BACHECA


IPOTESI PER UN MONOLOGO TEATRALE

 

 

Interno, giorno

Entro tutta trafelata, tremante, più agitata che mai. Sono in ritardo. Il dottore mi viene incontro, è molto gentile, mi stringe la mano e mi fa cenno di accomodarmi. Siamo seduti uno di fronte all’altra su due poltroncine). Si vede che tremo palesemente per agitazione.

Dottore: stia calma, signora Ginevra. Faccia un respiro profondo e mi racconti tutto, che è tanto che non ci vediamo.

Sì, sì scusi il ritardo dottore ma non trovavo posteggio. L’ho messa a Diano Marina perché qua i posteggi son tutti a pagamento. Ce la facciamo Dottore a stare in seduta? Ho tante di quelle cose da dirle, per stare nei 45 minuti, guardi mi son fatta un foglietto coi punti salienti, perché ho veramente un mare di cose da dirle. Non vengo da tanto perché lo sa che per me reperire 70 euro non è sempre facile. Ma stavolta ce li ho i soldi, Dottore. Me li son fatta dare da mia madre. Ma si può? Alla mia età ancora i soldi alla mamma son costretta a chiedere. Le ho detto che andavo dal ginecologo perché altrimenti se le dico che vengo da lei non me li dà. Ma perché non me li dà? Dottore, lei è il mio unico punto di riferimento. Lei è il padre, la madre. Lei mi ha salvato la vita. Io ho bisogno di venire da lei. Pago un uomo che mi vuol bene. Le ricorda qualcosa?

Dottore: ma io gliel’ho detto tante volte, signora, quando sente che ha bisogno mi chiami e venga. Poi i soldi me li dà un po’ per volta. Non deve andare sempre in riserva perché poi rischia di trovare il distributore chiuso.

Lei sempre queste metafore petrolifere! Ma dottore io voglio venire quando so di avere i soldi, altrimenti mi rigiro nel letto pensando ai debiti, lo sa che io devo dormire almeno 10 ore altrimenti non riesco a fare 4 lavori, studiare seguire i figli …

Dottore: va bene dai allora cominciamo. Come sta?

(traffico nella borsa alla ricerca del foglietto, svuoto il contenuto della borsa sul pavimento ed esce di tutto, vari oggetti, anche frutta,  che escono dalle borse delle donne)

Ho grandi novità, dottore  e quasi tutte  positive. Allora partiamo subito dalle cose serie: quella roba che mi ha dato per telefono è buonissima, anche se io preferirei della Maria, che è più sana, è nella natura. Ma  come dice lei:  meglio la chimica. E poi è legale. Non so a livello chimico che differenza ci sia tra un bel cannone e le gocce. Posso ancora farmi le canne dottore? Perché l’ansiolitico mi mette un’ansia della madonna. Non mi rincoglionisce, come mi aveva garantito, ma mi mette ansia. La mia amica mi ha detto che lei si cala di Xanax, ma la sera si fa qualche  una cannetta e poi se esce ci beve sopra qualche birretta, un negroni e non le è mai successo niente. Mi fido della mia amica. È lei che mi ha convertito allo Xanax. Beh certo non è un medico, fa il geometra per il comune, però esperisce. Si basa sulla sua esperienza. Lei che è laureato in medicina dottore, cosa ne pensa??

Dottore: meglio la chimica Ginevra, meglio la chimica.

Comunque mi fido di lei, dottore. Sull’alcol aveva ragione e da quando ho smesso di ubriacarmi, continua ad andarmi  tutto male, e so che colerò a picco ma  almeno sarò sobria e consapevole che sto colando a picco. Non ho più bevuto dottore, può essere fiero di me. Nemmeno un goccetto a capodanno. Anche se confesso una tentazione c’è stata. Sono andata a festeggiare in piazza, col mio secondo marito e i figli, al capodanno dei poveri, tanto per non rincoglionirci tutti sul divano a schiacciare noccioline. Alle 11 erano già tutti ubriachi tranne la sottoscritta, fiera e forte come una roccia. Poi allo scoccare della mezzanotte un imbecille ha stappato lo spumante del discount e mi ha scaricato tutta la bottiglia addosso. Capisce dottore? Avevo due alternative: prendergli la bottiglia e spaccargliela sulla testa, oppure prendergli la bottiglia e colarmi quello che avanzava. Ma non ho fatto né l’uno né l’altro. Puzzavo tutta di alcol, io, dottore, capisce? Capelli bagnati, pantaloni bagnati, borsa bagnata. Son caduta in tentazione e ho leccato la borsa. Ma non si può considerare una ricaduta vero dottore ?? Una signora vicina a me si è girata verso il marito e ha detto (le ho letto il labiale) “che schifo guarda quella ha leccato la borsa.” A parte questo episodio non ho mai avuto neanche la tentazione di bere. Anche se ne avrei di motivi. Vuol vedere il mio estratto conto??

Dottore: prende le gocce?

Sì, sì. Le gocce vanno bene. Come mi aveva garantito non mi rincoglioniscono che io devo studiare e poi  non mi gonfio come un pallone, come mi aveva garantito. Sa, ero un po’ restia perché quando facevo l’educatrice al Frassino, con gli psichiatrici, erano tutti degli zombi imbottiti di ‘sta roba. E le donne tutte delle mongolfiere.

Dottore: Ma Ginevra, quelli sono pazienti psichiatrici, hanno problemi un po’ più gravi dei suoi. Dipende dal dosaggio.

Sì, il dosaggio è importante. Me lo diceva sempre un mio amico tossico  che adesso è fisso al Sert, è un problema di dosaggio, lui si lamentava ogni volta  perché il dosaggio secondo lui,  era sempre troppo basso. Ma non  è che mi può dare una pastiglia. Perché il mio amico regista teatrale, che fa l’infermiere al Sert e di chimica ci capisce, e se la fa con una psichiatra, mi ha detto che la pastiglia è meglio. Mi fa: quando sei agitata o hai un esame o un colloquio di lavoro, vieni da me che ho le chiavi dell’armadietto. Ho paura che con  le gocce rischio di fare casino. E poi cazzo, lo sa che al mattino mi trema la mano. Ma se ne devo prendere 3 al mattino, ma una mi cade, come faccio a separarla nel cucchiaino, se ne va giù una in più e non è colpa mia, dottore la conto lo stesso? Il mio amico farmacista che fa il farmacista ed è laureato in farmacia, mi ha detto che son meglio le gocce perché entrano subito in circolo. Son parole che mi piacciono: “entrano subito in circolo”. E poi mi ha detto mezza pastiglia come fai a prenderla, la devi tagliare e le briciole? Ma se io le briciole le sniffo?? Pulisco bene il ripiano della cucina che mio marito quando fa il caffè sparge polvere dovunque, e le tiro su col naso ? Vabbè andiamo avanti con le gocce. Anche se ‘sto bottiglino mi fa sclerare e non riesco mai aprirlo, mi mette ansia. Così il pomeriggio me lo faccio aprire dalla mia bambina.

Dottore: deve prendere le gocce secondo le modalità che le ho indicato.

Poi a volte me le dimentico, dottore, se me le dimentico per una volta, cosa succede ?? Non  è che batto in testa? Perché leggendo il foglietto illustrativo c’è scritto che non le puoi togliere di botto che è peggio. Ma se me le dimentico, dottore, e non è colpa, mia cosa succede? Io lo sapevo che l’ansiolitico mi avrebbe messo ansia. Ma mi sono organizzata, guardi dottore le tengo nell’astuccio. Adesso dentro l’astuccio oltre alle penne l’evidenziatore ho anche il cucchiaino per prenderle.

(prendo l’astuccio dalla borsa e lo apro, esce di tutto, burro cacao, evidenziatori, penne, 3 cucchiaini, la catenella degli occhiali, gli occhiali da lettura …)

Sembra un po’ il kit del tossico: gocce, cucchiaino, come laccio emostatico potrei usare la catenella degli occhiali. L’altro giorno mi son dimenticata l’astuccio a casa e mi è venuto un attacco d’ansia. Ma se prendo l’ansiolitico e poi mi faccio una cannetta e la mattina mi alzo presto perché vado a camminare e la sera prendo la melatonina che me l’ha data il mio avvocato per ottimizzare il sonno non è che rischio di fare qualche cazzata? Senta non è che mi può prescrivere un po’ di Maria? Me ne basta pochissima, magari solo il fine settimana che mi distendo un po’.

Dottore: Ginevra, calma Ginevra, calma. Non ci sto già capendo più niente.

Sì, sì Dottore, adesso vado con ordine. Qua tra necrologi e tragedie. Sulla Maria capisco che non essendo legale … Faccia lei dottore. Lo sa che consulto tutti ma poi mi fido solo di lei. Lei è il mio tutto, Dottore. Però vorrei qualcosa da prendere di più naturale e meno chimico, magari la mattina prima di un  esame che mi si apre la mente. Faccio il Dams, non faccio mica medicina. Ho fatto bene a iscrivermi anche alla Specialistica.  L’anno scorso dopo che  mi son laureata alla triennale sono andata in depressione: non avevo più da studiare, l’adrenalina degli esami. Dottore, per quanto le devo prendere dottore, ‘ste gocce? Se le prendo mi mettono ansia, se non le prendo mi mettono ansia. Mi ha detto il mio amico bancario che è laureato in antropologia e ha dato una tesi di antropologia medica, che danno dipendenza. Vabbè però anche se danno dipendenza le vendono in farmacia, non è che devo scippare le vecchiette per procurarmi la dose, no? Poi c’è sempre il mio amico regista teatrale e infermiere al Sert. Se non ci aiutiamo tra noi!! Un’ altra domanda dottore: posso somministrare 3- 4 gocce ai miei compagni di corso prima dell’esame? C’è una che è sempre agitata, sembro io. Le ho detto. E prenditi 3 gocce, stai tra. Ma dice che lei non crede alla chimica e ha paura di andare all’esame e sparare cazzate.

Dottore: limitiamo i danni. Non somministri niente a nessuno.

E forse è meglio. Stamattina ho studiato da dio. M’è entrato tutto Eschilo alla grande. Ora mi son rimaste le Eumenidi ma Eschilo ce l’ho proprio bene. A proposito ho lasciato l’Orestiade a vista  in macchina.  Pensa che mi romperanno il vetro della macchina per ciularmi le Eumenidi? Ma chi me le ciula le Eumenidi?? Manco gli studenti. Sono tutte fotocopie. Le fotocopie me le fa una mia amica che lavora all’ Unione Industriali. Si è intenerita dalla mia situazione economica e mi ha detto: ti stampo io tutto quello che ti serve, così le lascio una pennetta al bar e lei mi stampa tutto. La mia amica è come Robin Hood: ciula ai ricchi dell’Unione industriali per dare a me, cioè ai poveri. Sulla tesina per l’esame di letteratura teatrale italiana  invece sono un po’ indietro. Volevo copiarla  tanto la prof non mi sgama perché io le cose le faccio da furba, sa Pasolini è tosto. Non è facile scriverne perché è tutta una contraddizione quell’uomo lì. Era dei pesci. Io la tesina la devo fare su uno dei suoi drammi borghesi, ho scelto Orgia. Ho provato a mettere Orgia su Google, ma non le dico cosa mi è uscito!! Belini volanti dal computer. Pensi se entrava mia figlia in quel momento. I film devo guardarli in fascia protetta. Mio figlio ha visto un pezzo delle giornate di Sodoma e mi fa: “ma cosa guardi mamma??” E io: “ è per l’esame.” “Si, si l’esame” mi fa. Voglio farlo anch’io il Dams. Ho detto al mio secondo marito di scaricarmi Edipo re e Medea e lui l’ha fatto, del resto lavorava sul porto quindi è lui che deve scaricare. Però poi non guarda cosa scarica, me li masterizza e me li lascia  sul comodino. La mattina scendo per guardare il dvd, che i bambini sono a scuola, e mi  son ritrovata Medea in spagnolo e va bene lo spagnolo finisce tutto in as e in os come cagas ados, ma Pasolini fa un cinema di parola, e poi all’inizio di Medea c’è il prologo che spiega tutto, io non ci ho capito niente, tutta ‘sta roba del vello de oro. La versione di Euripide mi sembrava più facile.  Edipo Re me l’ha scaricato in russo. Che non è per niente come l’italiano. Non finisce mai né in as né in os. Però Sergio Citti in russo è fico. Non è che parlino tanto nei film di Pasolini, ma un minimo lo dicono e io devo capire. Quando è tornato a casa mio marito non ho neanche fatto in tempo ad insultarlo perché mi fa: la Viola ha preso i pidocchi. M’è venuto un colpo, dottore. Ha i capelli che sembra Raperonzolo.  Io non ho ancora finito di leggere tutti i drammi borghesi e l’appello è la prossima settimana, non posso mica andare dalla prof e dirle guardi non ho letto Bestia da stile perché mia figlia ha preso i pidocchi. Questi docenti qua non si rendono mica conto che noi studentesse tardive abbiamo anche i nostri problemi. Così mi son messa a lavare tutto: federe, lenzuola, cuscini, coperte, piumoni, copri divani. I divani però non entrano in lavatrice. Alla fine era stanca anche la lavatrice.

Dottore: Studi Ginevra, studi che le riesce bene, lei tende al pensiero ossessivo compulsivo , invece studiare le ripulisce la mente.

E però sono un po’ stanca fisicamente, ma anche mentalmente. Mio figlio è governato dagli ormoni.

Ieri abbiamo fatto il cubismo orfico, la Grande guerra e Carducci.  Spero che non faccia confusione come la volta scorsa: avevamo fatto Dante e Petrarca  tutto insieme perché lui non studia mai, si accumula tutto all’ultimo.  Quando è venuto a casa, dopo l’interrogazione  gli ho domandato: “chi ti ha chiesto” e lui: “ Pedrante”. La Grande guerra la sapeva abbastanza, tranne il ruolo dell’Italia, cioè che è entrata dopo in guerra lo sapeva ma non ha capito bene  con chi si è schierata. Picasso l’abbiamo fatto bene, tranne Guernica  perché dovevo andare a lavorare, ma mi ha detto “lo faccio con papà”. La sera  l’ho interrogato e mi ha detto che a Guernica han mandato dei tedeschi ed è rimasto solo un albero. Perciò lo dobbiamo rifare. Non è stupido, Me l’ha  detto la sua prof di italiano, solo che ha 13 anni. Li ho avuti anch’io 13 anni. L’unica cosa a cui pensavo era se e quando mi sarebbero cresciute le tette. Tutte le sere mi addormentavo e pregavo dio: fa’ che mi crescano le tette, fa’ che mi crescano le tette. Beh Dio ha esaudito le mie preghiere perché durante l’estate mi son venuti due meloni e ho cominciato a studiare. Quindi io lo capisco.

Ma se non gli  sto col fiato sul collo lui se la batte. Quest’anno ha l’esame. Ma lui ha gli ormoni in circolo, dottore. In casa è una raffica di vento. Entra, mangia con il tortaiolo, e poi via su face book. Succede tutto su fb. Ai miei tempi si usciva, si provava a farsi toccare le tette, avevamo la piazzetta,  scrivevamo biglietti di carta.

Ora invece fanno tutto virtuale. Basta cambiare la situazione sentimentale. Le storie hanno inizio sviluppo e fine tutto su face book. Io non sono contraria, del tutto  almeno li puoi controllare e ricattare: se prendi un’insufficienza ti levo facebook. L’altro giorno ho visto che a una sua compagna ha scritto SEI UNA ZOCCOLA. Sei una zoccola?? Belin l’ho preso e gliel’ho fatto levare. Non voglio mica che il padre di questa mi aspetti fuori dalla scuola e mi gonfi di botte. E lui mi ha risposto che è vero che è una zoccola. E va bene, ma non glielo taggare su fb, diglielo a voce, vai lì e le dici: sei una zoccola. Ma lui non ha manco il coraggio di guardarla in faccia questa. Non è che io sia una di quelle madri invadenti che controllano i figli di nascosto. Un occhio però bisogna darglielo. Ha  fatto una tesina su          Se questo è un uomo di Primo Levi. Bella tesina, scrive bene. Però ho notato che a volte usa parole che non conosce, quindi volevo controllare sulla cronologia del computer di casa per vedere se era tutta farina del suo sacco.  Apro la cronologia per cercare Scuola zoo, lui era lì su fb ovviamente e gli dico, scansati che devo verificare una cosa. Faccio scendere la tendina della cronologia e  guardi dottore, non me n’ero neanche accorta, lui diventa tutto rosso, punta il dito su U PORN e  grida “Guarda mamma!!”

U PORN?? Non sapevo neanche cosa fosse. È una specie di u tube dove la gente tromba e pubblica le sue trombate. Ma si può??? Lui mi fa “mamma non sono stato io. E’ stato papà.” Ma sì magari. Il mio secondo marito è già tanto se non si addormenta alle 10 tutte le sere, figuriamoci ha l’energia di andare su u porn.

Non sono moralista, dottore, mi han detto i miei compagni di università di non demonizzare il porno, anzi mi ha detto Bobomerenda  che se non era per u porn lui non avrebbe mai trombato in vita sua. Non c’è niente di male se mio figlio si guarda qualche pornetto su internet, basta che studi. Del resto mi ha detto il mio primo marito che su internet il 40% del traffico è porno.

Ai miei tempi c’erano i giornalini. Ma il consumo era individuale, insomma restava tutto lì, una pippa e via. Niente malattie. Niente gravidanze indesiderate.  Adesso su internet però bisogna stare attenti. Gli ho detto: non filmare le chiappe di tua sorella per metterle su face book, u tube, u porn, altrimenti u rovinato!! Speriamo abbia capito. Gli ho anche detto di non mostrare con la web cam le sue parti intime, perché magari dall’altra parte lui crede che ci sia una tredicenne bionda, invece magari c’è un pedopornografo. Mi ha detto che comunque il porno più di tanto non gli piace perché si guarda e basta. Mia figlia mi ha detto che quando si alza ha il pisello lungo venti metri. I suoi amici di calcio gliel’han visto nello spogliatoio e si è guadagnato il nomignolo di “frusta”. Forse avrei dovuto mettergli meno pisello e più cervello. Ma è un maschio.

Adesso tra i tredicenni van di moda quelle mutande con la scritta che escono dai pantaloni. La scritta si deve vedere altrimenti sei uno sfigato coi mutandoni. Se non hanno la scritta non se le mette. Appena trovo i soldi  gli compro un paio di mutande con scritto “ce l’ho piccolo”. E vediamo se se le mette. La sera mi si infila nel letto che io vorrei dormire e mi dice: “mamma parliamo?” E parliamo. E di cosa parliamo? Qualche volta della Grande guerra o dell’olocausto. Sull’olocausto mi fa un sacco di domande. Mi ha chiesto se Hitler era pazzo. Beh di questi tempi magari se la caverebbe con l’infermità mentale, è troppe  semplice dire che Hitler era fuori. Ma di sicuro non c’era mica tutto. Quanta gente dottore avrebbe bisogno di un tagliando psichiatrico qualche volta, eh dottore??

Dottore: sante parole, Ginevra, sante parole. Sta crescendo. Il dialogo con i figli è importante, quando si riesce… bisogna dei semi e poi aspettare che germoglino…

Altre volte parliamo di cinema. Lui e sua sorella sono  cinematograficamente maturi. Adesso siamo nella fase Tarantino. Il grande ha visto Pulp fiction. Mi son tanto raccomandata di non farlo vedere a sua sorella, un conto è Kill Bill, un altro è Pulp Fiction, ma lui mi ha tranquillizzato e mi ha detto: “ma no dai lo può vedere anche lei, a parte la scena in cui si inculano il negro”. A me quella scena mi ha sconvolta per giorni e l’ho visto per la prima volta che avevo 38 anni! Gli ho dato da leggere la sceneggiatura, lui è allergico alla carta, ma questo lo ha divorato. Oppure mi confida i  suoi tormenti d’amore. In questo momento gli piace una, che si chiama Mojar, è una polacca, alta bionda, anche se l’ho guardata bene dottore ha il culo un po’ basso.  Ma tutti la chiamano Trojar. Secondo lei perché dottore? Beh lui è innamorato perso di questa che ha dietro tutta la scuola e quando passa sembra Wanda Osiris con i boy dietro che sbavano. Mio figlio mi fa, “mamma si è già fatta fare di tutto.” Ma tutto cosa , dottore tutto cosa?? Anche da te? Gli ho chiesto. E lui: “magari.” Gi ho detto tu chiedi sempre permesso prima di toccare e fare qualunque cosa. Non si sa mai. Le tredicenni di adesso non sono mica le tredicenni di una volta. Oddio anche su questo non ne sarei tanto sicura. Ai miei tempi c’era un’olandese che si faceva fare di tutto. Ne ho parlato con mio marito e mi ha detto che anche nella sua scuola c’era un’olandese che si faceva fare di tutto. Magari è la stessa. Mio figlio comunque anche se non me lo dice qualcosa deve aver già toccato perché mi ha detto che il push up è una fregatura tocchi tocchi ed è tutta gomma piuma. Perciò ha toccato. Dottore secondo lei ha toccato? A me non mi dice niente. E meno male.

Dottore:  Lo lasci fare le sue esperienze.

Sì sì dottore, basta che studi.

Altra bella novità.  Le ho detto che ho un sacco di novità!! Al giornale ho davanti un radioso e redditizio futuro. La mia collega dei necrologi infatti  s’è licenziata. Li ha mandati a cagare, definitivamente perché non la pagavano. Prendeva 148 euro e tutti i mesi ci contava. Io glielo dicevo di non prendersela. Mi faceva pena, andava dal direttore tutta carica e rivendicativa e usciva piangendo. È laureata in psicologia e l’hanno messa a scrivere i necrologi. Io per tirarla su le dicevo che essendo nata il due novembre era una conseguenza karmica. A lei piaceva il karmico. Ci rideva su. Però è dura. Tutti i lunedì chiamava le imprese di pompe funebri, si faceva dare i nomi dei morti, il telefono degli eredi e poi chiamava e diceva: buon giorno signora, mi chiamo Erica, sono della redazione dell’Eco del Ponente e desidero esprimerle le condoglianze della redazione. Ci piacerebbe scrivere un caro ricordo si suo marito, le chiediamo di raccontarci qualcosa di lui. Era il suo attacco standard. E le vedove con lei si lasciavano andare. Ha fatto psicologia  ma qualcosa di metodologico. Per dirmi il titolo della tesi ci ha messo mezza mattinata. Era la persona più adatta a fare i necrologi, una brava Crista veramente. Condividevamo le nostre  sfighe cosmiche e qualche cicchetta sul poggiolo della redazione. Ora non ho manco più lei per sfogarmi. Mi manca Dottore. Così ho ereditato io i necrologi. Son di novembre anch’io. Me li pagano 4 euro lordi l’uno. Da quando ho ereditato i necrologi  non muore più nessuno che fa vendere. Sì sembra un po’ un discorso cinico dottore, non è che io non ho empatia. Anzi lo sa che tendo ad averne anche troppa, ma i soldi mi servono.

Dottore: lei non è cinica Ginevra, cinico è chi firma per mettere sulla strada 20.000 lavoratori.  

Grazie Dottore, lei è l’unico che mi capisce. Gente ne muore sempre, ma i necrologi fanno vendere. La vedova si compra il giornale  dove io ho scritto il caro ricordo. Però io sono sfigata dottore. La settimana scorsa è morto uno di 89 anni in una casa di riposo e non aveva parenti. Quindi zero copie vendute. Non è che l’infermiera della casa di risposo si compra il giornale per leggere il necrologio di quello del letto 36. L’ideale sono i ragazzi che si stampano col motorino, quello fa vendere o i morti sul lavoro, anche quello fa vendere un casino. E poi io non ci so fare, dottore. Io il coraggio di chiamare una donna che le è morto il marito sotto una betoniera magari con 3 figli piccoli, non ce l’ho. Io, per indole andrei all’Inail a spaccare tutto. Martedì scorso è morto uno, 79 anni, infarto secco. Ho chiamato la vedova, sempre occupato o cellulare staccato. Dovevo scrivere 2 necrologi ma la vedova ieri non rispondeva al telefono. ‘Ste vedove non si rendono conto che ci sono dei tempi da rispettare nelle redazioni. E poi belin ti muore il marito, prendi la pensione, hai meno roba da lavare e attaccalo no il telefono. L’ho detto al direttore ma lui si è incazzato e mi ha gridato di tutto. “Son tutte scuse”, ha berciato. Belin ma non posso mica andarci a casa!! O risponde o non risponde. Poi il direttore vuole anche la foto. Ora molti hanno face book ma quelli che muoiono a 90 anni nella casa di riposo, face book non ce l’hanno. A chi la chiedo la foto?? Allora gli ho detto: perché  non facciamo nascite invece che morti?  Quando nasce un bambino son tutti contenti, basta andare in ginecologia la domenica mattina, macchina fotografica e taccuino e padri scemi, nonni commossi e madri esauste disposte a parlare dell’erede ne trovi a bizzeffe. È un lavoro facile facile. Ma lui mi ha risposto che vanno bene i neonati solo se hanno una trisnonna di 115 anni che fa salto con l’asta. E io dove la trovo una di 115 anni che diventa trisnonna? È il salto con l’asta che mi preoccupa. Aspetto ancora i soldi dell’allegato dell’anno scorso. Mi ha fatto scrivere una  guida turistica della zona ma io avevo 3 corsi universitari e due lavori e non potevo girare per chiese e monumenti così ho fatto dei copia in colla dai siti della promozione turistica ma devo aver fatto qualche casino e si son persi tutti. Ma  Taggia, Arma di Taggia, Diano Marina, Diano Castello, Diano Aretino, Diano san Pietro.  Ma basta chiedere no? Tiri giù il vetro e chiedi: scusi è Diano Marina, Diano san Pietro …? La gente te lo dice. Guida turistica finita. Esperienza chiusa. Soldi ancora da prendere.  La buona notizia è che  TOTOBARISTI non si fa più e meno male. L’anno scorso mi ha fatto girare tutti i bar della provincia. Dovevo convincere i padroni dei bar ad aderire alla grande iniziativa, poi fare le interviste ai baristi, e convincerli a farsi votare dai clienti, fargli la foto e tutte le settimane rifare tutti i giri di tutti i bar a ritirare i tagliandi dei voti. Praticamente ho lavorato per i benzinai. Entravo all’ora dell’aperitivo e tutti: “E bevi, dai bevi questo, prova quest’altro. “Fatti un goccetto, ma come sei seria.”Ma io mai ho ceduto, dottore. Mai. Mai. Sono una donna tutta d’un pezzo. Una monaca zen.

Dottore: Brava Ginevra, brava. Son fiero di lei.

Guardi son riuscita a non mandarli a cagare perché ho classe a strafottere e come dice sempre il mio prof di teoria e tecnica della sceneggiatura: “la classe non è piscio.” M’ha insegnato un sacco di cose quell’uomo. Fare il totobaristi è stata una faticaccia. Facevo le interviste e chiedevo qual è la tua specialità? Il cappuccino. E ganga, belin se fai il barista è logico che sai fare un cappuccino.  Quest’anno  faremo il totoparrucchieri. Che poi Adesso i parrucchieri cosa mi diranno? Che sanno tagliare una frangetta?? Ma almeno non mi sbattono sulla faccia tutti quei negroni. Anche le inchieste mi ha tolto, quel pusillanime. Dice che dei nuovi poveri, delle mense parrocchiali non frega niente a nessuno. Non fa vendere. Mi ha detto che mi son giocata le inchieste con la storia della gattara che era una cagata, che i barboni i giornali non se li comprano. Al limite prendono quelli usati per dormirci sopra. Lui vuole altre inchieste; la studentessa che fa la modella, miss maglietta bagnata. E infatti i posti che frequento io son pieni di modelle. Quando sono in coda alla cassa del discount devo fare a pugni dalle modelle che ci sono. Che se le cerchi lui le modelle. Se è in grado, che poi secondo me lui le cerca per trombarsele ma non gliela danno. Se c’è uno in trombabile, dottore, è veramente il mio direttore. È secco secco. Non ha attaccato nemmeno un pezzo di carne. Tutto scheletro e pelle. Che schifo. Come direbbe mio padre non lo toccherei neanche con una canna lunga sei metri. Ma ‘sto lavoro mi serve. Campo 148 euro mensili, meglio che un calcio negli stinchi. Di lavori seri in giro manco l’ombra.

Dottore: Al collocamento ci va sempre?

No dottore. Sono scoraggiata. Quando mi vedono entrare arrivo gli impiegati si mettono in permesso. Consulto gli annunci e cercano pizzaioli ed escavatoristi, oppure shampiste apprendiste esperte. Ma se uno è apprendista come fa ad essere esperto? E poi, dottore, son stufa di sentirmi dire che son troppo vecchia. Perché è vero. Al collocamento cosa ci vado a fare?? Però non ho smesso di cercare il lavoro. Uso canali alternativi.

Dottore: Brava Ginevra. Non è che deve aspettare che il collocamento le trovi il lavoro. non deve essere passiva, deve sapersi organizzare. Quali sono questi canali alternativi?

Adesso vado da Mago Michele.  Sensitivo. Ci azzecca di più. L’ho trovato su Secondamano. Gli porto il foglio dei concorsi e delle offerte di lavoro e il mio curriculum vitae.  Lui li tocca, li sfiora. Chiude gli occhi e mi dice: prova qui, prova lì. Prima mi ha fatto un giro di carte sulla mia situazione economica e mi ha detto che non mi fa pagare. Siamo diventati amici. Fa il bidello precario. Ma per integrare lo stipendio s’è riciclato a leggere i tarocchi. La gente abbocca. Ha bisogno di rassicurazioni e lui di soldi per campare. Dice che guadagna di più. Il lavoro all’università gli serve per pagarsi i contributi. Mi ha detto che avrei lasciato il lavoro in ospedale e si è avverato dottore!! Facevo le pulizie. Sono dottoressa ma in Lettere e così siccome non so fare neanche una puntura mi han messo a fare le pulizie. Non era un brutto lavoro: metti la cera togli la cera. Gli ospedali son puliti. Non era difficile e nemmeno tanto pesante, insomma il lavoro è lavoro. Però ero entrata, mio malgrado, in un faida tra donne albanesi sposate e donne italiane separate.

Dottore:  Ginevra, sono i gruppi. Bisogna vedere lei come interagisce nei gruppi.

Ma che gruppi, dottore, sono un gruppo di stronze assatanate. Delle Erinni. A me non sapevano bene dove collocarmi perché sono italiana ma non sono separata. Così stavo sul cazzo sia alle albanesi sposate che alle italiane separate. Comunque tra di loro  se ne fanno di tutti i colori. A una italiana separata , che la invidiano tutti perché è sotto gli 80 chili, le hanno spruzzato il rifraxan nell’armadietto per smerdarle tutti i vestiti. Allora per vendetta le italiane  del mattino, sono partite in spedizione punitiva e sono andate a fotografare col telefonino  le polveri sotto i letti di vascolare del turno delle albanesi. Han fatte vedere  le foto alla caposervizio per dimostrare che  lavorano male. Poi ti ciulano le pezzette e i detersivi dal carrello. Vai a fumare di nascosto tra un reparto e l’altro, lasci un momento il carrello, ti guardi intorno e vai tranquilla. Quando rientri scopri che ti mancano le pezzette, o i detersivi i i sacchetti della rumenta perché ti   danno tutto contato e ti fanno firmare un foglio con quello che c’hai sul carrello.  Han paura che ti ciuli i prodotti. Ma io cosa me ne faccio delle loro pezzette?? Ti ciulano la roba per dispetto così sei costretta ad andare dalla capo servizio a dirle che non hai più le pezzette o il detersivo o peggio il piumino  per le polveri alte, e la capo servizio capisce che hai abbandonato il carrello e ti fa il culo. Ma le pare che bisogna farsi la guerra sul lavoro? Già è un lavoro di merda, già è pagato male, già i contratti te li fanno a tempo determinato di tre mesi in tre mesi, almeno tra di noi, non dico solidarietà ma almeno evitare le faide. Beh pulizie in ospedale: capitolo chiuso.  M’è scaduto il contratto. E son contenta di non andarci più. Ora vado dalla mia amica dell’ufficio vertenze per vedere se posso campare qualche diritto, sa differenze retributive. Ma parliamo di centesimi. Miserie, non so se ne vale la pena, magari spendo più di raccomandate.

Dottore: quindi in questo periodo lavora per il giornale, e poi?

Poi il sabato vado a pulire delle case, tipo agriturismo, e tiro su 50 sacchi. Due pomeriggi la settimana faccio l’animatrice per  ragazzi di un centro socio educativo del Comune, ma lavoro per una Cooperativa sociale. Mi hanno fatto un contratto di collaborazione occasionale. Niente contributi. Ferie. Malattia. Se non vado per colpa mia, cioè sono malata, non mi pagano. Ma non mi pagano manco se è per colpa loro. Tempo fa hanno ristrutturato i bagni, il centro quindi era chiuso e non mi hanno pagata. Quando sono andata a ritirare lo stipendio, 178 euro sono scoppiata a piangere. Dottore solo la parola Cooperativa mi fa venire l’orticaria. Produco colesterolo e cortisolo. Nocivissimi per la salute. Tra un po’ parte il laboratorio di teatro per gli anziani, anche lì mi diverto. Ho presentato un progetto e mi è stato approvato. Figuro come volontaria e mi danno 150 euro al mese. Non ne posso più di tutto ‘sto precariaggio.

Dottore: Precariaggio?

Precariato selvaggio. Faccio 4 lavori in questo periodo e non campo 500 euro al mese. L’anno scorso ho avuto più rapporti di lavoro che rapporti sessuali. Così non si può andare avanti. Certo non mi annoio, Monti può stare tranquillo che la mia vita non è monotona.  Ecco dottore finalmente ho una categoria sociale a cui appartenere, prima non sapevo dove mettermi. Avevo pensato i precari ma ci sono precari e precari, ormai ci sono precari fissi. C’è una mia amica che si lamenta che è precaria nella scuola da 14 anni. E va bene cambia sempre scuole  però tutti i mesi e di tutti gli anni lavora, io no. Mi ha detto “ma io non posso neanche comprarmi un frullatore a rate.” E schiacciala la frutta no, che cazzo te ne fai del frullatore?? Io non sono neanche precaria, magari. Sono una morta di fame e basta. E sono una donna. Troppo vecchia per tutto. Per lavorare, per studiare. Ma mi rifiuto di mettere sulla carta di identità professione “casalinga.” Mi ci vede dottore come casalinga??

Il Dottore scrolla negativamente la testa. 

Dottore:  In effetti lei è una casalinga un po’ anomala.

Le donne sono tra le più sfigate di tutte le categorie. Non si può dire che lo siano state nell’era Berlusconi, vedendo le sue ministre non è che il genere abbia brillato per intelligenza: tra  il tunnel dei  neutrini, le igieniste dentali. Dottore, mentali o dentali??

Dottore: Dentali, Ginevra, dentali…

Vabbè comunque sia. Io non sapevo neanche cosa fossero i neutrini, non so distinguere un neutrino da un neutrone da un paracarro, però io non faccio il ministro dell’Istruzione. Meno male che ci hanno pensato il governo tecnico  Monti e quello peracottaro Berlusconi prima, a creare una categoria tutta per me: I Nuovi Poveri. È vero sembra un po’ complesso degli anni 70, The New Poors, pero è la verità. Ma la mia situazione è veramente delirante. A metà mese ci bloccano il bancomat, così ai primi del mese quando accreditano lo stipendio a mio marito, andiamo al discount e facciamo accaparramento di scatolette, detersivi, dentifrici, shampi e carta igienica. Non è che se finisci la carta e hai il bancomat bloccato puoi pulirti il culo con le dita e scrivere sul muro!!  Mia madre ci dà una mano, ma è pensionata non è che sia la regina del petrolio. I nonni aiutano i figli e pure i nipoti. I miei figli hanno molto meno di quello che alla loro età avevo io, e non è che i miei fossero degli industriali: madre maestra, padre rappresentante. Non si scialava ma facevamo le ferie, io andavo ai concerti, uscivo. Ora la pizza è quella congelata del discount. Al cinema andiamo a Natale, tutti e 4. I primi tempi  mio marito andava in depressione, ora si è organizzato. Il difficile sono i bambini, a volte mia figlia mi chiede mamma quando hai i soldi mi  compri un temperino? Mi si stringe il cuore ma son contenta che crescano con il valore della povertà, perché poi apprezzano quel poco che hanno.

Tempo fa guardavamo Ballarò, un servizio sulla Grecia, han fatto vedere una famiglia che non aveva più il riscaldamento e usava una stufetta elettrica, mio figlio ha gridato: “come noi mamma guarda quelli sono come noi”. Io ‘sti programmi non li guardo più. Però mi consolo a vedere che non c’è solo gente che gira in Suv e va in pelliccia a Cortina. Anche se non è sempre facile tenerli a bada, vivono a contatto con gli altri.

È per questo che sono incazzata dottore. Io non sono tra gli indigandos, a 16 anni mi indignavo, adesso sono tra gli incazzados. Dottore non è che ha qualche goccia per la rabbia? Devo imparare a controllare meglio la rabbia perché un giorno o l’altro entro con la macchina da qualche parte, tipo nella filiale della mia banca direttamente col muso della macchina. Gli sfondo la vetrata, gli sfondo. Questa situazione mi fa produrre troppo cortisolo e non va bene, dottore un po’ va bene ma troppo è veleno come il glucosio e l’alcol. Tanto vale ubriacarsi.

Dottore: si consoli, è  una situazione generale, però vedo che lei la prende bene. insomma ha un sacco di autoironia. Lei continui a non bere, però.

E cosa devo fare dottore, cosa devo fare ? Non ho neanche più i soldi per ubriacarmi. Se ci penso mi ammazzo. Ma non ho tempo per tentare di suicidarmi. Meno male che il contratto con il centro socio educativo  non mi è ancora scaduto, quindi per un mese vado avanti con quello. Fare l’animatrice a dei ragazzini mi piace. Non pensavo, perché i  figli esauriscono tutta la mia pazienza, invece mi trovo bene. A volte penso che scemi questi mi pagano per giocare. Cioè fino alle 4 e mezza facciamo i compiti, io gli faccio tutte le materie tranne analisi logica, che non l’ho mai saputa e matematica. Cosa mi metto a studiare algebra adesso? Ho fatto a meno della matematica per 44 anni, non mi ci metto certo adesso. Venerdì scorso  ho fatto:geometria con Malek che aveva gli angoli, ma io non me li ricordo e le ho fatto vedere dietro la porta cos’è un angolo e le ho detto: “Se la maestra ti chiede cos’è un angolo dille: è quello.” Poi ho fatto l’atomo con Jihan, l’era glaciale con Sami, ma questo non capisce una mazza. Che clima c’era durante l’era glaciale? Mite mi ha detto. Ma mite una sega. Faceva un freddo della madonna. Per farglielo capire gli ho  messo una mano nel freezer. Ismael avevada fare una parafrasi e sa le figure retoriche, le allitterazioni… il gallo galleggia è un’allitterazione, dottore?

Dottore: Si Ginevra, forse non è mai stata usata da nessun poeta ma è un’allitterazione.

Boh speriamo che esperire gli abbia fatto capire.  Dopo i compiti han voluto fare lo zucchero filato, gli ho detto faccio prima io che se si rompe il baracchino  poi la cooperativa me lo ripagare,  ma un conto è quelli dei luna park che metti lo zucchero e si forma il nuvolone, un altro  è questi affari giocattolo che si è fuso in 3 secondi netti. E non ho neanche potuto leccarlo perché era incandescente e avevo paura di fondermi la lingua. Mi sa che domani mi chiama la mia capa e mi fa il culo. Mi fan sempre il culo per tutto.  Mi dice sempre che io i ragazzi io li assecondo troppo. Ma son bambini. Dopo i campiti cosa gli faccio fare? Mi ha detto il Monopoli. Ma ho provato ma l’han fatto mangiare. Con le grandi, 12 13 anni, il rapporto è diverso. Vogliono parlare, parlare… è tutto un altro rapporto. Sono già interessate ai ragazzi. Una di 12 anni mi ha detto che ha scelto di mettere il velo, non perché gliel’ha imposto il padre, o per condizionamenti religiosi. Semplicemente perché mi ha detto: “ho capelli di merda”. E ha aggiunto che se potesse si metterebbe il Burqa per coprire il suo corpo che non le piace. La sua amica, che ha un anno di più, mi ha detto che lei fa volentieri il Ramadan. Per dimagrire. Ma si può? Siamo all’Islam dietetico!!

Se è bello li porto in cortile e giochiamo ad arancio-limone-mandarino-arancio limone-mandarino. Era dal 75 che non giocavo ad arancio limone mandarino. Non ho lo stesso fiato di quando avevo 6 anni. Alle 5 merenda, do certe leccate di nutella ma non me ne faccio accorgere. Con quello che mi pagano se do qualche slinguata al barattolo della nutella rientra nei benefit aziendali. Però da quando mi son messa a dieta non rubo più le merende ai bambini.

Li ho anche portati ai baracconi due volte. L’assessore ci ha dato dei biglietti omaggio e io ho distribuito giri gratis a tutti, sembravo Babbo Natale!! Io dovevo anche accompagnarli dentro. Sono entrata nel labirinto e ho preso una craniata  che son rimasta intontita per due ore. Poi sulla ruota panoramica,  un vento della madonna. Son scesa che mi veniva da vomitare. Ma loro si son divertiti un casino.

Dottore: stai coi bambini che fa bene a loro stare con te e fa bene a te stare con loro. Questa volta non rischi il burn out.

(Mi alzo faccio un giro della sedia, ruoto su me stessa alzandomi il maglione).

Mi guardi Dottore: Non nota niente?? Ecco l’altra strepitosa, grandissima novità!! Che poi è il vero motivo  per  cui sono venuta: non voglio rischiare di fare dei casini con le sostanze. Si ricorda che non riuscivo a perdere mezz’etto? E mi creava frustrazione, ero sempre stanca, non riuscivo a studiare? Mi guardi Dottore, è stato facilissimo.

Dottore: è vero l’ho notato subito, sei la metà. Ma come hai fatto? Mica amfetamine …

No Dottore, che amfetamine e amfetamine.  Faccio la dieta dell’avvocato. Le ho parlato del mio amico avvocato?

Dottore: Quale avvocato??

Sì il mio amico avvocato. Gliene ho parlato all’inizio della seduta. Quello che mi ha consigliato il Goleman l’anno scorso. Il libro che mi ha cambiato la vita: L’intelligenza emotiva.

Dottore: sì me lo ricordo. Quando lei  arrivava qua con una sterminata bibliografia sugli argomenti che la riguardano da vicino. Era lui a consigliarla? Mi fa piacere curare pazienti consapevoli e Lei lo è.

Grazie dottore, ora al mio amico avvocato è venuto il pallino dell’alimentazione, della super salute. Pesava un botto e ora è la metà, lo chiamano tutti  lo smilzo. Ma è dimagrito bene e soprattutto i chili che ha perso non li riprende più. Quest’uomo mi ha cambiato la vita. In meglio. E non solo a me. Praticamente non lo chiamano più per delle consulenze legali, va ai corsi di formazione dice due cazzate e poi tutti gli chiedono come ha fatto a perdere 35 chili. A me le consulenze le fa gratis perché lo sa che sono miscia sparata. Mi ha spiegato che si basa tutto sui  picchi ormonali e sul loro equilibrio. Il nostro organismo li produce naturalmente, anche se noi non lo sappiamo. Solo che adesso lui produce troppo testosterone. Che non è il mio problema. Tutto quello che ci serve è nella natura. Devo tenere tutto in equilibrio. Ora l’equilibrio, dottore, lei lo sa meglio di me, non è mai stato il mio forte. L’altro giorno ero al bar, aspettavo mia figlia che uscisse dalla lezione di teatro, e nella vetrinetta era rimasto un singolo solitario invitante cannolo. Il barista voleva subito rifilarmelo, ma gli ho detto: “Non è che non sia interessata al tuo cannolo, l’ho visto subito, ma non me lo posso permettere”, ho eliminato anche i dolci. Però ho imparato a sublimare, Dottore, ormai sublimo da dio. E non solo i cannoli.

(Il dottore annuisce con la testa). Ginevra fruga di nuovo nella borsa, estrae una bottiglietta d’acqua.

Brava Ginevra, brava. Sono fiero di Lei.

Scusi dottore ma mi ha detto il mio amico  Kahled che è laureato in medicina e fa il medico ed è il mio medico della mutua che devo bagnare più spesso i reni. Ho le urine un po’ pesanti. Infatti  sta  tutto nell’alimentazione. Insulina, cortisolo, glucagone. Io a glucagone son sempre stata regolare.

Dottore: Adesso non è che mi fa dei casini?

E appunto, per questo sono venuta. Ma è tutto sotto controllo, da quando ho iniziato la dieta dell’avvocato sono stata i primi  4 giorni senza glucagare. L’avvocato dice che è normale. Tutti i primi 4 giorni non glucagano. E poi io le diete le ho provate tutte dottore, e lei lo sa. Quella dell’orango, e ho preso 3 chili. Ha idea di quanto mangia un orango? L’ho letto sul libro scritto da quello che ti fa smettere di fumare. Per il fumo forse il metodo funziona, ma per l’alimentazione no. Nella prefazione ti dice: fai come l’orango: mangia quello che vuoi all’ora che vuoi. Occhio e croce  mi sembrava una cazzata. Ma l’ho seguito alla lettera e  infatti ho preso 3 chili. Ho provato quella del marinaio, me l’ha data un mio amico pensionato che è cardiopatico e prima di  operarlo gli han fatto perdere 3 chili in 15 giorni. Mangi solo uova sode, colazione pranzo e cena: solo uova sode. È comoda come dieta:  te le fai al mattino, te le metti nella borsa e quando hai fame sbucci un uovo e il buco si colma. Ma non è che la puoi fare per tanto tempo. Il colesterolo m’è schizzato alle stelle e il mio medico che è laureto in medicina e fa il medio della mutua, mi ha chiesto se son scema. Così mi son buttata su quella del minestrone. Unico risultato che scoreggiavo tutto il giorno. Io vado a lezione, è imbarazzante, le aule son piccole, noi siamo pochi, non è che puoi sempre dare la colpa agli altri, prima o poi se la danno che il mantice della classe sei te. La gente quando arrivavo cominciava ad evitarmi. Ho cambiato di nuovo  dieta anche perché risultati zero. Solo scoregge. Un giorno sul giornale ho visto che Berlusconi aveva perso 4 chili in una settimana con la dieta tisanoreica. E siccome non ho i soldi di Berlusconi le tisane me le sono preparate io. Bevevo ‘ste tisane, 2-3  litri al giorno. Mi portavo dietro un bottiglione. Pisciavo come una grondaia. Anche lì,  io vado a lezione non è che ogni 3 minuti posso alzarmi e andare a mingere, devo prendere appunti. All’appello di Antropologia Culturale il prof era in ritardo io già ero mangiata dall’ansia, poi tra la caffeina e la tisana diuretica non ce la facevo più. A metà esame ho chiesto al prof se potevo andare a mingere. Ho l’urina in circolo, prof, e lui mi ha detto e vada, vada signora. Non è che posso andare agli appelli col linidor. Non riuscivo neanche a capire le domande. Morale- è meglio andare  agli esami senza bere tisane diuretiche prima.

Poi il professore di Teoriche Teatrali mi ha consigliato la dieta a zona e infatti lui in tre mesi ha perso 5 chili. Mi ha dato da leggere un libro sulla dieta a zona: io pensavo,  mangio certe cose in certe zone della città e della casa. Ma non ha funzionato nemmeno questa perché era troppo complicata: alle 4 devi mangiare mezza fetta di bresaola, 8 pinoli, due fette di mandarino. E checcazzo nella borsa mi ci manca anche che devo andare a cercare i pinoli e poi la bresaola dove la metto. Ma la soluzione è comprare in farmacia le pastiglie e tutto il resto. Roba che costa una fucilata. Per facilitarti ulteriormente le cose ti consigliano di prendere le pastiglie di rosso d’uovo. Le pastiglie di rosso d’uovo?? Ma siamo fuori, non sono mica un astronauta. Avevo quasi rinunciato. Poi un giorno ho incontrato il mio avvocato. Non l’avevo neanche riconosciuto da tanto che era smagrito.  E’ diventato un terzo di quello che era e mi ha consigliato la paleo dieta, praticamente la dieta dell’uomo di Neanderthal. Mangi tutto quello che vuoi senza pesare niente, tranne dolci e carboidrati che li devi evitare del tutto perché sono veleno. Anche non strafogarmi di merendine e leccate di Nutella fuori pasto deve aver contribuito.

Dottore: ma Ginevra non è che si  mette in competizione con le tue compagne di corso? Guardi che loro hanno vent’anni, te hai fatto due figli … Lei è ancora una bella donna …

E’ la parola “ancora” che mi fa incazzare. E produco cortisolo e colesterolo che è veleno per me. Però Dottore, a dire il vero ci ho pensato anch’io. Si ricorda l’estate scorsa quando sono andata in Irpinia al Festival del cinema che non va nelle sale? Beh dormivamo in un convento e io condividevo la stanza con due mie compagne. La sera quando andavamo a dormire restavamo sdraiate sul letto a parlare un po’ di cinema, di ragazzi, amorazzi estivi. In effetti, vedendole sdraiate, mi son resa conto delle differenze. Queste avevano tette di marmo che stavano dritte che non si muovevano mai. Le mie arrivavano sotto la branda, ma  come giustamente dice lei non mi posso mettere in competizione con la natura. Io tutte ‘ste diete le
faccio per salute. Solo per salute. L’uomo di Neanderthal mi ha cambiato la vita. Non quello che ho sposato. Quello del libro di Wolff. Sì si chiama come quello di Pulp Fiction: mi chiamo Wolff risolvo problemi. È vero. questo non mi ha ripulito la macchina ma la mente e il fisico. Intanto mi alzo alla mattina alle 6,30 e vado a camminare. Non a correre, che son parole grosse. Dove corro, mica ho fretta. Cammino a passo sostenuto come i cardiopatici. E sento che mi fa bene. Mi dà l’energia giusta per cominciare la giornata. Invece che stare in un bar a rimuginare e  a bere caffeina. Esco nel buio e nel silenzio della città. È meraviglioso. Mi si riattiva la circolazione, non ho più tutto quel freddo che avevo prima. Non porto neanche l’MP3, voglio sentire i rumori dell’alba. Mio marito dice che un giorno o l’altro qualche tir mi schiaccia contro un muro, beh per i bambini gli darebbero una pensione minima, di sicuro valgo più da morta che da viva. Non corro nessun rischio. L’unico è quello di pestare una merda ma poi le chiedo scusa. Ecco dottore, prima domanda: secondo lei l’ansiolitico devo prenderlo prima o dopo la corsa? Perché se lo prendo prima ho paura di non riuscire a correre se lo prendo dopo mi sballa l’adrenalina della corsa.

Dottore: dopo Ginevra, dopo la corsa, a metà mattinata. 3 gocce, altrimenti si sballa tutto.

E infatti me l’ha detto anche l’avvocato. Dopo la corsa una ricca e abbondante colazione. Nell’alimentazione devo evitare i carboidrati e gli zuccheri e mi ha spiegato il perché. Sono veleno. Ma io ho la fortuna di avere il secondo marito che è  diabetico, ma non molto, quindi mangio tutto quello che mangia lui e sto bene.

Dottore: ma cosa centra l’Uomo di Neanderthal?

Si basa sul tipo di vita che faceva lui. Cosa faceva l’uomo di Neanderthal? Usciva dalla caverna il mattino presto. E camminava nella foresta. Andava a caccia di mammut. Sa come cacciavano?

Dottore: non me ne sono mai occupato.

Me l’ha spiegato il mio prof di Antro. Siccome i mammut  erano grossi, i cacciatori non potevano avere la meglio, allora gli tiravano delle lance nei coglioni per bucarglieli ,  il mammut si allontanava perdendo sangue e lasciando  le tracce. Così poi  i cacciatori si appostavano e aspettavano che il mammut morisse dissanguato.

(Il dottore si piega in due sulla sedia)

Certo non era una bella vita per i mammut andarsene in giro coi coglioni sgocciolanti, ma l’uomo doveva mangiare campare la famiglia. La sera il marito cacciatore  tornava a casa trascinando il mammut. La moglie che era rimasta in caverna ad allevare i figli e  a coltivare due verdure, cuoceva le bistecche di mammut sul fuoco. Non so come perché ricette della casalinga di Neanderthal mi pare che non ne abbiano trovate. Così si nutrivano di proteine e carboidrati favorevoli. Poi con la grande rivoluzione agricola, l’uomo s’è messo a coltivare grano orzo avena.. quella roba lì, che  però sintetizzandosi nell’organismo rilascia grandi quantità di zuccheri nocivi. Per questo vengono un sacco di malattie. Bisogna eliminare i carboidrati complessi. Poi dopo cena i genitori di Neanderthal mandavano i figli a nanna presto, mica come adesso che stan su fb o guardano il Grande Fratello e alla mattina son sempre rincoglioniti. La mamma e il papà i di Neanderthal trombavano selvaggiamente come se non ci fosse un domani, senza tante sovrastrutture come abbiamo noi. Ho l’emicrania, c’è Ballarò. E se non me la dai: giù con la clava. E l’indomani ricominciavano. E così faccio io. E guardi: son rifiorita. Ho rinunciato all’alcol vuole che non riesca a rinunciare a due Ferrero Roché? Il mio avvocato mi ha anche detto che devo dormire bene. Perché l’uomo di Neanderthal dormiva come un ghiro sauro. Devo ottimizzare il sonno. Una parola!! Io mi giravo e rigiravo nel letto che sembravo una tarantola. Allora mi ha detto: prendi la melatonina. Non è un induttore, lo produci tu, però dopo una certa età, cioè la mia, ne produci di meno, quindi puoi prendere delle pastiglie. Il mio amico farmacista, laureato in farmacia che lavora in una farmacia me l’ha confermato. Dottore lei che è laureato in medicina cosa ne dice? Posso prendere la melatonina?

Dottore: Certo Ginevra, la prendo anch’io, ti consiglio quella blu, 5 mg.

Sì è la stessa che mi hanno dato l’avvocato e il farmacista.

 

(Squilla un cellulare, la paziente si agita e comincia forsennatamente a ravanare nella borsa alla ricerca del telefonino.)

 

Dottore, mi scusi, mi son dimenticata di spegnerlo prima di entrare. Scusi dottore, guardo solo chi è? Abbiamo tempo? Aspetti. Ah il mio primo marito. “pronto? Ciao Giorgio senti sono dal mio dottore, DAL MIO DOTTORE (Ginevra alza la voce) DAL MIO DOTTORE,

Ginevra rivolta al dottore coprendo il cellulare con la mano – Scusi è un po’ duro d’orecchi, solo d’orecchi –  ti spiace se ti richiamo quando ho finito? A sei dalla dottoressa anche tu? Che ti ha detto? Perché hai tutti ‘sti dolori. Ma come ti hanno messo lo sten troppo grosso? Io non associo niente di te troppo grosso. Ecco bravo fattene mettere uno più piccolo, cioè uno più confacente a te. Senti ma chiedi alla dottoressa se poi il tuo organismo si abitua a uno troppo grosso. E va bene va bene, l’organo nell’orifizio dopo un po’ si abitua. E me lo dici a me?? Vabbè ciao ci sentiamo dopo, quando abbiamo finito dai nostri rispettivi dottori. Ciao in gamba.” Sì era il mio primo marito che è stato operato da poco ma ha sempre dolori, gli hanno messo un altro sten. Ma mi ha detto troppo grande e il suo organismo lo rifiuta. Ci sentiamo sempre ma alla fine parliamo sempre di colesterolo, insulina. Che brutto diventare vecchi. Deve star bene perché il prossimo semestre c’è Informatica e mi deve aiutare a preparare l’esame perché io non ci capisco niente, lui mi ha sempre detto che a me manca la sfera logico-matematica dal cervello. E io gli ho sempre detto che ce lì’ha piccolo. Tiè! Mi passa gli alimenti, anche se non è tenuto, mi manda dei soldi per comprarmi i libri dell’università. Cibo per la mente, così non levo di bocca il pane ai miei figli per comprarmi i manuali di semiotica. È un sant’uomo.

Dottore: è una figura molto importante nella sua vita, mi pare

Sì dottore, siamo persone civili. Facciamo persino le ferie insieme. È grazie a lui che ho potuto portare la mia bambina a Londra e il mio bambino in Scandinavia.

Dottore: ma i figli sono del primo o del secondo marito?

Direi a occhio e croce del secondo.

Dottore: ma il suo secondo marito cosa pensa di questo rapporto?

Beh all’inzio se lo menava un po’, sa l’orgoglio maschile alla mia famiglia devo provvedere io, ma è una cazzata l’orgoglio maschile. Se posso dare ai miei figli la possibilità di viaggiare perché non approfittarne? È forte quando siamo tutti e 5 insieme. Il mio secondo marito dice al primo: “ puoi riprendertela quando vuoi  e il primo risponde: “ Emu za deetu”. L’ironia nella mia famiglia non manca a nessuno.

Dottore: l’ironia aiuta.

Dottore meno male che a breve ricominciano i corsi perché almeno metto la mente al sicuro. Io non devo pensare troppo, pensare mi fa male. Non vedo l’ora di iniziare un corso di cinema su Eisenstein, sa il padre del montaggio, quello cinematografico. Il prof è davvero trombabile anche se sembra che se lo tocchi con la camicia di seta con le cifre. Mi faccio fantasie sessuali su questo. Mi si sballano tutti gli ormoni. Sogno: io  e lui intrappolati in un cinema durante una retrospettiva di Eisenstein: Ivan il terribile part  one and part two.  Il proiettore si blocca, restiamo al buio nella sala deserta e io gli strappo le mutande con la bocca.  Forse dovrei riprendere a trombare ma il mio corpo non lo vuole più nessuno. Vestita la do ancora a bere ma nuda mi faccio vergogna da sola. Esco dalla doccia e copro prima lo specchio con l’asciugamano. Cosa vuole tra cellulite e smagliature sembro una carta  geografica: la mappa di Beirut durante il conflitto. Che conflitto non me lo ricordo perché storia contemporanea.  L’ho data l’anno scorso. Ormai ho perso ogni velleità. Ancora mi faccio qualche sogno erotico, ma poi mi sveglio destabilizzata e vado a camminare.  Sono una donna anch’io, dottore.

Dottore: ne abbiamo già parlato. Non esageri però con le camminate. Invece magari un po’ di meditazione …

Ci ho provayo, Dottore, ma dopo 5 secondi che sto accovacciata penso ai cazzi miei. Non è roba per me, anche se ho provato seriamente tante volte. Nella meditazione c’è da star troppo fermi. Io però in qualche modo mi devo sfogare, Dottore, sono fatta anche di carne, cazzo! “Le carni tirono” come diceva Machiavelli nella Mandragola. Ma Machiavelli era del Toro, come Freud e Marx. E che ci hanno da dirci quelli del Toro??

Dottore: ma il suo secondo marito?

Ma dottore, quello è un santo. Ormai si è arreso, ha gettato la spugna anche lui. Adesso mi sta aiutando per il corto, di fatto a carico ha tre studenti. Ci aiuta tecnologicamente. Fotocopie di questo, scarica qui, scarica lì. guai se non ci fosse. Io ora sto scrivendo una sceneggiatura che mi è stata commissionata, a babbo morto, dal mio amico regista e infermiere al Sert. L’argomento sono le dipendenze, quindi con me andiamo sul sicuro, io volevo fare l’alcol ma lui ha detto, tossici. Il pezzo si intitola I Tossicomici. Ora io di tossici non ne so molto quindi per scriverne sono dovuta andare al Sert. Facevo finta di essere una tossica e così ho sentito un po’ i loro discorsi. Poi ho parlato anche con gli educatori, ma  non volevo solo una visione da professionisti. Ora però non ho la connessione a casa e nemmeno l’inchiostro per la stampante, così vado a scrivere all’università ma non funziona un cazzo, dottore. Non riesco a connettermi con wifi per mandare una mail a mio marito che mi stampi quello che ho scritto, se stampo all’università ci vuole la tessera e io o mangio in mensa o stampo. E io devo mangiare Dottore perché devo mantenere in equilibrio l’insulina, il glucagone. Se salto dei pasti si sballa tutto. Allora mi son fatta mettere la connessione a casa per scrivere di sotto davanti alla stufetta. Ma non funzionava. Meno male che mio marito ci capisce più di me. Ha aggiustato tutto, anche la stampante, ma non gli funzionava l’augello. Poi mi fa:  Guarda, è tutto a posto. C’è google, cosa vuoi che ti cerchi? La minchia? E io: non la minchia me la son sempre cercata  da sola e non la cerco di certo su Google che ti fan vedere delle nerchie di due metri poi quando te li ritrovi davanti ti ci vuole il microscopio. Meno male che io non sono alla ricerca di un uomo. Del resto io ormai gli uomini li faccio solo ridere. Uscire, cercarsi un uomo. È un doppio lavoro. E io di lavori e di mariti ne ho già troppi. Però vedo le mie amiche  la vita che fanno. Tempo fa la mia amica Lucilla mi ha chiesto se andavo con lei e altre sue amiche di mezza età a una serata vintage in discoteca. Di vintage c’erano la musica, ottima, anni ‘70 e ’80, e la fauna. Allora: uomini a bordo pista, come quando avevamo 13 anni, camicia fuori dai pantaloni perché nel frattempo han messo su panza, birretta in mano a  lumare  le femmine  che si scatenano al centro della pista: “with or without youuuuu!” Vanno lì per motivi diversi: le donne tutte ormai separate con figli grandi, per cercarsi l’UOMO DELLA VITA. E non hanno ancora capito che non esiste. Gli uomini vanno lì, spesso di nascosto dalla moglie, o dalla convivente, a cercare di trombare. A inizio sera le donne bevono per sbloccarsi, ma non lo reggono. Poi quando capiscono che è l’una e se non hanno trovato l’uomo della vita negli ultimi 30 anni non lo trovano certo negli ultimi 30 minuti. Così vanno in depressione e continuano a bere. Poi io le porto a casa tutte, perché son l’unica che non beve. Prima però me le devo andare a recuperare nei cessi o che vomitano tra i pneumatici. Morale: tutti, uomini e donne tornano a casa senza trombare. Io alle serate vintage non ci vado più. La mia amica Donatella, se la ricorda? Quella che mi ha convinto a prendere lo Xanax. Beh  ora sta di nuovo cercando un uomo. Che appunto, vedendo la fauna maschile è come trovare un uovo in un pelo. Un pelo nell’uovo è già più facile. Più difficile trovare un uomo decente. È passata da Winni the Pooh, un ragazzo dolcissimo che le ho presentato io. Li vedevo bene insieme. La mia amica ha bisogno di dolcezze. Ma questo le ha fatto alzare la glicemia, era talmente dolce che l’abbiamo soprannominato Winni the Pooh. Tanto tenero ma lei si rompeva i maroni. Prima  ancora stava  con una specie di rasta che ha 14 anni meno di lei. Ma si può?? Se lo vuoi giovane almeno dopo non ti lamentare. Gli uomini si sa  crescono dopo, dopo quando, dottore? Se ancora vai a beccarti uno che è ancora bambino vuol dire che te le vai a cercare. Ma a lei piace. È una specie di Tarzan, vive in campagna, è connesso con la natura. Sa cosa intendo come natura, dottore, eh?

(Ginevra fa il segno con le mani di girarsi una canna), il dottore annuisce e sorride.

La mia compagna di corso, la Manuelona ,  mi pinza sempre la mattina quando sono in mensa a far colazione stava con uno sposato che doveva lasciare la moglie.  Quando  gli ha dato l’aut aut ha cominciato a correre come  Forrest Gump. Adesso ogni volta che la incontra fugge. Per questo l’abbiamo soprannominato  Beep Beep. Ma belin, Manu le ho detto  o hai la vocazione di         Willy il Coyote o trovati un uomo vero invece che un cartone animato? Ai mie tempi c’era la sacra istituzione del trombamico. Quelli sì che erano rapporti. Niente complicazioni, possiamo andare al cinema, consolarci per qualche amore andato male, divertirci a un concerto e se piove, non c’è niente in giro si può sempre trombare. Ma ora è diventato difficile anche quello. La mia amica Anna, che è stata una delle prime ad aderire alla teoria del trombamico e che sostiene che non bisogna superare le tre volte altrimenti poi ti innamori, è disperata perché il suo trombamico si è innamorato di lei e l’ha mollata perché lei abita ad Albenga e lui a Genova. Lui si preoccupava della distanza. Belin ma ci metti ¾ d’ora in autostrada. Lui le ha detto: “Ma se poi una volta mi viene voglia di bere un caffè …”. Non ce n’è bar aperti a Genova? Ti compro una caffettiera gli ha detto. Ma niente. Con la  Filomena non esco più. Dopo l’esperienza dell’estate scorsa. Aveva per le mani un architetto. Lo stava circuendo ma siccome non si sentiva culturalmente all’altezza mi ha chiesto se potevo andare con loro. “ma cosa ci vengo a fare?” le ho chiesto. “Te ci parli”, mi ha risposto. Così per tutta la sera mi son fatta due maroni a parlare di archivolti e barocco leccese, con questo che più che un architetto mi sembrava Bob l’Aggiustatutto, poi se l’è trombato lei. Mi ha richiamato per propormi un’altra seratina di conversazione. “E comprati un Bignami” le ho detto. Belin a tutto c’è un limite! Comunque la maggior parte degli uomini scappa. Il mio amico avvocato, che la sa lunga anche in fatto di femmine, dice che alla tipologia di uomo che c’è in giro  facciamo paura. Paura, dottore? Guardi le assicuro che le mie amiche son tutte brave ragazze, magari un po’ sballate. Però lavorano, hanno figli, velleità.

Dottore vedo che guarda l’ora. È già finita la seduta? Allora ricapitolando: posso prendere Xanax, melatonina, correre, qualche cannetta…?

Il dottore scuote la testa, allarga le braccia.

Dottore: vuole la fattura signora?

 

 

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Ci sono libri che vanno bene sotto l’ombrellone o per un tragitto in treno. Altri che si agganciano dentro e lì rimangono. E scavano a lungo. È il caso de La vita agra di Luciano Bianciardi, uscito nel ’62 per Rizzoli e ristampato recentemente da Bompiani (Bompiani, 2011, pag 197, euro 9,90). L’attualità dei temi trattati fa dialogare questo romanzo con tutte le generazioni. Chi riesce a indignarsi, chi stenta a sbarcare il lunario con i tanti contratti precari, chi compie il gesto disperato di arrampicarsi su un traliccio per difendere la propria terra o il posto di lavoro, chi prova nausea verso l’indifferenza, si può ritrovare in queste pagine vecchie di 50 anni. Quanti oggi pensano che “la politica ha smesso di essere scienza del buon governo ed è diventata arte della conquista e della conservazione del potere”? C’è una sferzante critica (ante litteram) alla grande città spersonalizzata e spersonalizzante in cui l’agorà possibile è “il bottegone” ovvero il supermercato di allora, il centro commerciale di oggi.

In una Brera bohémienne, ben lungi da quella corrotta materialmente e moralmente della “Milano da bere” degli anni ’80, si aggira un anarchico toscano con propositi di vendetta. La sua intenzione è fare giustizia dopo l’eccidio di 40 minatori morti nella miniera di lignite avvenuta tempo prima nella piana di Montemassi. Morti bianche dunque, causate dalla sete di profitto, che tutto giustifica, che impone ritmi di produzione sempre più intensi, sempre più massacranti. Vendicarsi consiste nell’infiltrare grisù nel  “torracchione” sede amministrativa dell’Azienda. Le intenzioni sono chiare e dichiarate: “Non sono venuto per studiare la rotacizzazione della dentale  intervocalica” , la missione è un’altra. “(…) far saltare tutti e quattro i palazzi e, ipotesi secondaria, occuparli, sbattere  tutti fuori le circa duemila persone che ci lavorano (…) chine sul fatturato (…)”. Il protagonista lascia la sua regione, una moglie e un figlio e parte per Milano dopo aver visto i 43 cadaveri portati alla rimessa per essere ricomposti, la fila delle persone crescere, le bandiere rosse, Giuseppe Di Vittorio, i critici d’arte. Legge il cartello con cui l’Azienda informa i parenti delle vittime circa i risarcimenti. Non si può restare indifferenti. Nella città veloce, disumanizzata non trova sponde. Incontra una serie di “figurette”, Carlone il fotografo, Mario, Ugo, la vedova De Sio affittacamere e madre di sue ragazze malmaritate, con cui condivide e pratica l’arte della sopravvivenza con pochi “dané”. Lavora per un giornale a cui propone un articolo sui morti in miniera. Risposta cartacea, da intellettuale, ma la notizia è vecchia e il reportage non viene pubblicato.

Si innamora di Anna che fa vita di partito, decidono di convivere e lei dovrebbe cambiare sezione ma si scontra con la mastodontica burocrazia dell’apparato di partito. Lui deve mandare i soldi a casa, alla moglie Mara. Viene licenziato e traduce, tutto il giorno, con l’aiuto di lei, in maniera febbrile. Resta intatta l’esigenza di testimoniare e  va in stazione a vedere i “treni del sonno” da cui scendono gli operai con negli occhi la stanchezza del primo turno. Lui e Anna nel loro appartamentino arredato a rate sono assillati dai creditori che battono incessantemente alla porta. La loro vita è “agra”, non “dolce” come il dolce sciamare dei paparazzi di via Veneto alla ricerca di star e scoop, come nel coevo film di Fellini. Sono gli stessi anni. Gli anni Sessanta. Quelli del boom economico. Gli anni che hanno in nuce la latente e, a breve tracimante, rabbia di una generazione. Il romanzo è  anche un manifesto contro l’indifferenza della città, dove un ubriaco viene scansato dalla folla del sabato sera e il prossimo si fa vivo solo per battere cassa. Le pagine di Bianciardi non possono lasciare indifferenti. Il finale è aperto? O piuttosto il sonno in cui scivola il protagonista è una sorta di amara rassegnazione? È un sonno che annulla tutto. A più di 50 anni di distanza la situazione sembra identica: generazioni senza futuro, gesti isolati dettati dalla rabbia, una politica che non riesce a dare risposte. Tutto ciò fa di Bianciardi un ironico, isolato narratore.

Berlusconi è alle corde ma stavolta, pare, una volta per tutte. Dico pare perché questo
sembra indistruttibile. Ogni volta cade e ogni volta ne esce più forte di
prima, magari con qualche barba trucco o espediente. Quindi finché non vedo un
altro al suo posto non ci credo. Ma visti i giornale c’è da sperare che questa
sia la volta buona che ci leviamo il pelato e riacquistiamo quel minimo di
credibilità internazionale che ci “consenta” di superare questa crisi che
rischia di farci finire sul lastrico. (per quanto mi riguarda vivendo in 4 con
uno stipendio io e la mia famiglia sul lastrico ci siamo già da parecchio. E
abbiamo imparato a sopravvivere)

Forse è finita l’era Berlusconi. Forse del caimano non ne sapremo più niente così
come dei suoi passatempi, delle sue barzellette, delle sue bandane. Ma non
credo che basti cambiare personalità di governo per cambiare un paese. Giorgio
Gaber, il più lucido sociologo del nostro tempo, diceva “Non ho paura di
Berlusconi in sé ma del Berlusconi che è in me.” Secondo aveva, come sempre,
centrato il problema.  Berlusconi è uno di noi in un posto importante.

È quello che fa le corna alla foto ufficiale e
fa ridere tutti con le sue barzellette omofobe o razziste o sessiste. Qualche
anima bella si chiede come è stato possibile che Berlusconi abbia vinto le
elezioni e sia durato così tanto? Com’è stato possibile?? Ma guardatevi
intorno: siamo circondati da berluschini. Berluschini quelli che cercano di
passarti avanti mentre sei in coda dal macellaio, berluschino il parrucchiere
che ti fa spendere 110 euro e ti rilascia una ricevuta di 16. Chi non paga le
tasse non ha senso civico e ruba i tuoi diritti. Berluschino chi promette
un’assunzione in cambio di una prestazione sessuale. Berluschino chi non studia
e copia il compito. Beluschino chi fa carriera senza merito  perché è raccomandato e berluschino chi lo
raccomanda. Berluschino chi si costruisce la villetta deturpando il paesaggio e
poi paga il condono e berluschino l’amministratore che fa il condono e se poi
alla prima pioggia viene giù tutta la collina, beh pazienza, peggio per chi ha
costruito. Berluschino chi non ha rispetto dello stato e del senso collettivo
delle cose. Berluschino chi passa le ore in ufficio a chattare su face book o a
fare telefonate personali con il telefono dell’azienda o dello Stato.
Berluschino chi timbra il cartellino alla mattina e poi esce e va a fare la
spesa. Berluschino chi glielo permette e non controlla. Berluschino chi fa
firmare a una donna una lettera in bianco che poi utilizzerà quando rimane
incinta. Berluschino chi abbandona la lavatrice e il materasso sotto il
cartello vietato scaricare. Berluschino chi si dà malato e poi va a fare la
settimana bianca. Berluschino è chi non paga i dipendenti, assume solo precari.
Berluschino ha fatto in grande quello che tutti gli altri hanno fatto da sempre
nel loro piccolo. L’Italia è un paese in cui i berluschini prevalgono, sono la
maggioranza. Per questo Berlusconi è durato così tanto.

La lista è lunga. la lista siamo tutti noi.

Sì può anche darsi che abbiano individuato l’unica
persona seria che c’è in questo paese, Mario Monti, uno che di sicuro ci farà
fare bella figura all’estero per il suo inglese fluente, la sua passione per la
musica classica e la moglie che non è certo una bella figa che recitava con le
tette al vento nel Magnifico cornuto.
Ma siamo ad un livello così basso che al posto di Berlusconi basta chiunque non  induca
minorenni alla prostituzione, non dia della culona inchiavabile al cancelliere  tedesco e già in borsa
esultano.

La lista è lunga. Molto lunga.

Basta mettere un ministro che non si pulisca il culo col tricolore e saremmo già a
buon punto. Siamo stati governati per anni, 17 per la precisione, da affaristi,
puttanieri e razzisti. Tutti quelli che dicono “io non sono razzista ma…” sono
razzisti. Tutti quelli che dicono che i rom rubano i bambini, sono sporchi e
ladri sono razzisti. Tutti quelli che dicono e pensano che i figli degli
immigrati rallentano a scuola l’apprendimento dei nostri figli, sono razzisti.
Tutti quelli che dicono che gli immigrati rubano il lavoro, sono razzisti. Tutti
quelli che invocano la padania, la secessione sono razzisti e fuori dalla
storia (e dalla geografia visto che la padania non esiste!).

Basta mettere una donna seria in un ministero chiave e non una ex velina passata alla
storia per delle telefonate in cui ammetteva di aver fatto un pompino al Premier
e quindi di aver guadagnato sul “campo” il posto da ministra, e già mi sentirei
in un paese normale.

Ma guardiamoci dentro, scrutiamoci a fondo con quell’onestà intellettuale che non
ci contraddistingue e chiediamoci: quante generazioni ci vorranno per
ricostruire un senso di etica a questo paese?? Quante generazioni ci vorranno
per estirpare tutto ciò dalla nostra cultura? Quante generazioni ci vorranno
per un’Italia che sia veramente un paese unito, forte, solidale??

La prima cosa da fare in assoluto è ridare dignità al parlamento attraverso
elezioni in cui ogni cittadino può scegliere responsabilmente chi lo
rappresenti meglio, ma con una legge elettorale come questa non è possibile.
Quindi cambiare la legge elettorale e poi votare. Magari non si verificheranno
più dei voltagabbanismi alla Scilipoti e se voti uno in uno schieramento lì
deve stare e non girare da una poltrona all’altra a seconda delle promesse e
delle convenienze personali.

La seconda cosa che deve fare è ridare un lavoro a chi non ce l’ha. Perché non si
chiede mica di fare una rivoluzione, mica di far pagare più tasse ai ricchi, ma
solo di poter lavorare per mantenere la famiglia dignitosamente. C’è troppa
gente che non arriva a metà mese, che vive di cassa integrazione, di
precariato. Ma un paese solido e civile non può basarsi sul precariato. Provare
a sedervi su una sedia a cui hanno segato una gamba. Sareste a vostro agio?
Ecco così non sono tutti quelli che come me non hanno certezza del guadagno,
del posto di lavoro.

La terza cosa: dare un po’ di soldi alla cultura, alla scuola, alla ricerca perché
un paese in un paese dove non c’è cultura prevale la barbarie, e alla lunga
sprofonda.

Tre cose. Tre piccoli passi per Super Mario tre grandi passi per l’umanità.

 Felice Cascione è stato un partigiano e medico comunista che morì dopo un conflitto a fuoco con i fascisti il 27 gennaio del 1944, per questo fu insignito della medaglia d’oro al valor militare alla memoria. A lui si deve inoltre il testo della canzone Fischia il vento, uno dei più importanti inni del movimento partigiano, la cui musica è quella della canzone russa Katiusha. A questa figura molto legata al territorio fu dedicata la via centrale, il salotto buono, di Porto Maurizio. In seguito è stata ribattezzata Via Marrakech, e poi via Istanbul.

La via è tagliata in due da una galleria e da via Martiri della Libertà che collega Porto Maurizio alcune frazioni dell’entroterra. La separazione, con gli anni, è diventata non solo fisica, territoriale, ma anche culturale, creando nel quartiere una vera e propria spaccatura. Agli inizi degli anni ‘90 la parte bassa di via Cascione è diventata meta di immigrati magrebini che si sono “impossessati” della zona. Questo fenomeno ha portato una sorta di impoverimento generale che ha avuto come conseguenza lampante la progressiva e inesorabile serrata di negozi “storici”, appartenenti a famiglie portorine da generazioni, come ad esempio la pasticceria Giudice, il negozio di alimentari Volponi, Lepre strumenti musicali, e ad un abbassamento dei prezzi di vendita degli esercizi commerciali. I media locali si sono più volte occupati di questo mutamento, raccogliendo l’allarme dei cittadini imperiesi, preoccupati di questo sempre più massiccio insediamento. Verso la metà degli anni’90 all’immigrazione maghrebina si è aggiunta una seconda ondata questa volta proveniente dalla Turchia.

Se è vero che alcuni negozi “storici” hanno chiuso i battenti è altrettanto vero che altri hanno aperto proprio sfruttando il ribasso dei prezzi di locazione, come raccontano la Signora Cinzia Di Grazia della Bottega equo solidale e la signora che da poco ha aperto la libreria che hanno potuto scegliere di spostare il proprio negozio proprio per il calo dei prezzi. La via si immette su piazza Mameli dove c’è la scuola elementare “Mameli” in cui è concentrato il più alto numero di figli di immigrati. Da via Cascione si diramano altre vie in cui sono presenti sia negozi gestiti da italiani, , sia negozi gestiti da stranieri.

Dopo questa prima mappatura comincio ad entrare nei negozi e a porre domande sul quartiere e su eventuali problemi di convivenza. Il primo esercizio che ho scelto è una panetteria, un tempo gestita da italiani e oggi invece rilevata da un ragazzo turco. Una volta dentro mi rendo subito conto che in vendita non c’è solo pane, ma molti generi con etichette in turco, dalle bibite ai prodotti in scatola. “Sono l’unico forno che fa pane turco, è molto richiesto.” Mi accoglie benissimo senza alcun tipo di diffidenza. “Il mio è un piccolo negozio perché qui accanto c’è il Conad. Faccio il pane, ma anche pizza (e me ne offre un pezzo), molti se lo fanno in casa, non mi conviene tenere molte cose perché il supermercato mi fa concorrenza”.

Proseguendo entro in un ufficio specializzato in pratiche per immigrati. Anche in questo caso sono accolta da un ragazzo giovane proveniente dalla Turchia. Si chiama Iacopo, ha italianizzato il suo nome e manda avanti lo “Studio Eller” :

  • Perché secondo te in questa zona c’è una così alta concentrazione di stranieri?

  • Non abitano qui, ma qui trovano i loro negozi

  • Tu che tipo di pratiche fai per i tuoi connazionali?

  • Di tutti i tipi: dall’abbonamento al telefonino, al contratto di sky, l’assistenza sanitaria, permessi di soggiorno. Di me si fidano.

  • Ma se devi fare una pratica per la pensione, o il conteggio della busta paga li mandi ai sindacato o fai da intermediario?

  • Faccio tutto io. Loro si rivolgono a me e poi io penso a tutto.

  • Dal tuo osservatorio privilegiato quale progetto hanno gli immigrati, è un trasferimento provvisorio, definitivo?

  • Quelli che vengono qua sono quelli che non si trovano bene e provano in Germania, Italia, Francia, quindi fanno un progetto a lunga scadenza. Io vengo dalla Turchia, sono arrivato all’età di 5 anni, facevo l’asilo, e voglio restare qua. Al mio paese non conosco più nessuno a parte i parenti. Mio padre vorrebbe tornare ma io no. I turchi, i vecchi vogliono ritornare. I giovani che sono cresciuti qua invece vogliono restare.

  • Che legame rimane col paese di origine?

  • Nessuno si stacca, tranne gli albanesi, loro dimenticano l’Albania. I turchi sono legati, vogliono far studiare i figli, farli arrivare ad un livello più alto. Io aiuto molti studenti, abbiamo un’associazione culturale che serve a dare una mano a insegnare l’italiano in turco. C’è nella legge per essere ammessi in Italia un test di italiano, se non lo superi non puoi venire.

  • Ma allora perché le donne spesso non parlano la lingua?

  • Le donne giovani lo parlano bene, ma da anziano la situazione è più difficile. La maggior parte delle persone che sono venute qui provengono da paesini dove facevano i pastori e non hanno studiato. Se non studi è più difficile imparare una lingua straniera.

  • Tu come ti senti, turco o italiano?

  • Mi sento turco ma con un carattere italiano.

Sala da The

La seconda tappa obbligata per capire la presenza della comunità turca in via Cascione è il Circolo. Per entrare, su consiglio del professor Pitto, mi faccio accompagnare da un mio amico, Giovanni Vassallo che oltre ad una grande passione per l’antropologia ha anche una laurea in materia e può aiutarmi a rompere il ghiaccio.

La prima cosa che colpisce di questo ritrovo è la totale assenza di presenze femminili. Il locale è ampio, con una ventina di tavoli a cui sono seduti uomini di tutte le età che giocano a carte sorseggiando te. Sul fondo gracchia, inascoltata, una tv sintonizzata su un canale turco. Ci avviciniamo al bancone chiedendo del titolare. Dobbiamo attendere un po’, nel frattempo ci viene offerto un tè rosso. Qui non vengono serviti alcolici. Dopo circa venti minuti arriva il proprietario del locale che si siede accanto a noi e cominciamo l’intervista. Si chiama Hakan, ha 49 anni e vive a Imperia dal 1998.

  • Che tipo di locale è questo?

  • È un bar, frequentato da turchi. Non si servono alcolici. Tutti i tipi di bevande, anche qualcosa da mangiare, no il kebab. Ho aperto un anno fa e sono ancora poco fornito. Qui si gioca a carte, si scambiano informazioni, chi cerca casa, un lavoro.

  • Che tipo di orario fai?

  • Dalle 7 del mattino, ma la clientela arriva più tardi, intorno alle 10, le 11 del mattino.

  • E a che ora chiudi?

  • Dipende, dopo le 22, le 23. La gente viene qui dopo il lavoro. Passano il qui il tempo quando non lavorano. Vengono per ritrovarsi con gli altri connazionali, perché ci diamo una mano. Ci scambiamo informazioni, vengono qui anche per farsi aiutare, poi perché pagano poco. Stanno tanto tempo qui ma prendono solo un tè.

  • Vedo che giocano ai tavoli con le carte ma anche con delle tessere di legni, tipo Domino. Che gioco è?

  • È un gioco con delle piastrelle una specie di Scala 40 ma con queste piastrelle.

  • Qui c’è poco lavoro. Stanno andando via. Prima c’erano 1500 turchi, ora stanno andando via tutti ora ce ne sono 700. Vanno tutti in Francia. Fanno i frontalieri.

  • In che settori lavorano?

  • Nell’edilizia. Sono artigiani. Abitano fuori, nei paesi vicini. Veniamo tutti dagli stessi paesi, Tokat, Yogat, Sivas.

  • Tu quando sei arrivato?

  • Nel 1998, ho lavorato come edile. Prima sono venuto solo io, poi ho chiamato la mia famiglia.

  • Avete un’associazione di riferimento?

  • Sì certo, raccogliamo anche denaro, se qualcuno muore qua raccogliamo i soldi per mandare la salma in Turchia così i genitori vedono che è veramente morto. Ma aiutiamo anche per i matrimoni.

  • Perché secondo te i turchi si fermano in via Cascione?

  • Ci sono i negozi, si sono abituati a venire qua. Se hai bisogno vieni qui.

  • Senti ho notato che non c’è neanche una donna.

  • Perché da noi non è come qua, da noi non vedrai mai una donna in un bar o una donna con un uomo. È così. Le donne stanno a casa, hanno i bambini.

  • Ma tra loro dove si incontrano?

  1. Nelle case.

Vorrei capire a questo punto cosa pensano i commercianti imperiesi di questa parte della città e così vado alla panetteria italiana. Spiego alla signora le ragioni delle mie domande e lei dice che non niente in contrario all’apertura di negozi da parte di stranieri ma che non sarà mai possibile una vera integrazione a causa della chiusura di queste persone:

  • Stanno lì a ciondolare tutto il giorno, solo uomini, non fanno niente di male, se ne stanno lì e basta, non parlano con noi. Vivono come vivevamo noi una volta nei nostri paesini. Sono sempre sul marciapiedi. Una volta vivevano qua adesso si sono spostati nell’entroterra ma vengono qui a cercare i loro connazionali. Hanno tutti dei macchinoni, ma come faranno mantenerli…

  • Vengono a comprare il pane nel suo negozio? O visto che è vicini alla scuola magari a comprare la merenda?

  • Gli italiani sì, i turchi no. Da me non vengono perché non si fidano, mangiano solo pane che sia stato toccato da mano musulmana.

  • Cosa intende per “mano musulmana?”

  • Noi nel pane mettiamo lo strutto e loro non lo mangiano, non faccio tutto il pane con lo strutto ma non si fidano.

  • Secondo lei c’è differenza tra la comunità marocchina e quella turca nel rapporto con i locali?

  • Eccome! I marocchini sono più aperti, i turchi no. Comunque è l’Islam che fa la differenza

  • Con l’arrivo degli immigrati secondo lei è calata la clientela italiana?

  • Sì. Questa è una piccola città, i clienti italiani non vengono più sono diffidenti, tutto è cambiato nel giro di 5-6 anni.

Accanto alla panetteria c’è una “kebabberia” Kebab “Pascià” gestita da un ragazzo turco. Entro e dopo avergli spiegato che sto facendo una ricerca per l’università accetta di parlare con me, sembra lusingato. Vende bevande non alcoliche tra cui gamlica una specie di sprite turca, e dolci tipici turchi e kebab.

  • Da quanto tempo hai questo negozio?

  • Da più di 10 anni, io appartengo ad una delle prime famiglie che sono venute a Imperia. Mio fratello è geometra al catasto, se studi poi ti integri.

  • Abiti in questa zona?

  • No, a Caramagna

  • Come mai secondo te via Cascione è meta della comunità turca?

  • Per abitudine penso, sono venuti prima da soli gli uomini e poi dopo essersi sistemati hanno chiamato la famiglia, non hanno comprato casa in Turchia.

  • Qui accanto c’è un circolo turco, tu lo frequenti?

  • No io non vado mai, i miei amici sono tutti italiani, ho fatto qui tutte le scuole dalle elementari alle superiori.

  • Com’è cambiato il quartiere secondo te dopo l’arrivo degli immigrati

  • Il quartiere è cambiato molto, rispetto a 10-15 anni, quando sono arrivato io, molti negozi di italiani hanno chiuso, ma altri ne sono stati aperti. Si sta creando un tessuto urbano diverso, c’è la macelleria, il Kebab, gli alimentari dove c’è il pane, al supermercato si trovano prodotti turchi perché c’è richiesta. Dovrebbero fare più cose però per l’integrazione. Qui ci sono troppi stranieri, io non parlo con gli stranieri, gli italiani dovrebbero parlare coi turchi, invece non ci parlano, dovrebbero fare dei progetti a scuola per i ragazzi.

  • Le donne sembrano essere chiuse, parlano poco italiano

  • Sono tutte casalinghe, hanno 3-4 figli, stanno a casa, il marito è l’unico che lavora, non è che sono chiuse ma hanno molto da fare.

  • E l’italiano? Se non imparano la lingua del posto in cui vivono saranno tagliate fuori sempre

  • Vanno alla Boine che organizza corsi di italiano per stranieri, lì vanno.

  • E come vivono il quartiere? Dove portano i bambini?

  • Io non seguo queste cose

Questo ragazzo mostra segni di incoerenza, prima sostiene che la comunità turca non è chiusa, poi che sono gli italiani che dovrebbero parlare coi turchi ma lui per primo dice di frequentare solo italiani. Quando il discorso si sposta sulle donne si chiude a riccio. L’atteggiamento è cambiato. Alla fine della conversazione mi dice che non vuole apparire nella mia ricerca, né lui né il negozio e di cancellare tutto, cosa che gli assicuro. Me ne vado con la sensazione che siano state le domande sulle donne a fargli fare retro marcia Inoltre ha insistito parecchio sulle sue frequentazioni italiane dimostrando di essere un misto di orgoglio e rinnegamento.

Circolo Arci Handala

A pochi passi da questo bar c’è il circolo ARCI “Handala”, inaugurato da pochi mesi. L’idea di aprire questo spazio è del dottor Kahled Rawash, medico di origine palestinese, ha lo studio in via Cascione e molti dei suoi pazienti sono immigrati. Ma è anche medico del carcere di Imperia. È in Italia da oltre vent’anni. I fondatori del circolo Handala sono 3 palestinesi, 3 tunisini, e 2 marocchini. Il circolo organizza cene marocchine, tunisine, palestinesi ma anche italiane. Vengono presentate rassegne di film, mostre fotografiche. Ma ci sono anche iniziative più specificamente politiche, di sostegno e sensibilizzazione sulla causa palestinese. Vengono organizzate raccolte fondi per la “Freedom Flottilla” e dibattiti, incontri. L’intenzione però è anche quella di organizzare corsi di recupero per bambini stranieri, serate di confronto tra donne, concerti e tutto quanto possa favorire una maggior conoscenza e integrazione.

  • Come ma secondo te proprio in via Cascione si è concentrata una percentuale così alta di immigrati?

  • Ma non c’era un disegno preciso. Le cose si sono trascinate via via, qui sono cresciute le opportunità per gli immigrati e poi una cosa ne ha prodotta un’altra, negli anni.

  • Ci sono negozi, circoli ci sono secondo te reti informali che non si vedono legate al lavoro?

  • Sì, ma sempre dentro un circuito, una bacheca per gli annunci in un negozio, è una rete dentro una rete.

  • E lavoro?

  • Sì tra di loro, non c’è un vero e proprio caporalato organizzato, in altre zone sì, non in via Cascione, il centro del caporalato è Oneglia, e i caporali sono italiani non turchi o maghrebini. C’è sempre uno che raccoglie la manovalanza che di solito è straniero e poi uno che contratta il prezzo.

  • Come sono stati i flussi migratori?

  • Su selezione. L’immigrazione è preordinata. Per capirli devi sapere da dove arrivano. Per esempio tunisini e turchi vengono da due zone. I tunisini sono a bassa scolarità e vengono dal sud della Tunisia, i turchi da zone fortemente religiose, le famiglie sono molto chiuse, in altre zone magari sono più laici. Quelli di qui provengono tutti da una zona ad ovest di Ankara dove sono religiosi e conservatori. Fanno feste tra di loro, lavorano tra loro, e sono tutti parenti tra di loro. Hanno portato le loro donne, c’è infatti anche una netta separazione tra uomini e donne, ma non tutti i turchi sono così.

  • Si sposano qua o in Turchia?

  • I matrimoni possono anche svolgersi qua ma alcuni sono combinati. Se non trovano da sposarsi qui vanno al loro paese e trovano là. Nella cultura turca islamica è la madre che combina tutto.

  • C’è integrazione per esempio tra la comunità turca e quella maghrebina?

  • È un’integrazione di convenienza. Non ci sono conflitti ma non c’è neanche una costruzione di progetti comuni. Per esempio qui nel circolo Handala ci sono solo 3 turchi. I marocchini e tunisini sono tutti conservatori e qui non vengono perché si consumano alcolici. Il vino non è esposto come vedi, ma sanno che c’è. Noi siamo laici e per questo c’è un forte boicottaggio nei nostri confronti. La prima cosa che chiedono è se c’è vino e appena lo vedono se ne vanno, magari alla pizzeria accanto. Sono tutti dei conservatori.

  • Roberto Hamza Piccardo 1 è venuto all’inaugurazione?

  • Sì ma poi però non incoraggia.

  • Perché avete scelto proprio via Cascione per aprire il circolo Arci?

  • Per la forte presenza di immigrati.

  • Chi sono stati i primi a venire?

  • I marocchini. Poi gli albanesi i tunisini e per ultimi i turchi. Molti turchi stanno ritornando in patria perché la situazione economica sta migliorando. La stessa situazione si riproduce in carcere, c’è specializzazione del reato a seconda della nazionalità, per esempio gli albanesi sono dentro per sfruttamento della prostituzione, i tunisini per droga, gli algerini per violenza fisica, i rumeni per le rapine e i turchi per i permessi di soggiorno.

  • Via Cascione dagli imperiesi è stata ribattezzata via Marrakech prima e via Istanbul dopo.

  • Sì però vengono anche loro qui perché nei negozi si risparmia, vengono a comprare i vestiti dai cinesi.

  • E la scuola elementare qui accanto?

  • Ci sono tantissimi figli di immigrati, è l’unica scuola a tempo pieno di Porto Maurizio, però molti tunisini e marocchini pur di dare un’educazione più religiosa ai figli li mandano dalle suore, inoltre le madri lavorano tutto il giorno e dalle suore l0orario è più ampio.

  • esistono famiglie in cui, a causa della crisi, lavora solo la moglie?

  • Sì esistono tragiche dinamiche familiari. In questo ultimo anno sta succedendo molto. Le donne lavorano in nero come colf o badanti e gli uomini sono disoccupati, le donne devono lavorare di più e danno maggior disponibilità di orario. Il dottor Kahled Rawash ha un osservatorio privilegiato per poter capire quali sono le dinamiche e si è rivelato un informatore attendibile e disponibile.

Kahled mi consiglia inoltre di andare da Said, il primo ragazzo marocchino ad aver aperto un negozio da queste parti. Entro in macelleria e mi sento subito a casa perché dietro il banco, insieme a Said, c’è un altro Said che conosco bene perché lavora alla Fillea-Cgil. è gioviale, simpatico. Una persona che ti mette subito a tuo agio e infatti appena entrata mi offre subito un delizioso the alla menta.

  • Ciao Said, anzi Salam Malecom

  • Malecom Salam

  • Senti Said quando hai aperto il negozio?

  • Prima ho aperto un Phone Center e Bazar Agadir, sono stato il primo, poi con l’avvento dei telefonini ho dovuto cambiare genere.

  • Ma sono arrivati prima i turchi o i marocchini??

  • (Said ride di gusto!!) ma che dici? Prima i marocchini, ai primi anni 90, 92,93 e si chiamava via Marrakech, poi dopo 5 6 anni sono arrivati i turchi!

  • C’è una moschea?

  • Non c’è un regolamento che autorizzi l’apertura di una Moschea, apri come centro culturale.

  • Ma è la stessa per turchi e arabi?

  • No. i turchi hanno un loro centro in via Carducci bassa, vicino alla vetreria, noi a Oneglia, vicino agli ex vigili del fuoco.

  • Ma senti spiegami questa storia del pane che dev’essere maneggiato solo da mano musulmana

  • Ma che mano musulmana e mano musulmana, chi te l’ha detto?? Non ci deve essere strutto, poi chi lo maneggia è lo stesso! Possiamo comprarlo dovunque. Ma i turchi comunque non hanno questi problemi. I turchi son peggio dei calabresi, ma questo non lo scrivere!

  • Perché via Cascione secondo te? Ma Imperia era un centro di passaggio verso la Francia, se venivano respinti si stabilivano qua.

  • Tu sei stato il primo negozio di alimentari a Imperia

  • Esatto. La prima macelleria Halal

  • Halal vuol dire corretto?

  • Corretta la macellazione dell’animale.

 

Scuola elementare

Fulcro del quartiere è la scuola. L’unica a tempo pieno di Porto Maurizio. Parlo con la vice direttrice per chiedere l’autorizzazione ad intervistare i bambini di una quinta in cui il numero di bambini stranieri supera quello degli italiani. Non è stato possibile parlare con la direttrice che più volte contattata non ha mai richiamato. Al contrario la vice direttrice si è dimostrata più disponibile e dopo aver chiesto garanzie sull’anonimato degli alunni mi ha dato l’autorizzazione ad entrare in classe. Contatto quindi la signora Teresa Bogliorio, insegnante in quinta di matematica e religione, o meglio religioni che si dimostra molto disponibile e collaborativa. La sua è una classe molto particolare in quanto su un totale di 24 alunni, 14 sono figli di immigrati tutti di diverse nazionalità. Mi racconta che trovandosi in prima elementare, 5 anni fa, con bambini di diverse religione e qualche ateo ha ritenuto opportuno fare un discorso più ampio sulle religioni, che portasse i bambini a conoscere anche esperienze diverse, mirando alla conoscenza reciproca e all’integrazione e non alla separazione. Quando ha iniziato la prima elementare la maggior parte dei suoi alunni non parlava italiano ed è stato molto difficile comunicare sia con i ragazzi che con le famiglie. La scuola non ha fornito nessun tipo di supporto, né ha integrato con una formazione ad hoc per gli insegnanti. “L’impatto è stato molto duro – dice la maestra – soprattutto perché arrivavano tutti per la prima volta, pochi erano andati all’asilo, Singe è stata fondamentale per le traduzioni, non sapeva ancora scrivere ma sapeva parlare e faceva lei le comunicazioni alle famiglie. I problemi più grossi sono stati con la comunità turca. Molto meno con gli arabi, perché i bambini già parlavano un po’ di italiano. Dorian la prima settimana scalciava perché voleva andare via ma ha imparato subito a parlare italiano perché gli albanesi fanno presto . Molto dipende dalla struttura grammaticale della lingua di origine. Oltre alla lingua un altro problema è stato quello del cibo. In mensa c’era il prosciutto bisognava stare attenti ma i bambini sono tanti. I turchi mangiano diverso da noi, adesso qualcuno comincia ad assaggiare e a provare qualcosa di italiano, qualcuno in quarta ha assaggiato i piselli e gli veniva da vomitare. È stata dura. Aggiungi che in questa classe, come se non bastasse, ci sono anche tre handicappati. Ci siamo un po’ arrangiati, per esempio il bidello parla spagnolo e così abbiamo potuto comunicare con il bambino peruviano.

  • Avete avuto aiuti esterni?

  • Aiuti esterni pari a zero, 3 ore di sostegno su 40. 4 ore di compresenza non le hanno ancora tolte del tutto, così possiamo fare dei gruppi di livello cioè recupero e approfondimento a seconda delle esigenze degli alunni.

  • Ma i mediatori culturali?

  • Ci sono solo da pochi anni, qui abbiamo bambini di lingua turca, araba, albanese, filippina e spagnola. Viene il mediatore culturale a fa un po’ di recupero di italiano. Ma soprattutto per parlare ci genitori.

  • Ma il progetto del libro?

  • Tutto sulla carta, molto bello, poi però senza finanziamenti non si va da nessuna parte.

I bambini sono seduti nel banco e comincio a far loro delle domande. All’inizio sono un po’ intimiditi e allora cerco di rompere il ghiaccio con l’aiuto della maestra Teresa che li conosce e li sprona.

Jasmine: sono venuta in Italia all’età di 4 anni, sono turca. Ho tanti amici sia turchi che italiani e arabi. Quando sono arrivata i miei amici turchi mi prendevano in giro, perché non sapevo scrivere, leggere e parlare italiano. All’inizio non parlavo e la maestra Paola mi faceva il linguaggio dei segni, anche la maestra Teresa mi aiutava. Non sapevo parlare ora sì. Parlo con tutti, mi sento parte dei gruppi e anche se di religione diversa siamo tutti amici. Abito da queste parti, in via Mazzini, dopo la scuola vado in piazza Roma se c’è mio padre se invece c’è mia madre vado a casa perché lei deve cucinare.

Andrea: vengo dall’Albania, abito in via Cascione e sono nato qui. Ho fatto un anno di materna prima di cominciare le elementari e quindi parlavo già italiano. In casa si parla italiano ma io parlo anche un po’ di albanese. Dopo la scuola faccio atletica ciclismo, se non ho allenamenti vado in Piazza Roma a giocare coi miei amici, turchi albanesi, italiani.

Lutfullah: sono turco, quando sono entrato qui la prima volta piangevo, dopo qualche giorno mio papà mi ha dato una sveglia e quando suonava era or di andare a casa, questo mi tranquillizzava molto. Per tutta la prima sono stato zitto, poi ho iniziato a parlare coi amici, cercavo di inserirmi, certi li conoscevo dalla materna. Non sono mai stato preso in giro fuorché sul pulmino da un ragazzo di quinta, italiano. Più passava il tempo più riuscivo a parlare e a fari degli amici. Stavo sempre nello stesso banco s mi cambiavano piangevo. Sul pulmino sono diventato amico di Simone. In casa parliamo turco. Giuoco ai giardini e aiuto mia madre, quando cucina faccio giocare mia sorella più piccola e quando lavora faccio ilo baby sitter. La mia religione è musulmana. Prima non studiavo perché perché avevo più difficoltà ma in quinta ho giurato che avrei fatto meglio e ci sono riuscito.

Simge: sono nata qua ma i miei vengono dalla Turchia, il primo giorno di scuola cercavo di inserirmi ma mi prendevano in giro, ora non più. A casa si parla “mischiato”, ho scritto una lettera a mia madre ho iniziato in italiano e ho finito in turco. Penso un po’ in turco e un po’ in italiano.

Miumir: sono arrivato dal Perù a gennaio di quest’anno, me la cavo bene. all’inizio mi prendevano in giro, non mi lasciavano giocare con il game boy. Adesso va meglio, gioco nell’Imperia, sono un difensore. Abito in via Cascione. Il Perù non mi manca. È un paese noioso, fa troppo caldo e ci sono molti ladri che vanno in giro con la pistola e ti minacciano col coltello. Mio cugino è stato accoltellato. Ci sono le bande. Qui le bande non ci sono, si sta tranquilli. Abitavo a Lima che è una grande città. qui vivo con mio papà mia mamma e mia nonna, la mia cuginetta e mio zio. Appena arrivato non parlavo, ho cominciato con Dorian e Mohamed. Da grane voglio fare il calciatore.

Azequl: Io vengo dal Bangladesh, sono qui da sei anni con mio papà, mia mamma, la mia sorellina e mio zio. Non mi ricordo di aver avuto delle difficoltà. So anche un po’ di inglese, in prima passavo dal bengalese all’inglese e dopo all’italiano. Per me l’italiano è una lingua vuota che non ha significato. L’analisi logica non ha alcun senso.

Giorgia: sono italiana. Abito al Parasio. Quando sono arrivata ero spaventata perché c’era tutta gente nuova. Ma poi ho conosciuto gli altri ed è passata. Tutti che parlavano una lingua diversa. La prima persona con cui ho fatto amicizia è stata Fatima che parlava benissimo italiano.

Janine: Io vengo dalle Filippine, sono andata ai campionati regionali di inglese. In casa si parla italiano e filippino, che deriva un po’ dallo spagnolo. Sono qui da 4 anni, sono nata qui, poi sono andata nelle Filippine da mia nonna mentre mia madre era in Italia, poi mi ha riportato qui. Mi mancava tantissimo ma ogni estate veniva a trovarmi. Ora siamo tutti insieme.

Asma: Io sono tunisina, son o arrivata in Italia nel 2006. Prima abitavo a Pieve di Teco, avevo 5 anni, non sono andata alla materna. Parlo bene l0italiano, in casa si parla arabo, io parlo anche francese. Mia mamma sta aspettando il quinto figlio e le do una mano in casa.

Mohamed: Ho fatto un po’ Italia Tunisia, Tunisia Italia, ora sto definitivamente in Italia. Non mi ricordo l’inizio delle elementari. A casa parliamo solo arabo.

Satì: Sono turca. L’anno scorso ero a Pietrabruna, per me venire qui è stato uno shock. Quando sono arrivata mi hanno accolta tutti bene. in Turchia facevo terza ma qui ho dovuto ricominciare dalla seconda. In quarta ho imparato di più, mi diverto, ho molti più amici rispetto a Pietrabruna, dove mi prendevano in giro, tutti sia i turchi che gli italiani. In casa parlo italiano con mio fratello e turco coi mie genitori, mia madre non parla italiano per la spesa si fa aiutare da me o da mio papà.

Fatima: Marocco. Ho fatto sei mesi di scuola materna, ho parlato italiano da subito, mio padre ha studiato italiano. Sono qui da sei anni, so anche un po’ di francese. Mia mamma parla italiano. Andiamo in Marocco tutte le estati. E di inverno ci parliamo col computer che serve a stare tutti più vicini, chi ce l’ha.

Dorian: albanese. Sono arrivato che avevo tre anni poi sono tornato in Albania perché è morta la nonna e dopo 3 anni sono ritornato in Italia.

Marta: mia mamma è tedesca, mio papà italiano. Parlo italiano con papà, e un po’ di tedesco con mia mamma. Sono nata qui, cresciuta qui, mia mamma mi parla in tedesco io le rispondo in italiano.

Ai bambini era stato chiesto di scrivere i propri pensieri sulla religione perché la maestra Teresa ha parlato spesso di tutte le religioni, non si è limitata a quella cattolica. Di volta in volta quando è stato possibile ha invitato sia esponenti di religione musulmana che di religione cattolica affinché, attraverso la conoscenza reciproca e delle tradizioni di appartenenza , ci fosse più consapevolezza, meno paura e fosse costruttivo il confronto. I ragazzi si sono dimostrati molto interessati. A questo tipo di incontri aperti hanno sempre partecipato anche bambini di famiglie tradizionalmente laiche, che avevano all’inizio optato per l’esonero dalla materia. Tutti hanno trovato interessante gli incontri con Don Paolo e con la signora Abdallah. “Ho imparato come si dice Dio in altre le lingue”, ha scritto Dorian, di padre cristiano e madre musulmana. Giorgia che dice di non credere in niente dice che è stata tutta una scoperta, “una cosa completamente nuova, un modo per conoscere meglio le persone”. Giorgia Rachel di origini scozzesi italiane e africane (madre scozzese, padre africano) scrive di essersi sentita arricchita e che molte religioni hanno molti punti in comune e aggiunge che ora alle medie vorrà approfondire anche le altre religioni, e che nella sua classe “ci sono musulmani, cristiano e atei ma siamo sempre andati tutti d’accordo perché siamo figli dello stesso Dio.” Josemin che è turca scrive che le ore di religione fatte in classe le sono servite da stimolo per parlarne in famiglia. “Nessuno ha litigato, nessuno ha detto che la sua religione è la più giusta.” Il dato comune che emerge in tutti gli scritti dei bambini è che hanno trovato molto utile questo confronto tra religioni, per capirsi reciprocamente. A molti è servito da stimolo per parlarne con le famiglie. Allego alla ricerca gli scritti che i bambini hanno prodotto per l’occasione.

Circolo Ditib

Grazie a Medine, una mia amica turca che studia Giurisprudenza al Polo di Imperia, riesco ad entrare nel Circolo Ditib di via Carducci, un’associazione cultural-religiosa dove si incontrano le donne della comunità turca. Le ho spiegato le ragioni della mia ricerca e lei mi ha invitato a partecipare ad uno dei loro incontri un sabato pomeriggio. Il circolo è sempre aperto. Ci sono giornate per gli uomini e giornate per le donne. Appena entro mi tolgo le scarpe, sono accolta molto bene. Ci sono donne di tutte le età e bambini. Il pavimento è ricoperto di tappeti , appoggiato alla parete di fondo c’è un grande tavolo dove vengono esposti oggetti e abbigliamento che sono in vendita. Il ricavato, mi spiega Medine, servirà a costruire un centro culturale più grande. “Ma non scrivere Moschea perché della costruzione di una mosche non ne vogliono sentir parlare” mi suggerisce una ragazza. Il centro culturale che ora è una Onlus ha l’appoggio del governo turco, ospiterà non solo il centro culturale e la Moschea ma anche la casa per l’Imam che, scelto dal governo, viene inviato qui con la sua famiglia. L’affitto della sua casa è pagata dallo Stato. Il governo turco inoltre attraverso l’ambasciata e il consolato ha dato un contributo economico per l’acquisto del terreno su cui sorgerà la Moschea. L’associazione Ditib non c’è solo a Imperia ma in tutta Europa. In questa associazione le donne si ritrovano, si aiutano, leggono il Corano in arabo. Non si ritengono una comunità chiusa, attribuiscono agli italiani la responsabilità di vedersi così. Medine mi spiega che vengono tutte dalla stessa zona della Tirchia, soprattutto da tre paesi. Tokat, Yogat, Siuas, dalla campagna. Kubra, una ragazza di 17 anni mi dice che frequenta l’istituto per il commercio, e che poi andrà all’università. Mantiene i contatti con la Turchia attraverso i parenti e guardando la tv turca, e leggendo i giornali turchi, dice che il suo paese le manca. Ha buoni rapporti con le ragazze italiane ma dipende sempre dalle persone. Chiedo a Medine se ci sono matrimoni misti tra italiani e turche e lei mi dice che non è mai successo. “Sono venuta qui a 9 anni, ho fatto fino alla terza elementare in Turchia, non studiavo, sono diventata brava a scuola qua in Italia. Qua della comunità turca ci conosciamo tutti perché veniamo tutti dagli stessi paesi. C’è rigore, c’è controllo. Una ragazza per uscire deve avere un motivo. Non dipende dalla religione ma dalla famiglia”.

Mi avvicino al bancone per vedere cosa c’è in vendita e mi offro di comprare un Hijiab per sostenere l’associazione. Chiedo alle ragazze di aiutarmi a metterlo. Mi spiegano che si mette in modo diverso rispetto alle donne arabe. Non si chiama Hijiab ma Turban o in modo più generico “basortusu”, copricapo. Le donne arabe lasciano scoperta la gola, e raccolgono i capelli, in Turchia invece il Turban è doppio e copre sia la testa che la gola. Dopo una rapida scelta per trovare Il Turban che meglio si adatti al mio abbigliamento e qualche commento da una parte di una signora che critica le giovani perché non sanno abbinare i colori, mi lascio “velare” dalle mani esperte di Medine. Ha optato per due Turban, uno dalle tonalità sul rosso e un altro dalle tonalità violacee. Affinché non scivoli mi coprono la testa con una specie di cuffietta rossa, il tutto è tenuto insieme con degli spilli. Il primo Turban nasconde i capelli e il secondo copre il collo e arriva alle spalle. Sono pronta per la foto. Raduno tutte le ragazze sul fondo della sala e ci mettiamo in posa. Sembrano molto divertite dal mio nuovo abbigliamento alla turca. A me sembra di morire di caldo e provo quasi un senso di soffocamento, ma dopo un po’ mi adatto. Non mi sento più diversa. Tutte le donne sono coperte, non le bambine, tranne una che ha 9 anni e porta il velo. Chiedo come mai. E Medine mi risponde che se non glielo metti presto poi non se lo mettono più. Ci sediamo per terra e chiedo oltre a questa associazione se ci sono altri posti dove le donne si vedono e se le loro attività sono legate solo alla religione. “Ci vediamo a volte in casa di altre donne, sempre tra noi ma a volte andiamo da una signora che legge i fondi del caffè. Ma non è una pratica che la religione accetti. Il futuro non si deve conoscere”. Chiedo a Medine se la signora leggendo i fondi “ci azzecca” e lei maliziosamente mi risponde di sì. Guarda con occhi complici una sua coetanea e ammette che le era stato detto che avrebbe incontrato un amore il cui nome iniziava per “elle” e così è stato. Alcune ragazze escono perché vanno a prendere da mangiare. A breve arriverà la moglie dell’Imam e leggeranno il Corano, poi si potrà mangiare qualcosa. Dopo circa venti minuti arriva una signora, a dire il vero sembra molto giovaneb e non parla una parola di italiano. Inisieme a lei c’è un bambino di 18 mesi, è suo figlio. Su una grande tovaglia di carta posta per terra vengono messi contenitori di cibo. Mi spiegano che il pane è fatto in casa, molti si fanno il pane in casa. La moglie dell’Imam comincia a leggere il Corano. È una lettura molto ispirata, quasi cantata. Le altre ascoltano in silenzio, molto interessate. Alla fine del canto chiedo la traduzione di quanto abbiamo appena ascoltato. La moglie dell’Imam, avvalendosi di Medine come traduttrice, mi mostra la pagina del Corano con testo turco a fronte e mi dice di aver letto un passo che parla di commercio, e del valore dell’onestà nel commercio. Poi mi spiega che il Corano è un libro che parla di tutto, dà indicazioni su tutto, non è solo un libro spirituale. Di solito dopo aver letto un passo del Corano ne discutono tra di loro, domenica scorsa l’argomento era il matrimonio. Finita la discussione ci accomodiamo per mangiare. Oggi c’è il BULGAR PILAV, chiedo la ricetta a una ragazza che non parla italiano e ancora una volta Medine traduce per me. Si deve far bollire il pollo con acqua e sale per ricavarne un brodo, poi a parte, si soffriggono le verdure e si aggiunge un bicchiere di BURGHUL, con due bicchieri di brodo di pollo. Chiedo cos’è il BURGHUL e mi dicono che è una specie di riso. Deve riposare per circa venti minuti e poi si può servire con l’aggiunta della carne di pollo precedentemente bollita. Mentre mangiamo chiacchieriamo, la moglie dell’Imam mi chiede se sono religiosa. Le dico di no che simpatizzo per i buddisti ma che non posso definirmi una persona religiosa perché da piccola i miei genitori non mi hanno trasmesso questi valori. Sembra perplessa e incuriosita. È il momento per me di andare. Tutte le ragazze mi dicono che posso andare quando voglio. Allora dico che voglio uscire per strada con il velo e vedere come reagisce mio marito quando mi vede. divertite da questa idea decidono di accompagnarmi fuori. Così esco quasi completamente “turchizzata”, mio marito mi aspetta fuori, appoggiato alla Panda. Io passo, circondata dalle ragazze e incredibile a dirsi … mio marito non mi riconosce. Le ragazze sono molto rallegrate da questa reazione. Ci salutiamo con grandi abbracci e promesse di rivederci.

 

 Un italiano che si è convertito alla religione islamica, diventando Imam e presidente nazionale dell’UCCOI

 

 

 

L’estate mi ha colta di sorpresa quest’anno. Di solito conto le ore per andare al mare e finisco ad intirizzirmi sullo scoglio a leggere e ad abbronzarmi. Non quest’anno. Non so perché. Qualcuno ha azzardato un stai invecchiando. E forse sarà. Ancora mi arrabatto con lavori meno che precari, sono al tirocinio e ho più anni di tutti in quell’ufficio , direttore compreso. Sono l’eterna ragazzina che chiede i soldi per le sigarette a mio figlio. Mio figlio li chiede direttamente alla nonna e si fa prima. Se i precari sono l’italia peggiore io sono ancora sotto all’italia peggiore. Per definire gente come nemmeno un mezzo ministro come brunetta si spreca. Se guardo il mio c.v. e lo guardo sempre mal volentieri perché mi sembra la lista deio fallimento, mi  rendo conto che negli ultimi… 5 anni ho cambiato svariati lavori, durata massima 3 mesi, e quando ottengo un contratto così lungo poi scalpito perché mi sembra che non finisca mai, che continuando così arrivo alla pensione. Per fortuna son casi rari. Negli ultimi 5 anni ho fatto: l’operaia in una fabbrica on contratto da interinale, 5 settimane 3 contratti,  la precaria alla camera di commercio, la standista all’olio-oliva 3 giorni sotto l’acqua con una mega televisore e una pianta per i quali hanno speso più che per la sottoscritta, l’educatrice in una comunità psichiatrica che doveva spalancarmi una grande carriera ai vertici e una sera mi son trovata in turno con un’infermiera albanese che mi ha detto tu chi sei? Mi alzavo alle 4 prendevo un treno di merda, basta dire regionale e i pendolari capiscono, pulivo dei culi e poi riprendevo lo stesso treno di merda. A volte dormivo lì. Dipendeva dai turni. Devo fare un notevole sforzo memonico per ricordarmi tutti i posti di lavoro perché certi ho proprio fatto opera di rimozione come di certi amanti poco abili che il tempo ha limato via e non perché ero troppo sbronza ma perché davvero la memoria è selettiva. Dimenticavo, un altro mese a fare l’educatrice a Sanremo in una cooperativa dove non pulivo culi ma gestivo mamme con bambini con problemi, il lavoro mi piaceva, la paga meno: 3 euro l’ora su turni massacranti, entravi la domenica alle 8 del mattino e uscivi il martedì alla stessa ora. Tutto forfaittizzato, notti, domeniche tutto a 3 euro. E dopo un po’ non reggi più i ritmi, la paga dovrebbe motivarti.  Per tre mesi ho fatto i 730 al Caf della Cgil. Nel frattempo sono andata avanti con gli studi perché ho pensato magari una laurea aiuta a collocarsi meglio e dopo che sono riuscita a raggiungere il traguardo prendendo anche la lode, i complimenti della commissione, tacchi e culo, culo e tacchi mi son messa alla ricerca di un lavoro, sempre un lavoro qualsiasi. Un mese a far fare i compiti ad un ragazzino splendido che si è innamorato dei miti greci e non la finiva più di chiedermi di Ulisse, Zeus, Agamennone, Troia … Finalmente dopo molte e molte visite al collocamento ho trovato un posto degno della mia preparazione e mi ha assunto una ditta per pulire in ospedale, non è un gran lavoro ma qualcuno deve pur farlo. 4 orette il pomeriggio si conciliavano bene con la frequenza all’università, sì perché la triennale, sappia telo, vale meno di una cicca, con la specializzazione invece. Ad un certo punto mi son sentita dire la famosa frase, che non pensavo avrei mai sentito: lei è troppo qualificata. Mi ero candidata per il famoso voucher, quello che una volta mi facevano all’agenzia di viaggi quando in Egitto a cuba a New York, prima di partire dovevo ricordarmi il voucher altrimenti cuba adios, New York bye bye e Cairo salam malekon. Io non so bene a cosa serva il voucher per il lavoro ma in sintesi fai un corso e ti qualifichi in qualcosa. Mi hanno suggerito un corso che finiva con “sviluppo emozionale”, in pratica per fare da maestra d’asilo negli asili privati. Ma il tizio che manovra la lepre mi ha detto che “l’abbiamo scartata perché è  troppo qualificata”. All’ospedale non ho retto più, davvero. Paga bassa, mobbing, fatica sono troppi anche per me, una cosa per volta o mi fate mobbing, o mi date una paga bassa, che è una forma di mobbing, o mi stanco fisicamente. E così una sera ho attaccato la scopa al chiodo e ho detto basta. Quella sera eravamo in 4 in turno, 4 tipi do contratto diverso, e 3 hanno fatto come me. Ci sarà un motivo. Adesso sono riuscita ad ottenere la possibilità di fare uno stage in un vero giornale che è una bella esperienza, 3 mesi, due son già passati e all’orizzonte vedo già il collocamento. Io che prendo il numero faccio la fila in un girone di disperati, sempre più qualificati e sempre più disperati. Siamo i nuovi poveri. Non un nuovo complesso pop, come negli anni Settanta, ma una categoria sociale, quella che fino a qualche anno fa non arrivava alla quarta settimana e adesso non arriva alla seconda. Siamo quelli a cui hanno tolto la carta di credito già da parecchi anni. E che a metà mese si blocca anche il bancomat. Di lì è un penoso peregrinare dalla nonna ad elemosinare 50 euro, raccattare 10 euro dai salvadanai dei figli, prestiti dal datore di lavoro, bollette che non si pagano e si spera che non taglino. Amministrazione condominiale scaduta da anni … ormai mi sono abituata. So che non sono da sola, c’è gente in giro che vive come me. Li vedo nelle trasmissioni di Santoro, i pastori incazzati, i cassintegrati col mutuo. Il mutuo ce l’ho anch’io, affitto mutuo che cazzo cambia? Se non paghi ti cacciano.

In questi ultimi 5 anni, tra un lavoro di merda e un altro non sono stata l’ a fare le treccine alle meduse:  oltre ad aver preso una laurea, ho pubblicato 3 libri di racconti, svariati articoli e interviste varie, ho scritto una piece  teatrale che sarà rappresentata ad agosto dalla “Compagnia aerea”, ho dato due esami della Specialistica, due volte trenta e lode, perché sono una che studia. Se i precari sono l’Italia peggiore quelli come me cosa sono??

Ecco perché non ho voglia d’estate, di mare, sole. Non ho voglia di niente. di ripiegarmi su me stessa. E aspettare che passi.

Ebbene sì anche io C’ERO!! E ci sono andata per quelle che avrebbero volute ma non ci sono riuscite. Il lunedì mattina dopo mi hanno ringraziata. Alla manifestazione delle donne e degli uomini definiti moralisti. Due domeniche fa con la mia bambina, che ha quasi nove anni e tutti nove a scuola e col suo papà, mio marito, che ha 57 anni e a scuola non va più da un pezzo. E non eravamo noi soli! Meno male il paese del Bunga Bunga dove tutto è lecito qualcuno finalmente ha reagito. Poi possiamo parlare di tutto.

Sono al quarto anno del Dams e ancora non saprei in quale genere ascrivere l’attuale momento politico (e purtroppo culturale) dell’Italia in questo momento. Li vedi in televisione, magari senza l’audio perché le maschere non hanno voce, sono vuote, e ti fanno pensare alla Commedia dell’Arte, ma se ne cogli le conseguenze allora devi risalire alla Tragedia. Di sicuro ricorda la Farsa. Uno delle peggiori, autorevoli commentatori della famigerata stampa estera, quella tutta comunista cioè tutta quella non controllata da Lui, ha definito questo periodo come tardo impero. Sigh romano. Ma è vero. A certi  studiosi o gente con la memoria lunga RICORDA UN ALTRO Lui. Il Duce. In effetti il Vero Fascista non è Fini come tutti si aspettavano ma il vero fascista è proprio Lui, il Dittatore delle barzellette. Ora da barzelletta. All’estero ridono. Noi qui facciamo la fame e non abbiamo prospettive. Noi chi? noi giovani, noi donne, quelli che si sono appena laureati e si stanno per laureare e non hanno idea di che merda sia fuori. Quelli che gli sta per scadere il contratto, e non sanno se glielo rinnoveranno, quelli che speravano di uscire dalla cassa integrazione, quelle che rientrano dopo un anno dalla maternità ma non sanno a chi affidare il bambino quando è malato. Quelle che ai colloqui di lavoro si sentono chiedere solo dove mette i bambini signora? E guardi li lascio chiusi nel bagagliaio e posteggio l’auto davanti all’azienda. E spero che non mi ciulino mai la macchina. Se rispondi così non ti assumono. Noi i “nuovi poveri”. Signora Marecgalliaaaa costa la vita  i salari sono troppo bassi, servizi sociali non ne abbiamo, stiamo facendo i salti mortali, lasciateci 10 minuti a turno per pisciare e prendere un po’ di caffeina che ci dia la forza per continuare il turno, per arrivare alla fine del turno.

In piazza ho visto tante donne normali: impiegate, mamme, dottoresse, bambine, ragazzine animaliste col cane, ragazzine di sessant’anni col nuovo fidanzato. Tutta gente che alla mattina che sia bello o che sua brutto alza il culo dal letto e va a lavorare, o a studiare e che tiene in mano i fili di questo paese. Da sempre. Non se ne può più di BUNGA BUNGA. Di lavoro vogliamo sentir parlare. Di ripresa, lo dice anche la Marcegaglia. A proposito di Emma Marcegallia o come cazzo si scrive: il messaggio di Marchionne è arrivato DRITTO E FORTE. Tranquilli industriali. La pausa si fa a fine turno. Vuol dire che non si fa nessuna pausa durante il proprio turno di lavoro, quando hai finito puoi fare quello che vuoi. E grazie. In certi lavori vuol dire non poter pisciare. Io ho trovato uno di questi lavori. È un lavoro onesto, un po’ zen. Faccio le pulizie all’ospedale. Di peggio non mi poteva capitare. È fisicamente stancante. Ma poi ti abitui, ti senti dire. No poi di solito scade il contratto. Metti la cera. Togli la cera. Metti la cera. Togli la cera. Lavori forzati. Ma io cos’ho fatto per meritarmi sempre il peggio? Tra l’altro sempre contratti più o meno brevi, così arrivi in azienda che sei all’ultimo gradino, poi te ne vai da iun’altra parte e sei di nuovo sul primo gradino. Con una rompicoglioni che sa tutto perché nella vita non ha mai fatto altro che mettere la cera, levare la cera. Alzare il coperchio, chiudere il coperchio. E tu non arriverai mai in sei mesi all’altezza della Sua esperienza. Ma vai a cagare. Te la fotocopiatrice, la scopa, i guanti. Certe negli spogliatoi si rubano i guanti l’una con l’altra. Miserie umane. Questa non è farsa, né dramma, né tragedia. Questa è solo ignoranza.

Ma non divaghiamo sul mondo del lavoro che è sempre stato una cloaca e sempre lo sarà.

Torniamo al Bunga-Bunga che tutto il mondo non ci invidia e mi chiedo in questi giorni di cento cinquantenari se noi italiani ce lo meritiamo tutto questo. Un tempo per l’Europa si aggirava un fantasma, oggi si aggirano delle “maschere”. Berlusconi ormai tirato sembra stia per esplodere o liquefarsi come in un film con governator, Schwarzi. Li guardi e ti chiedi: ma come fanno gli altri a non vederlo come lo vedo io? Misteri. Ma il 6 aprile, nella rossa primavera …  cominciate a TREMAREEE perché tre streghe son tornate: quelle di Estweak , quelle del Machbeth? Nel loro pentolone giudiziario, le tre streghe sorteggiate dagli Dèi faranno bollire il maiale, come diceva l’ammaliaapi dei Pomodori verdi fritti e alla fine otterranno Sapon di somaro come ci cantava Pietrangeli.

Nel pentolone metteranno tutti gli ingredienti necessari. Hanno scovato una vecchia ricetta della più alta stregoneria, l’arte che le donne si tramandano nei secoli, l’arte e la sapienza che hanno sempre cercato di raschiare via, attraverso i roghi.  Oggi ci sono roghi moderni. Per esempio le ragazze dell’Olgettina sono o non sono condannate a furor dio popolo come delle streghe moderne? Io condannerei queste ragazze, perché non sono moralista ma ho la legge morale dentro di me e il cielo stellato sopra di me, a sei mesi di lavoro normale. Altro che 7 mila euro in una notte. Ma settecento al mese dietro la cassa di un supermercato, o 500 in un’impresa di pulizie. Delle Ministre, consigliere regionali, ne parliamo dopo. È davvero un insulto a tutte le persone che lavorano. Dall’altra parte del mediterraneo c’è gente che sta lottando e morendo perché ha fame. Le loro “Maschere” dittatori gonfi e tirati l’hanno fatta fuori dal bulacco. Un po’ come vent’anni fa è successo nei paesi comunisti. La gente quando ha fame se ne sbatte dell’ideologia, di dio, di allah e scende in piazza e combatte. Noi l’abbiam fatto nel seicento e Manzoni ce l’ha descritto nel suo romanzo. Qua non siamo ancora a questo. L’Italia ancora regge. Ma non tira.

A me staccano il bancomat intorno al 10-12 del mese. Di ogni mese. Fino a qualche anno fa me la cavavo con la carta di credito (paghi il 15 del mese successivo) ma poi paghi. Quindi me l’hanno tolta. Da  metà mese io, mio marito, mio figlio e mia figlia viviamo come in una non’esistenza. Se non hai un’esistenza economica non hai un’esistenza, e comincia la caccia allo spicciolo. Dunque 15 euro di spesa al dico, vado da mia madre a pulire 2 ore, per il fanalino rotto della Panda, 8 euro e novanta, chiedo a Fulvio. E comincia l’elemosina. Non LELE MORA MA LELE MOSINA. Il nostro quotidiano miserabile bunga bunga alla ricerca dei dieci euro per far fare la colazione ai bambini, comprarci le sigarette.

È per questo che la mia  compagna di scuola, un’ex cantante lirica che ha due corde vocali che può tirar su un ascensore e due polmoni grandi come due scaldabagni, mi ha detto che io ho molta rabbia. Ma certo, io con la mia rabbia potrei trainare una locomotiva con due cinghie in bocca. La mia vita è faticosa, avvilente. La Violetta che non mi chiede mai niente ieri mi fa: ma dove trovi i soldi? A volte mi dice mamma quando hai i soldi mi puoi comprare una penna? Ma si può vivere così? Mi sembra di non esistere. Per questo per noi il primo del mese è natale. Ogni tre mesi riusciamo anche ad andare al cinema. Per noi i libri, il cinema sono beni necessari. Come il pane e il dentifricio. Andiamo a fare magari 50 euro di spesa, anche scatolame e carta igienica e shampi perché quando hai il bancomat bloccato e ti è finito lo shampo non è che puoi aspettare a  lavarti dopo 15 giorni, cioè il primo del mese successivo. Una vita di merda che purtroppo infliggo anche ai miei figli. mi viene in mente che mia nonna, pur essendosi fatta un culo così, alla fine ha avuto le sue gratificazioni. Certo è stata durissima, mia nonna era del nove:  (che ironia mia figlia è del due) infanzia fascista, guerra, dopo guerra, biennio rosso,  ventennio, poi guerra,  dopo guerra, macerie del paese, delle famiglie, case distrutte. Morti. E poi lavorando e mettendo da parte ha avuto la casa, la Millecento con cui è andata a Parigi col nonno, che nel frattempo a 40 anni era diventato Ragioniere, lavorando di giorno e studiando di sera. Mia nonna negli anni sessanta aveva la televisione, la radio, la lavastoviglie, il frigo e la lavatrice. Si faceva un culo così lo stesso. Ma aveva le sue gratificazioni. Poi quando ha sistemato le figlie, ha chiuso gli occhi a sua madre, ha anche girato il mondo con mio nonno. Viaggi organizzati. Due volte in Russia, per lei Dina la Rossa la Russia era un po’ come la Mecca. Poi Gli Stati Uniti, tutta l’Europa in lungo e in largo.  Io invece mi faccio un culo esagerato, spacco il quattrino, sono anche qualificata, ho esperienza in tutti i settori. ma niente da fare. O niente lavoro per lunghi periodi che ci portano alla rovina. A volte basta una multa per destabilizzarci economicamente e psicologicamente. Oppure lavori di merda pagati male. Sempre al primo gradino, in extremis, in lavori che non durano mai. Ho il rispetto in casa però dei miei famigliari che la sera mi accolgono con un abbraccio, la cena calda, un massaggino. E poi puntata, divano, copertina. E coccole con la Violetta. Questo fine settimana, aspettando che le streghe trovino tutti gli ingredienti della ricetta, io e la mia bambina ci dedicheremo al giardinaggio. Mettiamo delle grasse sul retro, o davanti, papà ci ha promesso di tagliare l’erba e intanto noi metteremo fiori e piantine. Stiamo anche preparando l’arrivo di un’altra cucciola che si chiama Serenella e ha avuto una brutta malattia ai polmoni in quella brutta aria che tira a Milano. Qui faremo lavorare anche lei nel giardino, e se fa freddo faremo delle torte…

ECCO QUI DI SEGUITO GLI INGREDIENTI  CHE HO SCOVATO TRA LE MIE CARTE UTILIZZATI DALLE TRE STREGHE DI MILANO PER FAR BOLLIRE IL MAIALE. Ma zitti zitti non datela a nessuno…

Ingredienti:

Maiale tagliato a pezzi

3 sputi  mefistofelici di Ignazio Larussa

8 fette di lardo di  Ferrara

4 nei di Vespa

Due etti di macerie dell’ Aquila

1 chilo di spazzatura di Napoli

3 bei pomodori maturi cresciuti su uno di quei depositi di rifiuti tossici sversati e che causano il cancro nei bambini napoletani

2 gocce d’unto di Capezzone

67 grammi di silicone della Santanchè più 3 rubinetti d’oro che la Signora possiede nel suo appartamento milanese fotografato da Chi, il giornale della “famiglia”

3 capelli per Ministra, la nipote del prete (Gelmini),  due fette di culo di quella signora siciliana (Prestigiacomo) e altre 3 fette della  ex velina ballerina cantante attrice (Carfagna) che fa pompini (come tutte noi) ma che per questo si occupa di pari opportunità argomento che lei minimamente conosce come ha dimostrato in tutti questi anni e che incarna quello che noi non vogliamo.

1 hg di saliva per leccare francobolli e culi di Ghedini

 

Far bollire tutto per tanti e tanti giorni finchè non sia evaporato tutto. che non ne esca nemmeno sapon di somaro, che esca solo un fil di fumo.

Colonna sonora: Madama Buterfly, aria “Un bel dì vedremo…”                                   G. Puccini

Io rifiuto da sempre qualsiasi forma di violenza.

Ma.

Sarebbe troppo semplicistico e demagogico bollare il movimento degli studenti come violento. È come spostare la polvere sotto il tappeto. Prima o poi salta fuori. Chiediamoci invece perché ad un certo punto è stato alzato il tenore della protesta. 

Dunque sono due anni che gli studenti cercano attenzione da parte di chi sta discutendo una Riforma dell’università che non sta incontrando il favore degli addetti ai lavori. Sono due anni che riempiono le nostre strade di cortei pacifici e colorati. Fanno lezione nelle piazze perché la protesta coinvolge anche i docenti e i ricercatori. Non è una general generica contestazione al sistema (che fa sempre bene). le manifestazioni e le lezioni in piazza non sono bastate. Così, imitando i lavoratori e i cassintegrati, hanno cominciato a salire sui tetti. ancora inascoltati hanno provato ad alzare (pacificamente) il tiro calando striscioni dai monumenti principali delle città italiane. Ancora niente. sono stati definiti la generazione “meno” perché sono quelli che hanno meno rispetto a tutte le generazioni precedenti. E non si tratta di non voler fare quei normali sacrifici e di gavetta. Qua si tratta di una totale assenza di prospettive per il futuro. Ancora niente. Le uniche risposte che hanno ottenuto sono  state: andate all’estero, sposatevi un marito ricco, i veri studenti sono a casa a studiare, non fatevi influenzare dai centri sociali. Mai nessuno che si sia degnato di ricevere una delegazione. Muro contro muro. Indifferenza. Dileggio. Insulti.manganellate. arresti.  Queste sono state le risposte. Un docente di storia contemporanea, che tutto si può definire tranne che barone, ad inizio carriera guadagna 1200 euro al mese.

Hanno bloccato strade, stazioni, porti. Ancora niente. nessuna risposta.

E mentre martedì 14 uscente scorso se le davano in parlamento, fornendo un grande esempio di civiltà, fuori nelle piazze di roma esplodeva la rabbia. Uno sfogo collettivo da parte di chi si sente preso per il culo da anni. Un paese civile e lungimirante investe sui giovani, li protegge, li tutela, li istruisce. Non li mena. Se lo Stato, un’istituzione così importante, non riesce a trasmettere ai giovani l’importanza della dignità dello studio prima e del lavoro poi, ha completamente fallito.

Non mi stupisco che il movimento studentesco non si sia dissociato dalle frange più estreme. Certo prendersela con i poliziotti non è mai un bene, come diceva Pasolini anche loro sono figli del popolo. Ma la rabbia è una reazione. Se ci tolgono anche la possibilità di reagire, cosa resta? In un paese dove il presente non è garantito e il futuro un miraggio, perché stupirsi se alla lunga qualcuno impugna i forconi? Ad un mio amico che fa parte di un centro sociale ho chiesto se secondo lui negli scontri del 14 c’era qualche infiltrato, tipo i black block di genova 2001, mi ha risposto che sì, sicuramente qualche infiltrato c’era, ma la maggior parte era gente incazzata. Quando vedo queste cose mi viene sempre in mente il “buon” vekkio Kossiga, Francesco è vivo e lotta insieme a noi le sue idee non moriranno mai, che anche in occasione delle proteste dell’Onda aveva rispolverato la ben nota “strategia della tensione”. Infiltriamo qualcuno, facciamoli passare tutti per violenti, così perdono le simpatie del pubblico, poi carichiamoli su un cellulare e riempiamoli di botte.

La formula contrattuale del co.co.co e poi co.co.pro ha precarizzato il sistema, passato un colpo di spugna su  diritti conquistati in anni e anni di lotte e scioperi. Non ci sono più tutele, ammortizzatori sociali. Questa generazione (ma ci metto dentro anche la mia visto il numero di precari che ci sono) sta peggio di quella dei nostri nonni che negli ’50 ha potuto, rimboccandosi  le maniche agganciarsi, dieci anni dopo, al boom economico. Nei “favolosi” anni Sessanta i miei  nonni, mangiando stracchino 4 volte la settimana e lavorando 35 anni sono riusciti, col mutuo, a comprare la casa di abitazione, la 1100, e a fare le vacanze. Allora c’era un paese da ricostruire sia economicamente che moralmente. Poi c’è un sacco di gente che si lamenta. Non potersi comprare 3 borsette al mese non è sentire la crisi. Sentire la crisi è quando a metà mese ti si blocca il bancomat e sei disperato e non sai come fare. Sentire la crisi non è fare una vacanza a Sharm el Sheik perché costa meno, è non potersi permettere mai nemmeno un cinema.

Oggi quali prospettive ha questa generazione? I ragazzi che stanno studiando, una volta laureati che faranno? Troveranno tutte un marito ricco? andranno all’estero? faranno tutti il calciatore, la velina, il tronista da maria de filippi?

Del resto storicamente i cambiamenti sono sempre provocati dalle generazioni più giovani proprio perché non hanno nulla da perdere e non sono ancora ricattabili. Pensiamo ai partigiani, tutti ventenni, reduci da un regime. Agli studenti del ’68 che hanno fatto scricchiolare quell’italietta vecchia e borghese. e mi stupisce che questa generazione, cresciuta con le televisioni di berlusconi, sia riuscita a non farsi risucchiare il cervello e sia in grado oggi di smuovere le cose. Speriamo che a tutto ciò corrisponda in reale cambio di rotta.

Tanti come me la mattina si alzano e vanno in giro a cercare lavoro. Gli operai salgono sui tetti, gli immigrati sulle gru. Gesti estremi per essere presi in considerazione. C’è una crisi in tutto il mondo che sta sgretolando l’economia e ti chiedi: ma qui cosa tanno facendo? Apri i giornali e vieni a sapere che il papà di Fini si è comprato una cucina. Buon per lui. Il cognato di Fini ha lavato la macchina a Montecarlo. Berlusconi ha chiamato la questura di Milano per salvare la giovane nipote di Mubarak da un arresto ingiusto. Questa burletta è la politica italiana. Io penso che così distante dal paese reale non sia mai stata. Intanto la sinistra fa le primarie. Così si allena a perdere le elezioni vere, quelle che decidono le sorti del paese.le nostre.  Chi sarà il futuro leader della sinistra italiana sinceramente in questo momento non me ne frega molto.

Qualche giorno fa sono stata alla casa circondariale ad una tavola rotonda sul cinema. A me è toccato l’intervento su Charlie Chaplin. Finito di parlare sono andata a fumare, nel cesso, sulla parete c’era scritto: se per vivere devi stare zitto e seduto, alzati. Grida e muori. E non c’è conclusione più appropriata.

di seguito copio e incollo molto volentieri la lettera aperta agli studenti  genovesi che ho ricevuto tramite tutor,  sperando sia utile a capire le motivazioni di questa protesta.

Il 20/12 il DDL Gelmini torna al Senato:

CHE LA DISCUSSIONE E LA MOBILITAZIONE CONTINUINO!

(LETTERA APERTA AGLI STUDENTI DELL’UNIVERSITÀ DI GENOVA)

Fino a pochi mesi fa sembrava scontata l’approvazione del DDL Gelmini in un clima bipartisan. L’iniziativa di migliaia di ricercatori (che hanno rifiutato di svolgere gratuitamente corsi a cui non sono tenuti) e le sempre più forti critiche espresse da ampi settori del mondo accademico hanno però aperto qualche prima contraddizione. Le vicende di Palazzo e in particolare le fratture nei partiti governativi hanno poi sollecitato l’opposizione parlamentare a iniziare a opporsi.

Infine, le forti e decise manifestazioni di novembre a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di studenti universitari e medi in tutta Italia, le occupazioni di facoltà, le proteste di ricercatori strutturati e precari anche nei monumenti storici e sui tetti delle università hanno dato una spallata decisiva: la discussione del DDL Gelmini al Senato è stata rinviata a dopo la mozione di sfiducia del 14/12. In caso di sfiducia al governo, anche la Gelmini sarebbe andata a casa e il discorso sarebbe ripartito su altre basi. Tuttavia, l’esito del voto di fiducia alla Camera ha riportato su tempi accelerati la discussione del DDL, che sarà discusso (e probabilmente approvato) dal Senato dal 20 al 22 dicembre. Anche se non è detta l’ultima parola: se fosse approvato in Senato anche un solo emendamento, il DDL dovrebbe tornare a una Camera difficilmente governabile.

Noi, ricercatori e professori dell’università di Genova, siamo ben convinti che l’università abbia bisogno di riforme e cambiamenti – ma non del tipo voluto dalla Gelmini! È ancora necessario che ognuno di noi faccia tutto il possibile perché il DDL Gelmini non venga approvato.

Con questa lettera aperta ci rivolgiamo in primo luogo a tutti gli studenti dell’Ateneo, e in generale a tutta l’opinione pubblica, per offrire un contributo di chiarezza sui contenuti del DDL Gelmini e sui motivi per cui lo rifiutiamo. Ci preme segnalare come il DDL contenga alcune norme che colpiscono direttamente gli studenti, altre che colpiscono in particolare i precari, altre ancora i ricercatori, gli associati ancora lontani dalla pensione, il tutto in un quadro legislativo che snatura l’università nel suo insieme, restringe l’autonomia e la democrazia, rafforzando invece il potere dei “baroni accademici”, il centralismo burocratico ministeriale, la soggezione a poteri forti esterni.

Gelmini contro studenti

L’articolo 4 istituisce un “fondo per il merito” degli studenti, destinato a “premi di studio” e “buoni studio”, ma già al comma 1.b si vede il primo inghippo: i buoni prevedono “una quota” (?) da restituire al termine degli studi”, e al comma 5 un altro piccolo inghippo: agli studenti che vogliono partecipare alle prove per beneficiare del fondo verrà richiesto un “contributo”. Al comma 8 la bufala si svela: il fondo sarà “alimentato” essenzialmente con “versamenti effettuati a titolo spontaneo e solidale da privati, società, enti e fondazioni”. Insomma, se i privati proprio vogliono regalare dei soldi per il diritto allo studio, li diano al governo che ci pensa lui ad amministrarli. L’articolo 5, comma 6.d infine chiarisce che i prestiti d’onore e le borse di studio continueranno ad essere concessi dalle Regioni: naturalmente, coi fondi che il governo sta tagliando.

Se le norme sul diritto allo studio colpiscono tutti gli studenti, specialmente i più bisognosi, le norme sul dottorato di ricerca invece colpiscono quegli studenti che, dopo la laurea, vorrebbero intraprendere la via della ricerca. Un tempo, tutti i dottorandi ricevevano una borsa per tre o quattro anni. Da qualche anno il

numero delle borse deve essere uguale almeno alla metà dei posti, per cui metà dei dottorandi devono arrangiarsi senza borsa. Il DDL Gelmini (Art. 19, comma 1.b) sopprime le parole “comunque non inferiore alla metà dei dottorandi”: evviva, meno borse per tutti! Il dottorato di ricerca rischia di diventare un hobby gratuito.

Gelmini contro precari

La sparizione della possibilità di bandire concorsi per posti di ricercatore di ruolo a tempo indeterminato costringerà i precari a una sempre più marcata precarietà. Gli articoli 16 e 18 trattano di abilitazione e chiamata dei professori ordinari e associati, l’art. 24 parla di contratti per ricercatori a tempo determinato (cioè precari). E i concorsi per ricercatori di ruolo? Spariti, non se ne parla più.

Il precario della ricerca potrà avere, acquisito il titolo di dottorato, un assegno di ricerca per al massimo 4 anni (art. 22 comma 3. Il precario potrà fare il precario per un periodo complessivo fino a 12 anni (art. 22 comma 9, tra assegni di ricerca e contratti di ricercatore a tempo determinato), anche se tra un tipo di rapporto e l’altro potrà ottenere contratti per attività di insegnamento (art.

23 comma 2). Quindi, un numero imprecisato (anche superiore ai 12 anni) di precariato. L’aritmetica ci dice che 12-4=8 e infatti l’articolo 21, comma 3, stabilisce puntigliosamente le regole per cui un ricercatore a tempo determinato può avere un contratto di 3 anni, e poi se è stato bravo altri 2, e infine se in Ateneo qualcuno lo vuole e ci sono dei fondi ancora altri 3: in tutto 8 per la ricerca a tempo determinato. Attualmente, si sa, qualche anno di precariato è un destino inevitabile per i dottori di ricerca che aspirano a diventare ricercatori di ruolo. Col DDL Gelmini i dottori di ricerca dovrebbero rassegnarsi però a 4 anni di assegni e 8 anni di lavoro a tempo determinato (e qualche anno di contratti di didattica) per sperare di diventare poi professori associati. Chi si darà come progetto di vita, dopo la laurea magistrale, 3 anni di dottorato di ricerca e almeno 12 di ricerca precaria, se non chi è già ricco di famiglia e può dedicarsi alla ricerca per hobby?

Il ricercatore precario, oltre ad essere un operaio della ricerca, dovrebbe essere anche uno schiavetto della didattica. Il suo impegno annuo complessivo per attività di didattica, didattica integrativa e servizio agli studenti sarebbe di 350 ore (art. 24 comma 4): più di quanto viene richiesto ai ricercatori di ruolo.

Gelmini contro ricercatori di ruolo

Non essendoci più concorsi per ricercatori a tempo indeterminato, i

ricercatori di ruolo vengono messi a esaurimento. Viene loro attribuita la stessa quantità di carico di lavoro dei professori (art. 6 comma 1), ma la loro didattica obbligatoria continua a essere qualificata come “integrativa” (art. 6 comma 3). Se vogliono svolgere corsi curricolari viene loro attribuito il titolo onorifico di

professore aggregato (art. 6, commi 4 e 5) ma questo titolo non dà luogo ad alcun tipo di diritti. Praticamente, i ricercatori di ruolo sono trasformati in “professori a basso costo” senza gli stessi diritti dei professori.

Gelmini contro democrazia e libertà della cultura e della scienza

Le università saranno obbligate a riformare gli statuti, fra l’altro svuotando di potere il senato accademico –un organo elettivo, anche se l’elezione non avviene in modo pienamente democratico– che potrà solo formulare pareri e proposte al consiglio di amministrazione (art. 2 comma 1e), attribuendo al rettore immensi

poteri tra cui tutte le “funzioni di indirizzo, di iniziativa e di coordinamento delle attività scientifiche e didattiche” (art. 2 comma 1b). Anche al consiglio di amministrazione vengono attribuiti poteri molto più ampi di quelli attuali, a partire dalle “funzioni di indirizzo strategico”, alla “attivazione o soppressione di corsi e sedi”, e perfino la competenza disciplinare (art. 2 comma 1h). Uno dei

membri del consiglio di amministrazione è il rettore; degli altri dieci, almeno tre dovranno essere esterni all’ateneo (art. 2 comma 1i) e, anzi, il presidente del consiglio di amministrazione sarà o il rettore o uno dei membri esterni. Membri esterni, di fatto, significherà: industriali, banchieri o politici che hanno buoni

rapporti col rettore (questo nel DDL non c’è scritto, ma una volta in vigore la legge, chi altri potrebbe essere cooptato nel CdA?) per cui, nel migliore dei casi, questi membri esterni avranno la strada spianata per orientare a loro piacimento la ricerca e la didattica degli atenei, gestirne il patrimonio immobiliare, ecc.

Inoltre, i dipartimenti verrebbero accorpati in modo da comprendere almeno 40 tra professori e ricercatori (o 35 nelle piccole università) e le facoltà sarebbero sostituite da “strutture di raccordo” (non più di 12 per ateneo) il cui organo deliberante non sarebbe più il consiglio di facoltà con tutte le rappresentanze elettive, ma un comitato ristretto formato principalmente dai

direttori di dipartimento e da docenti responsabili di corsi di studio o di altre strutture (art. 2, commi 2b, 2c, 2d, 2f). Lo scopo di questi accorpamenti non è soltanto risparmiare sul personale riducendo il numero delle segreterie amministrative, ma soprattutto concentrare il potere nelle mani di pochi ordinari (cioè pochi direttori di dipartimento e pochi membri dell’organo deliberante delle

strutture di raccordo). Il consiglio di facoltà, cioè un organo “quasi democratico”, verrebbe del tutto eliminato e un altro “piccolo dettaglio” del DDL è la totale scomparsa delle rappresentanze del personale tecnico e amministrativo da tutti gli organi accademici con poteri deliberativi.

Gelmini contro autonomia dell’università

 

Un’ampia parte del DDL (praticamente tutti i titoli II e III) prevede la delega al governo per decretare sulle materie più disparate, dall’attuazione del diritto allo studio, alla contabilità, ai meccanismi di distribuzione delle risorse fra gli atenei, alla valutazione delle politiche di reclutamento, alla valutazione della didattica e della ricerca, ai criteri per l’istituzione dei dottorati di ricerca, alla ridefinizione dei settori scientifico-disciplinari e concorsuali. Eviteremo qui troppi dettagli tecnici su tutti questi aspetti, limitandoci a osservare che la “delega in bianco” al governo non sarebbe solo una sgradevole approvazione di una legge che non si sa che cosa prescriva, perché in effetti lo si saprà davvero solo dopo che il governo avrà emanato i decreti delegati. Oltre a questo aspetto di per sé poco democratico e poco trasparente, la delega comporterebbe anche il trasferimento di una gran quantità di poteri sull’università alla burocrazia ministeriale. In tale logica rientrano anche i numerosi compiti attribuiti in svariati articoli del DDL all’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca), che è un organo di nomina ministeriale.

Gelmini contro merito e qualità della docenza

Uno dei cavalli di battaglia della propaganda pro Gelmini è l’argomento secondo cui il DDL combatterebbe gli esiti precostituiti e premierebbe il meritonei concorsi per l’assunzione di personale docente. È vero che oggi i concorsi sono concorsi locali, spesso banditi per un “vincitore in pectore”, ed è altrettanto vero che spesso il vincitore in pectore è un fedelissimo di qualche “barone”. È però falso che il DDL contrasti questo meccanismo, anzi, lo favorirebbe ancor più di quanto avvenga oggi. Il motivo è semplice.

L’assunzione dei ricercatori a tempo determinato avverrebbe (art. 24 comma 2) con procedure locali molto simili a quelle attuali; i ricercatori a tempo determinato sarebbero precari (quindi più ricattabili dai “baroni” e dai dipartimenti), con maggiori doveri nella didattica persino dei ricercatori a tempo determinato e sottoposti a successive valutazioni, sempre locali, dopo 3 e dopo altri 2 anni.

L’assunzione di professori associati e ordinari invece avverrebbe con un processo in due fasi. Prima fase: chi aspira a diventare professore deve ottenere l’abilitazione scientifica nazionale, attribuita (ogni anno forse senza limiti di numero degli abilitati) da una commissione di cinque ordinari del settore (art. 16).

Se non ci sarà limite al numero degli abilitati, i membri della commissione non avranno difficoltà ad abilitare tutti i loro collaboratori, e gli ordinari che non sono

membri della commissione probabilmente non avranno difficoltà a segnalare i loro validi collaboratori a un membro della commissione. Seconda fase: la chiamata dei professori. Proprio così: non “concorso” o “valutazione comparativa” ma “chiamata”. Se c’è la copertura finanziaria, il dipartimento, “con voto

favorevole della maggioranza dei professori”, chiamerà chi vuole purché abbia l’abilitazione e purché il consiglio di amministrazione approvi la chiamata. Per cui il trucco è semplice: aspetta che il protetto di turno abbia avuto l’abilitazione e poi bandisci il posto.

Merito ed efficienza?

La propaganda pro Gelmini cerca di far credere che il DDL voglia premiare il merito e l’efficienza. Come abbiamo visto, non è così. Ma quanto la Gelmini tenga al merito e all’efficienza lo possiamo capire dal fatto che, da quando c’è lei a occupare la poltrona, il Ministero ha tremendamente perso efficienza. Il Fondo di Finanziamento Ordinario delle Università per il 2010 non è stato ancora distribuito. I fondi di ricerca del PRIN (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale) del 2009 (sì, del 2009!) non sono stati ancora assegnati e probabilmente lo saranno nella tarda primavera 2011: praticamente per due anni la ricerca di base è stata lasciata totalmente priva dei fondi previsti dalla legge! Infine, il decreto

ministeriale n.17 del 22/9/2010 costringe tutte le università a tagliare un gran numero di corsi di studio non in base al merito, all’efficienza o a una valutazione della qualità dei rispettivi progetti culturali, ma semplicemente in base a criteri burocratici: a Genova sono state gravemente colpite tutte le facoltà (specialmente Ingegneria e Lettere e Filosofia, ma in varia misura anche tutte le altre).

E ora?

Finché c’è una briciola di speranza cerchiamo di opporci, in tutte le forme possibili, all’approvazione del DDL Gelmini. Ogni componente universitaria cerchi di fare tutto il possibile; noi ci auguriamo che gli studenti continuino le proprie mobilitazioni partecipando in numero sempre maggiore.

Negli ultimi vent’anni sono state approvate numerose “riforme” che hanno ogni volta peggiorato la situazione dell’università italiana. La Gelmini sarebbe solo un ulteriore aggravamento della situazione.

Quando il sistema politico approva riforme migliorative, di solito si tratta di una conseguenza di un’intensa partecipazione e mobilitazione. Dalle lotte dei

precari degli anni Settanta nacque la legge 382 del 1980, una riforma innovativa che, ad esempio, istituiva il ruolo dei ricercatori, il dottorato di ricerca (che in Italia non esisteva), i dipartimenti. Non era ovviamente una legge perfetta e molto avrebbe potuto essere migliorato, ma dopo una decina d’anni è iniziato invece un processo distruttivo di tali innovazioni.

Il DDL Gelmini non è frutto di follia. C’è del metodo in questa follia: si cerca di concentrare il potere accademico in poche mani, mascherare il taglio dei fondi, promuovere quegli aspetti della ricerca o della didattica che possono essere utili al profitto economico, privatizzare il mercato dei titoli di studio. Tutto il resto può essere distrutto: cultura, pensiero critico, ricerca scientifica di base e disinteressata sono lussi inutili per un Paese che del denaro pubblico può fare uso migliore, per esempio aumentando le spese militari. C’è veramente del metodo in questa apparente follia.

Che si riesca o non si riesca a fermare l’approvazione del DDL Gelmini, sarà in ogni caso necessario un processo di discussione ed elaborazione dal basso, che coinvolga studenti, ricercatori, professori, precari, tecnici e amministrativi, per fare emergere un’idea forte dell’università che vogliamo.

Un’altra università è possibile? Oggi no, sotto il tallone della Gelmini, no. Sarà già molto se riusciamo a fermare le sue “riforme” peggiori. Ma per il futuro, per un futuro diverso e di speranza per l’università italiana, è importante elaborare insieme un progetto alternativo.

I ricercatori in protesta dell’Università di Genova

 


 

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