Aria Condizionata [Interviste]


Intervista a Carlo Lizzani, raccolta da Geneviève Alberti il 28 aprile 2010

 

In occasione della mia tesi di laurea “La Resistenza tra storia e memoria“, i cui relatori erano il Prof. Fabio Caffarena e il Prof. Saverio Zumbo, sono andata a Roma e ho avuto il privilegio di intervistare Carlo Lizzani, ricavandone un’esperienza straordinaria sia dal punto di vista culturale che umano. E’  proprio vero il detto “quando uno è grande non se la tira” . Questa intervista è stata proposta anche dal sito:

     http://www.filmdoc.it/?s=carlo+lizzani

 

Ancora oggi il 25 aprile divide, è di due giorni fa il triste spettacolo a cui abbiamo assistito proprio qui a Roma, lanci di uova e ortaggi alla neo eletta Presidente della Regione Lazio Renata Polverini da parte di frange di estrema sinistra. E’  possibile scrivere una storia condivisa o almeno festeggiare un 25 aprile senza incidenti?

Trovo infantile la reazione di alcuni estremisti della sinistra che non capiscono che invece è una nostra conquista,  dell’egemonia culturale della sinistra,  il fatto di aver comunque piegato e obbligato personaggi, tradizionalmente ostili alla Resistenza, diffidenti, o lontani, a  celebrarla e  considerarla finalmente   un passo decisivo della storia italiana. Non c’è argomento che tenga. C’è chi dice che  i partigiani  erano pochi e   la liberazione  dovuta agli americani. Per dirla platealmente,  fossero stati anche pochi o pochissimi abbiamo salvato la faccia. Abbiamo ottenuto il fatto di essere trattati in maniera diversa dai tedeschi e di  essere considerati ufficialmente come parte delle democrazie vincenti. Dopo la caduta del fascismo la creazione di un piccolo esercito partigiano   ha  dato all’Italia un volto nuovo. Quindi è stato stupido per decenni, da parte della destra,  non calcolare che questo giovava a tutta l’Italia, questo status   ottenuto grazie alla Resistenza.

La Costituzione stessa è scaturita da un lavoro collettivo…

Certo, la Costituzione  è stata il frutto della Resistenza.  Chi demoliva  o denigrava la Resistenza, dicendo che il merito era tutto degli  americani, non si rendeva conto del suo  significato più profondo. Quei pochi avevano dato all’Italia un volto nuovo con cui presentarsi al tavolo della pace. Questo si è verificato. Quindi finalmente è una conquista costringere politici e conservatori, oggi, a celebrare il 25 aprile. Consideriamolo una vittoria. Li abbiamo costretti. È puerile e assolutamente lontano da noi, che abbiamo fatto la Resistenza, questo volersela prendere con i politici. È importante anche aver ottenuto un grazie alla Resistenza.

Perché ha scelto l’esperienza della Resistenza genovese?

 

E’  stato un incontro tra chi faceva parte, come aiuto regista o sceneggiatore,  di quel cinema neorealista che aveva ancora tanti oppositori  nei ceti conservatori del nostro paese, con una serie di giovani operatori culturali e critici che a Milano, Torino, Genova avevano come punto di forza la diffusione del buon cinema.

Attraverso la formula del cineclub diventarono i pilastri di quel nuovo cinema italiano che nelle sfere ufficiali aveva suscitato tanti malumori. Era il periodo in cui si diceva che i panni sporchi si lavano in casa. Basta con queste immagini di miseria, di chi si trova in difficoltà. Ma come son passati 5 anni dalla fine della guerra e ancora un film sulla Resistenza? Insomma basta c’è stata Roma città aperta , Paisà.

Allora ci fu chi pensava  che la Resistenza fosse ancora una miniera di idee e che fosse utile capire quell’esperienza anche a livello sociale. Fu  importante l’ incontro  tra chi pensava in questo modo e le opposte culture che c’erano in tutta Italia. Una figura indubbiamente coraggiosa fu “Giuliani”, Gaetano Denegri, “Giuliani” era il nome di battaglia, molto valido, si firmava “Giuliani” col cognome Denegri.

Di lui parla lo storico Manlio Calegari, nel suo libro La sega di Hitler lo definisce uno “con il pallino del cinema” che faceva parte del gruppo degli Studenti con il leggendario Buranello, e nel film c”è lo “Studente” che dialoga col diplomatico .

Sì, poi “Giuliani” diventò un produttore professionista, in Achtung! Banditi! non aveva partecipato solo alla sceneggiatura. Fu proprio il motore della formula della Cooperativa affiancato da Dagnino, la cui vedova oggi è ancora viva. E da altri giovani genovesi che videro con entusiasmo non solo l’idea di celebrare la Resistenza ma anche quella di promuovere in altre città, il Neorealismo. Memorabile, ad esempio, fu la proiezione a Milano di Ladri di biciclette, organizzata da Ugo Casiraghi all’Odeon, una sala che aveva duemila posti. De Sica aveva le lacrime agli occhi perché  vedeva apprezzamento per il suo film che fu osteggiato. Non era andato male, ma neanche benissimo. Esplose all’estero. Lode dunque a quegli operatori culturali che avevano avuto l’intuizione delle potenzialità di film che poi presero Oscar e premi di tutti i tipi.

Raccoglieste proprio i soldi in città.

Sì, intanto per lanciarla  si organizzò una manifestazione a carattere nazionale cioè facendo venire a Genova alcuni nomi famosi del cinema, nomi popolari in tutta Italia non solo a Genova,  che aderirono alla manifestazione con molta generosità.

Una generosità che allora univa un po’ tutti, non solo nel cinema. C’era una sinergia tra pittura, cinema, letteratura.  A  Genova vennero tutti invitati per il lancio della Cooperativa: Carla Dal Poggio, Massimo Girotti, Lattuada, Giuseppe De Santis che era stato il mio Maestro. Poi alla successiva manifestazione venne Visconti dopo la proiezione de La Terra trema, un film difficile in dialetto siciliano e Visconti ebbe la soddisfazione di vederlo capito e implicitamente unì  il gradimento per il suo film all’invito a sottoscrivere per questa Cooperativa che avrebbe finanziato un  film sulla Resistenza, realizzato da un giovane amico.  Anche lui ribadì, come aveva fatto De Santis, che ero, a loro parere,  maturo per fare un film. A questa iniziativa aderirono anche attori che poi non ebbero ruoli in Achtung! Banditi! nel film ma che generosamente e senza impegno si prodigarono.

I finanziamenti, certamente, arrivarono anche  a carattere individuale ma non saremmo mai arrivati a raccogliere una cifra di una certa consistenza se non fossero state coinvolte proprio come organismi, con i loro fondi di cassa, alcune Cooperative. I portuali, i tranvieri, cioè gruppi già strutturati che poterono dare un contributo per raccogliere tanto quanto era necessario. Altrimenti ci sarebbero voluti dei mesi se si fossero raccolti uomo per uomo, donna per donna. Le associazioni di categoria  presero  decisioni al loro interno, nei  loro direttivi e trovarono giusto finanziare o aiutare il finanziamento di questo film. Poi intervenne la  stessa Lega delle Cooperative con un contributo che venne dalla  prevendita in alcuni paesi dell’Est dove il nostro cinema andava per la maggiore. Arrivarono una trentina di milioni sui 120 che ne servivano. La Lega Coop a sua volta anticipò la somma  con la sicurezza di poter distribuire il film in Cecoslovacchia, in Ungheria, nei paesi insomma dove  aveva molti scambi. Questa fu la storia effettiva della Cooperativa: un insieme di forze collettive. Anche i tranvieri contribuirono. Per questa  ragione  inserimmo nel film la  scena in cui un tranviere è costretto, nonostante lo sciopero, a guidare il tram. Aveva un fucile puntato e quindi fu visto come vittima e protagonista della Resistenza. Scrivemmo questa scena come omaggio proprio perché la Cooperativa dei tranvieri aveva partecipato alla sottoscrizione. Proprio secondo le regole classiche della committenza, come i nobili che finanziavano le grandi opere, anche noi ci giovammo di una committenza organizzata. Anche noi abbiamo obbedito a questa regola, ricavandone, proprio per le abilità degli sceneggiatori, una scena che fu omaggio a chi aveva contribuito a finanziare il film.

 

Pensa che oggi sarebbe attuale  ripetere l’esperienza di una cooperativa che finanzi un film?

Ma io non credo perché c’è uno scollamento tra pubblico e creazione cinematografica. Sì c’è ancora interesse, ci sono film italiani che ottengono successo.   Pensare però  che si possa  coagulare in un’iniziativa strati della popolazione oppure gruppi e organizzare una sottoscrizione, lo trovo molto difficile. La gente si è abituata, anche grazie alla televisione,  a ottenere il regalo, il  divertimento.  È lontanissima l’idea. Inoltre erano tempi di ristrettezze che venivano ancora dalla Resistenza, si aveva la voglia di rinnovare il paese. C’era un bagno di forze ancora in fermento. Il dibattito politico è  da sempre interessato allo  scollamento col  territorio. Quello della sottoscrizione fu un  fenomeno che poteva emergere allora in un territorio   in cui i legami tra popolazione e mondo sindacale, e delle cooperative, erano molto forti. La politica era il collante di tutto questo.  Oggi non è più così.  Questo collegamento non c’è più. È la politica stessa a dirlo.

Poi sì è vero che il cinema italiano aveva delle difficoltà ma aveva un incredibile successo all’estero. Certi titoli, certi nomi! Ho vissuto con Rossellini la stagione del ’47-’48. Eravamo insieme a  Parigi, dove si preparava il film (Germania, anno zero).   Riceveva telegrammi che lo invitavano ad andare a Hollywood. Eravamo sulla cresta dell’onda, facevamo notizia. Oggi  un buon film italiano non fa notizia, può anche vincere il Festival di Cannes, ma non determina una svolta nell’opinione pubblica per cui si accende improvvisamente un fuoco di simpatia popolare. Arriva la notizia: quel film ha vinto L’Oscar. Ma non sono fenomeni nuovi per il cinema italiano tali da mobilitare le masse. Il cinema allora era ancora il protagonista del tempo libero. C’era lo sport, il cinema. Una volta si vendevano 800 mila biglietti l’anno, adesso se ne vendono 100 mila. Il cinema non è più il protagonista di una rivoluzione culturale. Non può più proporsi come protagonista.

Ecco, com’era accolto il cinema neorealista nelle sale, dal pubblico. Per esempio mio papà che era del ’26 amava molto i film di Rossellini, De Sica,  Visconti, ma era anche avido di cinema americano, dopo vent’anni di regime fascista. Mia nonna che era del 1909 diceva se devo andare al cinema a vedere della miseria allora me ne sto a casa mia!

(il Maestro sorride!)

Ma certo era chiaro che il cinema era considerato divertimento, distrazione, coinvolgimento. Dovevano esserci film di guerra con i buoni, i cattivi. Ci doveva essere un intreccio appassionante, una star seducente. Il cinema neorealista appassionò. Fu una sorpresa il successo di Roma città aperta, però  Paisà già era più scarno e aveva meno di quegli elementi forti, quasi di tipo romanzesco,  che aveva in sé Roma città aperta.  Paisà  ebbe un successo limitato come Sciuscià, la storia di questi poveri ragazzini. La stessa sorte toccò a Ladri di biciclette. Il favore del pubblico italiano arrivò  per risonanza, dopo il grande successo internazionale.

Poi c’erano film che comunque riecheggiavano il linguaggio neorealista e che  seppero offrire al pubblico momenti di fantasia, riscuotendo un certo successo.

Per esempio fummo sorpresi dal consenso che Achtung! Banditi! ottenne in moltissime regioni del Sud. Forse all’inizio pensarono che si trattasse di un film di banditi. Ma si sarebbe sparsa la voce che così non era. Invece il film ebbe un notevole incasso e appunto,  quello che ci sorprese,  fu molto nel sud dell’Italia,  dove davamo per scontato che non sarebbe andato bene. C’era anche qualche battuta, un personaggio poteva anche essere divertente, per esempio il diplomatico.

Sì ecco il personaggio del diplomatico rappresenta nel film quello sfascio istituzionale dell’Italia immediatamente dopo il 25 luglio, fa ridere quando si definisce un”diplomatico” e il partigiano ironicamente gli chiede “Sì e di quale governo?” anche il fatto che  la signora Aurora non sia sposata è un altro modo efficace di raccontare “per sintesi” la situazione politica di quel periodo. Una certa critica uscita a botta calda, nel ’51, La rimprovera per la giovane età di allora, di aver lasciato nel tessuto narrativo qualche incompletezza o personaggi che non hanno direttamente a che fare con la storia come appunto il caso della signora Anita la finta moglie del diplomatico. La scena in cui porta i sonniferi al partigiano e si sente rispondere “Ma non sono per me, li prenda Lei  che così almeno la smette di andare avanti e indietro” è molto divertente e serve anche a sdrammatizzare…

Infatti noi volemmo nel film, come avevamo già fatto con De Santis, dare  l’idea di una pluralità di condizioni sociali dell’Italia di allora. Così  in Achtung! Banditi! volevamo rappresentare  la signora, i contadini, in montagna. Molto importante fu la centralità della fabbrica. La fabbrica, il lavoro come valore.

Più passano gli anni e più lo sottolineo.  Inoltre  la fabbrica è stata poco rappresentata nel cinema. Si contano sulle dita di una mano, soprattutto  se si pensa ai fiumi di inchiostro, ai libri, agli studi sulla classe operaia, il proletariato. Ma  nel cinema poi la fabbrica appare  poco…  I Compagni di Monicelli…

Giovanna …

Sì certo ma sono 5-6 film. Devo dire che l’immagine della fabbrica c’è poco. Un po’ anche nel cinema in generale, sia nel cinema francese che in quello inglese, e  americano. È raro. Resta memorabile Tempi moderni.

Ruttman..

Acciaio, però sono pochi i film. È una tematica che dà l’idea non tanto di povertà ma di una vita monotona. Non è un caso che in Achtung! Banditi! la fabbrica sia teatro di un’azione clandestina, quindi diventa seducente.  Significativo  è quello che si fa vedere cioè il salvataggio del nostro patrimonio. Un tentativo che  non   riuscì in tutta Italia ma almeno fu importante difendere quei beni che una volta portati all’estero avrebbero depauperato il nostro paese, soprattutto al nord. Lo smontaggio dei macchinari avrebbe reso più  difficile la ripresa nel dopo guerra. Quindi c’è anche questo valore della Resistenza come difesa della sopravvivenza economica del paese, la lungimiranza di questo pensiero. Non solo l’azione attiva, difendersi dall’essere deportati.

Perché il film fu doppiato? Non va un po’ contro l’estetica neorealista?

Eh!! perché allora tutti i film lo erano! Era un retaggio del cinema classico: il doppiaggio e la musica, sempre troppo eccessiva. Se c’è una cosa che è invecchiata è proprio il doppiaggio. C’erano attori come Maggiorani, non professionista, come sarebbe venuto? E poi Mastroianni su cui avevamo dei dubbi perché era romano e   come avrebbe fatto il toscano?  Ma poi se la cavò benissimo.  E la Lollobrigida era un’esordiente, Giuliano Montaldo. Certo che può dare fastidio anche perché poi ci sono voci conosciute che si associano a divi americani…

Sì un partigiano della Valpolcevera con la voce di Cary  Grant!

Avremmo dovuto fare un doppiaggio magari con delle voci un po’ più nuove. Questo sì. ma poi però lo ritroviamo anche nei film di Rossellini. Facciamo la Terra trema oppure si doppia. Era un retaggio del cinema classico, doppiaggio e molta musica che non  sapemmo scrollarci di dosso, noi neorealisti. Una via media non esisteva. Però era il sogno di tutti, fare un film parlato in genovese.

 

Quale fu il vostro rapporto di registi, intellettuali con il Partito Comunista? Vi sentivate condizionati?

No,  io ho scritto sul “Corriere della Sera”  un lungo articolo in cui riprendo questo fatto dell’egemonia culturale della sinistra che ci fu anche regalata. Uscì  un famoso articolo nel ’53 in cui si disse che il cinema italiano era influenzato: Visconti, De Santis, Monicelli, Lizzani venivano attribuiti al Pci, invece per esempio Monicelli era socialista e anticomunista; tra i fiancheggiatori venivano annoverati: Lattuada, Zampa, Rossellini, De Sica. Tutti artisti che in realtà nella loro vita privata erano se,  non dei conservatori, dei tranquilli borghesi, che però impegnati com’erano nel cinema diventavano  oggetti eversivi. Questo è un fenomeno che nella storia dell’arte si è verificato migliaia di volte basti pensare a  Balzac, o ad Agostino Belli che nella vita e non nell’arte, erano dei conformisti.

In questo fu cieca la destra, cieca e stupida, perché non seppe raccogliere quei fermenti, né suggerire temi portando dalla sua parte  gli stessi valori.

Chi era di sinistra ma anche chi non lo era, vedeva la sua opera valorizzata, difesa.

Sia la stampa, sia il Pci non facevano censure sui nostri film. Il Partito  non criticava anche se non si  rispondeva ai dettami di un’estetica, li appoggiava. Poi però tra le righe si poteva dire se quel tale film di De Sica … Potevano esserci, sì, delle osservazioni ma non hanno mai costituito elementi di timore, o di sorveglianza.

 

Togliatti però non mandò avanti l’esperienza della Cooperativa Spettaori-produttori?

Sì è vero, come racconto nel mio ultimo libro  l’opinione politica fu questa: non è che Togliatti fosse ostile alla Cooperativa ma in virtù dell’egemonia culturale che ci era stata regalata, lui pensava che fosse settario chiudersi in un certo tipo di produzione. Era anche una questione di  costi. Sapeva quanto fosse dura per le produzioni cinematografiche. La Terra trema, film bellissimo, era stato un fallimento economico. Poi c’era il giornale, la casa editrice. Da lui ci aspettavamo non un aiuto diretto, ma che influenzasse la Lega delle cooperative a continuare l’esperienza. Ma Togliatti preferì di no e vista la forza e il prestigio che avevamo ci spinse a navigare in mare aperto.

Nel libro afferma: “Il cinema è sintesi e immagini” e infatti Achtung! Banditi! ancora riesce a catalizzare interesse proprio perché è riuscito a toccare molte delle caratteristiche della Resistenza dalle donne, alla lotta clandestina in città, alla variegata composizione delle bande, gli studenti, l’occupazione della fabbrica e  oltretutto senza mai essere retorico. C’è la scena delle donne che attraversano il greto del fiume che riesce ad essere molto evocativa senza però scadere nella retorica.

Sì, riuscimmo a toccare molti aspetti forse grazie al retroterra culturale che bisogna ricordare è stato forte. Noi avevamo una conoscenza profonda del cinema classico perché al Centro Sperimentale si potevano vedere tutti i film, da quelli  sovietici, all’espressionismo tedesco. Avevamo una cultura cinematografica solida e sapevamo bene cosa significava questo squarcio. Poi coniugammo in modo nuovo,  tanto da portarmi sempre di più nei miei studi a dire che si trattò di una rivoluzione formale oltre che di contenuti. Unimmo questa voglia di scoprire l’Italia con un linguaggio, una grammatica e una sintassi nuove. Questo fu il propellente che ci lanciò nel mondo il Neorealismo. Non solo i contenuti, ma anche il modo.

Sono passato sulla struttura del fotogramma:  l’azione in primo piano è sempre sullo sfondo o in contraddizione o in dialettica. I movimenti esterni, che siano o meno pittoreschi, permettono la coralità. Ossia il rapporto tra individuo e coro. L’importanza del  piano sequenza.

Altro elemento importante è la confusione dei generi: cos’è un film di guerra? Con i soldati da una parte e dall’altra. In Roma città aperta, Paisà, la maturità è questa, cioè la capacità di intrecciare  tipi diversi di genere. Film di guerra che diventa anche film psicologico e di eventi rivoluzionari. Qui c’è guerra, rivoluzione al tempo stesso, quindi una confusione di generi, un uso dell’esterno che crea contrappunto di piani.

Un altro aspetto significativo e innovativo della stagione neorealista fu la   sceneggiatura corale, mi incuriosisce , come procedevate?

Anche questo veniva dal gusto e dal piacere di una complicità per la creazione di film che si sapeva, erano nuovi, difficili. Film che continuavano a porre problemi e  nonostante la conoscenza del cinema classico,  continuavano a porsi. Tutte le sceneggiature dei film  di quel periodo furono fatte in collaborazione.

Spesso si chiamava a collaborare uno scrittore. Nel caso di Achtung! Banditi!  non fu uno scrittore ma  ex partigiani come “Giuliani”, Dagnino che avevano già ambizioni artistiche, Sonego, Pirro. Devo dire che poi in pratica erano soltanto due  a scrivere il film ma ciò avveniva solo dopo  lunghi dibattiti con i protagonisti in cui era forte  la volontà di raccontare in maniera nuova.

Lei era a scuola con Carla Capponi,[1] (nota)mi racconta di lei?

Era una giovane signorina con il grembiule nero come si usava allora ,  di famiglia alto borghese che ci invitava a casa sua a prendere il te coi pasticcini, nella sua bellissima casa che guardava verso la Colonna Traiana. C’erano   Marisa Rodano, Vittoria Ottolenghi che era ebrea e dal ’38 non era più a scuola con noi ma con cui avevamo mantenuto un rapporto di amicizia. Ecco Carla aveva avuto questo trapasso incredibile. A Roma,  proprio per la scarsezza di classe operaia,  emersero nomi che sarebbero diventati risonanti come politici di rilievo.

Ma erano comunque tutti giovani borghesi, come alcuni  professori, tutti di origine borghese. 

 

Perché secondo Lei?

Proprio perché il fascismo, con  l’ambiguità del suo linguaggio, che parlava di rivoluzione, e che vedeva la borghesia come nemico,  portò molti che erano curiosi,  a riflessioni più profonde, ad andare  più alla radice di questo linguaggio quindi a vederne le origini nel socialismo, nel marxismo.

Ciò portò alla considerazione che la borghesia era un costume che rappresentava il passato. Ci fu indifferenza anche verso la rivoluzione dell’arte. La parola rivoluzione era affascinante per i giovani. Si scopriva Labriola, Marx, poi il Capitale. Il fascismo paradossalmente ci aprì gli occhi, spingendoci ad andare più a fondo.

Rivoluzione”? Cos’è? “Borghesia”? Cos’è? Noi andavamo a vedere,  a studiare, cos’era  il capitalismo. Nel linguaggio fascista c’era l’anticapitalismo. Tutte parole d’ordine con cui il fascismo si è fregato. Ci ha indotto ad indagare su questi temi e a riflettere. 

 

Ecco come definirebbe la Resistenza: una guerra civile? Una guerra di classe? Una guerra patriottica?

Ma io propendo per la guerra patriottica nel senso non retorico. Fu una guerra per una patria che potesse essere parte della comunità internazionale democratica. In Italia non fu intesa  come cieco nazionalismo, ma come costruzione di un paese nuovo. Anche in questo caso togliere la parola “patria” al fascismo e utilizzarla invece come “Casa della Democrazia”. Ci sono anche gli  aspetti di una  guerra civile però il fatto predominante fu il cambiamento di schieramento che ci assolse da vent’anni di fascismo, almeno in parte, dalle nazioni vincitrici.

Infatti almeno all’inizio non c’era consapevolezza di classe, il fascismo aveva spazzato via tutto.

Sì certo, non c’era. Sì le formazioni comuniste o certi leader comunisti certamente introducevano questo elemento, ma erano sempre intrecciate con le altre forze. Poi lo fu in altri momenti, nel dopoguerra con qualche vendetta o balzo in avanti considerato come rivoluzionario, ma il partito ufficialmente non lo sostenne.

 


[1]    Carla Capponi, Medaglia d’oro al Valor militare, organizzò e partecipò all’attentato di via Rasella
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Interview To Miss Saru director of ROCNY 

 by Geneviève Alberti, from New York City

 

To be a true newyorker you need a coffee in your hand and music in your ears and many many wish to work. So I have music now, I have my coffee purchased in Sturbucks but I’m not a workaholic and I have not any job in New York. But with a little imagination I’m a journalist and I’m here to interview Miss Saru, the Director of ROC, the Restaurant of Opportunities Center of New York. I have a meeting today, at midday, with her in Houston Street, corner Franklin but I have no idea where is this place, so asking many times to many patients newyorkers, through the Village (my favorite) and SoHo I arrive in TriBeCa and I find her building. At last I feel me at home: there are posters with Che Guevara and against racism and Bush’s politics. She starts to tell me the story of Colors.

9/11  73 people died in the Restaurants during the attacks. 300 workers lost their jobs from the same restaurant, so the union inside the restaurant called me to start an organization to help the workers who have losted their job.”

 

How did you help them?

We began to help the workers to find a new job, but we realized that there were no goods jobs in the restaurant industry because most restaurants workers were immigrants and owners exploited them, so they don’t pay the minimum wage they still the workers tips. There were sexual harassment and discriminations.”

 

Why did you start with the Roc Nyc Organization?

“We started the Organization Roc Nyc to fight for the rights of immigrants restaurant workers and we created “Colors” to be a model for the restaurant industry to show to the other owners that you can pay your workers well and treat them well and still make a profit.”

 

What is Colors?

“Colors is a Cooperative with 50 workers almost immigrants and they each have an equal share in the business. They come from 24 different countries. The menu is created by each worker bringing a dish from their country and so the chef can create a global menu.”

 Well. If you are in New York City is a must to come to eat in this Restaurant even the breathe a global air. When global is a good word.

 Geneviève Alberti from New York City.

 http://www.rocny.org/

http://www.opentable.com/colors

http://www.colors-newyork.com/heaven.html

http://maps.google.com/?hl=en&ie=UTF-8&oe=UTF-8&q=417+Lafayette+St,New+York,NY,10003

 

 

Roma, 35°

 

 Roberto Girometti, classe 1939, ha alle spalle una decennale gavetta al cinegiornale la  Settimana Incom. Regista, direttore della fotografia …  

 

Allora Roberto, raccontami degli inizi. Come hai cominciato?

 

“La cosa è molto divertente, dopo le scuole tecniche, eravamo agli inizi degli anni sessanta, (magici), accompagnai una carissima amica che faceva l’attrice, alla settimana INCOM,per un appuntamanto con Sandro Pallavicini, con l’occasione me lo feci presentare. Dopo una chiacchierata con il Presidente S. Pallavicini ad un certo punto mi disse di fargli una domanda. Risposi, che non avevo niente da domandare, e dopo un attimo mi resi conto che intendeva una domanda scritta per essere assunto come assistente operatore. Credo che mi sarei preso a schiaffi da solo, per la figuraccia. Ma non finisce quì, si fece portare carta e penna dal suo maggiordomo- segretario e mi disse: “Come ti chiami?”. Non ti  dico come mi trovavo, che senso di disagio. Scrisse la lettera me la consegnò con una busta mi disse di firmarla e di spedirgliela, (era un grande, aveva capito l’imbarazzo di un giovanotto di borgata, arrivavo da Porta Portese, e potreste leggere il libro LA STORIA di Elsa Morante per capire meglio chi eravamo). Una settimana dopo entravo a far parte di quel posto stupendo che è stata la mia scuola di cinema che era ( La settimana INCOM ).

Che anno era?

“Era il  1962”

Girometti è sempre non lesina mai azzeccati  consigli letterari. Hai lavorato con i più grandi registi, tra i quali Roberto Rossellini, puoi dirci qualcosa di lui?

Conoscere Roberto Rossellini è stato una specie di sogno.

Collaboravo da un po’ di tempo con il figlio Renzo e con la sua produzione, avevo fatto una serie di filmati e di documentari, tra i quali uno a Cuba per la regia di Beppe Ferrara e collaborazione giornalistica di Saverio Tutino.

Un giorno venne a trovare Renzo mentre c’era una riunione di un gruppo di lavoro, tra i quali c’erano, Emidio Greco, Paolo Poeti, Antonio Troisio, Augusto Caminito, e mi sembra anche Vincenzo Cerami, io, e naturalmente Renzo il figlio.

Roberto Rossellini doveva girare i titoli di testa, per una cosa che aveva girato per la televisione che era ( La lotta dell’uomo per la sua sopravvivenza ), Renzo gli parlò di me, e da quì iniziò questa collaborazione con R. Rossellini.

L’anno dopo era il1971 R. Rossellini fù invitato in Cile per l’operazione Verdad voluta da Salvador Allende, che democraticamente era diventato Presidente del Cile .

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L’anno dopo, 1971, R. Rossellini fù invitato in Cile per l’operazione Verdad di Salvador Allende, che democraticamente era diventato presidente del Cile.

A questo punto iniziò questo stupendo viaggio in Cile, e a parte tutte le meraviglie che R. Rossellini aveva fatto per il cinema, scoprii una delle persone più belle, affascinanti, colte, carismatiche, e sopratutto cosa che non si dice mai di R. Rossellini, una ironia che non mai trovato in nessuna altra persona.

In questo viaggio in Cile, intervistammo il presidente S. Allende e passammo con lui vari giorni stupendi, nella sua casa di via ( Tomas Moro, pensatore dell’utopia ) forse era il caso. Si, stupendi per me, perché, è stato l’incontro di queste due grandi persone R. Rossellini, e S. Allende, la cultura europea e la cultura latino americana.

In tutto questo un grande abbraccio ad Emidio Greco che la regia del documentario (Vincimos y Vinceremos) Ed io con lui sempre in Cile.

Quanto è importante la fotografia nel cinema?

E’ una bella domanda, perché, senz’altro sarà difficile rispondere senza creare qualche problema.

pensa che la fotografia deve aiutare tutti i reparti, che fanno parte del set, la scenografia,i costumi, il trucco, e le altre categorie con grande attenzione alla storia che il regista sta raccontando.

Per cui sono certo che la fotografia cinematografica sia un grande aiuto per tutti e per il film.

 

Al di là dell’aspetto tecnico cosa differenzia un autore della fotografia da un altro, il suo stile?

 

Questa domanda, secondo me è legata alla precedente, il discorso può essere culturale, alle proprie amicizie, alla famiglia, all’educazione, alle conoscenze, visto il tutto dalla propria ottica, e poi molto importante dall’incontro e dal pensiero del regista.

Ed infine dai mezzi tecnici e di illuminazione che ognuno di noi usa, perché, oggi c’è una grande varietà di scelta.

Pensa se un film raccontasse una storia vista da un bambino di 4 o 5 anni, il punto di vista sarebbe differente se visto da un adulto, e questa già sarebbe una scelta tecnica.

Che differenza c’è tra autore e direttore della fotografia cinematografica?

Se si va a vedere la cinematografia prima degli anni quaranta si firmava, (Fotografia di), poi per delle incomprensioni che ci sono state nel nord America, quando il tecnico di regia, è diventato direttore, anche i tecnici di fotografia hanno pensato di diventare direttori della fotografia, secondo me.

Poi sul set ogni capo reparto è autore del proprio lavoro, per cui tutti insieme i coautori dell’opera cinematografica.

Immagina una orchestra. C’è il direttore d’orchestra, pensa se ci stesse,il direttore dei violini, il direttore degli ottoni, il direttore dei flauti, ecc, . Sarebbe la saga dei direttori, invece c’è il primo violino, e poi via via tutte le altre specialità.

 

Ci sono differenze tra fotografia del cinema e della televisione.

 

Non ci dovrebbero essere differenze tra la fotografia cinematografica e televisiva,perché il giorno è giorno l’alba è alba, il tramonto è tramonto e la notte è notte, anche se cambiano i supporti per fare cinema e per fare televisione, non ci dovrebbero essere differenze.

Credo che per il prodotto televisivo si stia perdendo si stia perdendo la qualità in funzione della quantità. Un’altra cosa importante è che nel prodotto televisivo, dopo che l’autore della fotografia ha dato una copia da lui lavorata in post-produzione, e da lui scelto il tono fotografico, quando invece arriva in una qualsiasi rete televisiva, molte persone ci lavorano sopra, per fare i vari trasferimenti in analogico o digitale, le quali non sanno niente della storia ideata della soluzione artistica e della situazione tecnica.

Ed a questo punto un arrivederci alla qualità.

 

Hai girato anche documentari con Minà e hai avuto la possibilità di incontrare persone come Fidel Castro e Salvador Allende, che idea ti sei fatto ?

Penso di essere stato molto fortunato per tutte le persone che ho incontrato facendo cinema, documentari e inchieste cine-giornalistiche.

Come già detto ho iniziato ad un cinegiornale, (La settimana INCOM).     QUANTI RICORDI.

E di persone ne ho incontrate e intervistate veramente molte, dalla politica, alla cultura,allo sport, alla scienza, e non sto  qui  a fare i nomi, e credete sono veramente molte.

Con R. Rossellini prima S. Allende, e con Gianni Minà Fidel Castro è stata una grande esperienza, perché, credo che averli conosciuti mi abbiano lasciato dentro un senso di amare di più e rispettare di più la mia vita e quella degli altri.

E come dice J. P. Sartre: “ Il ricordo è l’unico paradiso dal quale non possiamo venire cacciati “

 

Che consiglio daresti ad un giovane che vuole avvicinarsi alla fotografia per il cinema ?

Non proprio da me dare consigli, posso dire solo una cosa, trovare secondo il mezzo che si usa per fare cinema, il massimo della qualità, senza cercare compromessi.

Esperienze come regista ?

Sono molto legato ad un mio film, dal titolo ( Mafia una legge che non perdona ), che scrissi tanti anni fa con un mio amico, la storia era presa da un fatto di cronaca. Nel mio piccolo ho sempre cercato di combattere i prepotenti, e questa storia lo era, ho cercato di raccontare con questo film di stare attenti alle persone che cercano di raggiungere i loro scopi con mezzi poco leciti. ( Forse è utopia ).

Comunque mi diverto molto di più a collaborare con il regista, con tutto il resto della troupe, facendo l’autore della fotografia cinematografica.

 

       desidero ripubblicare l’ultima intervista  che ho fatto al Professore, in occasione della sua candidatura alle Primarie nell’ottobre 2007. Ho avuto il privilegio di fare anche un breve viaggio con lui, sono andata a prenderlo a Begato, il  quartiere popolare di Genova     dove abitava, e l’ho portato al Convegno Poesia e Prassi, a Sanremo, un lontano 14 aprile. è stato un viaggio piacevole, un’occasione di crescita per me sia umana che culturale. Rimasi colpita dalla sua modestia, dalla sua ironia, dalla sua tenacia,  e dalla sua immensa immensa cultura . Alla fine mi ha dedicato un suo libro e mi ha scritto tra le varie cose “valevole nella guida”. Faccia buon viaggio Professore e mi saluti Goethe.                                          

 

Il circo della politica, la politica del circo.

 

Intervista al Professor Edoardo Sanguneti

 Adorabile come sempre e un po’ clownesco il Professor Sanguineti sfoggia un paio di calze a righe colorate che ben si intonano con il Festival Grock  che si sta svolgendo a Imperia in questi giorni.

Dal circo equestre al circo della politica il passo sembrerebbe breve.

Alla fine della sua relazione mi avvicino timidamente al tavolo e gli ricordo di essere quella ragazza “valevole nella guida” che ha avuto l’onore di accompagnarlo da Genova a Sanremo la primavera scorsa. Lui mi fissa con quegli occhi azzurri come solo certi cieli di ottobre mediterraneo sanno essere e mi dedica tutta la sua attenzione.

Professore…

Mi dica tutto”

Lei è da qualche giorno il Presidente onorario dell’Associazione Uniti a Sinistra…

“E’ vero”

 

Ci vuol dire com’è andata?

Molto semplicemente i primi contatti li ho avuti con Ronzitti, nel senso che lui mi preannunciava lipotesi, non solo lui personalmente, ma attraverso tutta una serie di conversazioni con amici della sinistra genovese e non solo genovese, che  stavano meditando intorno allopportunità di creare unassociazione a Genova ma con la consapevolezza che cose analoghe si stavano sviluppando in maniera del tutto autonoma in altre città italiane.

C’è il bisogno di distinguere tra una sinistra che voleva conservare quest’etichetta ma nell’alleanza con il centro scivolava sempre più verso il centro, sino ad un annacquamento assai rischioso; e cercare, senza rompere nessuna delle alleanze faticosamente costituite a sinistra, in opposizione al centro destra, di  stabilire  una linea di distinzione e anzi svolgere una politica unitaria in 2 direzioni. Da un lato fare sì che movimenti e partiti, per limitarci ai più noti Rifondazione, i Comunisti italiani, gli ecologisti, il cosiddetto correntone all’interno dei Ds, si raccogliessero unitariamente e, sperando che  anche da questo potesse nascere una positiva influenza di fronte a molti che erano rimasti, però senza soddisfazione, all’interno dello schieramento di centro sinistra, per raccogliere almeno un cambiamento nel caso in cui saranno tenute le primarie a Genova.

Mi proposero quindi di diventare Presidente onorario in vista delle primarie di Genova. Questa è la situazione attuale. Il primo paso è vedere se si terranno le primarie.”

Professore, la sinistra è nata storicamente da una scissione, non c’è oggi il rischio di un’ulteriore frammentazione con la nascita di altri gruppi o associazioni?

“Si, ma il problema si può rovesciare a vicenda, chiedendosi se non sono stati i DS dal famoso convegno, dall’iniziativa di Occhetto abbandonando il nome di Partito Comunista Italiano ad essere scissionista. La scissione, se c’è stata è partita questa volta storicamente , non da uno spostamento a sinistra, come tante altre volte , ma da uno spostamento a destra. Allora il problema è molto vicino a quello che affrontava Gramsci. Non a caso lui che si era staccato a sinistra, rispetto ai compagni socialisti, dovendo dare un nome al giornale scelse l’Unità. Una specie di allegoria. Un buon emblema di come una politica di unità sia necessaria proprio per rinforzare la sinistra. E semmai cercare di rappresentare un polo che nel quadro delle alleanze le renda più rilevanti e solide proprio perché non c’è equivoco nei ruoli e nelle prospettive politiche”

Preferirei parlare con lui di poesia ma sono in missione e devo attenermi ai rigidi schemi della politica.

Secondo lei c’è conflitto tra la sinistra radicale e quella di governo?

“No. Non c’è conflitto. La sinistra è oggi naturalmente al potere nella forma del centro sinistra dunque in un governo che è in una situazione molto difficile come quella che l’attuale finanziaria ha messo in evidenza. Anche perché direi che si continua a partire con il piede sbagliato. Cioè da consultazioni  ampie e preventive  ma da decisioni prese dall’alto e aspettando poi eventualmente di correggere, dicendo ci siamo dimenticati di… bisognava tener conto di…. Era meglio partire dalle consultazioni dei sindaci prima di sentirsi dire dai sindaci stessi di centro sinistra delle città più importanti, come Torino, Roma, Bologna…che non ci stanno. Io capisco che un sindaco di centro destra dica: non mi piace questa  finanziaria e va modificata. Ma che tutti i sindaci di centro sinistra insorgano dicendo che è intollerabile, non va bene, mi pare terribile.  Va proprio rovesciato il modo di procedere e utilizzare la responsabilità governativa che si ha sia a livello amministrativo che politico.”

E infatti vorrei chiudere con un’opinione sull’ultima finanziaria.

Ecco. Direi che il giudizio lo stanno pronunciando tutti. Il centro destra come è ovvio, e questo è il meno che ci si potesse aspettare. Ma quello che è grave è che invece sono proprio le persone, i sindaci di sinistra che non sono degli estremist. Le faccio un esempio: Cofferati è una persona ipermoderata come ha dimostrato in 1000 occasioni tanto da essere accusato da molti giovani o sindacalisti, o immigrati o anche altro, di essere un autoritario, di volere l’ordine e la legalità a tutti i costi senza valutare le difficoltà concrete, ebbene è stato uno dei primi ad indignarsi di fronte all’abbandono e alla marginalizzazione dei problemi delle forze amministrative: comuni, province, regioni. Allora vuol dire che per scandalizzare un uomo del genere. Veltroni è un uomo che ha fatto della sua posizione di sindaco un luogo di raccolta, il più possibile aggregativo, facendo concessioni che a mio parere non possono che lasciare perplessi e lui è lì ad indignarsi, in una città che gode di particolari privilegi perché Roma ha uno statuto di capitale che permette anche di allargare molte cose, per dare ad ogni occasione forze distinte e anche opposte. Se si scandalizza lui!!  Anche Sassolino non è un uomo da barricate. Se ad un certo punto dice che non è accoglibile perché vanno modificate alcune cose alle radici. Per non parlare di tutti gli incidenti coi farmacisti, i tassisti. Non occorre mica essere dei profeti per immaginare che dopo un po’ scoppia un’ira di dio. E allora è bene affrontare da capo i problemi alla radice” .

L’intervista è finita. Il Professore si concede un aperitivo prima di ripartire. Prossima tappa Torino. Lo ringrazio  con una profezia: Il 2007 sarà un grande anno per il Sagittario perché a fine entrerà Giove  che spargerà saggezza e benevolenza e fortuna.

“Meno male, mi risponde, con tutte le cose che ho da fare

 

porto maurizio, 42°

La rassegna cinematografica che tutti gli anni il Cineforum di Imperia propone, non solo è ricca di film interessanti e spesso poco rintracciabili nei circuiti tradizionali, ma è anche occasione di incontro con i protagonisti.

È il caso di Davide Ferrario che ha presentato lunedì 14 dicembre il suo recentissimo “Tutta colpa di Giuda”. Il film narra le vicende di un’improvvisata e alquanto scalcinata compagnia teatrale, formata da una squadra di detenuti nelle carceri torinesi e capeggiati da una giovane ed entusiasta regista. Non ci troviamo però davanti a un film sulla condizione carceraria italiana (anche se a dire il vero ce ne sarebbe bisogno), bensì sulla religione e realizzato con gli effetti di un musical:

Senti, Davide, intanto grazie di aver accettato l’intervista e poi senti ci aspettavamo un film sulla condizione carceraria e invece ci siamo trovati nel bel mezzo di un musical sulla religione, come ti è venuta l’idea??

Beh è sempre difficile stabilire come e quando ti vengono le idee. Intanto c’è un interesse per il tema religioso, della figura di Giuda e della Salvazione dell’Universo e che se si ferma un ingranaggio si ferma tutto. HO dieci anni di esperienza nelle carceri, faccio volontariato, quindi ho attinto da lì e poi avevo a disposizione del materiale umano che conosco bene.

Sono molti in Italia ad occuparsi di teatro nelle carceri o nei centri di riabilitazione psichiatrica, con gli anziani, le cosiddette fasce deboli, pensi che il teatro svolga un’azione “salvifica”?

Sì è vero facendo teatro in carcere mi son reso conto che lo fanno in molti però quello che manca è un collegamento tra tutte queste realtà, non c’è un coordinamento. Sarebbe interessante se si facesse rete. Per quanto riguarda “l’azione salvifica” no, non credo che il teatro in carcere abbia un ruolo di salvazione. L’Arte non salva nessuno. A fine esperienza ciò che è rimasto è l’aver lavorato tutti insieme. La gente aveva un progetto collettivo che rispetto al niente che è la galera è sempre meglio. In dieci anni di esperienza sono più le delusioni che gli entusiasmi. Ma non bisogna smettere. Questi detenuti, i protagonisti del film, sono entrati e usciti parecchie volte, non è un problema risolvibile con un po’ di teatro e di cinema, non illudiamoci.

Parliamo un po’ di cinema italiano. Ci sono molti film che non entrano nelle sale, pensi che al cinema italiano servano nuove leggi, magari protezioniste come in Francia, o di progetti specifici?

Fino a sei mesi fa il cinema andava benone, è fisiologico che qualche film non arrivi alle sale, ma se guardi il numero di film di richiamo ce ne sono, eccome, per esempio il “cinema-panettone”che è l’unico che combatte il cinema americano. Poi c’è un cinema di qualità di massa come Muccino, Ozpetek, e comunque ogni volta esce qualcosa di inaspettato. Questo valeva fino a sei mesi fa. Ma non si risolve aumentando i finanziamenti, ci vuole qualcosa di molto più radicale. Non c’è un film dei nostri, che abbiano vinto Cannes o Venezia, che abbia incassato una lira. È mutato il pubblico. Ci sono meno sale urbane, più multisale, i giovani non vanno al cinema, vanno nelle multisale, e non è lo steso modo di fruire un film. Il cinema come il mio o alla Comencini è finito.

E quanto incide il downloading?

Incide? Sì, chi sopravvive sono le major, la liberazione del mercato che si trasforma in monopolio. È interessante se chi scarica riconosce agli indipendenti dei soldi. L’idea che si è diffusa è che la roba non si paga.

Cos’è Rossofuoco?

Dovevo fare un film intitolato Rossofuoco, un film tratto da un libro di Cesare Battisti sulla lotta armata, ma non abbiamo trovato i finanziamenti, contemporaneamente alla Miramax, altro film che non si è fatto, e ho messo via 200 mila euro e ho deciso di fare un film “Dopo mezzanotte”interamente finanziato da me, e ho dato il nome alla casa di produzione del titolo del film non fatto.

Questa intervista verrà letta soprattutto da studenti del Dams di Imperia, quindi quali consigli vuoi dare a un giovane che ha voglia di fare cinema?

Prima bisogna chiedersi sinceramente se si ha voglia davvero di fare cinema, se si ha qualcosa da raccontare e soprattutto se il cinema è il linguaggio giusto per raccontare quella determinata cosa. Ma se un giovane pensa solo che sia una figata…

Un elemento molto importante nei tuoi film è la musica, quasi un elemento centrale che ha una funzione ben precisa..

In generale ogni film è caratterizzato dal montaggio, è evidente però che la cosa che più si associa all’idea di ritmo è la musica che racconta più dei dialoghi. Un’immagine prima fa musica, il suono del film, prima ancora della sceneggiatura.

In quest’ultimo film, Tutta colpa di Giuda, è quasi privo di sceneggiatura è molto basato sull’improvvisazione, è vero’

Sì è vero, abbiamo dovuto adattare il consueto modo do girare film al tipo di situazione in cui eravamo. La sceneggiatura permette di far succedere le cose che devono succedere nella storia ma ogni scena è nata da un ampio margine di improvvisazione.

Progetti per il futuro??

L’anno prossimo un film per la Tv.

Ora basta con le domande. Il film sta per cominciare. Si spengono le luci. Silenzio.

Partono i titoli di testa. Il profumo di pop corn si diffonde…

 “Patografie” è il tuo secondo libro. Nel 2007, sempre con Ennepilibri, uscì “Trentanove parole”. Che cosa è cambiato da allora?

 

Sto decisamente meglio, in tutti i sensi. “Trentanove parole” è stato un libro più spontaneo, molto emotivo ed intimista. Un cosiddetto “sguardo dentro”. “Patografie” è aver finalmente guardato agli altri, alle loro abitudini, ai loro vizi, paure e manie e scoprire che sono anche dentro di me. E’ proprio il caso di dire che non era necessario andare troppo lontano.

In questo “osservare gli altri” di “Patografie” ti soffermi a lungo sulla questione del precariato. Un tema quanto mai attuale. Per quale motivo?

 Vivo la condizione di precaria/disoccupata sulla mia pelle e purtroppo non sono nemmeno l’unica. La piaga del precariato tocca un numero di persone sempre crescente, dalla mia generazione in poi. Laureati o meno, sembra che su di noi non voglia scommettere nessuno. Uno stato che non investe sulle sue risorse potenzialmente più produttive non è uno stato che mi sento di appoggiare. Una generazione senza lavoro stabile non può decollare, è senza prospettive e le sacche di lavoro precario hanno delle forti ricadute sull’intero sistema produttivo.

 Un racconto che colpisce particolarmente di “Patografie” è “Psikiatria”. Ne vuoi parlare?

 E’ uno di quelli che preferisco. E che è stato un po’ ispiratore di tutto il libro, a partire dal titolo. La totale assenza di punteggiatura che lo caratterizza è la totale espressione del “pensiero senza gabbia”. E’ il frutto di un’esperienza lavorativa in una cooperativa di pazienti psichiatrici, mesi di ascolto di dialoghi sconnessi, di esistenze interrotte ma dove, nonostante la prigione degli psicofarmaci, il pensiero rimane genuino. Quello della psichiatria è un tema che mi tocca davvero molto. A trent’anni dalla legge Basaglia permangono ancora idee e atteggiamenti assolutamente distorti come se quella legge non fosse ancora pienamente digerita. Tutto si basa sul pregiudizio psichiatrico. Ma il confine tra follia e normalità è davvero molto labile…

In questo libro c’è un racconto intitolato Comunismo, pensi che sia un argomento di attualità?

Beh non sono certo io che posso parlare dei massimi sistemi, infatti ho dato voce a una ragazza ucraina che ho conosciuto e a lei ho fatto dire pregi e difetti del comunismo, i muri sono crollati ma ancora mi devono dimostrare l’efficacia del capitalismo.

Non c’è due senza tre. Quali sono i tuoi progetti futuri?

 Una menopausa serena, laurearmi al D.A.M.S., un libro-indagine sulle dipendenze e un progetto imponente chiamato TeatroAzione di cui non aggiungo altro. Direi che per ora, come carne al fuoco, siamo messi piuttosto bene.

 

Imperia 29 gradi

 Cominciamo con una domanda stupida tanto per rompere il ghiaccio: come fai nell’arco di una trasmissione televisiva a produrre a raffica tante vignette così azzeccate?

 Non lo so. Non ci sono ricette direi l’adrenalina mischiata a quella capacità che è rimasta a pochi in questo paese di incazzarsi. La miscela è quella: adrenalina e indignazione.

 Come hai cominciato con le vignette?

 Nel modo più banale possibile. A scuola, alle elementari, ero considerato uno che non gliene fregava un cazzo e la maestra mi lasciava disegnare, mi aveva sistemato un banco fuori dalla classe. Secondo lei era il livello massimo a cui potevo arrivare.

 Altri vignettisti creano un personaggio come il celebre Bobo di Staino. Tu no, come mai?

 Perché i personaggi non mi sono simpatici in generale, l’Italia è un paese pieno di personaggi, e se lo facessi, di sicuro, dopo un po’ mi starebbe sui coglioni.

 Come è nata la collaborazione con Emercency?

 Ho lavorato 23 anni in un giornale indipendente, l’unico giornale indipendente, il Manifesto, e non mi limitavo solo alle vignette, ero anche inviato di guerra. Ho conosciuto Gino Strada in Afghanistan, tra Talebani e mujaeddin. E’ stato un impatto molto forte. Una realtà dove di umano non c’è molto. Sono stato negli ospedali dove si curano le ferite di guerra e si riallaccia il tessuto sociale e sono stato contagiato e affascinato. Mi è stato chiesto di lavorare e ho accettato.

 Tu sei stato personalmente in Afghanistan, come sei stato accolto? E come è stata quell’esperienza?

 Io sono stato in Afghanistan molte volte, prima dell’11 settembre. La situazione è di un paese che da trent’anni conosce solo guerre: cambia solo l’aggettivo. I mujaeddin battenti per la libertà, poi terroristi. Cambiano le parole ma non gli effetti sugli esseri umani. Sotto le bombe è impossibile fare esperienza di pace. La guerra è sempre uguale e uguali sono i protagonisti: chi vuole la guerra e la determina è dall’altra parte rispetto a chi la subisce, i civili, le vittime.

 Cosa pensi delle missioni pace?

 Non basta un aggettivo, l’aggettivo pace vicino a missione è un’offesa al buon senso.

Come sono viste dalle popolazioni locali le missioni di pace?

 Dalle popolazioni che ce le mandano come una barzelletta e dai locali per quello che sono: militari.

 Cos’è il pacifismo per te?

 Il pacifismo è il rifiuto della guerra nel senso più semplice e definitivo del termine. La guerra è inaccettabile. La nostra Costituzione usa una parola ancora più forte “L’Italia ripudia la guerra”. Alla radice del ripudio ci sono motivi etici ancora prima che politici. Un manifesto tempo fa invitava a leggere la Costituzione nel suo sessantesimo, ma non c’è stato un manifesto che invitasse ad applicarla.

 Arriviamo all’ultima domanda. Satira e censura nel nostro paese, la satira ha ancora un futuro?

 Sì, perché no? Se non diventa prodotto di mercato, e in parte lo è diventata. Non è una gran cosa. La satira è la sana voglia di prendere per il culo il conformismo e il potere su cui il conformismo si basa. La satira c’è dai tempi dei romani, anche se ora è più difficile trovarla.

 Vauro… mi fai una vignettina??

 Si dai ti fo una colombina per la pace!!

 

 

 

 

 

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