M: mostro: s.m. 1 creatura fantastica dalle forme innaturali (p.e. la sfinge) 2 essere vivente che presenta forti anomalie (p.e. un cane con due teste) DIM mostriciattolo 3 (fig) persona bruttissima 4 persona estremamente malvagia, crudele—chi si è macchiato di crimini efferati a sfondo sessuale 5 (fig) persona che possiede doti eccezionali: un – di intelligenza – sacro , persona che gode di grandissimo prestigio in un campo di attività

DIZIONARIO GARZANTI

                            Ai Mostri che abbiamo dentro…

 

L’altra notte ho sognato di nuovo il Mostro. Mi sono svegliata col respiro mozzato, i dolori alle costole. Sudata marcia. È stato terrificante. Ci ho messo parecchio tempo a recuperare la regolarità del mio respiro. Mi sembrava di soffocare.

Ancora a volte lo sogno. È un modo per  allontanarlo. Non so. Dovrei rivolgermi di nuovo a un esorcista. Il Mostro ti scava da dentro. Altre volte   assume sembianze umane. Sotto la camicia, una sera, ho intravisto le scaglie della sua pelle squamosa.  Il MostrO si mimetizza perfettamente con l’ambiente circostante. È in grado di parlare tutte le lingue, il mOstRo. Capacità rarissime. Dotato di intelligenza sociale,  gran manipolatore, il mOstro usa tutto e tutti per raggiungere i suoi scopi che sono sempre misteriosi. Alla fine ti cannibalizza. Fiuta la paura e se ne impadronisce. Ti lusinga a volte, quando sei allo stremo delle forze, quando ha bisogno di te. 

Sopravvive in maniera elegante, il moStro. Si ciba di carne umana. Beve il tuo sangue. Te lo succhia che neanche te ne accorgi. Predilige i neonati per la tenerezza della carne. Altre volte si accontenta di una vergine. Ha sempre bisogno di  carne fresca.

A volte si trasforma in un cyber. E’ un gelido calcolatore, con un registratore di cassa  al posto del cuore. Nasconde un dosatore  di parole sotto la giacca. Snocciola  sillabe a volte. Ed è velocissimo, furbetto.  Per placare la sua fame a volte basta uno specchio: lui si guarda, si innamora di se stesso e per un po’ è sazio. Non sempre però. A volte viene da dentro il mostro. Fa impazzire una cellula, e piano piano corrode tutte le altre. Si estende  dovunque, attacca gli organi vitali e non c’è più niente da fare. È un cancro malefico. Il mosTro. Appare. Scompare. Riappare.

Qualcuno guarisce. Rivive. Si rialza e cammina adagio. Altri soccombono, restano artigliati. Il brutto è che ci metti molto a morire e resti lucido fino alla fine. Lui ti guarda ed è fiero solo quando esali l’ultimo respiro. In quel momento scorgi un lampo di soddisfazione nei suoi occhi.

Io ancora sogno il MoStRO, raramente.  Di giorno sparisce però. Di giorno non viene mai. Se ne sta rintanato ad escogitare qualcosa, lontano da qui. Nei suoi segreti anfratti. Sbucherà da qualche parte con un vestito nuovo e un cappello magico.

….

L’ultima volta che ho visto il mostRo è stato alla Fiera delle Vanità.  Era travestito da commercialista cinese. Quasi irriconoscibile. Non per me che ne fiuto l’odore mefitico a chilometri di distanza. Ha estratto un piffero magico e ha cominciato a suonarlo per le vie della città. Tutti dietro, incantati. Non io. Non io. Ho imparato a conoscerlo e ad evitarlo.

Prima di andare via gli ho dato un’ultima occhiata: nessuno si è accorto che stava trascinando la sua coda fangosa e viscida.

Alla fine si può guarire da tutto. Basta volerlo.

 

Colonna sonora:                                                                      One        U2

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Da quando non ci sei più mi è andata via la voglia di scrivere. Tutte quelle storie che evaporavano dalle mie dita sono scomparse. Perché tu, e solo tu, sei sempre stato l’unico destinatario delle mie parole, pubbliche o private che fossero.

Da quando non ci sei più non ho più voglia di comunicare niente a nessuno perché l’unica persona con cui avevo voglia di farlo eri tu e ora tutto mi sembra avvolto nell’indifferenza.

Da quando non ci sei più in me è sceso un grande silenzio che a volte sfiora l’afasia.

Da quando non ci sei più non ho voglia di comprarmi vestiti, agghindarmi, mettermi orecchini. Da quando non ci sei più i miei scialli colorati sono finiti in fondo a un cassetto privi di vita.

Da quando non ci sei più non ho voglia di sentire musica, ballare e volare via.

Da quando non ci sei più non ho più voglia di partire perché l’unico ritorno possibile eri tu e le tue braccia erano la casa, la partenza e l’arrivo.

Da quando non ci sei più mi sento come una  pianta secca che non ha nemmeno più bisogno d’acqua.

Da quando non ci sei più lo scorrere del tempo mi è diventato indifferente.

Io continuo a vivere e tu non ci sei più.

 

       desidero ripubblicare l’ultima intervista  che ho fatto al Professore, in occasione della sua candidatura alle Primarie nell’ottobre 2007. Ho avuto il privilegio di fare anche un breve viaggio con lui, sono andata a prenderlo a Begato, il  quartiere popolare di Genova     dove abitava, e l’ho portato al Convegno Poesia e Prassi, a Sanremo, un lontano 14 aprile. è stato un viaggio piacevole, un’occasione di crescita per me sia umana che culturale. Rimasi colpita dalla sua modestia, dalla sua ironia, dalla sua tenacia,  e dalla sua immensa immensa cultura . Alla fine mi ha dedicato un suo libro e mi ha scritto tra le varie cose “valevole nella guida”. Faccia buon viaggio Professore e mi saluti Goethe.                                          

 

Il circo della politica, la politica del circo.

 

Intervista al Professor Edoardo Sanguneti

 Adorabile come sempre e un po’ clownesco il Professor Sanguineti sfoggia un paio di calze a righe colorate che ben si intonano con il Festival Grock  che si sta svolgendo a Imperia in questi giorni.

Dal circo equestre al circo della politica il passo sembrerebbe breve.

Alla fine della sua relazione mi avvicino timidamente al tavolo e gli ricordo di essere quella ragazza “valevole nella guida” che ha avuto l’onore di accompagnarlo da Genova a Sanremo la primavera scorsa. Lui mi fissa con quegli occhi azzurri come solo certi cieli di ottobre mediterraneo sanno essere e mi dedica tutta la sua attenzione.

Professore…

Mi dica tutto”

Lei è da qualche giorno il Presidente onorario dell’Associazione Uniti a Sinistra…

“E’ vero”

 

Ci vuol dire com’è andata?

Molto semplicemente i primi contatti li ho avuti con Ronzitti, nel senso che lui mi preannunciava lipotesi, non solo lui personalmente, ma attraverso tutta una serie di conversazioni con amici della sinistra genovese e non solo genovese, che  stavano meditando intorno allopportunità di creare unassociazione a Genova ma con la consapevolezza che cose analoghe si stavano sviluppando in maniera del tutto autonoma in altre città italiane.

C’è il bisogno di distinguere tra una sinistra che voleva conservare quest’etichetta ma nell’alleanza con il centro scivolava sempre più verso il centro, sino ad un annacquamento assai rischioso; e cercare, senza rompere nessuna delle alleanze faticosamente costituite a sinistra, in opposizione al centro destra, di  stabilire  una linea di distinzione e anzi svolgere una politica unitaria in 2 direzioni. Da un lato fare sì che movimenti e partiti, per limitarci ai più noti Rifondazione, i Comunisti italiani, gli ecologisti, il cosiddetto correntone all’interno dei Ds, si raccogliessero unitariamente e, sperando che  anche da questo potesse nascere una positiva influenza di fronte a molti che erano rimasti, però senza soddisfazione, all’interno dello schieramento di centro sinistra, per raccogliere almeno un cambiamento nel caso in cui saranno tenute le primarie a Genova.

Mi proposero quindi di diventare Presidente onorario in vista delle primarie di Genova. Questa è la situazione attuale. Il primo paso è vedere se si terranno le primarie.”

Professore, la sinistra è nata storicamente da una scissione, non c’è oggi il rischio di un’ulteriore frammentazione con la nascita di altri gruppi o associazioni?

“Si, ma il problema si può rovesciare a vicenda, chiedendosi se non sono stati i DS dal famoso convegno, dall’iniziativa di Occhetto abbandonando il nome di Partito Comunista Italiano ad essere scissionista. La scissione, se c’è stata è partita questa volta storicamente , non da uno spostamento a sinistra, come tante altre volte , ma da uno spostamento a destra. Allora il problema è molto vicino a quello che affrontava Gramsci. Non a caso lui che si era staccato a sinistra, rispetto ai compagni socialisti, dovendo dare un nome al giornale scelse l’Unità. Una specie di allegoria. Un buon emblema di come una politica di unità sia necessaria proprio per rinforzare la sinistra. E semmai cercare di rappresentare un polo che nel quadro delle alleanze le renda più rilevanti e solide proprio perché non c’è equivoco nei ruoli e nelle prospettive politiche”

Preferirei parlare con lui di poesia ma sono in missione e devo attenermi ai rigidi schemi della politica.

Secondo lei c’è conflitto tra la sinistra radicale e quella di governo?

“No. Non c’è conflitto. La sinistra è oggi naturalmente al potere nella forma del centro sinistra dunque in un governo che è in una situazione molto difficile come quella che l’attuale finanziaria ha messo in evidenza. Anche perché direi che si continua a partire con il piede sbagliato. Cioè da consultazioni  ampie e preventive  ma da decisioni prese dall’alto e aspettando poi eventualmente di correggere, dicendo ci siamo dimenticati di… bisognava tener conto di…. Era meglio partire dalle consultazioni dei sindaci prima di sentirsi dire dai sindaci stessi di centro sinistra delle città più importanti, come Torino, Roma, Bologna…che non ci stanno. Io capisco che un sindaco di centro destra dica: non mi piace questa  finanziaria e va modificata. Ma che tutti i sindaci di centro sinistra insorgano dicendo che è intollerabile, non va bene, mi pare terribile.  Va proprio rovesciato il modo di procedere e utilizzare la responsabilità governativa che si ha sia a livello amministrativo che politico.”

E infatti vorrei chiudere con un’opinione sull’ultima finanziaria.

Ecco. Direi che il giudizio lo stanno pronunciando tutti. Il centro destra come è ovvio, e questo è il meno che ci si potesse aspettare. Ma quello che è grave è che invece sono proprio le persone, i sindaci di sinistra che non sono degli estremist. Le faccio un esempio: Cofferati è una persona ipermoderata come ha dimostrato in 1000 occasioni tanto da essere accusato da molti giovani o sindacalisti, o immigrati o anche altro, di essere un autoritario, di volere l’ordine e la legalità a tutti i costi senza valutare le difficoltà concrete, ebbene è stato uno dei primi ad indignarsi di fronte all’abbandono e alla marginalizzazione dei problemi delle forze amministrative: comuni, province, regioni. Allora vuol dire che per scandalizzare un uomo del genere. Veltroni è un uomo che ha fatto della sua posizione di sindaco un luogo di raccolta, il più possibile aggregativo, facendo concessioni che a mio parere non possono che lasciare perplessi e lui è lì ad indignarsi, in una città che gode di particolari privilegi perché Roma ha uno statuto di capitale che permette anche di allargare molte cose, per dare ad ogni occasione forze distinte e anche opposte. Se si scandalizza lui!!  Anche Sassolino non è un uomo da barricate. Se ad un certo punto dice che non è accoglibile perché vanno modificate alcune cose alle radici. Per non parlare di tutti gli incidenti coi farmacisti, i tassisti. Non occorre mica essere dei profeti per immaginare che dopo un po’ scoppia un’ira di dio. E allora è bene affrontare da capo i problemi alla radice” .

L’intervista è finita. Il Professore si concede un aperitivo prima di ripartire. Prossima tappa Torino. Lo ringrazio  con una profezia: Il 2007 sarà un grande anno per il Sagittario perché a fine entrerà Giove  che spargerà saggezza e benevolenza e fortuna.

“Meno male, mi risponde, con tutte le cose che ho da fare

Definizione:(s.m.) 1 Immagine creata dalla fantasia che non ha alcuna corrispondenza precisa alla realtà dei fatti: – poetico 2 immagine di persona defunta rievocata dalla fantasia allucinata e considerata come reale- Spettro, ombra: notturno.

 Vocabolario della Lingua Italiana N. Zingarelli . Zanichelli Ed.

 La notte quando non trovo pace, quando anche il vento ha trovato un suo equilibrio col silenzio, mi alzo dal letto. Chiudo il diaframma e mi addentro nell’oscurità. Avverto ogni minimo rumore perché la notte tutto è amplificato.

Manca il ticchettio degli orologi che scandivano il tempo in viale Etiopia.

Orologi digitali in quest’epoca high tech. Silenziosi e luminosi. Faretti orientatori. 2:56. occhietti nell’oscurità. 2:58 puntini nella notte 2:59.

Scandiscono e sorvegliano l’impossibilità di dormire.

Il vegliardo del terzo piano tira lo sciacquone. La sua signora tossisce, come nelle opere. Alle sei si alzerà e attaccherà la lavatrice.

Il respiro lieve e regolare dei bambini nelle loro camerette azzurrine. Tutti i sensi allertati. Come sempre. Come le madri in perenne stato di sonno veglia. Maniache del dettaglio uditivo.

Ed è nel momento della massima oscurità che Lei viene a trovarmi.

Lei è Eva K. Keller, una ragazza viennese nata l’anno in cui è stata inaugurata la Ruota Panoramica del Prater. Morta 38 anni dopo. Eva scivola in soggiorno lieve e impalpabile come una brioche appena sfornata. Indossa un abito lungo di quella che potrebbe essere stata concepita come seta.

Eva è snella, flessuosa. Elegante come cammina. Si muove però con una certa rallentata lentezza. In armonia con la Ruota del Prater.

Si siede sul divano. Distende le braccia lungo quasi tutto lo schienale. E mi racconta di un pomeriggio di un maggio lontano e piovoso. Era salita sulla ruota con la sorella maggiore Eleonora. Si erano lasciate inanellare dalla ruota per tutto il pomeriggio. Salendo e risalendo come un valzer leggero e circolare. Moto perpetuo. Ad ogni giro salivano e scendevano vari personaggi, rapiti dalla vista sulla città e sul parco. Cigolante e lenta la ruota sale e scende. Ingranaggi. Scricchiolii e legno.

Eva accavalla le gambe nervose mentre mi racconta perché ancora si emoziona. Un lampo negli occhi. La ruota si blocca e per un momento nella cabina di fronte scorge un uomo. E proprio nell’istante esatto in cui i loro sguardi si incrociano la ruota riparte, inesorabile e rapida come lo scorrere del tempo. Come la pioggia che rapida fugge.

Eva Kleine Keller, questo il suo nome per esteso, mi fa molte domande. Mi chiede con insistenza: “Chi sei tu?”e pretende sempre risposte diverse. Questo spettro singolare e ossuto che si aggira per casa mia, movendosi tra il mio divano, la mia cucina, ha molta ironia. Sa farsi amare. Parliamo molto di sogni.

Traum è una parola che ricorre spesso nei suoi discorsi – in tedesco sta per sogno. Qualche tempo fa mi ha chiesto:”qual è il tuo confine sonno-veglia sonno-realtà? Quanto è reale la tua insonnia e la mia presenza qui? Se ora nella stanza entrasse tuo marito e ti vedesse gesticolare nel buio da sola, cosa penserebbe?”

Niente per lui è normale. Ormai l’ho abituato a tutto. Sai non sei la sola che mi viene a trovare. Tempo fa c’era Ginevra Mantelli, è rimasta a Genova, si è affezionata alla casa, capita ai gatti e ai fantasmi.”

A cosa pensavi poco fa mentre coprivi di coniglietti azzurri la schiena della tua bambina? Su quale prateria hai sciolto i tuoi lipizzani? O ti stai di nuovo riempiendo di gas il cervello in ripetitivo moto circolare?”

Nel moto circolare e perpetuo del valzer Eva fa circolare le sue domande ancora e ancora.

Dove sono le direzioni? I punti cardinali?”

E’ in piedi ora, un braccio appoggiato al tavolo, l’altro lungo il fianco. L’eterno scialle sulle spalle, più per vezzo che per freddo. “Il freddo è la mia condizione esistenziale” ha detto una volta, riavvolgendosi nel suo abbraccio di pizzo.

Devi chiederti sempre qual è il tuo punto di vista e poi quello degli altri. Le diverse angolazioni. Le geografie. Gli esterni. La realtà. E devi sempre dare risposte diverse.”

La prima volta le ho chiesto come era morta. “Di emofilia, a seguito di un trauma”. Traum. Sogno. Ha perso sangue per giorni e giorni. Non è una bella sensazione. Ti sembra di sgocciolare via lentamente.

Goccia dopo goccia.

La penultima volta che è venuta a trovarmi, prima di sparire per molte notti, mi ha messo un braccio intorno alla vita e all’orecchio mi ha sussurrato: ”Riscrivi le parole. Parti da lì. Scherza con le parole. Distruggile, rompile, giocaci, mandale, sputale, lavale, spazzale via, vomitale, studiale, copiale, falle tornare, falle andare e venire. Devi tessere una tela di parole.”

Ad libitum.

Ma quali parole?”Le ho domandato proprio nel frame esatto che precede la dissolvenza. È sparita. Senza che io potessi afferrare la risposta.

E va bene. Ogni notte che non trovo pace mi siedo sul mio divano e indago le parole. Tutti possono partecipare. Tutti possono salire sulla ruota del Prater e fare un giro di valzer. L’ultimo messaggio di Eva risale a due notti fa. Ha fatto un passaggio rapido e tempestivo e mi ha detto. “Scrivi per prima la parola equilibrio, e mettila in qualche posto a portata di mano. Non hanno importanza gli ordini alfabetici. Tutto nasce dal Kaos, come la creatività. E vai avanti così. Parola per parola. Eyes wide, shut- Eyes wide open”

Andiamo a cercare le parole con l’olfatto

del cane da tartufi. E facciamo provvista per l’inverno. Ci sarà la F di follia o di fiaba?

COLONNA SONORA: Johann Strass II Waltz: An der Schoenen blauen Donau

14 di maggio (2006)

Miomangi: (s.m.) dall’alisciano, 1 tutto ciò che concerne il cibo sia esso come sostentamento fisico che come cibo per la mente; Il pranzo è – ma anche un libro, un bel film. 2 Necessità di nutrire con – sia il corpo che lo spirito attraverso strumenti diversificati, dalla polenta allo scrivere la sceneggiatura. 3 – affetto, ascolto. 4 Lavoro, guadagno, stipendio.
 

DIZIONARIO PARLATO ALISCIANO-ITALIANO ED. SUPERGULP 
La mia amica Alicia ieri ha preparato un piatto super special e oggi ho lo stomaco in fiamme e un bubbone su un labbro. Ci siamo inerpicate su per i vicoli alla ricerca della macelleria halal dove comprare gli ingredienti giusti in vista del pranzo per Narissa. Abbiamo comprato una serie di barattoli con delle scritte piccolissime e in arabo. Poi mezzo metro di lingua di manzo, una lingua bianchissima e delle zampe. Sempre di manzo. Infine una serie di sacchettini con delle polverine colorate. L‘idea è quella di preparare mio mangi per Narissa, una ragazza di 16 anni che è stata tolta dalla strada due sere fa, e farla sentire a casa. Casa sua è in Nigeria, perciò non penso c’entri la Barilla. Appena rientrate Alicia fa andare le mani. Di solito tiene la finestra aperta anche se soffia la bora e non indossa niente, tranne una canottiera. Ma quando traffica in cucina si avvolge in un lenzuolo in cui mette Kirikù, il suo figlioletto di mesi 15 per 16 chili. E denti. E capelli riccissimi, praticamente una moquette morbida. Ascolta e osserva tutto. Io e lui ci prendiamo a testate. È il nostro modo per comunicarci l’amore. Dice Alicia che quando non ci sono lui lo fa con lei: “Perché lui manca te”. Alicia sta imparando l’italiano e per ora il suo linguaggio è un misto di verbi all’infinito come gli indiani nei fumetti , inglese, nigeriano e qualche parola di wolof che le ha insegnato il marito, the senegal boy.
Ha messo le zampe del manzo direttamente sui fornelli. Come faceva mia nonna con quelle della gallina. La cucina si impregnava di un odore di bruciato nauseabondo, che attaccava alla gola in una morsa serrata.

Alicia ha messo a bollire la farina di riso con tanta acqua. In un padellone ha sistemato altri pezzi di carne, tra cui la famosa lingua. Tutto immerso in una salsa di colore ancora indefinito. Ogni tanto con un coltello apriva uno dei barattoli comprati alla macelleria halal. Rinuncio sempre a capire gli ingredienti delle ricette di Alicia. Tanto è sempre tutto picanto. Accendo la tele su Mtv perché oggi c’è il giuramento di Obama di cui io e Alicia siamo fun super-sfegatate. Appena compare Michelle-ma-belle Alicia le grida: “Monkey!!”. E io: Obama fuck me”. Meno male che Kirikù ancora non capisce. Ci sente urlare e ridere. E spesso ci vede ballare. Balliamo di tutto, lui anche ma col pannolino è goffo e sta a mala pena sulle gambe. Sua madre lo sfotte: “cammini come ubriaco”. Quando verseggia mi piace dirgli: “stai zitto”. Alicia mostra tutta la dentiera e la sua risata sonora risuona per tutta la casa e diffonde allegria. A volte l’abbraccio e ha la pelle morbidissima. Il segreto è spalmarsi di una crema che fa diventare più chiari i neri. Il contrario dell’abbronzante. Un mio amico dice che ci spalmiamo della merda tossica addosso e ci verrà il cancro della pelle a tutti. Il mio amico spero almeno non porti sfiga.

Alicia interrompe il suo lavoro per chiedermi come mai non facevano entrare il nonno di Obama in ristorante. Questa ragazzona alta un metro e 90 e col 43 di piede a volte è di un’ingenuità imbarazzante. “Alicia ai tempi del nonno di Obama in America i negri non potevano entrare in nessun ristorante, nemmeno nelle scuole, sugli autobus.” Mi guarda un po’ incredula. “Apartheid, like Southafrica, do you Know??” Scrolla il boccione un po’ contrariata. La cucina è satura dei profumi africani che si diffondono dalle pentole in ebollizione. Alicia abbonda nelle spezie e ogni tanto mi rassicura: “Picanto, tu mangi??” . Eh io prova.

Tutti la guardano quando usciamo. I maschi soprattutto ma lei li tiene a bada. Una volta eravamo davanti alla videoteca perché la mia amica ama il cinema (tutto) e ha chiesto a un altro Senegal boy se aveva english pictures. Lui se l’è intortata come coi francobolli e le stampe cinesi. E lei gli ha gridato perentoria: “EH IO PARLA TE CINEMA TU INVITA CASA. Tu fa rabbiare io・

Ha una bella faccia aperta, Alicia ogni mese cambia capelli. Di tutte le foto che mi ha fatto vedere non ce ne sono due in cui abbia gli stessi capelli: passiamo da treccine nere e bionde a parrucche di ricci corti, a rasature quasi perfette. La sua passione per i capelli è infinita e molto comune tra le donne africane. Non si tratta solo di parrucche ed extension. Farsi le treccine è un rito femminile antico e radicato. Dura molte ore, serve per parlare tra femmine dello stesso branco.
L’appuntamento con Narissa è per mezzogiorno. La porta Mamadou.
Mangerei qualsiasi cosa cucinata dalla mia amica perché lo fa come atto di amore, anche se per dimostrartelo ti prepara spezzatino di ippopotamo o brasato di giraffa non importa, nel cibo e nell’amicizia quello che conta è la condivisione, la fiducia. E il bicarbonato.

Forse erano verdure quelle che sono uscite da uno dei barattoli. Alicia mi ha detto: “sono letinche”. Letinche??

Mamadou è arrivato puntuale. Ha lasciato lì Narissa sulla porta ed è andato via senza sfiorarla. Narissa aveva un’aria smarrita e impaurita. L’ho fatta entrare e mi ha colpito subito perché con la tuta da ginnastica, senza trucco e con la sua massa di treccine mi è sembrata ancora più piccola. Ancora più bambina. L’ho sfiorata per abbracciarla ma ho notato che istintivamente si è ritratta. Meno male è intervenuta subito Alicia e hanno cominciato a parlare nigeriano stretto. Sono tutte e due di Benin City. Entrando in cucina hanno continuato a parlare e Narissa ha preso in braccio Kirikù che mi ha guardata stranito e vispo. Alla luce della finestra ho notato che sulle guance Narissa ha le stesse cicatrici di Alicia. Tre piccoli segnetti verticali della stessa lunghezza. Come un tatuaggio o un marchio. Ho apparecchiato la tavola come tutti i giorni ma Alicia ha tolto le posate e ha detto: “OGGI MIO MANGI è COME AFRICA. No servi questi.” E ha tolto anche la mia forchetta. Kirikù e io ci scambiavamo le nostre solite zuccate d’intesa mentre Alicia con gesti semplici e misurati preparava delle polpettine con la farina di riso aiutandosi con il piattino da caffè. FA COME PER VOI PANE. Ha sentenziato la cuoca.

Prima di mangiare ho chiesto a Narissa se aveva bisogno di un cambio di vestiti o se voleva lavarsi. Lei ha fatto cenno di no poi mi ha chiesto se poteva guardare la televisione con Kirikù. Alicia ha messo un cd di cartoni animati. Guardavo Narissa ridere ad ogni schianto di Willy il Coyote e pensavo a questo suo barlume di normalità.

Il pranzo è andato benissimo tranne che ho bevuto un litro d’acqua perché ci vuole il palato d’amianto per mangiare certe cose che prepara Alicia. Vederla mangiare dà l’idea di cosa sia il concetto di fame atavica. È meglio comprarle un cappotto. Lei e Narissa si sono scofanate l’intero contenuto del pentolone ridendo e scherzando mentre a me andava a fuoco la gola. Mio mangi era veramente picanto. Alicia ne ha fatto assaggiare un po’ anche a suo figlio che ha strabuzzato gli occhi mentre alle sue spalle andava a fuoco Willy. Gli ho allungato l’acqua e lui mi ha guardata con gratitudine. Ha lanciato per terra un mozzicone di grissino e sua madre gli ha subito gridato. NO BUTTA MIO MANGI. Pare che in Africa sia un peccato mortale, come qui scoparsi la sorellina. Alicia è determinata nell’insegnare a suo figlio no butta mio mangi e anche no butta mio bevi. Alle 15 puntuale come il 730 è arrivato Mamadou e vedendo la tavola afro si è autoinvitato la prossima settimana con mio mangi versione Senegal food. Alicia ha subito accettato. Sempre d’accordo quando si tratta di abbuffarsi. Ali e Narissa si sono salutate con grandi baci e abbracci, in un intreccio di braccia ramificate come due baobab. La prossima volta ci sarà anche Narissa. Brasato di gnù, treccine e bicarbonato.

Il sogno mio e della mia amica Alicia è aprire un ristorante a Goréé. L’isola di fronte a Dakar, dove radunavano gli schiavi per portarli a raccogliere il cotone e ad inventare il blues. Lei cucinerà. Io servirò ai tavoli.

 

Lascio la Makkina del Popolo riposare in darsena che è La zona di Savona che preferisco perché sembra sospesa e scollegata dal resto dal mondo. Invece collegata al resto del mondo lo è attraverso un ponte di legno alto ed elegante che è sempre abbassato. Non adesso però perché qualcuno deve rientrare in porto allora il ponte si apre e si solleva e diventa uno strano animale alato. Guardo le manovre e ne approfitto anche per guardare la fauna locale savonese. Accanto al ponte c’è un pescatore tutto intento col verme e le lenze. Direi che a prima vista il tipo è trombabile e a guardare bene lo è visto che è accompagnato da un bimbetto di circa 7 anni e viste le condizioni della sua signora che è incinta direi anche che tromba.

Vicino alla bella italica famiglia c’è un altro pescatore che indossa un paio di jeans stracciati e una canottiera nera che rivela bicipiti tatuati. Ai piedi porta i sandali. Trombabile anche questo. Forse è perché sono alle soglie della menopausa ma da un certo periodo a questa parte ogni uomo che passa mi sembra trombabile.

Il ponte è ancora sollevato ed ecco che finalmente passa la barca con a bordo un tizio trombabilissimo anche lui corredato da bambinetto troppo piccolo per essere considerato trombabile.

Davvero ho le fregole, non sono mai stata così assatanata, selettiva al contrario. Lo squillo del cellulare penetra la mia sega mentale quotidiana. È la Silvia.

  • Ciao donna, dove sei che ho bisogno di parlarti.
  • A Savona sono. A Savona.
  • E cosa ci fai a Savona di domenica, eh, porcellona, eh??
  • Eh porcellona tua sorella. Vado a lavorare, tra mezz’ora entro in turno. Cos’è che mi devio dire?
  • Ho incontrato un tipo.

Mi faccio subito il segno della croce. Il ponte si abbassa e io ci salgo guardando l’ora perché le telefonate della Silvia di solito durano un turno.

  • Che uomo?
  • Eh un uomo affascinante!!
  • Jack lo squartatore?
  • Dai che fiducia mi dai. Questo è diverso, però ha un difetto
  • Sodomizza i gorilla neonati??
  • Eddaiii!! Cerca di essere seria per una volta. Ho bisogno di un consiglio e siccome tu hai una teoria per tutto a te mi rivolgo.
  • E qual è il difetto?
  • Non chiama mai.
  • Appunto. Sei sicura che abbia il telefono?
  • Ce l’ha. ce l’ha. Sai io gli uomini non li capisco, non li ho mai capiti e non li capirò mai.
  • Ma non è tanto difficile capire un uomo. L’uomo è l’anello di congiunzione tra la scimmia e la donna, altro che Darwin.
  • Ah ah mi fai ridere te.
  • Allora ti dirò la mia teoria sugli uomini. Bisogna applicare un metodo scientifico, studiarli, analizzarli e poi catalogarli. Si dividono in 4 categorie.
  • Cioè?
  • Aspetta, Silvia, prendi appunti. Ci sono gli uomini TROMBABILI, ossia quelli che riescono a coniugare un aspetto fisico decente, con una certa cultura e una certa sensibilità. Non è solo una questione di aspetto fisico, il figaccione elegantone tutto muscoli e niente cervello. Parlo di uomini affascinanti. Hai capito? E sono rarissimi. Ti faccio un esempio. George Cloonie è il figo per eccellenza ma magari gli puzzano le ascelle, lascia alzata la tavoletta del cesso, non sa dire due parole in croce. Non gli piace leggere, ti tromba e si addormenta subito. Mi capisci?
  • No.
  • Me lo immaginavo. Passiamo alla categoria successiva: i NON TROMBABILI. Anche qui la schiera è nutrita, sono quelli come sopra ma che non si possono trombare perché fedeli o lontani, o irraggiungibili. Per esempio: per me il re dei non trombabili è Nanni Moretti.
  • Bleah
  • Degustibus non disputandum. Poi ci sono gli intrombabili, cioè la maggior parte. Basta guardarsi intorno. Il vicino di casa, il collega, quello che mi sta passando accanto, il mio capo, il tuo capo…
  • Sì cioè la maggior parte.
  • Esatto. Ultimi ci sono i trombati, ossia quelli che già ti sei trombata e qui l’ampiezza della schiera dipende da te come da te dipende se ritrombarteli o cambiare numero di cellulare. Tutto chiaro?
  • Sì ho capito. Il difetto di questo è che non chiama mai.
  • Mollalo. Ora ti mollo io che devo timbrare. Ti richiamo a fine turno, ciao smandrappa e impara a scindere il sesso dall’amore che è di gran lunga sopravvalutato.
  • Mi sa che ci hai ragione.
  • Io ho sempre ragione. Passo. Chiudo entro e timbro. A stasera, non fare casini nel frattempo. Sei capace?
  • Ci provo. Ciao ciccia e grazie.

Riesco a chiudere il telefono a tempo di record. Mi guardo intorno.

C’è un tipo che si sta avvicinando. Intrombabile. Vado a lavorare, che è meglio.

 

porto maurizio, 42°

La rassegna cinematografica che tutti gli anni il Cineforum di Imperia propone, non solo è ricca di film interessanti e spesso poco rintracciabili nei circuiti tradizionali, ma è anche occasione di incontro con i protagonisti.

È il caso di Davide Ferrario che ha presentato lunedì 14 dicembre il suo recentissimo “Tutta colpa di Giuda”. Il film narra le vicende di un’improvvisata e alquanto scalcinata compagnia teatrale, formata da una squadra di detenuti nelle carceri torinesi e capeggiati da una giovane ed entusiasta regista. Non ci troviamo però davanti a un film sulla condizione carceraria italiana (anche se a dire il vero ce ne sarebbe bisogno), bensì sulla religione e realizzato con gli effetti di un musical:

Senti, Davide, intanto grazie di aver accettato l’intervista e poi senti ci aspettavamo un film sulla condizione carceraria e invece ci siamo trovati nel bel mezzo di un musical sulla religione, come ti è venuta l’idea??

Beh è sempre difficile stabilire come e quando ti vengono le idee. Intanto c’è un interesse per il tema religioso, della figura di Giuda e della Salvazione dell’Universo e che se si ferma un ingranaggio si ferma tutto. HO dieci anni di esperienza nelle carceri, faccio volontariato, quindi ho attinto da lì e poi avevo a disposizione del materiale umano che conosco bene.

Sono molti in Italia ad occuparsi di teatro nelle carceri o nei centri di riabilitazione psichiatrica, con gli anziani, le cosiddette fasce deboli, pensi che il teatro svolga un’azione “salvifica”?

Sì è vero facendo teatro in carcere mi son reso conto che lo fanno in molti però quello che manca è un collegamento tra tutte queste realtà, non c’è un coordinamento. Sarebbe interessante se si facesse rete. Per quanto riguarda “l’azione salvifica” no, non credo che il teatro in carcere abbia un ruolo di salvazione. L’Arte non salva nessuno. A fine esperienza ciò che è rimasto è l’aver lavorato tutti insieme. La gente aveva un progetto collettivo che rispetto al niente che è la galera è sempre meglio. In dieci anni di esperienza sono più le delusioni che gli entusiasmi. Ma non bisogna smettere. Questi detenuti, i protagonisti del film, sono entrati e usciti parecchie volte, non è un problema risolvibile con un po’ di teatro e di cinema, non illudiamoci.

Parliamo un po’ di cinema italiano. Ci sono molti film che non entrano nelle sale, pensi che al cinema italiano servano nuove leggi, magari protezioniste come in Francia, o di progetti specifici?

Fino a sei mesi fa il cinema andava benone, è fisiologico che qualche film non arrivi alle sale, ma se guardi il numero di film di richiamo ce ne sono, eccome, per esempio il “cinema-panettone”che è l’unico che combatte il cinema americano. Poi c’è un cinema di qualità di massa come Muccino, Ozpetek, e comunque ogni volta esce qualcosa di inaspettato. Questo valeva fino a sei mesi fa. Ma non si risolve aumentando i finanziamenti, ci vuole qualcosa di molto più radicale. Non c’è un film dei nostri, che abbiano vinto Cannes o Venezia, che abbia incassato una lira. È mutato il pubblico. Ci sono meno sale urbane, più multisale, i giovani non vanno al cinema, vanno nelle multisale, e non è lo steso modo di fruire un film. Il cinema come il mio o alla Comencini è finito.

E quanto incide il downloading?

Incide? Sì, chi sopravvive sono le major, la liberazione del mercato che si trasforma in monopolio. È interessante se chi scarica riconosce agli indipendenti dei soldi. L’idea che si è diffusa è che la roba non si paga.

Cos’è Rossofuoco?

Dovevo fare un film intitolato Rossofuoco, un film tratto da un libro di Cesare Battisti sulla lotta armata, ma non abbiamo trovato i finanziamenti, contemporaneamente alla Miramax, altro film che non si è fatto, e ho messo via 200 mila euro e ho deciso di fare un film “Dopo mezzanotte”interamente finanziato da me, e ho dato il nome alla casa di produzione del titolo del film non fatto.

Questa intervista verrà letta soprattutto da studenti del Dams di Imperia, quindi quali consigli vuoi dare a un giovane che ha voglia di fare cinema?

Prima bisogna chiedersi sinceramente se si ha voglia davvero di fare cinema, se si ha qualcosa da raccontare e soprattutto se il cinema è il linguaggio giusto per raccontare quella determinata cosa. Ma se un giovane pensa solo che sia una figata…

Un elemento molto importante nei tuoi film è la musica, quasi un elemento centrale che ha una funzione ben precisa..

In generale ogni film è caratterizzato dal montaggio, è evidente però che la cosa che più si associa all’idea di ritmo è la musica che racconta più dei dialoghi. Un’immagine prima fa musica, il suono del film, prima ancora della sceneggiatura.

In quest’ultimo film, Tutta colpa di Giuda, è quasi privo di sceneggiatura è molto basato sull’improvvisazione, è vero’

Sì è vero, abbiamo dovuto adattare il consueto modo do girare film al tipo di situazione in cui eravamo. La sceneggiatura permette di far succedere le cose che devono succedere nella storia ma ogni scena è nata da un ampio margine di improvvisazione.

Progetti per il futuro??

L’anno prossimo un film per la Tv.

Ora basta con le domande. Il film sta per cominciare. Si spengono le luci. Silenzio.

Partono i titoli di testa. Il profumo di pop corn si diffonde…