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Sante parole

Il Blog per TE

Oggi rischiamo di perderci all’interno di questo mondo virtuale,facendoci sfuggire le immense bellezze del mondo reale.

Pensi di essere realmente di essere in controllo di questetecnologie o sono loro a controllare te?

1.Isolamento lavorativo(metti il telefono in un posto lontano dalla tua visuale)

2.Prova a stare 2-3 ore senza guardare il telefono almeno 3 volte alla settimana (ferma la noia in un’altro modo)

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Capitolo 14

colonna sonora: blues billy holliday

 

Niente. Non hanno prodotto niente. A parte disordine, vasetti vuoti, bottiglie di Badoit disseminate dovunque. Pasolini era disperato. Deluso. È ripartito per il Friuli alla ricerca della Religione del suo tempo. Io zero ballette, non ho concluso niente. Ora quando lo rivedo il mio Peppino? Vediamo la sua pagina di Facebook. solo la foto del profilo mi fa sobbalzare. E mi rimescola le parti basse. A cavallo, sguardo fiero, intenso, spalle larghe enfatizzate dal poncho. Capelli biondi, barba bionda che sa di caffè e mare. Scorro i post. Il numero dei followers è sempre più alto. Da tutto il mondo. Ci sono gruppi in Brasile, in America, in Inghilterra, in Italia. Di tutti gli starti sociali. Il più recente è lui su una spiaggia, Montevideo. Rio de Janeiro. Bastardo. Chiudo subito prima che mi venga un infarto. Ammettiamolo ci sono sotto di brutto. Le ho provate tutte e brancolo nel buio solo Giove può ma la segreteria ha confermato che fino a novembre non arriva. C’è una notifica. La Federcasalinghe mi invita al congresso e vorrebbe che portassi un piccolo saluto. Vediamo Preside Simone de Beauvoir. Vice Presidente Robin Norwood e … a latere la donna che corre coi lupi, se arriva in tempo. Clicco subito parteciperò. Il congresso è dopo domani e ho tutto il tempo per pensare a come vestirmi. Vado da Confucio, ha aperto una sartoria. Lui sa tutto. Di tutto. Ha due mani d’oro e come tutti i cinesi i costi sono contenuti. Mi presento con un tubino fatto di pneumatici riciclati, ho un’andatura un po’ sgommante ma non è male. L’evento è sponsorizzato dalla Cooperativa Sociale di Mastro Lindo e Cenerentola. Su schermi giganti vengono proiettate le immagini degli animaletti del bosco e le loro innovative tecnologiche. Schiere di servizievoli Folletti provvedono che tutto sia pulito e in ordine. mi pace già. Alla presidenza il Castoro si accerta che tutte abbiano recepito la scaletta e i suoi tempi. Il Gobbo di Notredame è già in postazione. Simone de Beauvoir è di una con-turbante bellezza. La Pinkola al contrario sembra pettinata da Duchamp. Non si capisce cosa ha in testa. Nelle prime file le delegazioni. Quella americana capeggiata da Eleonore Roosevelt, e Jacqueline Kennedy. La Clinton. Si lamenta dei conti della tintoria con Jackie che annuisce con eleganza. Dal lato europeo MOGLIE DI KUBRICK STEFANE, Eva Kent. Eva dice che suo marito è disordinato e attaccabrighe. La giornalista di Spider Man è solidale perché lei è stufa di raccogliere ragnatele in ogni angolo. La signora Kubrick le interrompe, “Quisquilie, queste sono quisquilie. Non potete immaginare cosa sia vivere con un maniaco, accumulatore seriale, ossessivo compulsivo??? Ne avete idea?? Per non parlare di gatti, cani. Sì forse tra tutte lei è quella che è messa peggio. Nella delegazione delle americane spicca Frida Kahlo, soprattutto per quello che indossa. È una vita che tutte ci chiediamo chi sia la sua estetista. Ma non c’è verso. Forse la mamma di King Kong. Lei oltre che casalinga è anche una che ha il caregiving. Tiene i vecchi. Poveretta. Mi fa piacere incontrare Natalia Ginzburg, Leone lascia peli da tutte le parti e non perde mai il vizio. Come ogni anno il congresso assegna un premio alla casalinga più meritevole, che ha saputo in qualche campo migliorare la vita delle donne: un delizioso folletto in ceramica verde. La precedente edizione la preziosa statuetta è andata alla Ragazza con la Leika, perché è sempre scattante. Due anni fa è andata a Samantha Jones per l’uso innovativo e alternativo del massaggiatore verticale. Quest’anno si fa il nome di Mary Shelley, per aver saputo creare un uomo mostruoso che ti faccia da autista e guardaspalle. Vedremo. Prendo posto, appena aspirato da un Folletto vicino a Nonna Papera, che è la Presidentessa onoraria di questa importante associazione. È la più vecchia e la più saggia. Gode del rispetto di tutte. Da sempre. Gli interventi proseguono l’uno dopo l’altro. I lamenti son sempre gli stessi. Ogni anno. Chi il disordine, chi le tavolette del gabinetto alzate, chi gli asciugamani bagnati in terra. Interventi che sembrano fotocopiati. Il Gobbo si addormenta ma tanto il disco è sempre lo stesso. Non c’è niente da fare. Siamo ormai agli sgoccioli, in tutti i sensi quando all’improvviso fa irruzione nella sala Biancaneve seguita da tutti i Sette Nani. Lei sale sul palco e prende il microfono. – Ciaooooo!! Un boato. Ci alziamo tutte in piedi commosse. I Nanetti le ballano intorno rassicurati, uniti, e soprattutto puliti. Ce l’ha fatta. Dopo gli esaurimenti, la depressioni, l’abuso di farmaci, alcool. Il Tso. E ora eccola, rinata. Radiosa come una mela. – Sono commossa di essere qui, tra voi. La mia vita è cambiata. Scusate … l’emozione. È stato un percorso lungo, doloroso anzi non si interrompe mai. Il lavoro su se stessi dura tutta la vita. 24 ore per volta, però. Sono molte le persone che devo ringraziare. Tutti quelli che si sono preoccupati per me e hanno cercato di aiutarmi. Grazie. Ma soprattutto grazie per i Nani, sono stati bene e oggi posso dare con orgoglio l’annuncio che stiamo per inaugurare l’Eco Villaggio, per cui ci siamo battuti e sbattuti tanto. Si chiamerà “Villaggio delle mele incantate” . E’ quasi tutto pronto per l’inaugurazione. Ora vi lascio continuare coi vostri, coi NOSTRI lavori e auguro a tutte tutto il bene del mondo. Grazie”. Uno scrosciante applauso saluta Biancaneve che piange commossa. Il nostro lungo applauso la gratifica dei sacrifici. Ci alziamo in piedi. Un momento di devastante e commuovente bellezza. Scende dal palco e viene a sedersi proprio accanto a me. Ci abbracciamo in silenzio. I Nanetti si dispongono intorno a noi Brontolo si lamenta che è l’ora della merenda e con tutte ‘ste donne nemmeno un panino alla Nutella. Pisolo dorme abbracciato a Mammolo e a Cucciolo. Eolo è al bagno, soffre di aerofagia. Gongolo gongola perché è contento di vedermi e di aver ritrovato Biancaneve. Dotto ha in mano il programma e le Tesi del congresso, è concentrato sulle mozioni e meno sulle emozioni.

Capitolo 13

 Colonna sonora: Si fossi foco Fabrizio de André)

 

Settembre. Ha mollato la calura estiva. I morsi del sole si sono attenuati. Un’aria più leggera ci sveglia al mattino. Le giornate si accorciano impercettibilmente e da qualche giorno Eolo strappa le prime foglie dai rami. La nostalgia mi attanaglia. Sono sempre smaniosa. Il mio amore lontano. Irraggiungibile. Traffica nel garage con Meucci, non ne verrà fuori niente di buono, né di utile. Potrei scrivergli una lettera d’amore. Potrei… se fossi una poetessa invece che una casalinga sempre più disperata. Chi può aiutarmi? Totò e Peppino direi proprio di no. Non voglio fare una figura di merda. I cantautori? No. Li chiami e non vengono, negli anni si sono montati la testa. Devo aspirare in Alto. Apro la mia  rubrica su cellulare  che mi è sempre di ispirazione. Vediamo un po’… A. Aristofane. No per carità, quello verseggia ma con l’intestino e la gola. E poi ti fa pisciare addosso dalle risate. Non è il caso. Alessandro Magno. Anche lui non va bene, a parte che al massimo può fare il bibliotecario, ma è da evitare perché ad ogni pranzo o cena lui si magna tutto il buffet e si porta dietro una babilonia di gente imbucata. Achmatova. Sì, lei sì è così delicata. B:  Baloo No, anche se a lui bastano poche briciole, direi che è fuori contesto. Brigitte Bardot. Beh… lei è una poesia corporea. Boccaccio. Boccaccio e la Bardot. Non è un bene, mi sa.

C: Catullo, assolutamente sì. D: Domodossola. No. Dante. Per la Madonna, il Sommo Poeta assolutamente. Viene con Virgilio, ormai gli fa da badante. F, Francesco. Ecco Papa Francesco. Ma sì perché no, si aggrega a Dante e Virgilio, soprattutto per il tratto ligure che sarà un inferno come la Salerno Reggio Calabria. Francesco Totti. No. Francesco Petrarca. Lui devo invitarlo per forza, però l’ultima volta che è stato mio ospite ha mandato tutti in tilt perché le acqua non erano abbastanza chiare, fresche e dolci. La Ferrarelle non gli andava bene perché non è né liscia, né gassata, quella di Miss Italia va bene ma solo in certi momenti, gradisce le acque francesi, la Vittel, la Badoit ma sono carissime.

Vediamo chi altro c’è. Manzoni, beh ovvio. Foscolo, quello sfigato di Leopardi. San Guineti. San Gennaro, Santa Rita, San Marco, San Maurizio… San Remo, Santo Stefano al Mare. NOOOOOO!!!

Cazzzoooo sono scivolata al gruppo dei Santi. E da lì rimbalzata su Google Map. Maledetta tecnologia. Chiudi, rubrica apri. San Guineti, ecco lui non può mancare. Basta frullargli tutto. Allora andiamo avanti. Pasolini, Quasimodo, Saba. Chi manca? Dopo un’ora di smanettamenti riesco a inviare a tutti un appello disperato e l’invito a partecipare all’evento. Nel giro di poco fioccano le conferme. Nel tardo pomeriggio saranno tutti qui a mescolarsi nel giardino delle parole, a intrecciare versi, baciare rime, vendemmiare endecasillabi. Il mio aiutante in campo sarà Pier Paolo Pasolini che è bravo, disponibile, aperto e preciso. Li conosce tutti a perfezione. Gli mando una mail separata e aspetto sue notizie.

Comincio a rassettare casa, sto per lavare il pavimento che sento il telefono vibrare nella tasca dei pantaloni.

– Pronto?

– Ciao Pier Paolo! Tutto bene?

– Sì ho un po’ la gola secca.

– Tutti quei Comizi.

Pasolini ha una voce gentile, parla sempre con molta calma. Gli spiego la faccenda e lui afferra alla prima. Registra tutto. Mi dà appuntamento al tardo pomeriggio. La casa splende e brilla. Il giardino in ordine è illuminato da tante piccole lanterne colorate. Puntuale Per Paolo fa squillare il campanello all’ora convenuta. Apro trepidante la porta. Ha l’aria stanca, Medea accanto a lui sembra furente: per uno sciopero la scuola è chiusa e i bambini sono a casa. “Meglio distrarla”,  ha preferito saggiamente Pier Paolo. Non è cattiva, è un po’ barbara. Li faccio accomodare fuori. Pier Paolo entrando mostra cenni di approvazione.

– Brava. Brava, pensavo fosse il Caos, invece è il Sogno di una cosa.

– Grazie. Grazie. Il Folletto mi ha dato una mano. Allora sei pronto?

– Sì, sai che amo Transumar e organizzar.

– Mi affido a te, tu li conosci tutti e sei uno di loro.

Il suono del campanello scioglie il nostro abbraccio. Apro e mi trovo davanti Dante, subito dietro Virgilio che a prima vista sembra parecchio, parecchio provato e due passi ancora più dietro Papa Francesco li raggiunge tutto trafelato. Il Sommo Poeta è mastodontico, monumentale. E gratificato del mio entusiasmo. Li faccio entrare in casa. Non vedo l’ora di coccolare il Maestro. Per lui ho in serbo una fiorentina grande come Pontassieve e alta come il campanile del Brunelleschi. Gli chiedo di Beatrice, e Paolo e Francesca. Non so perché ogni volta che sento questa storia mi viene da piangere. Io gli apro il mio cuore e vado al nocciolo della sostanza. Lui mi consola dicendo che nei suoi viaggi non ha mai incontrato nessun Giuseppe Garibaldi. Il campanello richiama di nuovo la mia attenzione, mi precipito. Catullo mi investe e rapido come l’acqua che fugge si dirige dritto dritto al gabinetto, passando saluta al volo Virgilio. Il Duca ridacchia e dà di gomito a Dante che gli sussurra “E’ la prostata, e ha problemi di prostata!!” Dante lo rimprovera con lo sguardo di bragia.

D’Annunzio viene coi Futuristi, pilota lui stesso un SVA. Non hanno dato conferma Saba, Quasimodo e Ungaretti. Sono sempre ermetici nelle risposte, devono scrivere dei versi mica dei telegrammi. M’illumino d’immenso. Stop. Vendo Panda Blu. Fanno un sacco di menate per il mangiare, sono allergici a tutto e ogni cosa deve essere stata conservata ermeticamente altrimenti vomitano, si gonfiano, si grattano. Per chi suona la campana? I poeti alla spicciolata arrivano tutti. Mai tutti insieme a volte ci vogliono cento anni tra uno e l’altro.

Dal giardino con un balzo felino sguscia dentro Cecco Angiolieri. Meno male ci voleva anche un po’ di ironia. Sgattaiola insieme a lui quell’irriverente di de André. S’è imbucato il genovese. Lo perdono. È della schiera dei poeti estinti, ormai.

Nel frattempo Catullo è uscito dal bagno con l’aria soddisfatta. Si avvicina al buffet prendendo Virgilio sotto il braccio. Forse ha sentito i suoi commenti. Pasolini si assicura che tutti siano a proprio agio, scorre la lista degli invitati e intanto canta Teorema di Marco Ferradini. È il momento anche per me di mettere qualcosa sotto i denti. Addento un pezzo di sardenaira e suonano alla porta. Vado io che Pasolini sta parlando con Dante. Alla porta c’è Charles Buchowsky paonazzo a dir poco, la faccia più butterata della pelle della luna, tutta un cratere, gonfio come le zinne di una porno star. Mamma mia come si è ridotto. La Merini cerca di sorreggerlo, alla sua età però è un’impresa quasi disperata. Con un filo di voce mi chiede aiuto. In due non possiamo farcela mi metto a sbraitare: “UGOOOO … ALEEEEEE”. Foscolo e Manzoni si precipitano e me lo prendono dalle braccia con gran sollievo della Merini che si accascia semi distrutta sul divano. I due poeti appoggiano delicatamente il vecchio Hank che rubizzo li riconosce e li saluta. Biascica una specie di Hallo! che cade nel vuoto. “E’ una tragedia” dice Manzoni. “Vedo” aggiunge Foscolo con la faccia bianca come un sepolcro. Paolini si rende conto della situazione e porta un caffè doppio. Quando riemerge il vecchio porco ammette di essersi fermato in un autogrill in Toscana per Un panino al prosciutto e di averlo accompagnato con un po’  di Chianti, un vigneto e mezzo in 2 ore. Valeva la pena, aggiunge compiaciuto. Si addormenta quasi subito sulla spalla di Foscolo che se lo scosta di dosso e torna nel gruppo. Manzoni lo segue a ruota. Non nascondo che sono preoccupata per il mio amico Cesare Pavese. A lui ho mandato un invito a parte, ho una sorpresa per lui. Forse gli ho trovato l’Amore della Sua Vita. È perfetta per lui. Americana, candida, distaccata ma per ritrosia, modestia innata. Tutto il contrario di quelle sciacquette che si porta appresso e per cui smania. Attricette, veline, tutta in cerca del selfie da rivendere ai tabloid. Oche giulive. Emily Dickinson è la donna giusta per lui. La Merini è d’accordo. E solo Giove sa quanto la delicata Emily abbia in qualche modo bisogno di una bella ripassata.

Vedo del tramestio in giardino e quando esco vedo D’Annunzio scendere dal suo smagliante SVA con le ali bordate di swaroski. Dietro di  lui barcollano gli scoppiettanti Futuristi. Peccato che il bel Gabriele abbia fatto un atterraggio perfetto nel giardino del vicino, che è sempre più verde. Infatti ci abita Bambi e non la prenderà per niente bene. Ora è partito, quando c’è qualche riunione da me, lui scompare. È un musone.

Tutto procede. Osservo i miei amici mangiare, verseggiare, squadernare, boccheggiare, settenare, . quartinare, endecasillbare, dire, fare, baciare. Lettera. Testamento.

 Speriamo che tutto questo casino serva. Produca le parole giuste che possano colpire al cuore il mio Gary. Il mio Eroe. A pulire ci penserò domani. In fondo domani… è un altro giorno.

 

 

 

 

Capitolo 12

Sono tornata a casa. Dopo un tempo che mi sembra infinito eccomi qua: Home sweet home, è scritto sullo zerbino di Backingham Palace. Ogni volta che vado a trovare Elisabetta sorrido quando lo vedo. La casa è immersa in un totale casino. Ora però non ho tempo di mettermi a pulire. Chiamo un’impresa. No Topolino no. Ci mette troppa Fantasia. L’ultima volta ha fatto un casino, si è allagato tutto. Un disastro totale. Non gli ho chiesto i danni perché lo capisco. Però basta. Vediamo. Ecco qua chi fa al caso mio. Mastro Lindo e Cenerentola. Hanno messo su una cooperativa e assorbito in organico tutti gli animaletti del bosco rimasti senza lavoro quando Biancaneve è entrata in Psikiatria. La cassa integrazione essendo di cristallo è durata pochissimo, ora però lavorano. Sono svelti, efficienti. In una mattinata mi rivoltano la casa. E si fa anche una buona causa. Li chiamo direttamente dall’ambulanza. Ho fretta. Hanno aperto un nuovo green bar, sul porto. Fanno tutto bio, vegano, gluten free. Mi hanno invitato all’inaugurazione ma io non c’ero però ho visto da un post su facebook, la Sirenetta sorride e ha in mano uno shaker. L’ambulanza tossisce alla primo tentativo di accensione. Sembra soffocare. Riprovo. Tosse. La lascio riposare trenta secondi. Riparte e a balzi di frizione in declino raggiungo Oneglia e mi calo sul porto. Vedo correre Braccio di Ferro che allunga il braccino in cenno di saluto. Corre come un disperato. Ecco il bar. Il dehors è grazioso, cestini di prato come centrotavola. Tovagliette in bambù e tovaglioli di lino. Il menù arrotolato e scritto sulla carta ruvida del pane. Elegante e sobrio allo stesso tempo. Eco minimalista. Toni chiari. Crema. Bianco. Una linea di verde. Cestini del pane. Ariel è dietro il bancone indaffarata tra centrifuga, shaker, liquidi che si mescolano in un’armonia di colori. Equilibri di menta e zenzero. Spruzzatine di scorza di limone e dragoncello. Liquidi verdi. Screziati. Croccantezze ghiacciate e cremose. Tutto è sano. Mi vede e il tempo di mollare ogni cosa ed è già tra le mie braccia. È ossuta e morbida. Un po’ troppo magra. La rimbrotto sempre come una vecchia zia. Mangia, mangia. Ma lei mi rassicura, lei mangia sano e fa yoga. È vero è bella, saggia e determinata. E devo dire ha anche un grande senso dell’umorismo. Restiamo abbracciate. La sento bella ferma sulle sue gambe flessuose. – Hai gambe magnifiche Ariel. – Sì, mi piacciono. Anche se alla sera sono stanche! – Ero così preoccupata per te. Mi aveva detto il Paguro Bernardo… – Bernie!! Quell’esagerato! Lo sai che devi prendere tutto quello che dice con le chele!! – Beh è male ingraiato, sai. – Ma sei riuscita a trovare una soluzione per Bernie? – Sì, certo. Mi sono rivolta alla Land Art. – Lavorano gratis? – No però usano tutti materiali di recupero. Laghi, fiumi, deserti, ponti. – Brava. Sono contenta per Bernie. Anzi salutamelo. – Dì un po’ ma è vera ‘sta scimmia che ti è presa…? – Non mi parlare di scimmie per favore! – Va bene. Va bene. Per la libreria, intendevo. È vero che … – Sì. E’ vero. Sto mettendo da parte i soldi per aprire una libreria. È il mio sogno. – Sei la figlia adott… SEI LA FIGLIA DI UN GRANDE SCRITTORE.. – Cosa stavi dicendo? – Sei la figlia .. – No. Prima. – Prima. – ??? Una coppia al volo attira l’attenzione di Ariel un attimo prima che arrivasse al punto. Mi sono lasciata sfuggire mezza parola di troppo. Lei non sa di essere stata adottata e non sta a me dirglielo. In fondo non cambia niente. La vedo che torna e sghignazza. Si mette all’opera. La osservo. Meticolosa nei gesti. Affetta un gambo di sedano, lo infila nella centrifuga. Prende del ghiaccio tritato. – Perché te la ridi? – Beh ci sono quei due al tavolo, uno è un mio cliente fisso, si chiama Giovanni Battista. Mi racconta sempre un sacco di fanfaronate da portuale. Guerre e rivoluzioni lontane, ai tropici, Montevideo, Brasile, Stati Uniti… 1000 uomini, ne sa una più del diavolo e del suo amico, un altro mezzo francese, mezzo italiano. Un eroe, lo definisce. Che si veste strambo, con un poncho, pensa te. Sempre una camicia rossa. Trasalgo. Chiamo a rapporto quei tre neuroni che mi sono rimasti. Mi rivolgo alla Sirenetta sempre più trepidante. – E tu lo hai conosciuto? – Sì una mattina ha fatto colazione qui. – Sai mica dove ha dormito? – Boh mi sembra sotto i portici. Ma a te che te ne frega? Come che me ne frega?? Penso ma ad Ariel non lo dico, ho le orecchie più dritte di un suricate , come che me ne frega?? Quel bastardo viene nella mia città, Oneglia, dorme a due metri da me e non mi chiama?? Bastardo. Non gli piaccio abbastanza. Fibrillo. – E cosa già preso per colazione? – Una stranezza: fette biscottate del Mulino Bianco, marmellata di albicocche e Nutella. Insieme. Bleah. Lui mi fa: E’ il principio della sacher torte”. Aspetta che gli porto l’ordinazione. – Ariel. Arieeeelllll….Chiedigli dov’è adesso questo suo bizzarro amico. – ??? La Sirenetta bella ferma sulle sue gambe toniche, slanciate, nuove di zecca attraversa il bar, e dice qualcosa all’orecchio di Giovanni Battista. Io li osservo smaniosa come una casalinga a una promozione di creme per la notte e aspetto notizie. Ariel torna, posa il vassoio e mi dice. Il tuo amico, detto anche eroe dei due mondi per la colazione che fa, è ora negli States. Resto impietrita. Lo so io dov’è. E’ con quella troietta di Rossella o’Hara. Vado a fuoco come una torcia. E non sono le vampate della menopausa. Me lo sento. – Scusa e negli States… where? con chi cazzo vive Giuseppe Garibaldi???? – Beh non è un segreto, con Meucci. Sono amici. – M E U C C I I I ?? – Sì stanno sempre a trafficare in garage, tutto il giorno a smanettare. – Vive con Meucci quel bastardo e non mi telefonaaaaa????? Colonna sonora: Piange il telefono (Domenico Modugno e Francesca Guadagno)

Questo blog è nato nel 2009, una sera casualmente a una cena off dell’università. c’erano studenti e lesbiche, ho fatto qualche proposta di nome per il mi nuovo Blog e su tutti, non so perché è uscito. IL PUNTO G. Il nome .. bah è importante<‘ beh se ti chiami Montecchi, Capuleti il nome ha la sua importanza. l’importante è quello che ci metti. E io in questo mio blogghetto voglio metterci tutte le mie perle di saggezza. Apro una nuova rubrica Io non perdono e bloggo”, come cantava il buon vecchio Francesco. Guccini.

 

scriverò recensioni di libri, film, spettacoli, comportamenti umani, professionali. vi racconterò come se la passa un precario, o un nuovo povero. darò consigli per gli acquisti, due dritte per non prenderlo sotto la coda da nessuno. (salvo consenso personale).

darò voce a chiunque voglia esprimere la sua opinione, trasmettere il suo disagio, condividere una sera di stanchezza, la pagina di un libro. fate vobis.

continuerò a delirare con le mie colazioni surrealiste, quello per me è il gioco più divertente, anzi ormai per me è una medicina salvavita. un anticorpo per la mediocrità dilagante.

Per Sara x favore scrivimi che ti devo parlare ho visto il tuo blog. Mi sono pisciata addosso dal ridere.  Scrivimi albertigenevieve gmail.com

Scrivimi albertigenevieve gmail.com

Capitolo 11

 

 

 

 

Ondate di disfattismo mi percuotono come l’incessante tempesta che scuote i lussuriosi. Da una roccia all’altra, frustati dal vento. Folate di negatività mi squassano un’anima già nera. Brancolo in un buio emotivo avvolto  nelle nebbie. Una sofferenza lattiginosa mi attraversa. Mi spezza il respiro. Folate di sfiducia mi investono con la forza di un tornado. Frustate di pessimismo in piena faccia. Non ho alcuna direzione.

È il momento di toccare l’intangibile, oltrepassare il diaframma e scivolare in un’altra dimensione. Scansionare l’impossibile. Sondare l’inconsistenza. Scandagliare gli abissi dell’inconscio. Oltrepassare le porte del conosciuto, rinunciare alla luce della razionalità, in cambio di una conoscenza più recondita. Andare oltre il possibile. Percorrere il deserto dell’anima.

È il momento di abbandonarsi all’onirico e  dilatare il pensiero immateriale.

È il momento di un’illusoria deviazione. Un troempl’oeil di realtà.

È il momento di capovolgere il tutto cosmico e osservare il mondo da un’altra prospettiva che confina con l’inverosimile.

È il momento del Pensiero Surrealista. L’ultimo soffio.

In questo momento solo il mio Maestro. L’ultimo dei Surrealisti. Il Grande, Magnifico, squinternato, Alejandro Jodorowsky. Vive ancora a Parigi. Campa facendo i Tarocchi in un Café, pranzo e cena assicurati. Lui è proprio il mio Amato Maestro, la sola persona  che può connettermi con quelle forze che possono darci una direzione, mostrandoci lati di noi che in questo momento non siamo in grado di vedere.

Lo chiamo all’istante. Lettera “J” Jacopone da Todi, no. Jane di Tarzan. No. Jesus. No, Christo ha troppo da fare. Jupiter. No quella non ora. Eccola qua!! L’Usignola di Parigi. Edith Piaf. Ospita il Maestro perché lui si esibisce nel Café sotto casa sua. Lei canta, lui fa i Tarocchi, mangiano gratis e dividono un piccolo affitto.

– Edith! C’est moi.

Non rien de rien je n’achatte rien de rien…

– No. Non vendo niente. Sono io.

– Oh Pardon !!

– Come stai?

Je vois la vie en rose

– Sì beata te! Senti, sto male, sono maleingraiata. Ho bisogno di vedere il Maestro. Verrei a trovarvi Lui è in loco?

– Lui c’è, stessi orari. Dai vieni, ti aspettiamo. Quando arrivi?

– Per cena. Arrivo col Tegevé

– Lo avverto.

– No. Voglio fargli una sorpresa.

Ci salutiamo complici. Il treno scorre veloce lasciando chiazze di lavanda, filari  verdi, gialli. Grano, vigneti. Mucche minuscole e immobili. Villaggi scomposti , pali fugaci. Viaggio da sola. Il treno scivola all’interno della Douce France mentre io cerco il bar per “grignottare” qualcosa. Parlo come lui. Al bar il Pinguino di Mary Poppins ondeggia elegante con un vassoio di ostriche in una zampa. Mi siedo e dopo un attimo si inchina davanti a me ponendomi la lista. Mi limito a 4 ostrichette solo limone. E un succo di mirtillo. Mi ha detto Omero che fa bene alla vista. Il bar è vuoto. Il servizio rapido ed efficiente. Ho già davanti il mio plateau. Succhio le ostriche che mi riportano il mare.  Tra un po’ la Ville Lumière. Il treno mi scarica puntuale e ora devo pensare al Quai da fare.  Acchiappo un taxi e raggiungo il piccolo Café dove c’è il mio Maestro e non sa che arrivo. Il cuore mi batte sempre più forte man mano il percorso si accorcia. Pago l’autista e finalmente respiro l’aria di Parigi. Il cafè è semi al buio, non è ancora aperto. Il barman fa cenno di fermarmi ma poi mi riconosce.

– Chérieeeee!!

– Yves. Yves. Tesoro. Ti vedo in forma.

– Beh sono un po’ stanco, sai. Qua canto, cucino. Scendo, monto.

– Beh ci sai fare, dovresti essere contento.

– Ma sì non mi lamento. Monto e scendo tutto il giorno…

– Beh .. Yves… Montand… (risatina che accenno ma il cantante ha sempre avuto scarso senso dell’umorismo). Sono qui per il Maestro ma non lo sa. Ho detto a Edith di non dirgli niente.

– E’ di là. Va in scena tra un’ora, infatti io stavo per andare ai fornelli, tra un po’ arriva Edith a cantare. Alternato a lui. Gli incassi vanno bene, non c’è da lamentarsi. Ti posso preparare qualcosa intanto? Un caciucco?

– Sì, dai, vada per il caciucco. Io intanto raggiungo Alejandro.

Conosco la strada a memoria. C’è un piccolo bagno rosso, un corridoio. Alcune stanze chiuse e in fondo il suo camerino. Un filo di luce filtra  sotto la porta. Mi avvicino. Respiro. Busso. E la sua voce mi inonda il cuore con ondate positive.

– Maestro… Posso entrare?

Lui è seduto davanti al grande specchio. Un corollario di lampadine si irradia sul suo volto ombreggiandone i capelli, i suoi lineamenti delicati. Si accarezza le mani per eliminare tracce di crema prima di truccarsi. Piccoli gesti sapienti. Si volta verso di me e mi trasmette stelline di luci.

– Figliola!!! Fatti abbracciare e guardare. Come stai?

– Dovreste dirmelo Voi Maestro. Io ho perso la direzione.

– Non si perde mai la direzione, a volte la direzione è proprio non averla.

– No se provoca sofferenza. Ho bisogno di un atto psicomagico, Maestro.

– Vieni, prima. Siediti. Rilassati. Raccontami un po’. Vediamo da cosa è generata questa sofferenza e quali forze convocare per trarne beneficio, conoscenza.

– Sono devastata dai dubbi, Maestro. Ho perso la direzione dietro a un uomo misterioso, che va e viene, evanescente come la nebbia in Valpadana. Mi sono smarrita. Smanio continuamente. Lo bramo. Sono fuori come un giardino all’italiana di un Chateau de la Loire. Io non so più cosa fare. Tagliare non ci penso nemmeno. Ma non penso ad altro. Tutto il giorno. Un tomento.

– Sì. Ho capito. Ho capito.

Dalla cucina Yves fa recapitare un caciucco spettacolare, il cui profumo riempie la stanza di mediterraneo.  Ne approfitto. Il Maestro e io parliamo del più e del meno, dei vecchi amici. Gli chiedo del buon vecchio Artaud. Ha aperto un negozietto di fiori, compone deliziosi mazzetti chiusi coi lacci delle scarpe. Il solito matto. Picasso è sparito dal sud, lavora alla Citroen come operaio, ma riceve continue lettere di richiamo perché firma ogni macchina in uscita. Ha manie di grandezza. Si spettegola bene col Maestro. Non siamo maldicenti. Gli chiedo del vecchio Marcel e vengo a sapere che Duchamp  è il titolare di  un’azienda di sanitari, sotto un altro nome e produce per lo più orinatoi, fa lui stesso da manager porta a porta. Gira con delle boites dove ha tutto quello che realizza in miniatura, un campionario bizzarro e originale come lui.

Sono quasi alla fine del pasto, satolla come un neonato dopo la poppata quando all’improvviso fa irruzione nella stanza un tipo che prima salta e poi rotola. Inciampa. Si rialza e mi si para davanti. Ma è senza mutande! Ride sguaiatamente. Si blocca. Si siede di fronte allo specchio e si guarda, restando immobile. Il maestro lo saluta con un tono leggermente paternalistico.

– Dai matto, fai il bravo. C’è una mia amica, non farmi fare figure di merda. Comportati bene.

E poi rivolto a me.

– Sai, Il Matto, il Numero Zero negli Arcani Maggiori, non è cattivo. Beh è matto. Ma scrolliamoci di dosso i pregiudizi, la psikiatria ha le sue belle responsabilità.  L’imprevedibilità spaventa. Il Matto non si sa dove va. E’ il vagabondaggio. Il Buffone, il Saltimbanco, quello che ti fa pisciare addosso dalle risate. Però è matto e bisogna vedere dove va e soprattutto con chi va.

L’Arcano numero Zero mi guarda e mi sorride. E se la ride rivolgendosi a me.

– Ehilà!! Io sono la tua energia divina. Il nomade, il migrante. Il saltimbanco. Il giullare. La risata matta. La libertà la vitalità. Abito in via dei Matti al numero Zero. Dallo Zero non prescindi. Come dalla libertà. Se mi incontri sei libero.

Lo abbraccio. Grazie Matto. Sì hai ragione. Ci vuole un pizzico di follia. O non si resiste. Fa un saltello, un inchino. E si siede, chiedendo qualcosa da bere. Alla parola bere si materializza una signora alta, snella, flessuosa. Regge due anfore d’argento decorate con deliziosi delfini che si allungano in una stretta pinnesca. L’abito lungo le conferisce un’aria austera ma benevola. Lo sguardo puro, screziato di verde ti penetra infondendo dolcezza e calma. Versa un liquido trasparente da un’anfora a un’altra. Sembra una danza. Ondeggia e l’acqua salta da un’anfora all’altra senza che sia versata una sola goccia. Lo fa da millenni. Ha fatto di una punizione, un’arte. L’arte della pazienza che porta alla guarigione. L’arte della lentezza. La sapienza, la prudenza. Indossa delle ciabatte in velluto viola, con un tacco medio. Il viola è l’unione del rosso, della passione che consuma e brucia e del blu che è il freddo colore della razionalità. Il viola è l’unione delle due cose. L’equilibrio perfetto in ogni sua gradazione. L’armonia tra passione e razionalità.  Lei va accolta e ascoltata. Lei è la guarigione. Il Maestro le bacia la mano, come sempre, lei interrompe la sua danza. Temperanza si lascia baciare e si siede accanto a me, tranquillizzandomi.

Scricchiolante e scheletrica entra la Morte. L’arcano Senza Nome, il numero Tredici che spaventa tutti. In  realtà è un taglio alle cose inutili. Rami secchi che danno spazio ai nuovi. La morte è una rinascita. Un  passaggio. Ciò che fa evolvere e libera non deve causare paura. La fine che premette l’inizio. C’è chi la accoglie male e chi bene. Il Maestro va d’accordo con tutti, non ha preferenze. Per lui nessuno è negativo, ognuno è portatore di forza e di conoscenza. Matto e Diavolo non sono una gran bella coppia. Rischiamo di fare dei danni a volte anche grossi. La morte si sdraia sul bancone e ci guarda tutti negli occhi. Filtra l’aria col suo sguardo tagliente.

Dietro di lei si nascondono gli Amanti. Si sorridono. Ammiccano. Si toccano le mani. Hanno delle insidie. Ombreggiano conflitti emozionali. Certo fanno cose piacevoli. Se la ridono, vanno al cinema, si baciano sotto la pioggia. Sono gli amanti. I loro piccoli grandi conflitti. All’improvviso dal soffitto cala una corda a cui è Appeso un tipo strano che indossa dei pantaloni alla zuawa e una larga camicia bianca annodata alla vita. Vede le cose da un’altra prospettiva. A testa in giù. Un po’ come un clown. È malvisto perché significa attesa. Come nel Monopoli. Stai fermo un giro. Sì. Fermo a riflettere. Immobile attaccato solo alla tua coscienza. Scusate se è poco. Non vi do fastidio. Resto appeso come un pipistrello. Metà verde e metà bianco. Il Dodicesimo. Sospeso in un labirinto di parole. Porto alla conoscenza di se stessi. Fra i miei capelli ci sono la luna e il sole.

Il Maestro ha finito di truccarsi. Il Matto si è addormentato. Le mutande alla caviglia, ogni tanto russa e sembra che scatarri ma almeno quando dorme non fa danni. Temperanza ha sonno e si lamenta perché esce poco. Pochi hanno pazienza. Prudenza. Tutti a strombazzare, schiavi delle loro piccole passioncelle. Siete impazienti e nervosi. L’Appeso riflette. L’aria si riempie di un cattivo odore e diventa giallastra, sulfurea. Una nebbia sottile si sparge per la stanza. Eccolo elegante e puntuale. L’ incorruttibile Grande Tentatore. Colui il quale porta tutti alla rovina. Ti trascina in fondo. Ti ipnotizza. Ti toglie ogni volontà, facendoti  firmare un patto col tuo sangue. Vuole la tua anima in cambio di quattro spicci da giocare al primo video poker. Ti incanta, ti blandisce. Ti offre quello che vuoi. Ti annienta,  se ne frega e se la ride. Quando compare tutti hanno paura. Quella paura che ti striscia dentro e non te la cavi toccandoti i coglioni. Ti vengono i brividi. Arriva elegante. Doppio petto, scarpe lucide, sorriso da maliardo. Ha uno yacht grande come l’Umbria ormeggiato a in qualche isoletta porto franco che sposta continuamente. Non porta buono. Uno dei pochi che non lo teme è proprio lui, il mio Maestro perché ha imparato a non temere nessuno.

Lui ti porta nella parte più bassa di te stesso, ti fa conoscere ed esplorare il più profondo. La parte più buia. E se conosci te stesso lo puoi guardare negli occhi, non cedere alle sue false lusinghe e risalire vittoriosa e stanca. Tutto sommato non tutto il male viene per nuocere se ti porta un po’ di esperienza.

Un uomo vecchio che regge un lume entra. E’ l’Eremita. Ha l’aria stanca del camminatore, del pellegrino. Adocchia il divanetto e si accascia, appoggia il bastone per terra e ci saluta. Ha viaggiato molto, molte le cose che ha visto e ha da raccontare. Porta con se studio. Silenzio. Saggezza.

Alejandro è pronto, si alza in piedi e indossa una giacca nera con i risvolti viola, un gilet giallo limone, molto pop art e dei pantaloni larghi, neri. Il paio di mocassini multicolor che ha ai piedi glieli ha inviati una tribù di amici del Messico. Piano, piano gli  Arcani si alzano e si mettono in fila, rigorosi, concentrati. Il Matto sbadiglia e ruzzola fuori, davanti a tutti. Il Diavolo cerca a spintoni di precederlo offrendogli un viaggio in Thailandia all inclusive. Temperanza si incammina rassegnata rovesciando liquido da un’anfora a un’altra senza versarne nemmeno una goccia. L’Imperatore e l’Imperatrice arrivano a braccetto, preceduti dal Papa e dalla Papessa. E via, via tutti gli altri compongono una fila bella compatta in fila per tre col resto di due marciavano compatti in fila per tre col resto di due…

Si va in scena. Edith è pronta. Dietro il microfono. Piccola come un uccellino. Intona Rien de Rien je ne regrette rien…  e vedo gli Amanti abbracciati sgusciare fuori da una tenda e allinearsi con gli altri.

Ultimo esce il Maestro. Sono applausi scroscianti. Il pubblico lo aspetta. Ha fatto la coda. Io sono soddisfatta. Gli Arcani mi hanno mostrato la direzione. Libertà, ironia, prudenza, piaceri, studio e rinascita. Non è male. Lascio il pubblico entusiasta, ed esco rinfrancata tra le mille luci di Parigi. Torno in aereo. Parigi Nizza. I voli sono esauriti. È rimasto solo Mr. Mongolfier che occhieggia verso di me. Io vomito in mongolfiera, ma se è l’unico modo per tornare. Gli faccio segno col braccio e lui mi corre incontro sorridente. Sento già lo stomaco imboccare il tunnel dello Sturm und Drang.

– Madame. Bienvenue à bord!!

Colonna sonora  La vie en rose (Edith Piaf)

 

 

 

 

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