. Nella solennità accademica si è consumato il rito della mia  proclamazione a DOTTORESSA officiato, con tanto di campanella. Nell’Aula Magna della Facoltà di Lettere e Filosofia è rimbombato il 110 e Lode che ha concluso una brillante carriera universitaria tempestata di lodi, soddisfazioni, sforzi ed entusiasmi. Mia madre, che ai miei matrimoni non ha versato una lacrima, ha pianto tutto il tempo. Mia figlia si è divertita ad immortalare questo momento in numerosi scatti in cui ha catturato il lampadario, il gomito del mio professore di Storia, un occhio della professoressa di Storia della danza e del mimo e di sfuggita anche me. Mio marito quando sono uscita mi ha dato un gigantesco mazzo di rosse  che fa piacere quasi quanto il rumore che fa il cellophane anche se a me farebbe più  gola  una birra.

Mi concedo un giorno per rilassarmi ma  mercoledì ho già la faccia dentro il bollettino “Io lavoro” dell’Ufficio regionale per l’impiego, certa che una laurea offra ulteriori sbocchi professionali. E infatti c’è un annuncio che sembra fatto apposta per me. Un’Agenzia interinale è alla ricerca di  una laureata in Lettere o Scienze giuridiche da immettere nel settore delle  risorse umane, lavoro che in passato ho già svolto. Chiamo immediatamente e un impiegato mi dà appuntamento per l’indomani e precisa di presentarmi con il Curriculum vitae, il codice fiscale e la carta di identità. Sento attraverso la cornetta un lieve odore di bruciato. Ma devo essere ottimista. Sono laureata! In effetti è il mio primo colloquio da dottoressa e ciò mi dà una sicurezza che prima non avevo. Mi sento in qualche modo formalizzata.

Il giorno successivo mi presento puntuale negli uffici della GI GROUP, in via XXV Aprile numero 39, con il vestito buono che avevo lunedì e che non ho ancora fatto in tempo a mandare in tintoria. Entro in un ufficio ampio, con grandi scrivanie vuote e mi accoglie un ragazzo, probabilmente lo stesso che mi ha dato appuntamento.

“Sono qui per l’annuncio per il posto alle risorse”

Il ragazzo gentile e schivo mi rifila un questionario e io ribadisco che sono lì per il posto alle risorse umane.

“Sì la prego di compilare il nostro questionario e quando avrà finito parlerà con la nostra selezionatrice”.

La parola selezionatrice mi fa venire la pelle d’oca. Mi fa venire in mente quando i nazisti mettevano i prigionieri in fila, contavano fino a 10 e fucilavano l’undicesimo. Per questo si chiama decimazione.

Io sono venuta per l’annuncio non per iscrivermi all’ennesima agenzia interinale che mi seleziona per un posto da magazziniere per una settimana, un altro da escavatorista per 6 giorni. La puzza di bruciato si fa ora più intensa.

Mi cominciano a girare le balle. Ma iniziare subito con le polemiche non è una buona idea quindi prendo il loro lungo questionario e mi metto all’opra china.

Compilo la parte anagrafica, sono sposata, sì, ho figli, due. Sono fiera finalmente di barrare la casella LAUREA. Per quanto riguarda i precedenti lavorativi non c’è che l’imbarazzo della scelta. Se c’è un posto di merda, precario, pagato male nel raggio di 70 chilometri io l’ho fatto. Cominciamo dall’ultimo presso la Cooperativa “Il Volo” dove facevo per 3 euro l’ora l’educatrice in una comunità di mamme con bambino. Ero a turni, mi davano 3 euro sia che facessi la notte il giorno o i festivi. Per mettere insieme circa 1000 euro ho dovuto lavorare 365 ore in un mese. Poi metto di quando ho fatto per due anni la segretaria per un tizio che poi è finito in manette. Era un lavoro subordinato a tutti gli effetti ma per non avere grane, rotture di balle coi sindacati la Cooperativa ha preferito farmi un contratto di collaborazione occasionale. Mi pagavano alla fine di ogni contratto, cioè una volta ogni 6 mesi. Lo spazio per i precedenti lavorativi sono solo 3 quindi per ultimo metto quando ho fatto la commessa in una libreria ma ero in “regola” come collaboratrice coordinata continuativa. Un altro modo per evitare grane e rotture di balle coi sindacati. Ogni volta che guardo il mio curriculum vitae mi vien voglia di spaccare tutto. L’ultima parte del questionario riguarda le disponibilità. Ci metto poco a riempire le caselle con una lunga fila di sì. Disponibilità part time sì;  full time, sì; turni, sì; contratti co.co.co, sì; co.co.pro, sì. Disponibilità alla mobilità: provinciale, sì, regionale sì, intergalattica pure. E voilà finito il questionario. Lo riconsegno al triste e schivo ragazzo.  Mi chiede il curriculum, il codice fiscale, la carta di identità. Ma io sono qui per il posto alle risorse. Lui mi dice che tra un attimo potrò parlare con la selezionatrice. E alè, vai, finalmente si parla di cose serie.

La selezionatrice è preceduta dal rumore dei suoi tacchetti, arriva, con gesti rapidi ed efficienti prende posto davanti a me. Ha il piglio di Emma Marcegaglia. Le faccio scivolare davanti al naso l’annuncio del bollettino “Io lavoro” e le dico di essere lì per il posto alle risorse umane. Lei mi squadra dall’alto in basso e senza neanche sbirciare il mio curriculum, né tanto meno il questionario mi fa: “Ma lei non è laureata”.

 Le balle mi continuano a girare.  “Sì sono laureata e con 110 e lode”. Lei ridacchiando mi risponde che a loro del 110 e lode non frega una mazza. E sempre ridacchiando mi dice che  stanno cercando una “fresca di laurea”.

la tipa mi squadra dall’alto in basso e mi fa: “Ma noi cerchiamo una fresca di laurea”. Ora le mie balle girano sempre più vorticosamente e le rispondo: “Guardi mi sono laureata lunedì questo, più che fresca la mia laurea è ancora bagnata. Comunque se telefona c’è qualcuno che sta discutendo la tesi in questo momento”. Emma Marcegaglia de noantri non sembra cogliere le velate sfumature del mio senso dell’umorismo. E prosegue. “Noi cerchiamo una laureata giovane, è contro la nostra politica aziendale assumere una come lei. E’ troppo vecchia”.

Sì in effetti ho i linidor che spuntano nella borsa e mi balla anche un po’ la dentiera. Mi monta una rabbia che spaccherei tutto ma sulla scrivania non c’è niente di utile a fracassarle il cranio. Ho la risposta pronta anche in questo caso. “Sono iscritta al collocamento alla lista speciale over 40, non so se sa di cosa si tratta, ma è una legge recentissima che tutela le carampane come me dal razzismo ingiustificato. In pratica chi mi assume mi fa fare una work experience e per tre mesi mi dà 309 euro, poi il datore di lavoro se mi conferma ha diritto a consistenti sgravi contributivi”.

“Sì, sì conosco questa legge, infatti noi assumiamo gente in mobilità e con sgravi  per le aziende nostre clienti, quindi sarà più facile piazzarla da qualche parte ma per quanto riguarda noi, è contro la politica della nostra azienda”.

Le balle mi girano all’impazzata ora,  ma oggi fa troppo caldo per litigare.

“Quindi ho fatto un viaggio a vuoto”

“Ma assolutamente no, la inseriremo nella nostra mailing list”

“Ma io ho già lavorato alle risorse umane e poi attraverso la work experience con gli sgravi contributivi …”

Work experience in inglese vuol dire far lavorare la gente e pagarla quasi niente.

La signora mi guarda come se fossi mongola e si fa più esplicita: “Ma signorina perché dovremmo dare a lei 309 euro al mese quando a una stagista non diamo una bella mazza di niente, la facciamo lavorare per 3 mesi poi le diamo un calcio in culo e al suo posto ne prendiamo un’altra gratis!!”. La signora Marcegaglia de noantri ride compiaciuta delle strategie aziendali.

“Ha ragione signora e mi scusi se vi ho fatto perdere tempo”. Mi alzo e sculetto fuori dalla GI GROUP. Ho fretta di allontanarmi dalle loro politiche aziendali. Ora lo so, non ho più dubbi: a settembre mi iscriverò a specialistica.  Two laurees is mei che uan!!!

 I: immigrato

 Definizione: A part. Pass. di immigrare; anche agg. Nel sign. Del v. B (s.m.) Chi si è stabilito in un paese straniero o in un’altra zona della propria nazione.

 Il Nuovo Zingarelli- Vocabolario della lingia italiana di Nicola Zingarelli—Zanichelli Editore.

 Dedicato a tutti quelli che sono dovuti andare via a tutte le latitudini e longitudini del mondo.

 Questa notte, questa notte non riesco a dormire e quando non riesco a dormire, prendo la Makkina del Popolo e vado a scaricarmi sull’asfalto.  Autostrada.   Musica e finestrini aperti a respirare l’aria vera d’inizio estate. Basta con la rarefazione asettica e artificiale dell’aria condizionata. Gli odori voglio sentire. Gli odori veri che questa musica mi porta. E voglio azzerare tutti gli altri rumori. SOLO MUSICA.

Mi fermo per un decaffeinato rapido e leggero. Luigi A. mi porge la tazzina e mi guarda oltre le occhiaie della stanchezza di un fine turno. La gente lavora anche di notte. Perché ti può venir voglia di bere un caffè alle 2 di notte in questo autogrill senza speranza.

Sfiori milioni di esistenze. Un uomo alto fruga tra i Cd. Musica nice price. Free music. Cerchi un senso alle cose. E non lo trovi mai, o lo trovi dopo, quando non ti serve più. Quando hai davanti altri ostacoli.

Un inserviente svuota i cestini con gesti di precisa efficienza.

È nero nero e la divisa verde  brilla di riflessi fosforescenti.

Quanti anni ha? Da dove viene? Mi trapassa con quel suo sguardo da preda rassegnata senza neanche vedermi.

Salam Malecom. Malecom Salam.

Da quanto tempo non vede il mare davanti a casa sua a nessuno  frega

C’è ancora chi ne ha paura e rifiuto.

Io le ho viste le badanti con la faccia da India Mapuche o da ucraina che non patisce il freddo, vicino ai nostri nonnini, alle nostre nonnine, dal panettiere, col borsellino stretto nelle mani. Rubano quello che dovrebbe essere il nostro dovere. Curare i nonni non c’è tempo.

Entrano due indiani, forse bengalesi. Sfumature di marrone e taglio d’occhi. Parlano fitto, non si capisce una mazza. Uno va alla cassa, l’altro guarda le magliette dei calciatori appese. Calciatori. Lavoratori stranieri. Senza permesso di soggiorno. Senza problemi di permesso di soggiorno. E ho visto anche tante ragazze nere nere lungo l’ Aurelia, con la gonna corta a praticare il mestiere più antico del mondo. Cioè farsi sfruttare. E se non hai niente, niente di niente, e l’unica cosa che hai è quella, te la vendi per mandare i soldi alla famiglia. Le ho viste truccarsi in treno tante volte, nigeriane per lo più. Di quella stessa Nigeria dove ogni tanto lapidano un’ “ adultera”.

Salire sul treno e di stazione in stazione prepararsi per il lavoro. Le ho sentite parlare, intuendole senza capirle.

Bevo il mio caffè. Saluto Luigi A. col cartellino ben in vista. Esco nella notte. A me non dà fastidio guidare la notte. Qualcuno non digerisce i fari contrari. Un’alcaselzer per guidatori notturni afflitti da indigestione da fari.

M’infilo nella Makkina del Popolo che scivola docile sul manto stradale. Manutenzione autostradale. Stiamo lavorando per voi. Cantieri sospesi nella notte e domani con la pettorina e i pantaloni arancioni saranno qui, per lo più africani. Rubano il lavoro, quelli che fanno i braccianti a giornata. Il caporalato che recluta braccia e gambe alle sei del mattino, dove girano le corriere.

A giornata. La frontiera estrema del caporalato. Oggi si campa e domani, domani è un altro giorno. Ma non ci sono Rossellehoare nei cantieri edili. Mandare i soldi a casa. Dove magari non c’è neanche l’acqua. Qui da noi vogliono  fare arrivare la mozzarella in Francia due ore prima, insieme all’amianto. Insieme ai polmoni bucati dall’asbesto. lo stesso che ha bucato i nostri polmoni sull’asfalto della Germania, della Svizzera.

Il razzismo attecchisce sul terreno dell’ignoranza.

Tutti quelli che sono stufi di nascere e di avercelo sotto la coda in partenza , potrebbero mettersi insieme in un’internazionale globale con quelli che provengono da paesi dove i bambini saltano sulle mine o dove si vive con meno di un dollaro al giorno. Lo Sciamano, un mio amico, mi ha chiesto un giorno a bruciapelo :”Che bandiera avresti portato a Seattle?” domanda facile facile: quella della pace. Quella che ho appeso appena hanno bombardato l’Irak la seconda volta. Quella che tutti hanno messo alla finestra. Ed ad una ad una le hanno tolte. Ma in Irak ancora si spara. La mia è ancora là fuori a sfilacciarsi. Ogni tanto la tolgo per lavarla e poi la rimetto.

Via. Via. Schiaccio il pedale della Makkina del Popolo. Il volume della musica si alza automaticamente perché la Makkina intuisce i miei pensieri.

Un vegliardo poeta con cui ho fatto un tragitto autostradale tempo fa mi ha detto che bisogna ritrovare parole come ODIO DI CLASSE.

Ma ODIO è una parola troppo grossa anche  per me. Mi accontenterei della parola COSCIENZA ,  di classe magari. Basterebbe spegnere anche il puntolino rosso della televisione e cominciare a diventare un po’ più consapevoli. Un po’ più coraggiosi. Un po’ più all’erta. Un po’ più incazzati. Un po’ più solidali.

Rientro a casa. È mattina ormai. Si aprono i cantieri. Gian Luigi o Gigi sarà già a nanna ora. Sotto le coperte della sua illusoria quotidiana fatica.

COLONNA SONORA: CLANDESTINO MANU CHAO